lunedì 29 ottobre 2018

I Novissimi

 I supremi destini di ogni uomo, della storia, del mondo i ”novissimi”: la morte, il giudizio particolare, il purgatorio, il rischio infernale di un rifiuto definitivo del perdono del Padre, il paradiso, la risurrezione dei corpi in cieli nuovi e terra nuova, il giudizio universale

Ho preso liberamente tanto da “I Novissimi” di Mons. Alessandro Maggiolini (Ed. Shalom) per una catechesi 
Nella speranza siamo stati salvati, dice san Paolo ai Romani e lo dice anche a noi (Rm 8,24). La “redenzione”, la salvezza, secondo la fede cristiana, non è un semplice dato
di fatto ma un cammino personale nella comunità ecclesiale nel mondo. La redenzione ci è offerta nel senso che ci è stata donata la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, mortale, di peccato e di perdono, può essere vissuto e accettato se conclude  verso una meta personale e universale e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande per lo spirito, per l’anima e per il corpo da giustificare la fatica del cammino, del bisogno continuo di perdono e del coraggio di perdonare, perfino della morte sofferta e offerta in unione con quella del Crocefisso risorto.
I novissimi cioè le cose ultime: la morte, il giudizio particolare e universale, la purificazione ultraterrena cioè il purgatorio, il paradiso in cieli nuovi e terra nuova, il rischio infernale di un no definitivo al perdono del Padre, ci dicono che la fede è speranza, è dono e insieme responsabilità personale e comunitaria nel mondo.
La speranza
“Speranza”, di fatto, è una parola centrale della fede biblica – al punto che in diversi passi le parole “fede” e “speranza” sembrano interscambiabili. Così la Lettera agli Ebrei lega strettamente alla “pienezza della fede” (10,22) la “immutabile professione della speranza” (10,23). Anche quando la Prima Lettera di Pietro esorta i cristiani ad essere sempre pronti a dare una risposta circa il logos – il senso e la ragione della vita – della loro speranza (3,15), “speranza” è l’equivalente di “fede”, anche se non si identifica. Quanto sia stato determinante, per la consapevolezza dei primi cristiani, l’aver ricevuto in dono una speranza affidabile sulla meta oltre la morte, si manifesta anche là dove viene messa a confronto l’esistenza cristiana con la vita prima della fede o con la situazione dei seguaci di altre religioni. Paolo ricorda agli Efesini come, prima del loro incontro con Cristo  vivo nella celebrazione dell’Eucarestia che attualizza il Suo sacrificio, avvenuto una volta per sempre, in ogni tempo e luogo, operante sacramentalmente nel suo corpo che è la Chiesa, fossero “senza speranza e senza la presenza di Dio Padre nel mondo attraverso il Figlio nello Spirito Santo.” (Ef 2,12). Naturalmente egli sa che essi avevano avuto degli dei, che avevano avuto una religione, ma i loro dei si erano rivelati discutibili e dai loro miti contraddittori non emanava alcuna speranza delle cose ultime, dei novissimi oltre la morte, dell’al di là anche del corpo in cieli nuovi e terra nova. Nonostante gli dei, essi erano “senza Dio Padre” e conseguentemente senza speranza, si trovavano in un mondo buio, davanti a un futuro oscuro sulle realtà oltre la morte, quindi sul loro presente, pensando di finire in polvere con il loro corpo. Così possiamo dire: il cristianesimo non era soltanto una buona notizia per il presente ma lo era per la meta, per il giudizio particolare e universale, per la purificazione ultraterrena, per la giustizia infernale, soprattutto per il dono e premio del paradiso nell’anima e nel corpo in cieli nuovi e terra nuova. Per novissimi si indicano quelle realtà supreme, ultime da raggiungere ma le prime da tenere presenti in tutte le scelte particolari: è questa la pienezza della moralità naturale alla luce della fede,  della speranza, della carità. Più che cose accanto a noi, sono avvenimenti che avvengono in noi nel nostro essere dono del Donatore divino: siamo noi che viviamo già in anticipo significativo i momenti conclusivi. Come spiegare allora l’attuale censura sui novissimi quasi scorrettezza parlarne nell’evangelizzazione e nella catechesi? Come parlarne? Non necessariamente con tono funereo e terrificante, anzi perché è tanto il bene che mi aspetto che ogni pena diventa diletto fino all’ultima beatitudine che l’Apocalisse propone: beati quelli che muoiono nel Signore. Sapremo affrontare la morte quando pur non portando nulla con noi del nostro avere ma come si è voluti divenire nella verità del nostro essere dono del Donatore divino, soprattutto perdono del Padre che vede con una misericordia più grande del nostro peccato e provvede con una onnipotenza più grande delle nostre necessità: questa è la buona notizia, il Vangelo. Si tratta di vivere, di lavorare, con un impegno ad un tempo appassionato e distaccato da ogni immediata riuscita. Si tratta di preoccuparsi della nostra anima quando si stacca dal corpo con la morte e qualità sacerdotale è soprattutto avere a cuore  la condizione morale delle anime, la loro salvezza: che vale guadagnare il mondo interro se si perde la meta per l’anima. Questa è sempre stata la prima preoccupazione della maggior parte dei sacerdoti: dammi la preoccupazione della condizione morale delle anime a cominciare dalla mia pur togliendomi tutto il resto. Far sì che nel ministero si vigili sul peccato mortale, sul perdono, sul rischio infernale del no definitivo al Padre anche al suo perdono sempre più grande di ogni peccato per cui posso giudicare il comportamento del fratello ma mai giudicare la persona, mai escluderlo. Oggi bisogna ammettere realisticamente e con profonda e sofferta sensibilità che i cristiani, i cattolici in parte si sentono smarriti, confusi, perplessi e perfino delusi, si sono sparse a piene mani e contrastanti con la Verità rivelata e da sempre insegnata; si sono propalate vere e proprie eresie, in campo dogmatico e morale, creando dubbi, confusione, ribellioni, si è manomessa la Liturgia; immersi nel “relativismo” intellettuale e morale e perciò nel permissivismo, i cristiani sono tentati dall’ateismo, dall’agnosticismo, dall’illuminismo vagamente moralistico, a un cristianesimo sociologico, senza dogmi definiti e senza morale oggettiva ma sentimentale, soggettiva. […] Occorre ritornare a parlare dei supremi destini dell’uomo, dei “novissimi” altrimenti si piomba nel relativismo e nel nichilismo che si diffonde nella società con l’egemonia del secolarismo. L’uomo oggi rischia di perdere la propria identità nel sapere da dove viene, a cosa è destinato, dell’al di là anche del copro in cieli nuovi e terra nuova e precipita, illudendosi, nell’abisso del nulla come tutti gli animali. Nessun uomo ragionevole può pensare di non essere dono del Donatore divino nella sua origine e che la vita temporale sia tutto. Ogni uomo non è un ammasso di cellule, ma un composto unitario di spirito, anima e corpo e non può escludere un’altra vita dopo la morte che non potrà essere la stessa per chi ha operato il bene o ha operato il male, senza il perdono continuo, soprattutto sacramentale. Nella cultura secolare c’è il rischio di un ateismo pratico, come se non esistesse una vita futura, un giudizio vero che ci attende. Questo giudizio avverrà in due momenti. Il primo giudizio subito con la morte, detto particolare, un raggio di luce penetrerà l’anima a fondo, per mostrarle ciò che ella veramente è e per fissare per sempre la sua sorte, felice o sventurata. Lo scenario della nostra esistenza apparirà ai nostri occhi, dal primo momento in cui Dio ci ha tratto dal nulla all’essere dono nell’esistenza temporale verso la meta eterna della vita veramente vita. Egli ci ha conservato in vita con infinito amore, offrendoci giorno dopo giorno, attimo dopo attimo, le grazie necessarie e anche il perdono. E ricreati dal perdono sacramentale quel male commesso con piena avvertenza e deliberato consenso non esiste più, non va più ricordato anche con beneficio psicologico. Nel giudizio particolare noi vedremo chiaramente ciò che era richiesto anche dalla nostra vocazione particolare: quella di una madre, di un padre, di un sacerdote, di un educatore, di un politico. Illuminata dalla luce divina l’anima stessa pronuncerà su sé stessa il giudizio definitivo, che coinciderà con il giudizio di Dio. La sentenza sarà o di vita eterna o di pena eterna. Non vi è tribunale superiore a cui appellare la sentenza perché Cristo è l’ultimo, il supremo Giudice. E come insegna san Tommaso, “illuminata da questa luce di Cristo sui propri meriti o demeriti, l’anima se ne va come da se stessa al luogo della sua eternità, simile a quei corpi leggeri o pesanti che salgono o discendono là dove ha da terminare il loro moto” (Summa Theologiae, Suppl. q. 69, a.2). Questo accade nel primo istante in cui l’anima è separata dal corpo, cosicché è tanto vero dire che una persona che è morta, quanto è vero dire che è giudicata. Ma l’insegnamento divino non si arresta qui e ci rivela che c’è un secondo giudizio, il giudizio universale, ci attende quando, al termine delle cose terrene, Dio, con la sua onnipotenza, farà risorgere, come è già avvenuto nell’umanità della persona divina del Figlio e nel suo corpo e della sua anima nella persona umana della nostra madre Maria. Nel primo giudizio la sola anima di ogni persona è stata giudicata. Nel giudizio universale, sarà giudicato tutto l’uomo, in anima e corpo, personalmente e comunitariamente. Questo secondo giudizio sarà pubblico perché l’uomo nasce e vive in società, con il Battesimo il suo io nella Chiesa e ogni sua azione ha una ripercussione sociale, ecclesiale. La vita di ogni essere umano sarà rivelata, perché “nulla vi è di nascosto che non sia palesato, nulla di segreto che non debba essere conosciuto” (Lc 12,2), salvo quel male perdonato nel Sacramento, male che non esiste più data la ricreazione, nonostante la tentazione demoniaca di ricordarlo. Nessuna circostanza sarà omessa: non un’azione, una omissione, non una parola, non un desiderio. Tutti gli scandali, gli intrighi, i progetti tenebrosi, i peccati segreti, cancellati dalla memoria saranno resi pubblici, salvo il male sacramentalmente cancellato. Tutte le maschere cadranno, gli ipocriti e i farisei saranno smascherati. Quelli che avranno cercato di nascondere a se stessi la gravità del proprio peccato saranno confusi nel vedere la vanità di tutte le scuse che avevano accampato; le passioni, le circostanze, gli ostacoli. Contro di loro testimonierà l’esempio degli eletti, uomini forse più deboli e provati, meno dotati dei doni della natura e della grazia, che riuscirono però a rimanere fedeli al dovere e alla virtù. Solo il male sacramentalmente perdonato non esisterà più. Nel giudizio finale i buoni saranno pubblicamente separati da coloro che non solo hanno fatto il male ma hanno rifiutato fino al momento terminale di lasciarsi riconciliare, ricreare sacramentalmente e i buoni con il loro  corpo glorificato andranno con Cristo e Maria a possedere il regno preparato loro dal Padre sin dalla fondazione del mondo, mentre chi ha rifiutato anche il perdono, continuando nel proprio rifiuto, nel fuoco eterno creato dal diavolo e dagli altri angeli ribelli. Non è creazione di Dio l’inferno. E ognuno sarà riconosciuto anche per il ruolo avuto nella Chiesa  e nella società: importante nella vita personale e pubblica chiedersi  personalmente spesso  “cosa vuole Dio per la mia anima, per il giudizio davanti a Cristo costi quel che costi?”
La morte, il presente più difficile da affrontare e giustificare da sicuri della meta e della sua grandezza: non è scorrettezza far  pensare a cosa può succedere da moribondi per essere preparati
Se il morire fosse, come in una lettura protestantica, l’annientarsi dell’io umano cattivo, e se il risorgere fosse una nuova creazione per tutti indipendentemente dal bene e dal male nella vita temporale perché basterebbe la sola fede: pur peccando fortemente, credi ancora di più – perché solo Dio trionfi senza nessuna cooperazione nostra  - non si riuscirebbe a capire come si possa parlare di identità della persona che muore e risorge per la vita veramente vita del proprio io. San Tommaso apostolo volle accertarsi che il Risorto era proprio lo stesso Crocefisso per poter credere, sperare, amare.
La morte cioè il trapasso dal temporale all’eterno è sicura; in dubbio rimangono il tempo e il modo. Prima del peccato originale questo trapasso sarebbe avvenuto come in una dolce dormizione, ma dopo il peccato di Adamo ed Eva la morte avviene attraverso una grande purificazione cui si è assoggettato anche Gesù. Può essere saggio pensare a come avviene la morte per ravvivare la vigilanza responsabile. Il cadere delle forze. L’avvertire che il corpo non risponde più con lentezza ai comandi che a esso si danno. Anzi, non risponde quasi più. L’avvertire, dentro, innegabile e penoso, un senso di fragilità, di disarmonia, di dissoluzione. Il doversi piegare a una dipendenza umiliante; si è nelle mani degli altri un poco in tutto: medici  che parlottano appartati e non danno più la diagnosi determinata e ancora meno accennano alla prognosi, non stanno alle domande; parenti che cambiano tono nelle esortazioni: visite che si infittiscono o si diradano, svelte: uno sguardo, un saluto, e negli occhi si legge sentenza. Dio non voglia che si instauri quel crudele gioco degli specchi per cui le persone attorno fingono di non sapere le condizioni del malato, che il malato stesso conosce; il malato, a sua volta, finge di non sapere le proprie condizioni, che gli altri conoscono; e si scambiano bisbigli e battute ingannandosi, tormentandosi a vicenda. Non è scorrettezza far pensare. 
Il dolore che debilita. I sedativi che annebbiano gli occhi e la mente. Il percepire che si va al termine. Si chiamano “mali terminali”, i moribondi. L’accorgersi che si perdono i contorni delle persone e delle cose; giunge il momento dell’addio: dell’augurio di incontrarci in Dio. E cambiano i valori cioè le possibilità terrene. Ciò che sembrava indispensabile, diventa un peso. E si affollano alla memoria ricordi arruffati, nettissimi e  struggenti soprattutto per il male non perdonato. Nel seminario mi facevano leggere mensilmente, non senza un’utilità ascetica, delle litanie con particolari aggancianti e innegabili: le mani stanche, il sudore, il rantolo, i capelli che rizzano, ecc.
E viene il momento in cui si è presenza assente; si è andati; non si risponde più a nessuna voce umana. Il resto è faccenda d’altri. A noi rapportarci con  la mente e il cuore a Dio cioè pregare in continuità. Si può morire rinchiusi in se stessi, imprecando, o esalando flebili invocazioni che il Signore venga a prenderci.
Non possiamo immaginare come sarebbe stato il trapasso dal temporale all’eterno cioè la morte nel caso in cui non fosse entrata nel mondo, col peccato delle origini, la morte nell’attuale modalità di sofferenza. Sarebbe stata un addormentarsi beato, come Maria concepita senza peccato, per ritrovarsi nella gloria attraverso una dormizione serena.
So che la morte quale noi siamo chiamati a esperimentare, con angosce, con timori, con sofferenze indicibili, è conseguenza della colpa d’origine e di quanto è venuto dopo. Come è ingannevole pensare un mondo, una storia non ferita dalla colpa d’origine e dal maligno di fronte al morire attuale.
Se si sta coi piedi per terra e non ci si lascia trasportare nel paese dei balocchi, ci si avvede che siamo immersi nel male fino al collo. In modo irrimediabile con le sole nostre forze, anche con tutti i progressi scientifici, senza la meta della speranza cristiana: apparteniamo storicamente alla libera ribellione in Adamo ed Eva anche con le nostre scelte personali perverse. E la vecchia radice, pur con l’innesto della nuova vita nel Battesimo, finisce con la morte del corpo. Il consolidarsi e l’ingigantire del peccato del mondo, soprattutto con il silenzio della cultura secolare sul Donatore divino del nostro e altrui essere dono che si affianca al Regno cioè alla Alleanza, alla Storia di Amore del Padre per mezzo del Figlio nello Spirito Santo che pur cresce nell’attuale silenzio paziente; peccato nel mondo che si concretizza in una situazione oggettiva di secolarizzazione, ma che è esito e, a un tempo, condizionamento del nostro libero arbitrio.
E la modalità sofferta del nostro morire si colloca in questo contesto come il supremo frutto amaro, come la più orrida espressione del nostro ribellarsi al Donatore divino del nostro essere dono, ricreato in Cristo.
Nella sofferenza della morte ci si piega a questa condanna come autopuniti e sarebbe disperante sostare a questo realismo buio, greve e irredento. 
Ma alla luce della fede la morte sofferente è stata riscattata dal Figlio del Padre perché Egli morendo ha vinto la morte rinnovando la vita pur ancora esposta alle radici bastarde da estirpare continuamente. Il Padre di misericordia con un amore sempre più grande di ogni peccato attraverso il Figlio che ha assunto un volto umano nel grembo verginale di Maria per opera dello Spirito Santo non ci abbandona e non ci definisce dal male che temporalmente facciamo e fino all’ultimo ci offre la possibilità di riconciliarci se ci lasciamo riconciliare. Non si limita a guardarci da lontano, da Dio creatore, redentore: ci ama come il padre del figlio prodigo, ci attende inviando il proprio Figlio in tutto uguale a noi condividendo tutto anche il morire, l’essere sepolto, fuorché il peccato. Così ha vinto il potere del Maligno, si è caricato il nostro peccato sulla Croce consegnandosi liberamente alla sofferenza della morte. Gesù Cristo, nuova creazione, risorge dai morti perché tutto il suo essere è perfetta e intima unione con Dio, che è l’amore davvero più forte della morte. Egli era una cosa sola con la Vita indistruttibile e pertanto poteva donare la propria vita lasciandosi uccidere, ma non poteva soccombere definitivamente alla morte: in concreto nell’Ultima Cena egli ha anticipato e accettato per amore la propria morte in croce, trasformandola così nel dono di sé, sacrificio che attualizza in ogni celebrazione eucaristica, dono che ci dà la vita, ci libera e ci salva fino a farci superare la paura nel morire. La sua risurrezione è stata dunque come un’esplosione di luce, un’esplosione dell’amore che scioglie le catene del peccato e della morte. La risurrezione ha inaugurato una nuova dimensione della vita e della realtà, dalla quale emerge, pur tra tutte le sofferenze, un mondo nuovo, che penetra continuamente nel nostro povero mondo, lo trasforma e lo attira a sé. Un Cristo che non fosse risorto dalla nostra morte, il crocefisso risorto come ha preteso di constatare per poter credere Tommaso apostolo, segnerebbe solo una tomba in più nella grandezza solo umana da imitare. Ci lascerebbe nel nostro scoramento ma Lui ha vinto la morte morendo, è vivo, è presente, operante verso tutti se ci lasciamo operare.
Non senza, però, sofferenze atroci egli è spirato, si è offerto al patibolo. Ha pianto, ha sudato sangue di panico, ha supplicato, ha chiesto al Padre di non essere indotto nella tentazione cioè nella prova; però, non la mia, ma la tua volontà sia fatta, Padre; ha rifiutato la sedazione dell’analgesico per offrire e testimoniare la lunghezza (è perseverante e nessuna difficoltà lo vince), la larghezza (non esclude nessuno pur nel rischio di non poter agire chi si autoesclude), l’altezza (portare ogni uomo a divenire in Cristo figlio nel Figlio), la profondità dell’amore (condivide fino in fondo le miserie di ogni uomo) ; ha patito nella dimensione umana il non intervento miracoloso del Padre richiesto: “Dio mio, Dio mio, perché mi ha abbandonato?” (Salmo 22,2). Ed è spirato affondando nella benevolenza del Padre: tutto è compiuto; nelle tue mani consegno il mio spirito. Poi la risurrezione, l’ascensione, il dono dello Spirito, il divenire il Cristo, il vivo che biblicamente parla, si fa presente e operante sacramentalmente tra i Suoi, nel suo corpo che è la Chiesa fino al compimento della storia, aprendo per molti il cielo. Avere sempre dinnanzi il Crocefisso risorto, per averlo soprattutto nel momento terminale di questa vita nel trapasso sofferto per l’al di là attraverso la morte.
C’è di che ringraziare il Signore Gesù per questo suo imparare l’obbedienza attraverso ciò che ha patito; per essersi affidato alla morte con la certezza del gaudio che gli era promesso; e per averci preceduto e quasi inclusi nei suoi tormenti, fino all’obbrobrio del morire “per noi”: a nostro favore e in nostro nome. Cristo è stato l’unico a misurarsi e a lottare con una morte “non ancora cristiana”.
Dopo di lui, la morte cristiana esiste nel “Vivente presente”. E noi, nella consapevolezza evangelica, siamo chiamati a seguirlo. Non certo senza patimenti, ma con la sicurezza che i dolori hanno un senso e che  la morte è un passaggio definitivo per la meta, non un termine; il passaggio a una novità sorprendente, ogni bene senza più alcun male, non un finire definitivo della polverizzazione del sepolcro o della cremazione.
Così nella fede, nella speranza, nella carità, il morire senza finire nel nulla, o il ritorno nell’eterno  ruotare continuo delle cose, o la ribellione al suo acme gridata nel vuoto; o soltanto il lasciare il ricordo della fama, per ciò che essa è, o delle opere, per ciò che esse sono. Corte vedute non sufficienti al nostro originario desiderare la vita veramente vita. Povere consolazioni. Tristi rivalse. Per chi crede,  spera, si sente amato e ama, il morire non è mai vicenda da consumarsi in una solitudine accasciata. E’ rispondere a una chiamata e a una trepida attesa del Padre come figli nel Figlio con i parenti, gli amici giunti prima di noi; dall’altra sponda del fiume del tempo. E in termini più corposi, un giungere a piena maturità del nascere di nuovo avvenuto fin dal Battesimo e cresciuto con l’Eucarestia almeno domenicale con la possibilità di amare come Lui ci ama.
Di più. Il morire è l’estremo unirsi al Signore Gesù Cristo nel suo libero affondare nel mistero trinitario di Dio. Unirsi al Signore Gesù Cristo e partecipare al suo dono di amore e alla salvezza di tutti.
Un intreccio di sofferenze, di gioia, di paure e di speranza, di castigo e di dono, di gemiti e di invocazioni, di solitudine e di comunione, di frustrazione e di magnanimità, di soffocamento e di liberazione, di costrizione e di libertà, di lotta e di offerta, di sconfitta e di vittoria. E, varcato il passo dello spazio e del tempo, fuori dello spazio e del tempo tutto si chiarisce e si semplifica nella vita veramente vita.
La morte dopo il peccato originale va lasciata in questa sua ambiguità. E’ un groviglio che un Altro dipanerà. Un groviglio che anche noi dipaneremo, perché, al fondo, si sceglie e si decide la morte che si vuole.
Come prepararsi a morire?
Vivendo la vita come dono Del Donatore divino cioè nella verità che rende liberi, capaci di amare e di essere amati. Vivendo come vorrei trovarmi con la mia anima nel momento terminale davanti a Cristo giudice che mi illumina e mi fa vedere come sono, come si desidererebbe quindi morire. Badando a ciò che veramente vale e a ciò che non vale in quel momento. Sopportando con pazienza le prove del presente faticoso nell’attesa della meta. Cogliendo nel vissuto gli sprazzi di letizia come vigilia significativa di ciò che sarà. Impegnandoci a lasciare il mondo un po’ meglio di come l’abbiamo trovato, poiché anche la storia umana, il cosmo entrerà nel passaggio che sbocca di là. Amando nella verità del loro essere dono, perdono del Donatore divino i fratelli, poiché anch’essi sono chiamati a essere, con noi, in una compagnia felice del Paradiso, senza screzi, senza più incomprensioni, senza scarti di comunione, nel passaggio dal temporale all’eterno. Eterna beatitudine fraterna sarà il Paradiso, eterna solitudine l’inferno. Pregando soprattutto in quei momenti, preghiera come scuola di speranza. L’innalzare spesso mente e cuore a Dio, anche nel lavoro, è apprendimento ed esercizio di speranza. Ci si prepara a morire con tutto ciò che si fa e si soffre, lavoro e sofferenza pure apprendimento di speranza. Avvertendo l’anelito d’andare oltre la provvisorietà. Coltivando il gusto di Dio e l’attenzione ai fratelli. Coltivando e dominando le cose. Il lavoro non è estraneo alla morte. E’ una favola sciocca quella di chi sentenzia che il pensiero della morte distoglie dalle responsabilità terrene poiché agire e soffrire sono luoghi di apprendimento della speranza. Ogni agire serio e retto è speranza in atto. Lo è innanzitutto nel senso che cerchiamo così di portare avanti le nostre speranze, più piccole o più grandi: risolvere questo o quell’altro compito che per l’ulteriore cammino della nostra vita è importante; col nostro impegno  dare un contributo affinché il mondo diventi un po’ più luminoso e umano e così si apra anche le porte verso il futuro. Ma l’impegno quotidiano per la prosecuzione della nostra vita e per il futuro dell’insieme ci stanca o si muta in fanatismo, se non ci illumina la luce di quella grande speranza che non può essere distrutta neppure da insuccessi nel piccolo o dal fallimento in vicende storiche.
E bisognerà essere pronti a ogni istante. Essere in grazia di Dio con l’esame di coscienza di ogni sera, con il mensile perdono sacramentale dei nostri peccati, perdono sacramentale che rende tentazione  ricordare il male passato evitando così anche il rischio di nevrosi, di ossessioni. Vivere in unione con Cristo perché ci si possa unire ancora più profondamente a Lui. Occorre predisporsi in modo tale, quando ci si trova alla porta dell’eternità, si sia pronti a consegnarsi a Dio, con il Signore insieme alla sua e nostra mamma, per ciò che si è. Semplicemente va dato tutto quello che si ha perché non lo portiamo con noi nell’al di là. Con umiltà, dal momento che non si ha più nulla da difendere. Con fiducia, dal momento che memorizzando la vita non si hanno solo vanti da presentare e urge un’acuta insopprimibile esigenza di misericordia da misericordiosi: rimetti a noi come noi siamo disponibili a rimettere... Con il libero arbitrio di cui si è capaci, dal momento che non si sfugge alla legge, ma la legge va interiorizzata il più possibile, quasi a farla coincidere, com’è veramente la Legge di Dio, con una docile libertà che desidera, invoca, anela nell’orizzonte delle otto beatitudini, della nona dell’Apocalisse: beati quelli che muoiono nel Signore!
Se poi si vuol programmare la prossimità della morte, bisognerà non avanzare eccessive pretese. Ci si rende sempre più disponibili a ciò che Dio vorrà, quando vorrà e come vorrà nella sua benevolenza.
Uno può desiderare una morte con una parziale sedazione delle sofferenze ma cosciente anche soffrendo. Non improvvisa. “Dalla morte inconsapevole e improvvisa, liberaci Signore”. In casa e non nell’isolamento di un ospedale. Attorniato da parenti e amici. Gradirebbe di dire le poche parole che contano e che riassumono un’esistenza. Gradirebbe di venir ascoltato senza provocare timori e fastidi. Gradirebbe di essere aiutato a morire non con dotte lezioni, ma con la prossimità di un affetto che nasce dalla fede. Una morte preparata con una Confessione generale, così che il perdono sacramentale di Dio scenda su tutti, su tutto. Con l’Unzione degli infermi che lenisca il dolore e sostenga, consoli nell’agonia. O almeno dia la forza di sopportare. Col Viatico che è il pane del cammino senza ritorno nel mistero, e segna la compenetrazione più intima con Cristo. Con il rosario in mano, perché la Madonna renda meno aspro il passo. Quante volte si è ripetuto: “Prega per noi adesso e nell’ora della nostra morte”. E il caso. Con le fotografie dei suoi morti davanti, così da chiamarli perché ci vengano incontro e ci accompagnino. Con la benedizione papale cui è annessa l’indulgenza plenaria! Con la consapevolezza di star morendo. Magari con il coraggio di parlare della propria morte e di ciò che ci attende dopo, con le persone che assistono e fanno visita. Magari avendo sulle labbra e nel cuore l’invocazione a morire cioè al trapasso dal temporale all’eterno, poiché tutto è pronto e “Vieni, Signore Gesù”! Tutto il resto non conta più.
Uno può desiderare questo e altro. Senza lasciarsi prendere dall’idillio. Ragionare di morte, magari in momenti felici, è abissalmente lontano dal momento del morire.
Ma alla fine, è dono accettare la morte che il Signore gli manda, o trepidamente gli dona. L’importante è che il cuore sia preparato, disposto, se non a cantare l’alleluia, almeno a dire un grazie sommesso, o un amen che è pura rassegnazione.
Non si fa della poesia zoppicante su eventi ignoti e drammatici. Né ci si attribuisce senza batter ciglio atteggiamenti e frasi di santi. “Muoio, Dio, perché non muoio”. “Sorella morte corporale” ecc. Si vedrà nei fatti.
La santità nel morire non si improvvisa ma ci si prepara in tutta la vita. E ce n’è di quella per nulla pacata. Si rasserenerà, e forse sta avvertendo per la prima volta della pagina del Getsèmani.
Nella lotta finale, vale il: “E adesso, a noi due”. Si combatte con Dio tutta la notte, per farsi da lui benedire, al mattino (Gen 32, 23-33). Allora la persona messa a tu per tu con la Verità di Dio cioè il Figlio del Padre, non ha bisogno di discussioni e di sentenze per giudicare. Si vede come è veduta dagli occhi di Dio davanti ai quali nulla è oscuro. Si giudica da sé, in qualche modo. Felicemente o tragicamente, non può non giudicarsi da sé. O meglio: con lo sguardo di Dio. Quasi di riverbero. Si scorge in comunione o in opposizione a Dio, o bisognosa ancora di purificazione, prima di essere all’intimità beatificante della vita trinitaria sperimentata in modo immediato, con ogni bene senza più alcun male.
IL GIUDIZIO PARTICOLARE
E quando e dove avviene il giudizio particolare per ogni persona? Il giudizio sulla persona avviene quando e dove la persona muore cioè l’anima per cui intendo, voglio, amo si stacca dal corpo per cui sento. A valutare sarà Cristo presente: colui al quale è stato dato ogni giudizio perché è venuto non a condannare, ma a salvare il mondo. Lo Spirito, cioè l’Amore in persona del Padre con il Figlio, come ci ha perdonato in tutto il cammino della vita impedendo con il perdono sacramentale di essere definiti dal male fatto, compiuto fino al momento terminale, ci assisterà come “Paracleto cioè Difensore” e, attraverso il Signore Gesù Cristo, ci condurrà al Padre. Anche gli angeli parteciperanno: quelli buoni che ci hanno assistito e quelli cattivi che ci hanno tentato al male. Anche la Madonna e i santi ci giudicheranno. Maria, che ci ha seguito come madre lungo tutta la vita con la sua mediazione di fronte alle possibilità di amore e al rischio del libero arbitrio, e che ci attende impaziente. E poi, gli Apostoli che siedono a giudicare le tribù di Israele diventate con loro, con la Chiesa l’umanità intera. E poi, i santi. Non solo quelli del calendario, da martirologio e da canonizzazione o da beatificazione, ma anche quelli ignoti che pure hanno vissuto nella grazia, magari con noi in una amicizia. La mamma. Il papà, i nonni. Qualche fratello, sorella. Glia amici. Tutti coloro che ci hanno preceduto nel segno della fede e dormono il sonno della pace e se nella purificazione ultraterrena hanno ricevuto suffragi. Dormono e vegliano. Con la gioia di chi riceve una persona cara per la quale hanno pregato. Che hanno aspettato con impazienza e preoccupazione. E avranno negli occhi un rapido sospiro.
Non ci si dovrà stupire di queste presenze. E perché la nostra vita scorre sotto lo sguardo di tutte le anime sante del Paradiso e del Purgatorio che convengono sacramentalmente con noi in ogni Messa per esserne spiritualmente presenti sempre. Quale omissione non coltivarne la consapevolezza anche con la celebrazione del ministro con il solo inserviente, tanto più con la comunità militante insieme a quella purgante e trionfante! Nell’atto penitenziale all’inizio della Messa per il perdono sacramentale dei peccati veniali non ci confessiamo anche agli angeli e ai santi? Allora la persona messa a tu per tu con la Verità di Dio cioè il Figlio del Padre, non ha bisogno di discussioni e di sentenze per giudicare. Si vede come è veduta dagli occhi davanti ai quali nulla è oscuro. Si giudica da sé, in qualche modo. Felicemente o tragicamente, non può non giudicarsi da sé. O meglio: con lo sguardo di Dio. Quasi di riverbero. Si scorge in comunione o in opposizione a Dio, o bisognosa ancora di purificazione, prima di essere all’intimità beatificante della vita trinitaria sperimentata in modo immediato, con ogni bene senza più alcun male.
E perché il silenzio sensibile dei morti non significhi distanza, ma prossimità spirituale tale da non poterli scorgere. A cominciare dal Signore Gesù, pur risorto. E dalla Vergine, pur assunta in Cielo anche con il corpo. E poi, via via, gradatamente. Facendo valere i vincoli di sangue, ma anche quelli della carità, che legano ancor di più. La vita del cielo non è un luogo lontano ed inaccessibile ed estraneo a noi. Il cielo è una dimensione arcana che continuamente ci avvolge e ci accompagna, ci soccorre  se nel libero arbitrio glielo permettiamo nella preghiera, ci riceve con premura ed affetto. Che grave omissione non coltivarne la consapevolezza. Coloro che lo abitano, che sono in Dio tacitamente ma profondamente ci sono vicini.
Quale sarà il contenuto del giudizio?
Al momento terminale di questa vita personalmente saremo giudicati sull’amore, sul lasciarci conciliare e sulla non esclusione di nessuno. E qui il pensiero corre subito al capitolo venticinquesimo del Vangelo di Matteo avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero malato, carcerato, ecc. Oppure no. Venite, benedetti dal Padre mio. Via da me, maledetti.
Certo amati fino al perdono dal Padre nel Figlio nello Spirito Santo l’amare come Dio ci ama sarà un test infallibile. Non possiamo amare Dio che non si vede, se non amiamo il fratello vicino che si vede. E tuttavia, nella risposta di amore totale a Dio  nell’amore al prossimo va intuita tutta la legge fin dalle sue minuzie. Vanno colti tutti i messaggi che Dio ci ha inviato lungo l’intera esistenza. Dio Padre, che in Gesù Cristo con il dono dello Spirito, è come in agguato a ogni crocicchio di strade. L’amore è impaziente, esigente, determinato, testardo. Oltre le preghiere del mattino, della sera, la preghiera continua cioè l’innalzare frequentemente mente e cuore a Lui ci rende attenti ai poveri: ai poveri non solo di soldi, ma di certezza di non essere inutili, di motivi per vivere, di lasciarsi riconciliare sacramentalmente con Dio e con i fratelli, poveri della consapevolezza della speranza affidabile nell’affrontare il presente, anche il presente difficile, ecc. E poi tutti i pilastri per la strada dell’amore e delle beatitudini cioè i comandamenti e i precetti. Fino a quegli appelli, a quegli avvenimenti che Dio lancia nella normalità di giorni qualsiasi e che potrebbero ribaltare l’esistenza. Sarà un Amore vivente, personale a giudicarci sull’amore. Constateremo, senza possibilità di sotterfugi e di mascherature, se l’avremo accolto o respinto.  La giustizia divina è come dentro questo Amore che non troneggia e non si impone, ma si offre in una debolezza che può essere scansata o schiacciata con disinvoltura.
Lo stile di Dio, rivelatosi completamente in Gesù, non è quello fracassone e paludato, che scardina le porte del cuore. E’ quello di un’Onnipotenza che si fa fragilità e bussa in attesa. Entra soltanto se gli si apre dall’interno.
E’ vertiginosa questa iniziativa di tenerezza che rispetta la libertà fino a lasciarsi uccidere facendo reagire  gli apostoli, scandalizzando Giuda fino a tradirlo. Ma è proprio questa iniziativa di tenerezza che diviene esigentissima: nella misura in cui si è donata; sino alla fine. Ed è misericordiosa che non si stanca di perdonare non definendo mai uno dal male che fa fino all’ultimo momento di vita, di libero arbitrio: ma l’ultima scelta nel lasciarsi perdonare rimane dell’io personale che così si determina per l’eternità, perché col distacco dell’anima dal corpo cessa per sempre il libero arbitrio!
Va da sé che il giudizio avverrà sui doni ricevuti e non accolti, trafficati. Come nella parabola dei talenti, dove vige la proporzione, non l’assoluto. E anche l’aver nascosto l’unico talento per paura, sarà colpa. La colpa di chi blocca la freschezza debordante della risposta in relazione al Donatore divino del proprio e altrui essere, come di tutto il mondo. La colpa della omissione, della neghittosità, del disinteresse, della svagatezza. Un amore che non cresce, si estenua. Muore.
Va da sé, ancora, che il giudizio sulla persona sarà in rapporto alla fede, alla speranza, alla carità, all’appartenenza alla Chiesa cioè a Cristo, alla pratica religiosa, alla carità…;in base a ciò che ha tentato e ritentato di ricevere da Dio e a vivere quindi in risposta. Con la lealtà di cui è stato capace.
Va da sé, ancora, che anche chi si è ritenuto ateo, non dono del Donatore divino nel proprio e altrui essere, nel mondo che lo circonda trova Dio oltre la morte. L’ha davvero negato lungo l’esistenza terrena senza poter provare con la ragione l’ateismo, o ne ha rifiutato una caricatura? E’ difficile poter ammettere un odio allo stato puro verso Dio? E’ possibile, dato il desiderio originario in ogni io, essere indifferenti per tutta la vita? E’ possibile di fatto l’ateismo?
Ci sarà libertà di scelta dopo la morte, anche nello stato di purificazione ultraterrena? No!
Il libero arbitrio che ha reso possibile la meravigliosa possibilità dell’amore pur con il rischio del rifiuto, all’istante del morire si fisserà per sempre liberamente nel bene o nella schiavitù del male che ha scelto come assoluto: è l’unica alternativa perché anche il Purgatorio è per il bene con la purificazione ultra terrena! Unica l’alternativa: o il bene o il male!
L’esistenza terrena – un’esistenza ancora in divenire verso la speranza affidabile della meta o il rischio del fallimento – può cambiare oggetto di amore. Può decidere verso la santità più eccelsa o per la dannazione più ingrata e ostinata. Oscilla. E a essa è data la capacità di scegliere tra la luce e le tenebre, tra Dio e l’impossibile nulla.
Il libero arbitrio con cui Dio ha creato creature con la possibilità di amare nel rischio di rifiutare non può astenersi dal decidere il proprio destino?
No. IL Donatore divino del proprio e altrui essere dono cioè la Verità che rende possibile l’amare con il rischio di non amare, non è facoltativa.  E in questo sta la responsabilità della vita. Anche il disinteresse è decisione contro. Poiché nell’intimo abbiamo un insopprimibile bisogno di rapportarci con il Donatore divino del nostro essere dono cioè con la Verità che rende liberi, capaci di essere amati e di amare, Donatore divino che storicamente ha assunto un volto umano, si è lasciato uccidere per la nostra liberazione, risorto, vivo nella presenza sacramentale della Chiesa, è la meta cui tutto liberamente, responsabilmente per amore subordinare. Possiamo assecondare questa esigenza. La possiamo contrariare. Non la possiamo distruggere. Siamo vuoto che chiede di essere colmato. Siamo attesa che invoca d’essere esaudita.
A noi la nostra sorte. E’ sempre nelle nostre mani. La vita ha originariamente un orientamento di fondo che è formato e si esprime in decisioni singole, in gesti  singoli. Ma tali decisioni e tali gesti temporali sono coordinati così che il bene o il male diventa sempre più facile, quasi istintivo. La dolcezza del giogo pesante. Il peccato frutto del peccato. Senza negare la possibilità di revisione. Ma anche senza affermarla con eccessiva disinvoltura in ogni momento senza vigilare!
Ciò significa che ci si può convertire negli istanti più impensati: anche in punto di morte! Ma non si potrà far affidamento su questa estrema istanza, possibilità per condurre un’esistenza opaca e sciagurata, rischiosa. In tal modo ci si burla di un amore divino che si consuma per noi.
E lasciamo aperta la strada al miracolo. Dio agisce ben oltre le nostre misure.
Si potrebbe pensare che, se la nostra libertà si stabilisce per sempre al momento della morte nell’orientamento che ha preso progressivamente, proprio il momento della morte sia l’atto di libertà più completo e più puro. Benefica la sedazione per lenire la sofferenza, non certo quella totale che toglie ogni consapevolezza.
Comunque così può essere il momento della morte. C’è da augurarsi, da pregare che lo sia. Ma chi ci assicura che l’istante di passaggio nell’eternità – del passaggio fisico e psichico, spirituale, se si può dire – sia cosciente e sia libero come vorremmo? E allora, pur sapendo di parlare dell’enigmatico, non ci si dovrebbe convincere che vi sono nella vita decisioni che condizionano a lungo? Anzi, c’è una decisione, una vigilanza continua che condiziona per sempre? E quando collocare, decidersi per questa decisione? Potremo anche ignorarlo o trascurarlo responsabili.
Lo scorrere del tempo ci appare così da gestire con intensità costante e crescente. La vigilanza di cui parla il Vangelo. Che non si riferisce soltanto alla morte di cui non si può prevedere né il giorno e né l’ora ma che può giungere inattesa. La morte che subita viene. Si riferisce anche all’attimo che si sta vivendo, che passa, e che può determinare la beatitudine o la dannazione.
Si danno conversioni  a piacere? Ad appuntamento? O non è piuttosto il mistero di Dio che stabilisce questi incontri? E che incalza? E che non ci abbandona, se non è da noi abbandonato? Ma, appunto, non riusciamo ad abituarci ad abbandonare, a dimenticare Dio?
E’ possibile una coscienza certa e tranquilla come oggi viene proposto senza parlare, ritenendolo inopportuno, dei novissimi?
Verrebbe, d’istinto, di rispondere di sì. Non siamo noi a deliberare e a operare? Non ci possiamo guardare dentro per vedere quasi a occhio nudo chi siamo? Se viviamo in grazia o in peccato? Fosse così facile lo scandaglio del cuore. Il fatto che non ci è concesso tanto agevolmente di conoscerci. Per vari motivi. Perché soltanto dalle opere riusciamo a risalire all’io che le compie. La saggezza della confessione “tridentina” per cui i peccati sacramentalmente perdonati Dio non li ricorda perché ci ricrea ed è tentazione ricordarli. Ecco la necessità di confessarli tutti insieme alle circostanze che li qualificano.
Purtroppo siamo troppo inclini alla slealtà nel valutarci. Anzi, ci facciamo orrore. Se dobbiamo registrare in noi le mezze misure, le svogliatezze, le neghittosità, certi piaceri sensuali, le vigliaccherie, i tradimenti che portiamo in animo. E lo psicologo può suggerirci di non ricordare il male del passato per non cadere nella nevrosi.
Possiamo conoscerci e accettarci come siamo senza spavento, senza schifo, ma questo è possibile, anche senza psicofarmaci che ci inebetiscono, soltanto ravvivando la certezza di fede che un Altro, il Padre ci conosce come figli nel Figlio per opera dello Spirito Santo e ci accetta, e non prova paura poiché la paura l’ha già tutta assunta, gustata e superata sulla croce e senza spargimento di sangue la attualizza in ogni Celebrazione eucaristica. 
Il che è quanto dire che apprendiamo la nostra condizione non quando scandagliamo il nostro intimo psichicamente da soli, ma quando ci lasciamo squadernare il cuore sotto lo sguardo della paternità divina, attraverso chi agisce in persona di Cristo, il cui amore è sempre più grande di ogni peccato.
La menzogna, il trucco, il velario, gli angoli bui sono tanto a portata di mano, che quasi non ci accorgiamo neppure più di ingannarci. Dai peccati nascosti liberami, o Signore. Colpevolmente nascosti anche a me stesso.
La preghiera filiale, piuttosto, è l’esame di coscienza più felice e corretto. Forse l’unico consentito. Il metterci, figli nel Figlio, davanti al Padre e chiedergli come e chi siamo da prodighi. Il metterci davanti al Signore e sapere che  egli crede in noi più di quanto noi crediamo in noi stessi e ci ama più di quanto ci amiamo ed è desideroso di perdonarci più di quanto noi siamo desiderosi di essere perdonati, più di quanto noi pensiamo di poter essere perdonati, fedeli all’esame di coscienza di ogni sera.
Ecco, l’invocazione della misericordia rimane l’ultima parola dell’autoconoscenza. Non il sentire il peso greve e affannoso del peccato, ma l’essere certi che il Signore ha un cuore più grande del nostro anche se tutti ci dovessero condannare, se ci dovessero condannare i nostri parenti ed amici, se noi stessi non fossimo più capaci di sopportarci orgogliosi come siamo (1 Gv 3,19-20). 
Non a caso, riflettendo sulla morte, viene subito in mente la meraviglia del Sacramento della Penitenza. Il dirsi fiducioso. L’esprimere le proprie brutture che dovrebbero allontanare Dio, ma con la sicurezza che Dio ci accoglie e ci rinnova. Fossimo dei criminali. Fossimo dei gretti astuti, tentati di giustificarsi, ma pure convinti che non possiamo liberarci dal peccato con le sole nostre forze; e che il Signore, pentiti, non ci ributta mai indietro, nemmeno dopo l’ennesimo tradimento lasciandoci riconciliare.
Non a caso, chi muore cosciente, in umiltà, ha sulle labbra parole di pentimento. Gesù mio, misericordia. Che poi altro non è che riassunto della lieta notizia cioè del Vangelo della preghiera cristiana in rapporto alla paternità divina: “Signore Gesù Cristo, Figlio del Padre, abbi pietà di me peccatore”.
E’ questa, della preghiera e del sacramento della Penitenza, l’anticipazione più vera del giudizio particolare. L’offrirsi così, perdendoci in un amore che perdona dandoci il coraggio di perdonare come lui perdona. In un amore che placa ogni terrore. Che acquieta ogni dubbio. Ci si lascia amare. E ci si dà per quel niente che si è.
Un niente che si è inarcato nella ribellione della colpa, ma ora si piega nella ricezione del dono, del perdono; nella consegna del Suo proprio essere dono, nella verità. E va a capire come Dio goda ad accogliere questi sgorbi che siamo. Quegli ingrati. Quei distratti, quegli indifferenti. Quei banali. Quei ribelli. Ma capaci di lasciarci usare misericordia, se Dio ci aiuta.
La retribuzione è immediata?
Tutto è dono nel rapporto con Dio con la responsabilità di accogliere: ecco la legittimità di retribuzione. Ebbene, sì. E’ immediata la comunione perfetta e beatificante con Dio. O la dannazione, Dio non voglia; o meglio, non vogliamo noi perché l’inferno è opera nostra. A meno che non siamo ancora pronti per ogni bene senza più alcun male cioè per il paradiso, poiché non ci siamo lasciati purificare pienamente dalla pena del peccato pur sacramentalmente perdonati nella colpa; non abbiamo risposto con tutta la disponibilità alla dilezione di Dio.
Allora si apre l’attesa della purificazione ultraterrena in Purgatorio, che, però, è già certezza della gloria.
C’è da chiedersi se, consapevoli delle nostre grettezze, questa attesa non sia la sorte di molti. Comunque Cristo è morto per i vivi e per i defunti bisognosi ancora di  purificazione ultraterrena.
Di nuovo verrà per giudicare i vivi e i morti (Magistero di Benedetto XVI)
“Nel grande Credo della Chiesa la parte centrale tratta del mistero di Cristo a partire dalla nascita eterna dal Padre e dalla nascita temporale dalla Vergine Maria per giungere attraverso la croce e la risurrezione fino al suo ritorno, si conclude con le parole: ‘…di nuovo verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti’. La prospettiva del Giudizio, già dai primissimi tempi. Ha influenzato i cristiani fin nella loro vita quotidiana come criterio secondo cui ordinare la vita presente, come richiamo alla loro coscienza e, al contempo, come speranza nella giustizia di Dio. La fede in Cristo non ha mai guardato solo indietro né mai solo verso l’alto, ma sempre anche in avanti verso l’ora della giustizia che il Signore aveva ripetutamente preannunciato. Questo sguardo in avanti ha conferito al cristianesimo la sua importanza per il presente. Nella conformazione degli edifici sacri cristiani, che volevano rendere visibile la vastità storica e cosmica della fede in Cristo, diventò abituale rappresentare sul lato orientale Il Signore che ritorna come re – l’immagine della speranza -, sul lato occidentale, invece, il Giudizio finale come immagine della responsabilità per la nostra vita, una raffigurazione che guardava e accompagnava i fedeli proprio nel loro cammino verso la quotidianità. Nello sviluppo dell’iconografia, però,  è poi stato dato sempre più risalto all’aspetto minaccioso e lugubre del Giudizio , che ovviamente affascinava gli artisti più dello splendore  della speranza, che spesso veniva eccessivamente nascosto sotto la minaccia” (Spe salvi, 41).
43. […]Dio rivela il suo Volto proprio nella figura del sofferente che condivide la condizione dell’uomo abbandonato da Dio, prendendola su di sé. Questo sofferente innocente è diventato speranza – certezza: Dio c’è, e Dio sa creare la giustizia  in un modo che noi non siamo capaci di concepire e che, tuttavia, nella fede possiamo intuire. Sì, esiste la risurrezione della  carne. Esiste una giustizia. Esiste la “revoca” della sofferenza passata, la riparazione che ristabilisce il diritto. Per questo la fede nel giudizio finale è innanzitutto e soprattutto speranza – quella speranza, la cui necessità si è resa evidente proprio negli sconvolgimenti degli ultimi secoli. Io sono convinto che la questione della giustizia costituisce l’argomento essenziale, in ogni caso l’argomento più forte, in favore della fede nella vita eterna. Il bisogno soltanto individuale di un appagamento che in questa vita ci è negato, dell’immortalità dell’amore che attendiamo, è certamente un motivo importante per credere che l’uomo sia fatto per l’eternità; ma solo in collegamento con l’impossibilità che l’ingiustizia della storia sia l’ultima parola, diviene pienamente convincente la necessità del ritorno di Cristo e della nuova vita.
44. La protesta contro Dio in nome della giustizia non serve. Un mondo senza Dio è un mondo senza speranza (Ef 2,12). Solo Dio può creare giustizia. E la fede ci dà la certezza: Egli lo fa. L’immagine del giudizio finale è in primo luogo non un’immagine terrificante, ma un’immagine di speranza; per noi forse addirittura l’immagine decisiva della speranza. Ma non è forse un’immagine di spavento? Io direi: è un’immagine che chiama in causa la responsabilità.  Un’immagine, quindi, di quello spavento di cui sant’Ilario dice che ogni nostra paura ha la sua collocazione nell’amore di Dio. Dio è giustizia e crea giustizia. E’ questa la nostra consolazione e la nostra speranza. Ma nella sua giustizia è insieme anche grazia. Questo lo sappiamo volgendo lo sguardo su Cristo crocifisso e risorto. Ambedue – giustizia e grazia – devono essere viste nel loro giusto collegamento interiore. La grazia, il dono non esclude la giustizia. Non cambia il torto in diritto. Non è una spugna che cancella tutto così che quanto s’è fatto sulla terra finisca per avere sempre lo stesso valore. Contro tale tipo di cielo e di grazia ha protestato a ragione, per esempio, Dostoevskij nel suo romanzo “I fratelli Karamazov”. I malvagi alla fine, nel banchetto eterno, non siederanno indistintamente a tavola accanto alle vittime, come se nulla fosse stato. Vorrei a questo punto citare un testo di Platone che esprime un presentimento del giusto giudizio che in gran parte rimane vero e salutare anche per il cristiano. Pur con immagini mitologiche, che però rendono  con evidenza inequivocabile la verità, egli dice che alla fine le anime staranno nude davanti al giudice. Ora non conta più ciò che esse erano una volta nella storia, ma solo ciò che sono in verità. “Ora (un giudice) ha davanti a sé forse l’anima di un [..] re o dominatore e non vede niente di sano in essa. La trova flagellata e piena di cicatrici provenienti da spergiuro e ingiustizia […] e tutto è storto, pieno di menzogna e superbia, e niente è dritto, perché essa è cresciuta senza verità. Ed egli vede come l’anima, a causa di arbitrio, esuberanza, spavalderia e sconsideratezza nell’agire, è caricata di smisuratezza e infamia. Di fronte a un tale spettacolo, egli manda subito nel carcere, dove subirà punizioni meritate […]. A volte, però, egli vede davanti a sé un’anima diversa, una che ha fatto una vita pia e sincera […], se ne compiace e la manda senz’altro alle isole dei beati”. Gesù nella parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro (Lc 16,19-31), ha presentato a nostro ammonimento l’immagine di una tale anima devastata dalla spavalderia e dall’opulenza, che ha creato essa stessa una forma invalicabile tra sé e il povero: la fossa della chiusura entro i piaceri materiali, la fossa della dimenticanza dell’altro, dell’incapacità di amare, che si trasforma ora in una sete ardente e ormai irrimediabile. Dobbiamo qui rilevare che Gesù in questa parabola non parla del destino definitivo dopo il giudizio universale, ma riprende una concezione che si trova, fra le altre, nel giudaismo antico, quella di una condizione intermedia tra morte e risurrezione, uno stato in cui la sentenza ultima manca ancora.
45. Questa idea vetero – giudaica della condizione intermedia include l’opinione che le anime che si trovano semplicemente in una sorta di custodia provvisoria, ma subiscono già una punizione, come dimostra la parabola del ricco epulone, o invece godono già di forme provvisorie di beatitudine. E infine non manca il pensiero che in questo stato sono possibili anche purificazioni e guarigioni, che rendono l’anima matura per la comunione con Dio. La Chiesa primitiva ha ripreso tali concezioni, dalle quali, poi, nella Chiesa occidentale, si è sviluppata man mano la dottrina del Purgatorio […]. Con la morte, la scelta di vita fatta dall’uomo diventa definitiva – questa sua vita davanti al Giudice. La sua scelta, che nel corso dell’intera vita ha preso forma, può avere caratteri diversi. Possono esserci persone che hanno distrutto totalmente in se stesse il desiderio della verità e la disponibilità all’amore. Persone in cui tutto è diventato menzogna; persone che hanno vissuto per l’odio e hanno calpestato in se stesse l’amore. E’ quanto una prospettiva terribile, ma alcune figure della stessa nostra storia lasciano discernere in modo spaventoso profili di tal genere. In simili individui non ci sarebbe più niente di rimediabile e la distruzione del bene sarebbe irrevocabile: è quanto si indica con la parola Inferno. Dall’altra parte possono esserci persone purissime, che si sono lasciate interamente penetrare da Dio e di conseguenza sono totalmente aperte al prossimo – persone, delle quali la comunione con Dio orienta già fin d’ora l’intero essere e il cui andare verso Dio conduce solo a compimento ciò che ormai sono”.
Compendio
207. Che cos’è la vita eterna?
La vita eterna è quella che inizierà subito dopo morte. Essa non avrà fine. Sarà preceduta per ognuno da un giudizio particolare ad opera di Cristo, giudice dei vivi e dei morti, e sarà sancita dal giudizio finale.
208. Che cos’è il giudizio particolare?
E’ il giudizio di retribuzione immediata, che ciascuno, fin dalla sua morte, riceve da Dio nella sua anima immortale, in rapporto alla sua fede e alle sue opere. Tale retribuzione consiste nell’accesso alla beatitudine del cielo, immediatamente o dopo una adeguata purificazione, oppure alla dannazione eterna nell’inferno.
209.
Che cosa si intende per “cielo”?
Per “cielo” s’intende lo stato di felicità suprema e definitiva. Quelli che muoiono nella grazia di Dio e non hanno bisogno di ulteriore purificazione sono riuniti attorno a Gesù e a Maria, agli Angeli e ai Santi. Formano così la Chiesa del cielo, dove essi vedono Dio “faccia a faccia” (1 Cor 13,12), vivono in comunione d’amore con la Santissima Trinità e intercedono per noi.
L’Inferno o fallimento eterno dell’esistenza
Dov’è l’Inferno? Ci sono tanti dannati?
La risposta circa il “luogo” dell’Inferno può essere soddisfatta con una riflessione teologica. Se ci si rende conto del fatto che l’aldilà non riserva sorprese soltanto circa il tempo, ma anche circa lo spazio. Si tratta di uno spazio simile al nostro, o addirittura contiguo al nostro?
Dove immaginarlo? Ma poi, ancor prima, ha senso uno spazio di dannazione per anime o persone che sono entrate in una fase di esistenza che non è più terrestre e in un divenire come il nostro eppure diverso dal nostro? Non si tratta di riaggiustare la concezione dell’universo, geocentrica, eliocentrica o altro. Si tratta, molto più radicalmente, di intuire che si è su un piano diverso di realtà e, dunque, di comprensione. Si dica, allora, che l’Inferno è uno stato di vita, frenando un poco la fantasia. O usandola, ma con la costante consapevolezza che le immagini sono materiale da interpretare. Per quanto concerne, invece, l’eventuale “popolazione” dell’Inferno –“quanti” e “chi” – siamo di fronte a interrogativi a cui Cristo stesso si è sempre rifiutato di rispondere.
Si possono analizzare i testi del Signore Gesù  o della Chiesa primitiva o del Magistero susseguente: nessuno di essi permette di affermare con sicurezza che – a parte gli angeli decaduti e quindi l’inferno creato da persone e non da Dio esiste – vi siano uomini dannati. Ancor meno si riesce a stabilire il numero e l’identità. Nemmeno per Giuda. Alla porta larga attraverso la quale molti sono coloro che entrano per il fallimento dell’esistenza, si può opporre la preghiera di Cristo che da parte sua è venuto  a redimere tutti, o la volontà di Dio che vuole tutti salvi e che nessuno perisca. Rimane, però, il rischio del libero arbitrio da parte delle persone umane. Non c’è salvezza senza anche di noi!
Pro o contro. Non si è alle prese con un rompicapo. Si è di fronte a una precisa volontà del Signore Gesù, il quale non intende dare una sorta di reportage in anticipo su ciò che sarà oltre la morte e oltre la conclusione dell’universo in cieli nuovi e terra nuova. Intende invece, responsabilizzare sempre ogni persona. Vigilate. Pregate. Fate penitenza…Non è lo stesso fare il bene e fare il male. Se no, pur con la possibilità meravigliosa del perdono, rimane il rischio della disperazione senza fine. Il discorso di fede, comunque, non va mai incontro a prurigini per sapere gli esiti del libero arbitrio umano che si misura con Dio, con il Donatore del proprio e altrui essere dono responsabile; interpella, invece, il libero arbitrio umano perché si converta continuamente e accolga la dilezione e la misericordia del Padre attraverso l’incarnazione e risurrezione del Figlio nello Spirito Santo.
Non si discute dei “Novissimi” come di “cose”, di “robot” che avvengono senza la nostra responsabilità. Ci si mette in questione davanti ai “Novissimi” che aprono opposte possibilità al libero arbitrio. La storia dei risultati la si vedrà poi al giudizio universale, a conclusione avvenuta.
In che cosa consiste l’inferno?
Forse, sarebbe più agevole dare prima gli insegnamenti circa il Paradiso, e poi ribaltare l’esposizione per intravvedere la realtà dell’Inferno. Qui si è preferito seguire lo schema catechistico tradizionale degli ultimi secoli. Del resto, anche gli accenni che si faranno alla beatitudine presuppongono un poco tutta l’esposizione del dato rivelato circa Dio fino alla rivelazione completa nell’incarnazione, passione, morte, risurrezione, ascensione del Figlio del Padre e invio dello Spirito, quindi la creazione, da dove viene e a che cosa è destinato ogni uomo, il peccato d’origine, la chiamata dell’umanità alla salvezza, la Chiesa corpo visibile del crocefisso risorto…Tutto il Credo da quello apostolico a quello del Compendio, cioè Bibbia, Tradizione, Magistero con qualche puntata nella morale.
Un metodo per giungere a dire qualcosa di sensato – di rispondente alla rivelazione – può essere quello di analizzare la situazione del peccatore, riportandola alle sue estreme conseguenze. Poi si coglieranno meglio gli spinti per una qualche comprensione dell’Inferno. Dell’Inferno o, forse meglio della dannazione, o del dannato, poiché si tratta di soggetti umani che sono in gioco. Si parla di noi, almeno anche come rischio in connubio indisgiungibile con la possibilità meravigliosa di esseri creati intelligenti e liberi nella volontà.
Come è noto, si dà peccato grave o mortale, si dà quella scelta cioè, che ogni persona – e la persona credente in particolare – compie contro la volontà del Padre, di Dio rifiutando il suo amore, anche l’amore che arriva al perdono per ribellione orgogliosa o per noncuranza responsabile. Anche la noncuranza responsabile può essere disprezzo sottile nella misura in cui l’uomo, l’essere umano maschio-femmina, ha in sé, come dono del Donatore divino cioè nella realtà, nella verità che rende liberi, responsabili, nel proprio e altrui essere come di tutto il mondo. Questo originario senso religioso è comune, c’è in tutti e giunge a cogliere storicamente il mistero del perdono e della grazia. Ora in ogni persona, nel peccato veramente grave, pienamente avvertito e voluto cioè mortale, ogni persona non si limita a compiere dei gesti oggettivamente contrari alla legge morale – naturale ed evangelica -; impegna tutto il suo libero arbitrio per la libertà nella verità e nel bene, decidendo pienamente e definitivamente nel suo no a Dio, al Donatore divino di ogni bene, al Padre che si manifesta in Cristo, e quindi come figlio prodigo che non vuol ritornare a casa.
Pienamente. Ciò significa che, per quanto sta in lui, impegna tutte le proprie forze. Definitivamente. Ciò significa che, per quanto sta in lui, l’uomo determina il proprio destino per sempre. Il fatto, che egli possa rivedere la scelta compiuta, dipende dalla sua condizione terrena ancor fluida, non cristalizzata, se si può dire.
Col passaggio della morte, come si è rilevato, la capacità, la possibilità di decisione si fissa per sempre sul valore, o non valore, su cui è puntata la vita.
Il peccatore, al di là dal tempo della salvezza, si scopre, così, come un io che ha voluto erigersi ad assoluto, a misura del vero e del falso, del bene e del male, costituendosi da sé il proprio progetto di vita e di destino. L’autonomia assoluta è la caratteristica del peccato che non lascia spazio a Dio.
Il Dio condiscendente che si para davanti al dannato: il Dio che ha mandato il suo Figlio unigenito a farsi uomo e a morire e risorgere per noi; il Dio che in Cristo ha effuso lo Spirito di grazia e di consolazione nella Chiesa e nel mondo: questo Dio vede il no buttatogli in faccia, rifiutato totalmente ed eternamente.
La scelta contro Dio potrebbe apparire come un fatto estraneo o, quanto meno, periferico all’uomo, se non si ponesse mente alla necessità, all’esigenza che l’uomo porta in sé ad attuarsi pienamente nel Dio di Gesù Cristo. Il mistero dell’uomo trova spiegazione e attuazione soltanto nel più grande mistero di Cristo.
Ciò non solo a causa del peccato di origine in cui fin dal concepimento veniamo immersi e delle colpe personali susseguenti che l’uomo ha bisogno di farsi perdonare, ne sente la necessità. Ma anche perché l’uomo storico non raggiunge la propria perfezione, se non la riceve dall’”esterno”, da Altro da sé: dal Dio redentore che chiama ogni uomo a partecipare alla sua vita di grazia, di perdono.
Paradosso dell’uomo, che non può rimanere soltanto uomo: originariamente sente il bisogno, la necessità di essere “divinizzato” come figlio nel Figlio nell’io nella fraternità o “incompiuto”, infelice: colpevolmente incompiuto.
E dissociato, solo. Dissociato, perché egli non ha il potere di annullare la tendenza, l’aspirazione, l’esigenza di comunione e di vita fraterna con Dio. E d’altra parte, non si accetta al punto da compiere liberamente questa esigenza nella comunione con Dio e con i fratelli.
Si opera in tal modo una sorta di schizofrenizzazione esistenziale, prima che psicologica, del dannato. Una schizofrenizzazione che è orientamento voluto all’assurdo. Ha bisogno continuamente di riamare Dio nel  perdono. Solo in questa risposta troverebbe la felicità. Non tenta e ritenta di volerla, senza tener presente al rischio infernale. Ma, al tempo stesso, fino al momento terminale di questa vita temporale non gli è dato di sradicare dal cuore il desiderio, il bisogno di Dio. La contraddizione è evidente.  Può divenire tragico se la contraddizione divenisse consapevole e deliberata con piena avvertenza e deliberato consenso.
La sofferenza che ne deriva può essere solo intravveduta a partire dall’esperienza del rimorso cui non si vuol dare ascolto con altri idoli e che permane.
Se, poi, è vero – come è vero – che ogni io è un essere sociale cioè persona, chiamato non solo alla solidarietà dell’identica stirpe, ma alla comunione fraterna che ha per nodo segreto lo Spirito che conforma a Cristo e che di molti fa “uno” in Cristo, allora risulta chiaro che il peccato è solitudine e la dannazione è solitudine portata all’acme. Solitudine che si traduce in odio lucidissimo, fermissimo e irrevocabile.
V’è un altro aspetto da mettere in evidenza. L’uomo, in “Adamo-Eva” e sovrabbondantemente in Cristo, è vocato a un rapporto con l’essere dono del Donatore divino come del Cosmo, che è insieme contemplazione e di misurato e gioioso dominio. Ciò avverrà pienamente in cieli nuovi e terra nuova.
Questo rapporto armonico con le cose create viene rotto mediante il peccato che è disgregazione. Diventa sopruso – sopruso voluto – della natura sul dannato. Ciò che doveva essere motivo di letizia, diviene motivo di sofferenza recata al sommo. Monti, cadete su di noi e seppellitici. Ma anche il seppellimento non è annichilazione.
La violazione di queste componenti essenziali dell’uomo – la componente religiosa, di accoglienza del proprio e altrui essere dono divino, di divenire quello che si è facendosi dono fraterno e di contemplazione e dominio del cosmo -: tale violazione non è stato episodico o passeggero nel dannato; è condizione eterna, non mutabile, non correggibile. Per il semplice fatto che il dannato si è liberamente posto lui stesso in una situazione definitiva. E’ la disperazione senza scampo.
In termini tecnici, la teologia dei vecchi manuali si esprimeva affermando che c’è la “pena del danno”, derivata dalla contrapposizione con il Donatore divino del proprio e altrui essere dono, e la “pena del senso”, derivato dalla contrasto con l’essere dono delle realtà materiali. E richiamava il “fuoco” in chiave simbolica giustamente.
C’è da stupirsi che, di solito, non prendesse in considerazione anche la più terribile che si potrebbe chiamare la “pena della solitudine”. Ma l’omissione è da imputare, forse, a una certa concezione individualistica dell’aldilà come nell’aldiquà. Si parla di queste cose con spavento. E una certa chiarezza e un certo sforzo di riflettere sull’esperienza del peccato non fanno che accrescere lo smarrimento, il panico, non certo inutile per non peccare. Ritenere inopportuna la meditazione dei novissimi è oggi il rischio più grave!
Perché l’Inferno?
Qualche punto di risposta è già stato offerto all’interrogativo. Ma c’è da pensare che l’interrogativo stesso si riferisca al nocciolo della questione. Vale a dire: come è ipotizzabile che Dio possa permettere peccati che sono causa dell’infelicità radicale dell’uomo? Che Dio possa castigare persone che ha creato per la felicità? Che Dio possa essere beato e ricevere gloria dalla dannazione di coloro che erano chiamati a essere suoi figli? 
IL PARADISO
Dov’è il Paradiso? Ci sono dei beati? Chi sono?
Per il luogo, dobbiamo dire qui, che il Paradiso non è da collocare chissà dove, in cielo magari; ma è una condizione di vita che attraversa e si compone con la nostra, pur tanto diversa. A maggior ragione perché, se l’Inferno poteva presentare qualche difficoltà  causa del male che c’è nella dannazione e soprattutto, poi, a motivo dei corpi risorti, per il Paradiso abbiamo persone giunte alla loro pienezza in Cristo, e almeno due risorti: il Signore Gesù stesso nella sua umanità e la Madonna assunta in anima e corpo. E’ la pace dei morti che ci avvolge e che ci rende prossimi ai santi, alle anime sante.
Per quanto concerne poi, il problema se ci sono e chi sono i beati in Paradiso, la risposta non può essere che assai meno contorta di quella data per i dannati all’Inferno, anche se non del tutto completa. Più che di Inferno e Paradiso sarebbe meglio parlare di dannati e di santi.
La fede della Chiesa ci assicura che i beati ci sono e ne conosciamo molti, anzi biblicamente una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua.
C’è Cristo. C’è sua Madre. Ma, accanto a loro, ci sono senz’altro i santi che la Chiesa ha canonizzato o beatificato. Una schiera che include apostoli, martiri, vergini, confessori da riempire i giorni del calendario, le formule delle litanie e le pagine del Martirologio.
Ma poi, ci sono tutti gli altri che non sono passati attraverso la fama del Popolo di Dio o i processi canonici della Curia romana. Nomi che non sono pronunciati singolarmente nella liturgia, ma che entrano nel “santi e sante tutti del Signore”, come in un lungo sterminato “eccetera” che la Chiesa ci fa dire, con spiegata esultanza, per indicare coloro che nessuno può numerare e che si fanno presenti, operano in ogni Celebrazione eucaristica.
E tra loro speriamo – o talvolta siamo certi nell’intimo – di trovare persone comunissime le quali hanno svolto un’esistenza incomprensibile senza che fosse affidata al Signore: madri di famiglia, operai, professori universitari, netturbini, ragazzi dolci e fieri, ragazze pulite, monache, magistrati e così via. Anche persone che si sono state vicine e ci hanno fatto intuire, nella loro coerenza e nella loro umiltà, qualche raggio della luce di Dio. A ogni buon conto, la Chiesa, per non dimenticare queste persone e al tempo stesso per non identificarle singolarmente, ci fa celebrare la solennità di Tutti i santi in Paradiso e la memoria dei Defunti in Purgatorio.
Che cos’è il Paradiso?
Si tratta di cogliere in che cosa consista la beatitudine: è la vita di grazia.
La comunione filiale e fraterna col Padre, attraverso Cristo vivo, presente e operante nella Chiesa con il dono dello Spirito. Una comunione che non si limita al fatto che lo Spirito ci abita, ci conforma al Signore Gesù e ci porta, a lode di gloria, nel seno del Padre, della paternità divina universale. Una comunione che avverte, conosce e percepisce – in modo immediato e totale, quanto è consentito a esseri finiti, la realtà in cui siamo immersi.
Vedremo Dio come egli è, nella sua vita intima e segreta, senza mediazioni. Conosceremo Dio come da lui siamo conosciuti. Brividi di gaudio, a ben riflettere.
Saremo completamente compenetrati in Dio, così da esserne distinti soltanto quanto basta per amarci.
E ciò segnerà il compimento della nostra aspirazione più profonda. Il compimento che supererà l’attesa. Il compimento previsto e sorprendente. E sarà l’esplodere completo e dolce di una gioia di vivere che aspettava la propria evidenza.
E saremo davvero noi, col nostro unico nome: riconciliati perfettamente con noi stessi, perché perdutamente amati da Dio. Aggiungiamo qui che, almeno dopo la risurrezione, non sarà soltanto l’anima a godere, ma l’intero io umano, con il corpo, la componente emotiva e tutto ciò che lo costituisce.
Fin da subito però, la beatitudine non sarà un gioire solitario. Sarà uno stupito, attonito e grato ritrovarsi tra persone che si sono conosciute e amate lungo l’esistenza terrena.
Un morente, o anche uno che guarda alla morte da lontano –ma chissà -, non ha la possibilità di fissarsi una lista di coloro che vorrà incontrare di là, appena Dio lo accoglie? E sarà un lungo interminabile abbraccio: un affetto non più soffocato o nascosto in pieghe d’anima non capite. La comunione dei santi; che non è soltanto questa compagnia, ma è anche, questa compagnia.
E ancora: sarà contemplare le opere di Dio ed esaltarne senza limite e senza termine. Le opere di Dio, anche quelle compiute dall’uomo: poesia, musica, immagine, oltre i paesaggi indescrivibili del Regno cioè dell’Amore.
La rivelazione non si attarda molto a esprimere in positivo ciò che proveremo quando sarà asciugata ogni lacrima e Dio sarà tutto in tutti. Ricorre a simboli più che a idee. Parla della vita veramente vita, della luce, della pace, del banchetto, delle nozze, ecc. Soprattutto ricorre a frasi negative per alludere a ciò che non si può definire; per renderci accorti che sarà di più e diverso rispetto a ciò che comprendiamo e aspettiamo. “Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore d’uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano” (1 Cor 2,9).
E per sempre. Non come un tempo annoiato che passa lento, ma come uno di quegli istanti di stupore in cui tutto l’essere si erge e vorrebbe che il tempo si fermasse.
Che cosa fanno i santi per noi?
Il rischio non è soltanto di rimanere sempre al di sotto del segno nel parlare della beatitudine. E’ anche quello di abbozzare una situazione astratta, statica, mentre si ha a che fare con persone che vivono, intendono, vogliono, amano, agiscono.
Diciamo che già con il loro essere, i santi ci aiutano poiché ci sono modelli. Nel cuore che si è convertito, ma anche nel modo di attuare la conversione: uomini, donne, casalinghe, vescovi, emotivi, razionali, capaci di studio, capaci di comando, capaci di obbedienza. E le sottolineature sono indefinite: chi evidenzia l’amore ai poveri, chi evidenzia la passione per la verità, chi esprime particolarmente la dolcezza o l’ordine interiore o il dominio delle passioni o la cura per la Chiesa o l’entusiasmo missionario o la fortezza del martirio … Una stella differisce da un’altra nel brillio della sua luce e nessuna esaurisce il fulgore di Cristo e la scapigliata fantasia dello Spirito.
Ci sono modelli, intercedono per noi, anche i santi. Qui troviamo una nota, spesso lasciata in ombra, dello stile di Dio. Dio non crea soltanto esseri capaci di eseguire; crea pure esseri capaci di cooperare, attivi, creativi.
E’ il caso – inarrivabile – di Maria che ci assiste con la sua mediazione materna. Ma è anche il caso – più modesto, eppur prezioso – dei santi che pregano per noi. Ascoltano quando li invochiamo permettendo di agire per noi; ci seguono con attenzione e tenerezza. E intercedono a nostro favore. Quasi ci si mettono accanto per accompagnarci nel nostro cammino spesso aspro.
Non ci sarebbe da aggiungere che i santi ci aiutano anche perché tengono desta in noi la speranza di giungere alla beatitudine, alla meta da loro già raggiunta?
Come si diventa santi?
I santi, prima di essere santi, non lo erano, non sono stati concepiti, nati santi. Significa che non sono piombati dal cielo già confezionati, ma si sono fatti su questa nostra povera terra, tentando e ritentando spesso senza riuscire e lasciandosi riconciliare, perdonare, ricreare, ricominciare: la morale cristiana è tensione!
Il vivere in grazia – che già esprime tutto – è seguire il dinamismo della grazia; dello Spirito che ci istruisce e ci guida progressivamente dal di dentro all’assimilazione del Signore Gesù. Il morire all’autosufficienza, all’idolatria di noi stessi, al peccato, per essere e divenire sempre più creature nuove che si donano data la verità dell’essere dono, perdono del Donatore divino. Il camminare magari arrancando, ma sapendo che si ha una meta precisa, una grande meta. Il non pretendere che Dio, dato il connubio della sua e della nostra libertà, ci mostri il tracciato della nostra chiamata fino in fondo, ma il procedere passo dopo passo, con la certezza che Dio non ci lascia mai soli. L’abbandonarsi alla provvidenza paterna che vede e provvede con una onnipotenza più grande delle nostre necessità, non potendo risparmiarci né sofferenze né ombre, pur assicurandoci solida tenerezza. Il sapere che altri prima di noi, hanno sofferto e ora sono a casa, giunti alla meta. Se questi e queste perché non io? E’ senza caricature la vita cristiana, rendendola preoccupata soprattutto dell’aldilà, oltre questa  valle di lacrime. Poiché l’amore si manifesta nella contemplazione, ma anche nel servizio agli altri, nell’impegno per un mondo più libero e giusto … Ciascuno secondo i suoi doni e la sua chiamata.
Vi sono anticipazioni della beatitudine, del Paradiso?
In un certo senso, sì; esperienze che ci fanno intravvedere che cosa sarà la conclusione della vita in Dio e che ci stimolano a non afflosciarci sulle nostre mestizie, sulle nostre inquietudini, sulle nostra fragilità, sui nostri peccati.
L’impazienza e la pace che si avverte nello stare con il Signore. Vedremo, ameremo, godremo la freschezza di un’amicizia che ci apre già qualche spiraglio su ciò che sarà la comunione dei santi. La gioia della contemplazione della natura, della lettura o composizione di un testo, di un incontro, dell’ascolto di un brano di musica e così via.
Anticipazioni significative. Poiché, se vale una cesura tra la vita terrena e la vita veramente vita, beata con ogni bene senza più alcun male, vale anche una significativa continuità.
Anticipazioni in un certo senso, si diceva. Le quali, tuttavia, non hanno l’ambiguità di quelle della dannazione, dell’inferno. Certo, uno può anche arrestarsi sulla via, sul cammino della santità. Può tornare indietro, voler cambiare direzione idolatrando il presente, il passato. Ma se ci si riprende e si persiste nella sequela del Signore, la gioia va crescendo, pur nel pianto. E il passo si fa più sicuro e lesto.
Il Signore sa attendere. Tra noi, ma per disvelarcisi, come in un gioco a nascondino, e i santi trepidano: “Venite”.
“Dall’altra parte possono esserci persone purissime, che si sono lasciate interamente penetrare da Dio e di conseguenza sono totalmente aperte al prossimo – persone, delle quali la comunione con Dio orienta già fin d’ora l’intero essere e il cui andare verso Dio conduce solo a compimento ciò che ormai sono” (Spe salvi, n.45).
Dal Catechismo: Che cosa si intende per “cielo”? 209: “Per ‘cielo’ si intende lo stato di felicità suprema e definitiva. Quelli che muoiono nella grazia di Dio e non hanno bisogno di ulteriore purificazione sono riuniti attorno a Gesù e a Maria, agli Angeli e ai Santi. Formano così la Chiesa del cielo, dove essi vedono Dio ‘faccia a faccia’ (1 Cor 13,12), vivono in comunione d’amore con la Santissima Trinità e intercedono per noi”.

PURGATORIO
La fede ci parla di Dio che non solo perdona le colpe ma purifica le anime che si lasciano purificare, soffrendo, dalle pene, conseguenti il peccato.
Perché un possibile periodo – esprimiamoci così dal momento che in Dio il tempo non esiste – di attesa, di là dalla morte, prima di accedere alla piena intimità con Dio, con ogni bene senza più alcun male?
Sarebbe bello – o forse no – che la libertà umana fosse capace soltanto del positivo o del negativo in sommo grado, senza riserve, senza resistenze. Conversioni soltanto con tutte le forze e in modo radicale. Voltafaccia a Dio, compiuti senza mezze misure, senza diplomazia.
Ed escludiamo pure le ribellioni compiute a metà, stiracchiate nel tempo, nemmeno decise, ma quasi in modo notarile registrate nel lasciarci condurre dalla tendenza ad abbarbicarci alle cose, a legarci alle persone come fossero tutto o a fissarci a noi stessi erigendo il nostro libero arbitrio a valore fondamentale al quale tutti gli altri dovrebbero sottostare, senza affrontare il disagio di un “no” secco buttato in faccia  al Padre, a Dio: così Dio rimane escluso dalla cultura e dalla vita pubblica come nell’attuale secolarizzazione, è uscito dall’attuale attenzione e dilezione. Sarebbe come prepararci alla disperazione dell’ultimo momento di vita senza nemmeno un atto che può avere un suo perverso eroismo. Sarebbe come uno scoprire d’essere nel fondo della colpa, ma essendovi giunti a piccoli passi, su un piano inclinato, quasi insensibilmente, per distrazione. L’Inferno sarebbe raggiunto da dilettanti, nemmeno da professionisti della colpa.
No. Il caso è diverso. E’ il caso di chi si è consegnato a Dio, ma mantenendosi qualche angolo d’anima per sé, senza tirare tutte le conseguenze di una revisione di vita, senza impegnare tutta la volontà, nel rispondere alla chiamata di grazia, concedendosi ancora, in parte, alle propensioni cattive. Un rinnovarsi, ma non lasciando che Dio chieda tutto. Un liberarsi dal male, ma desiderandolo ancora un poco, con qualche nostalgia della fuga da casa, della dissipazione e delle carrube dei porci (Lc 15,11-32). Un decidersi per Dio, ma quasi chiedendo a Dio che non ci prenda sulla parola e interamente. Uno scegliere la luce, ma con il persistere di un morboso fascino del chiaroscuro.
Sono situazioni che comprendiamo benissimo, perché le esperimentiamo ogni giorno. Situazioni che sembrano inevitabili, quando si vive nel groviglio di spirito e materia, nella lotta tra il Signore della storia e il “padrone del mondo”, nell’attrazione delle cose da nulla che sembrano più fascinose della chiamata di Dio, nella debolezza di una capacità di scelta che può invocare la forza della radicalità, ma esita.
La fede chiama queste piccole vigliaccherie peccati veniali, cioè, mancanza di vigore della carità, non prontezza risoluta a staccarci dal fascino del tenebroso; consegna del cuore a Dio, ma tenendo ben stretto qualche sentimento, qualche compensazione che intristisce, lasciandoci prendere quasi dalla paura di fronte all’esultanza di Dio che dilaga; cioè, il dar tutto, tranne qualcosa. Il salire sulla croce, ma con una mano sola e con un piede solo. Si sta più comodi e si tira più a lungo. Ma, appunto, si ritrae l’altra mano e l’altro piede perché i chiodi non vi si conficchino e ne risulti un’immagine del Signore parziale e un po’ sconcia e un po’ grottesca.
Ci si può lagnare di queste miserie. Che non sono tali da provocare il vomito di Dio –ci si scusi – poiché non sei né freddo né caldo (Ap 3,15-16). E, tuttavia, un po’ di malizia la provocano. Una mestizia che inclina alla misericordia, con nostra vergogna. Per nostra fortuna di mediocri che però, non hanno ancora spento un anelito alla perfezione, pur lasciata sulla sfondo.
Che ne fa, Dio, di persone come queste? Come molti, quasi tutti noi?
Usa misericordia, la misericordia più coraggiosa e più spinta che, forse, si possa immaginare. E inventa la possibilità di una riparazione anche oltre i limiti scaduti di questa vita nel morire.
Il Purgatorio non è affermato dalla rivelazione con la chiarezza esplicita del Paradiso e dell’Inferno, le due alternative radicali. E’ accennato in alcuni passi dell’Antico Testamento e in alcuni detti di Cristo che lasciano intuire la possibilità di perdono, da parte di Dio, anche nel secolo futuro. E da un brano di Paolo che parla di una strana purificazione nell’al di là come attraverso il fuoco (1 Cor 3,15). E’, però, reso dottrina palese dalla Chiesa che riflette su un fatto innegabile: la preghiera a favore dei morti, che compare come uso spontaneo fin dai primi cristiani e anche prima.
 Ne parla Benedetto XVI in Spe salvi nn. 46-47: “Secondo le nostre esperienze, tuttavia, né l’uno né l’altro è il caso normale dell’esistenza umana cioè un si totale o un no totale. Nella gran parte degli uomini – così possiamo supporre – rimane presente nel più profondo della loro essenza un’ultima apertura interiore alla verità, per l’amore, per Dio. Nelle concrete scelte della vita, però, essa è ricoperta da sempre nuovi compromessi col male – molta sporcizia copre la purezza, di cui tuttavia, è rimasta la sete e che, ciononostante, riemerge sempre di nuovo da tutta la bassezza e rimane presente nell’anima. Che cosa avviene di simili individui quando compaiono davanti al giudice? Tutte le cose sporche che hanno accumulate nella loro vita diverranno forse irrilevanti? O che cosa d’altro accadrà? San Paolo, nella Prima Lettera ai Corinti, ci dà un’idea del differente impatto del giudizio di Dio sull’uomo a seconda delle sue condizioni … Paolo dice dell’esistenza cristiana innanzitutto che essa è costruita sul fondamento comune: Gesù Cristo. Questo fondamento resiste. Se siamo rimasti saldi su questo fondamento e abbiamo costruito su di esso la nostra vita, sappiamo che questo fondamento non ci può essere sottratto neppure dalla morte. Poi Paolo continua: “Se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile; la farà conoscere quel giorno che si manifesterà con il fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno. Se l’opera che uno costruì sul fondamento resisterà, costui ne riceverà ricompensa: ma se l’opera finirà bruciata, sarà punito; tuttavia egli si salverà, però attraverso il fuoco” (3,12-15). In questo testo, in ogni caso, diventa evidente che il salvamento degli uomini può avere forme diverse … il fuoco che brucia e insieme salva, purifica sia Cristo stesso, il Giudice e Salvatore. L’incontro con Lui è l’atto decisivo del Giudizio. E’ l’incontro con Lui che, bruciandoci, purificandoci, ci trasforma e ci libera per farci diventare veramente noi stessi. Le cose edificate durante la vita possono allora rivelarsi paglia secca, vuota millanteria e crollare. Ma nel dolore di questo incontro, in cui l’impuro e il malsano del nostro essere si rendono a noi evidenti, sta la salvezza. Il suo sguardo, il tocco del suo cuore ci risana, ci purifica mediante una trasformazione certamente dolorosa “come attraverso il fuoco”. E’, tuttavia, un dolore beato, in cui il potere santo del suo amore ci penetra come fiamma, consentendoci alla fine di essere totalmente noi stessi e con ciò totalmente di Dio. Così si rende evidente anche una compenetrazione di giustizia e di grazia: il nostro modo di vivere non è irrilevante, ma la nostra sporcizia non ci macchia eternamente, se almeno siamo stati protesi verso Cristo, verso la verità  e verso l’amore misericordioso con Dio e i fratelli. In fin dei conti, questa nostra sporcizia è già stata bruciata nella passione di Cristo. Nel momento del Giudizio sperimentiamo e accogliamo questo prevalere del suo amore su tutto il male nel mondo ed in noi. Il dolore dell’amore del Padre in Cristo diventa la nostra salvezza e la nostra gioia”. E’ la descrizione esaustiva della purificazione ultraterrena del Purgatorio. 
Che cos’è il Purgatorio?
Dopo esserci detestati per le nostre grettezze – sono tali, di fronte a un amore sconfinato – occorrerà ammettere che il Purgatorio è per chi, pur zoppicando, tergiversando, difendendosi quasi, ha scelto per Dio. E per chi vive un poi ansimante in grazia e, davanti al Signore, nel giudizio che avviene nel momento stesso della separazione dell’anima dal corpo, con un po’ di rossore, si scopre da introdurre nella beatitudine della vita veramente vita.
Da introdurre. Non ancora introdotto. Ciò implica che le anime del Purgatorio – le povere anime del Purgatorio bisognose del nostro suffragio –sono certe di essere ammesse alla beatitudine, sono anime sante: ma sono in attesa indubitabile della comunione eterna con Dio attraverso la purificazione.
A ben guardare, però, altro che “povere anime”: noi, semmai, siamo ancora a rischio, nell’ondeggiamento a cui è esposta la nostra libertà, ma loro no!.
La certezza di essere accolte nella pace di Dio è accompagnata e, anzi, motivata dall’esigenza di una purificazione che le anime del Purgatorio avvertono. Purificazione che significa sofferenza e attesa anche del nostro aiuto e insieme del loro per noi.
C’è chi ha detto che le pene del Purgatorio sono come la fotocopia temporanea alle pene dell’inferno. Nulla di più errato per due ragioni. Perché il senso di attesa che caratterizza è diametralmente all’opposto della condizione di eventuali dannati. Per il dannato la partita è chiusa con un fallimento programmato e deciso. La solitudine,  la definitività del distacco da Dio e dai fratelli sono elementi che provocano un atteggiamento disperato. Per chi invece vive la vigilia nella purificazione, l’atteggiamento è di attesa e di impazienza per l’incontro eterno con Dio. Si è alla porta. La porta si aprirà anche per le nostre preghiere, la nostra carità di suffragio.
E, poi, il dolore. Per il dannato è sorte decisiva per sempre. La sofferenza, per lui non ha né senso, né valore, né fine, se non l’autopunizione che ha scelto. Non porta nulla di positivo. Non risolve nulla di una situazione senza uscite. Per chi attende di essere accolto dal Padre come figli nel Figlio, la sofferenza tende alla preparazione all’incontro beatificante. E’ un poco come il predisporsi a un appuntamento desiderato, agognato, già stabilito senza timori che vada a vuoto.
Sofferenze. La dottrina cattolica specifica che si tratta di sofferenze che purificano. 
L’anima sa di essere pronta alla comunione con Dio, perché deve togliere le scorie della sua tiepidità, deve destarsi a un amore totale, senza scarti.
L’immagine del fuoco – da prendere come immagine – esprime bene questo cadere degli ostacoli e questo crescere nel fervore e nella disponibilità.
Avevamo lasciato un interrogativo a mezz’aria. Come riconoscere una sorta di possibilità di scelta e di responsabilità oltre il tempo, mentre il libero arbitrio non è più capace di determinarsi dopo la morte?
Ebbene, il Purgatorio non è una sorte di periodo intermedio tra la vita terrena e l’aldilà. E’ già aldilà. Non è nemmeno una sorta di dilazione della possibilità di rispondere attivamente all’azione di Dio per la salvezza. E’, invece, pura accettazione consapevole e docile, da parte dell’anima, dell’intervento di Dio che purifica e la predispone. L’attività è tutta di Dio. Se si può dire: è gioia di Dio che fa dolorare. Si tratta di premura tenerissima che in qualche modo supplisce alla svogliatezza dell’uomo e completa uno sforzo che l’uomo non ha espresso nella vita terrena. Di contro –o in perfetta docilità –l’anima subisce questo intervento dolce e acre di Dio; ma lo subisce accogliendolo con gratitudine, invocandolo, supplicandolo. Si lascia amare come mai si è lasciata amare: concedendosi senza resistenza e, anzi, gioendo – se si può dire – della sofferenza che patisce: la sofferenza è rimasta l’unico modo per completare la conversione. Con umiltà. Con fiducia. Con gratitudine.
Possiamo aiutare le anime del purgatorio? Ed esse possono aiutarci?
Il rapporto interpersonale tra l’anima e Dio manifesta il nocciolo del la situazione di purificazione.
E tuttavia, Dio non va sognato come il Dio degli illuministi o dei deisti, dei massoni, come un orologiaio che una volta costruito l’orologio non c’entra più con quello che costruito cioè la secolarizzazione: lontano, arido, l’architetto, l’orologiaio del mondo che creatolo non c’entra più: l’attuale secolarismo che lo esclude dalla cultura e dalla vita pubblica. Così come la persona in Purgatorio non va immaginata come estranea ai fratelli che vivono nel mondo come riescono, nella fede.
Nel Signore Gesù si è consumata la redenzione. La si è consumata non in modo da escludere ogni collaborazione responsabile. Il Dio cristiano esprime la sua grandezza non soltanto chiamando all’esistenza e salvando, ma anche coinvolgendo gli uomini a partecipare alla loro attuazione di grazia: singolarmente e per gli altri. Completo ciò che manca alla passione di Cristo (Col 1,24). Ciò che manca: vale a dire, la risposta che chiede e la possibilità di aiutare nelle loro difficoltà e nelle loro fragilità.
Non è il caso delle anime del Purgatorio, almeno per se stesse. Possono soltanto ricevere, non dare. Possono ricevere però, non solo da Dio, ma anche dai santi già approdati all’eternità e da quelli che ancora sono in cammino nella vita terrestre.
Ed ecco il “suffragio”: le Messe fatte celebrare per i morti, le preghiere, le elemosine, le mortificazioni …
Occorre che ci si renda conto ancora una volta che, Inferno a parte, le diverse condizioni di vita quali il paradiso, il Purgatorio e l’esistenza nel tempo, non sono cerchi chiusi e non comunicanti: specie di compartimenti-stagno; sono situazioni aperte tra loro. Si scambiano reciprocamente doni, si aiutano vicendevolmente.
In termini concreti: alla Celebrazione dell’Eucaristia partecipano non solo i credenti ancora in vita, ma anche i santi del Paradiso e le anime sante del Purgatorio. Un’unica chiesa (trionfante, purgante, militante) i cui membri sono uniti nel Signore Gesù, Capo del Suo corpo di risorto, vivo.
Perciò ogni attualizzazione sacramentale del sacrificio della croce nella Celebrazione eucaristica sollecita la purificazione di chi aspetta di vedere Dio in Purgatorio. Perciò i santi bramano la comunione anche con i loro fratelli che vi si preparano nella sofferenza. La Madonna del Carmelo ha rivelato di liberare le anime purganti al primo sabato dopo la morte, come suggerisce una tradizione popolare intuitiva e fiduciosa.
Perciò, pellegrini sulla terra, possiamo, innalzando mente e cuore alla presenza sacramentale e spirituale del Signore Gesù, soccorrere le anime del Purgatorio: i nostri cari come coloro che sono più dimenticati. Non si tratta di sostituirci a loro. Si è, piuttosto, inclusi in una solidarietà di grazia che permette di soccorrerci a vicenda, attraverso vie segrete: come in un sistema sanguigno il cui centro è sempre la presenza sacramentale e spirituale di Cristo vivo; e se un credente ancora in cammino si eleva, cresce nella vita filiale di grazia, eleva tutta la Chiesa, anche quella purgante: quella che si vede e quella nascosta tra noi.
E’ splendido questo trovarci insieme, dove i santi possono soccorrere noi e le anime del Purgatorio, dove noi possiamo soccorrere le anime del Purgatorio le quali non possono che ricevere; dove le anime del Purgatorio, se possono soltanto ricevere per sé, non è detto che non possono soccorrere anche noi, sballottati da mille intemperie e affidati alle nostre scelte.  “Anime sante, anime purganti, pregate per noi, e noi pregheremo per voi, affinché Dio vi conceda presto la gloria del santo Paradiso”.
A che cosa servono le indulgenze?
Il discorso sulle indulgenze verrebbe indebitamente ristretto, se lo si riferisse ai soli defunti. Si estende, però, anche ai defunti ed è un rapporto molto importante per loro e per noi.
In sintesi: il peccato, la colpa  fa accadere in noi non solo una opposizione a Dio, ma anche un disordine interiore che dal peccato deriva e al peccato inclina, con conseguenze anche psicologiche, biologiche  cioè una pena che non sempre viene totalmente riparata, nemmeno con la conversione e il sacramento della Penitenza.
La Chiesa, allora, che ha ricevuto il potere di legare e sciogliere, dispone che, ad alcune condizioni possiamo essere aiutati singolarmente, nel tendere alla nostra santificazione, dalla presenza sacramentale e spirituale del Signore Gesù; non solo: anche dalla presenza della Vergine santa che a Lui è unita come Madre e Onnipotenza supplice; e da tutti i santi che da Cristo sono stati redenti e presso di Lui possono intercedere; sovrabbondantemente con il loro meriti.
In gioco non è un “tesoro” di “meriti” quasi fosse una “banca” che concede elargizioni, prestiti o privilegi. Più opportuno leggere le indulgenze in chiare personalistica e comunitaria.
Chi accede alle indulgenze e ne beneficia, deve essere in grazia; deve sforzarsi per una conversione sempre più compiuta puntando di evitare, consapevole dell’amore del Padre,  anche le mancanze lievi; è chiamato anche a lasciarsi aiutare da questo commovente atto di bontà della Chiesa amandola di più. I giorni, i mesi e gli anni delle indulgenze non corrispondono a un computo di durata di un Purgatorio eventuale e futuro. Corrispondono, invece, alle penitenze che nella Chiesa antica si compivano durante periodi stabiliti in connessione con la penitenza del sacramento della Riconciliazione e a tutti i meriti soprattutto del dolore innocente e dei martiri.
L’indulgenza plenaria è l’espressione più larga della benevolenza della Chiesa: vale come definitiva nella misura in cui trova le condizioni di una conversione, di una accoglienza definitiva.
E per i defunti? Non certo per i santi che non ne hanno bisogno, né per i dannati che si sono autoesclusi dalla comunione di grazia, ma per le anime del Purgatorio certe del Paradiso dopo la purificazione? Si è detto. Non vi sono barriere nella Chiesa tra la parte Trionfante, Purgante e Peregrinante.
Le anime del Purgatorio possono essere da noi aiutate anche attraverso questa espressione della comunione dei santi. Vivono nella grazia del Signore, si stanno purificando dalle conseguenze penali dei peccati commessi e perdonati sacramentalmente e dalle colpe veniali. Non possono che ricevere il dono di un aiuto in vista della piena preparazione alla beatitudine di ogni bene senza più alcun male. Sono sotto l’azione perfezionatrice dell’amore di Dio. Possiamo soccorrerle anche noi, fondandoci sull’efficacia della salvezza procurata da Cristo, sulla supplica di Maria e dei santi; fondandoci anche sulla misericordia della Chiesa che si sa esaudita “in cielo” per quanto dispone sulla terra.

LA RISURREZIONE DAI MORTI
La risurrezione dei morti avverrà alla fine del mondo. Riservandoci di seguire la rivelazione biblica nella tradizione della Chiesa cattolica anche per quanto riguarda la fine del mondo. La difficoltà maggiore, però,  viene oggi, dal fatto della risurrezione in sé nella nuova antropologia secolare che riduce l’uomo a un semplice prodotto della natura, come tale non realmente libero, responsabile e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale che finisce in polvere.
In altri tempi si è accolta a fatica questa certezza di risurrezione per una sorta di disprezzo che si aveva nei confronti del corpo, platonicamente prigione dell’anima, dello spirito. Dualisticamente  era considerato la prigione dell’anima, la “parte” inferiore e più disprezzabile di ogni persona, il peso da cui liberarci in vista platonicamente di una esistenza tutta spirituale, una specie di sganciamento dal male, addirittura.
Attualmente nella secolarizzazione, i sospetti e le irrisioni – il non interesse – circa la risurrezione, assomigliano maggiormente a quelli che Paolo ha incontrato nel suo accostamento alla cultura pagana, diatribe religiose che non interessano: “Ti ascolteremo domani” (At 17,19-34).
Già, perché l’antropologia oggi nella secolarizzazione non è più chiara. Ancor più monca di quella dualistica o manichea. La attenzione positiva al corpo, superando il dualismo fra anima e corpo, dovrebbe essere tanto coltivato da vedere la dimensione materiale di ogni uomo come da assumere e da integrare docilmente nella dimensione spirituale. Il corpo, apertura dell’io sul mondo e ad ogni relazione; il corpo, specchio terso che traduce lo spirito in vista di una piena comunione interpersonale a cominciare dalla spinta erotica per giungere a quella agapica nel discernimento vocazionale o al matrimonio o alla fraternità verginale; il corpo, parola, linguaggio esistenziale rivolta alla reciprocità della coscienza …Tutte osservazioni che si fanno con notevole finezza in alcuni filoni di pensiero.
Ma se, nella mentalità secolarizzata  diffusa – e teorizzata anche contro il dualismo antropologico – il corpo viene talmente sopravvalutato da dimenticare l’anima, lo spirito o l’io unitario, si rischia di non vedere il motivo della risurrezione, dell’al di là anche del corpo. Ma l’attuale civiltà secolarizzata del corpo consuma anche il corpo e lo butta nel nulla della polvere. Si può sognare una reintegrazione di esso? Attorno a che cosa, a chi? Per farne che cosa? Una specie di riciclaggio di rifiuti?
Il materialismo secolare, oltre a non spiegare la persona cioè l’io unitario, l’individuo in relazione cioè persona, non salva nemmeno la materia. Oltre i novissimi muoiono anche i cimiteri. Scomparirà l’umanità, secondo certe vedute scientifiche della fine di questo mondo su questo pianeta; non rimarranno neppure i ricordi perché non rimarrà neppure qualcuno che li coltivi: un nichilismo anziché la vita veramente vita nell’anima e nel corpo nella comunione eterna nei novissimi della fede. La proposta cristiana risponde totalmente al mistero dell’uomo, spirito incarnato nel corpo, alla luce del mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio, morto e risorto nel corpo, come Maria assunta in cielo in anima e corpo, segno di speranza e di consolazione per molti.
Chi risorge?
Tutti gli uomini: credenti o no; buoni e cattivi.
Sembra necessario richiamare questa universalità della risurrezione, almeno perché talvolta si immagina ingenuamente che si tratti di un destino riservato ai santi, ai buoni, mentre i cattivi scomparirebbero nel nulla. Ci saranno anche i dannati. Ciascuno che, alla luce di Cristo, si auto giudica secondo la verità e la grazia che ha ricevuto e a cui ha corrisposto, o no.
Gesù parla di una risurrezione di vita nell’unità di anima e corpo dell’io o di un’altra condanna.
Si vuol dire che la chiamata dei morti dalla tomba non è soltanto un completamento della gloria dei buoni, dei beati. E’ anche la conseguenza di un’autoesclusione da Dio o escludere qualcuno dal nostro amore: per non autoescludersi da Dio occorre non escludere nessuno, non definire nessuno dal male che fa pur valutando il comportamento!
Accenniamo ora, di sfuggita, a questo secondo caso, per concentrare l’attenzione sulla condizione dei santi. Basti siglare che la dissociazione interiore dei dannati di cui abbiamo parlato, si acuirà per la ricongiunzione col corpo, nell’unità dell’io. Come si acuirà la solitudine per questo motivo. Come si acuirà lo squilibrio rispetto al cosmo.
Perché la risurrezione dei morti?
Si potrebbe sbrigativamente rispondere con il motivo fondamentale di certezza: “Perché il Credo ci impone di affermarla”. Ma sarebbe un rinunciare al ripensamento delle motivazioni che la rivelazione biblica nella tradizione pur reca nel connubio di fede-ragione. E’ un rinunciare ad aderire alla pienezza della Parola di Dio interpretata in continuità tradizionale, sempre sotto l’azione dello Spirito nella Chiesa; è un rinunciare a stupirsi delle meraviglie di Dio sulla rivelazione non solo di chi è Dio, Padre di tutti, ma anche di chi è ogni uomo, da dove viene, a cosa è destinato anche nell’al di là anche del corpo come dell’anima, dello spirito nell’unità; un rinunciare a riflettere, oltre che contemplare e pregare e vivere con gioia.
I motivi della risurrezione, dunque. I motivi che la fede ci offre, poiché la sola intelligenza umana giunge a stento all’immortalità dell’anima: non all’al di là anche del corpo nell’unità dell’io cui aspira in modo confuso ogni essere umano in modo confuso, senza poterlo né conoscere né, tanto meno, attuare.
La certezza circa la risurrezione dei morti non è un’aggiunta tardiva della verità di fede. Essa entra nel Credo apostolico fin dalla prima generazione, quando la Chiesa intuisce che il suo Dio non è il Dio dei morti, ma dei vivi nella vita veramente vita. Anzi, più a fondo: quando la Chiesa intuisce che il suo Dio è il Padre di Gesù Cristo, la persona divina del Figlio che assume anche la natura umana per opera dello Spirito anto, risorge da morte il terzo giorno cioè senza conoscere la polverizzazione, primizia di tutti noi che risorgeremo. E questo è già avvenuto in una persona umana, nel trapasso nell’eternità di Maria attraverso una dolce dormizione.
Esattamente in Cristo, abbiamo l’archetipo del cristiano, la causa e il fine che avviene in ogni uomo che lo accoglie liberamente, per amore Dio.
Così viene condotta alla sua radice la convinzione veterotestamentaria secondo la quale il re del mondo ci risusciterà per una vita veramente vita, eterna; e i nostri fratelli, che hanno sopportato breve tormento, hanno conseguito da Dio l’eredità nell’al di là anche del corpo con l’anima, come Maria nella dormizione, segno di speranza e di consolazione.
Cristo, primizia di tutti e di tutto, è tale che, per Paolo, noi non risorgeremmo, se Cristo non fosse risorto; e, se Cristo non fosse risorto nel suo corpo uguale al nostro, la nostra fede in Lui vivo, reale, corporale, eucaristicamente presente e sacramentalmente operante, sarebbe vana: vuota di contenuto reale, cioè, e non solo destituita di giustificazione, che rende giusti da peccatori (1 Cor 15,17).
Ciò che è avvenuto nel Signore Gesù, avverrà in noi; perché è avvenuto nel Signore Gesù. Se lo Spirito del Padre e del Figlio che ha risuscitato Gesù dai morti abita già in noi battezzati, figli nel Figlio, colui che ha risuscitato Gesù Cristo dai morti darà pure la vita ai vostri corpi mortali, mediante il suo Spirito che abita in voi.
Giovanni insisterà molto sulla Parola di Cristo: “Io sono la risurrezione e la vita; se qualcuno crede in me si affida a me, anche se morto vivrà” (Gv 11,25). E ne trarrà la conseguenze: “Viene l’ora, ed è questa, in cui tutti coloro che giacciono nelle tombe udranno la sua voce, e tutti coloro che avranno compiuto il bene ne usciranno per la risurrezione che porta alla vita veramente vita” (Gv 5,28-29). Si tratta di un grande mistero, certamente, il mistero della nostra salvezza, che trova nella risurrezione del Verbo incarnato il suo compimento e insieme l’anticipazione e il pegno della nostra speranza. Cifra di questo mistero è l’amore e soltanto nella logica dell’amore esso può essere accostato e in qualche modo compreso: Gesù Cristo risorge dai morti perché tutto il suo essere è perfetta e intima unione con Dio. che è l’amore davvero più forte della morte. Egli era una cosa sola con la Vita indistruttibile e pertanto poteva donare la propria vita lasciandosi uccidere per amore, ma non poteva soccombere definitivamente nella morte: in concreto nell’Ultima Cena egli ha anticipato e accettato per amore la propria morte in croce, trasformandola così nel dono di sé, quel dono che ci dà la vita, ci libera e ci salva. La sua risurrezione, lui vivo sacramentalmente presente  e operante nel suo corpo che è la Chiesa, è dunque una esplosione di luce che vince anche la nostra morte, un’esplosione dell’amore che scioglie le catene del peccato, della solitudine e della morte. Essa ha inaugurato una nuova dimensione della vita e della realtà, dalla quale emerge un mondo nuovo che ricrea ciò che il peccato ha rovinato e rovina, una realtà che penetra già continuamente nel nostro mondo, lo trasforma, lo attira a sé, anticipando il mondo dell’al di là, nell’anima e nel corpo. L’importante è comprendere che Cristo non è solo un modello esteriore da imitare ma, nel Signore Gesù e in vista del Signore Gesù è ricreato e redento. Non ha verità in sé, se non quella che gli deriva da Cristo, vivo e operante attraverso la Chiesa e che regna dopo aver superato l’assurdo della morte. Da questa convinzione deriva il nostro destino per cui con Cristo con-moriamo, con-risuscitiamo, con-sediamo alla destra del Padre.
Sull’impronta del Signore Gesù è creato l’uomo, un essere intelligente e volente, con il libero arbitrio per poter amare, con il rischio anche per Dio di un rifiuto e viene ricreato sempre in Gesù Cristo; immagine dell’immagine del Padre, primogenito di ogni creatura; primo tra molti fratelli. L’uomo, non soltanto ogni anima; l’uomo completo, corpore et anima unus. La persona umana che nel suo stadio finale, “non può” rimanere viva nella sola dimensione spirituale, “deve” essere chiamata alla pienezza di vita, anche attraverso la purificazione del Purgatorio nell’anima, anche nella sua componente materiale. E’ quanto dire che la risurrezione dei morti, della carne, è inscritta nel progetto di Dio già dal suo inizio. Ed è iscritta, come esigenza, nell’essere stesso dell’uomo fatto esistere da Cristo, per Cristo e in Cristo. La risurrezione di Cristo è un fatto avvenuto nella storia, di cui gli Apostoli sono stati testimoni e non certo creatori. Nello stesso tempo essa non è affatto un semplice ritorno alla nostra vita terrena; è invece la più grande “mutazione” mai accaduta, il “salto” decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova, l’ingresso in un ordine decisivamente diverso, che riguarda anzitutto Gesù di Nazareth, ma con Lui anche noi, tutta la famiglia umana, la storia e l’intero unverso. 
Ma che cosa è la risurrezione dai morti?
Possiamo limitarci a dire che tutti risusciteranno con il corpo che hanno adesso: io credo, questo mio corpo…Ciò significa almeno che ogni anima si ricompone con una materia che sarà il proprio corpo maschile e femminile trasfigurato, senza più bisogno delle attuali necessità biologiche. Non ha senso, dunque, esprimersi come se, con la morte cessasse di vivere l’intera persona, o l’io persistesse come in un sonno nell’attesa della risurrezione.
Per la verità, non ha troppo senso insistere sulla stessa materia che forma ora biologicamente il nostro corpo. Basterà dire che permane e si rinnova trasfigurato e si completa, col corpo spiritualizzato, l’identico io che esiste nella vita terrestre.
Per il resto è forse più opportuno che ignoriamo.
Il Signore Gesù, il Figlio del Padre che ha assunto un volto umano nell’unica persona divina per opera dello Spirito Santo nel grembo verginale di Maria, ci dice: “I risorti saranno come gli angeli di Dio” (Mc 12,25). E Paolo aggiunge, quasi balbettando: “Viene seminato un corpo materiale e risorge un corpo spirituale” e continuano le contrapposizioni: “Corruttibile e incorruttibile, disprezzabile e fulgente di gloria, fragile e pieno di vigore, animale e spirituale” (1 Cor 15,35-44).
Allusioni, segnalazioni lontane, poco più. Purché si tenga presente l’essere e l’agire di Cristo. Oltre, la fantasia è da bloccare un poco: “Quale età avremo risorgendo? Con quale fisionomia risorgeremo? …”.
L’importante è sottolineare che la risurrezione pur considerata come esigenza del nostro essere come desiderio originario, di ogni io, di vita veramente vita, non è un nostro diritto, ma un dono soprannaturale; non è neppure nostra iniziativa o nostra capacità; è la risposta a una chiamata; è lasciarsi condurre dalla forza di Dio. Lo Spirito abita già nei nostri cuori. Sarà lo Spirito che vivificherà i nostri corpi mortali. Il Signore Gesù è già stato chiamato dalla morte, il primo di tutti noi; risorgeremo in Lui, come risvegliati dal Padre.
L’importante è, ancora, sottolineare che la risurrezione recherà la persona a compimento. La persona con la sua intelligenza e volontà, ma anche con la sua componente  erotica – nella sua caratterizzazione maschile e femminile, non nella sua genitalità e tanto meno nell’esercizio della sua genitalità – con la sua emotività, con la sua capacità di aprirsi al Tu di Dio e degli altri pure con i segni di un corpo perfettamente docile e limpido e carico del significato  dello spirito.
Ci rivolgeremo a Dio  in una comunione che coinvolgerà anche la materia; come Cristo, per Cristo. Ci ritroveremo nell’intensità del nostro conoscere e decidere, ma anche con la concretezza del nostro essere intero e rinnovato di persone umane e così via.
Caviamocela con un “ così via”, senza, però, lasciarci sfuggire l’occasione di attendere e di pregustare, una bellezza che sorpasserà ogni previsione.
Quale importanza ha per noi la risurrezione, centro della predicazione del Vangelo e della testimonianza cristiana, dall’inizio alla fine dei tempi?
Mio Dio, abbozziamo qualche mozzicone di frase. Ma, alla luce della risurrezione si intravvede la meta di tutto e di tutti con cui affrontare il presente, anche il presente difficile, la morte sofferta in particolare.
Di riflesso, poi – o prima – si intuisce il modo in cui dobbiamo stimare e dominare il nostro corpo, di là da ogni veduta pessimistica nei confronti della materia. Si intuisce come dobbiamo impegnarci per questo mondo che sia sempre più al servizio di ogni uomo con la meta oltre nella gloria del Padre, In Cristo, nello Spirito Santo. Non senza accogliere e santificare il dolore per amare. I cristiani più materialisti dei materialisti; ma a un tempo spiritualisti; a partire e per giungere Donatore divino del proprio e altrui essere dono, al Creatore del cielo e della terra. Dio Padre che ha chiesto al suo Figlio di annientarsi fino alla morte di croce per rivelare l’altezza, la lunghezza, la profondità, la larghezza dell’amore divino, ma poi l’ha risuscitato e ora vive, opera, regna tra noi: uno di noi e insieme, il Signore della storia. Dio che, mediante Cristo, ci ha inviato il suo Spirito, caparra di ciò che saremo; colui che dà la vita ora e alla fine di questo mondo.
Queste e altre applicazioni non vanno cercate nella Parola di Dio con la lente di ingrandimento. Sono nei gesti più comuni del Corpo del risorto, della Chiesa. Nel Battesimo, mediante il quale, se siamo completamente uniti a Cristo con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione. Nell’Eucaristia, dove chi mangia la carne di Cristo e beve il suo sangue ha la vita eterna ed egli lo risusciterà nell’ultimo giorno … Anche di fronte a un mondo bislacco e sgangherato, ci è tolto il diritto di disperare; pure per quanto concerne l’opacità e la pesantezza della materia. Senza chiudere gli occhi all’asprezza dell’avventura.

IL RITORNO DI CRISTO E IL GIUDIZIO UNIVERSALE
Ci sono pagine molto forti della Bibbia: il giorno dell’ira di Dio e della misericordia; e i segni che precedono l’estrema visita del Signore: guerre, carestie, pestilenze, terremoti, persecuzioni, l’annuncio del Vangelo diffuso a tutte le genti, la grande apostasia, l’apparizione dell’anticristo che si leverà contro tutto ciò che si chiama Dio, che rimanda a Dio e che si adora – al punto da sedersi nel tempio santo di Dio e di dichiararsi Dio – la conversione di Israele.
Che dire di tutti questi ammonimenti richiamati da moderne apparizioni riconosciute e presunte della Madonna? Che essi non sono dati profetici a modo di preannuncio cinematografico di quello che avverrà ma profeticamente di quello che può avvenire senza preghiera e conversione. Del resto, non pare vi sia epoca che non li abbia riscontrati. Compreso l’anticristo che non si riesce capire se sia il Maligno o una massa di persone da lui coinvolte, o una persona singola, o tutte le cose insieme. Compresa la conversione di Israele, che non è fatto politico ma, come avvenimento religioso, può attuarsi davanti al Signore Gesù stesso. Perfino la segnalazione secondo la quale, a ridosso della manifestazione di Cristo, le forze del male si faranno più aggressive: perfino questa segnalazione è stata registrata un poco in tutte le ere storiche. Non c’è paragone tra il male che si studia e quello che si prova sulla propria pelle. E dunque? E dunque, occorrerà leggere queste pagine secondo il genere letterario profetico, apocalittico in cui sono stese per richiamare la relatività di tutto in rapporto alla meta innanzitutto personale. Non è che non dicano nulla. Vogliono mantenere un’attesa profonda della meta in cui vivere il presente, un presente anche difficile, sconvolgente di un fatto che sarà discriminante e definitivo in rapporto a cieli nuovi e terra nuova. Un’attesa che alla luce della fede e della speranza affidabile non deve essere angosciante nell’orizzonte della paternità divina, che vede e provvede con una onnipotenza sempre più grande di tutte le necessità. Non deve bloccare e nella paura o nel disimpegno. Cristo è vivo, alle porte del tempo e dello spazio, ma nessuno conosce il giorno e l’ora del suo apparire visibile e glorioso: senz’altro verrà per cui il futuro è senz’altro dalla parte di chi crede alla verità, al bene, al bello con la sola forza della verità, del bene e del bello! E’, questo, segreto del Padre. Con tutto ciò, c’è da chiedersi se il disinvolto e un po’ fantomatico  uomo contemporaneo secolarizzato non solo non abbia preso alla lettera  la simbologia apocalittica, ma non ne abbia neppure colto il messaggio profetico nel senso più pacato possibile. L’uomo contemporaneo che s’illude di costruire il mondo perfetto, o non si illude più prevedendo rischi cosmici. Vivacchia e ciò che sarà, sarà. L’uomo contemporaneo sempre più secolarizzato che vive in un mondo che si presenta quasi sempre come opera sua, nel quale per così dire, Dio non compare più direttamente, sembra divenire superfluo ed estraneo rischia, di vedersi come un semplice prodotto della natura, come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale che finisce in polvere. Nessuno sa scrutarlo nel cuore, se non Dio che anche abbandonato non abbandona. Forse, nelle profondità dell’animo scruta, perché è rivelato che il Figlio dell’uomo verrà come un ladro di notte o come un fulmine che improvvisamente solca il cielo da oriente ad occidente. Senza consapevolezza lo sa, ma non vuol dirlo per non disturbare ed essere disturbato, non lo mostra. Rimaniamo sospesi nell’ignoranza sul quando e sul come si concluderà questo mondo. Il Signore Gesù, vivo, il Cristo sempre sacramentalmente presente e operante in modo invisibile tornerà visibilmente a giudicare quelli che sono ancora vivi e quelli già morti. Verrà quando vorrà, anzi, credendo che il suo ritorno, la cui attesa è proclamata in ogni Messa, si colloca nel grembo oscuro del futuro, ma la sua presenza velata e giudicante è già in atto. Il mio Regno cioè il mio amore, il mio perdono è tra voi; il mondo è già giudicato; oggi è il giorno della salvezza che si disvelerà.
Perché il ritorno visibile di Cristo e il giudizio universale?
Intanto, bisognerebbe riflettere sul termine “ritorno”. Sembra lasciar intendere una assenza di Cristo nella storia. Sembra lasciar intendere che Cristo abbia avviato qualcosa nella storia, ma poi se ne sia allontanato, quasi attendendo che fossimo noi – soltanto noi – a portare a termine l’opera incompiuta. Addirittura si affaccia continuamente l’eresia ariana di ridurre Gesù a un profeta, a un maestro meraviglioso ma solo una persona umana del passato da imitare non la persona divina che ha assunto una natura umana che, morto e risorto, si fa in continuità sacramentalmente presente e operante attraverso il suo corpo visibile che è la Chiesa.
Non è vera la sua assenza: sarò sempre con voi! L’immagine può sconcertare, ma se il Signore Gesù deve proprio ritornare, ebbene ritornerà visibilmente dal seno della storia dove è presente sacramentalmente; cioè, si rivelerà dal di dentro della  storia.
In realtà, Cristo ritornerà – o apparirà in tutto il suo splendore nella parusia e sarà gioia per chi è vissuto attendendolo –perché, nonostante le apparenze, è il centro, il fine anzi il Signore, il re della storia. Tutto è stato creato e ricreato da Dio per mezzo di Lui e in vista di Lui (Gv 1,1-3). E, nella pienezza dei tempi, come persona divina del Figlio del Padre ha assunto anche un corpo umano per opera dello Spirito santo nel grembo verginale di Maria; ha vissuto tra noi rendendosi, pur sempre solo persona divina, in tutto simile a noi, eccetto che nel peccato; ha rivelato attraverso la natura umana chi è Dio, Padre e chi è ogni uomo che Dio ama fino al perdono; si è addossato le nostre miserie e le nostre colpe, portandole sulla croce; è morto e risorto, vivo rende storicamente attuale tutta l’incarnazione, attuale nella celebrazione eucaristica la sua croce per noi uomini e per la nostra salvezza. Dal momento della sua risurrezione, ascensione e invio dello Spirito, del suo corpo la Chiesa, egli è diventato mediatore attraverso tante mediazioni e pienezza della rivelazione, strumento e pienezza della grazia. Da Lui siamo stati redenti, da Lui abbiamo  ricevuto e riceviamo grazia su grazia (Gv 1,16); da allora vivo e operante, egli è rimasto tra noi nel sacramento della Chiesa, tutti i giorni, per sollecitare gli uomini – ogni uomo che ama fino al perdono –ad aprirsi alla conversione cioè cambiando mentalità e vissuto da figli nel Figlio del Padre per opera dello Spirito Santo e quindi fratelli e questo fino alla fine dei secoli dei secoli. Il suo disvelamento finale non è un fatto casuale o posticcio: è il culmine del piano di Dio che vuol essere tutto in tutti (1  Cor 15,28); vuol essere in comunione di vita con l’umanità non più attraverso le mediazioni del creato e della Chiesa, ma in modo immediato, diretto nell’amore, faccia a faccia.
Così l’umanità trova il suo culmine; in Lui Donatore divino tra noi scopre la verità del proprio e altrui, come di tutto il mondo, essere dono, perdono, quindi il proprio valore. Scopre e attua la propria verità che rende liberi, quindi capaci di essere amati e di amare. L’apparire visibile, glorioso di Cristo – un apparire che è strutturale alla storia umana per liberissimo consiglio del Padre – non potrà non essere di giudizio nel senso che davanti a Crosto apparirà come siamo non solo personalmente ma pubblicamente. Ogni offrirsi anche il più intimo, ogni proporsi con il proprio amore all’amore di Dio è discriminazione, poiché è amore che può essere ricevuto o respinto e stimola –costringe dolcemente, si direbbe – a una presa di posizione. Lo Spirito che il Signore Gesù ci regala può essere accolto nell’intimo e ci conforma a Cristo; può essere contrastato e ci lascia nei nostri limiti e nei nostri peccati.
Ma perché un giudizio non solo sulla  singola persona come nel giudizio particolare, ma anche sull’intera storia umana? Perché ogni uomo vive in una solidarietà il proprio io (io e non più io…) che non annulla la responsabilità individuale, ma crea strutture di peccato o di grazia che poi influiscono su di lui. O si adegua e concorre a perfezionare, nell’obbedienza della fede, le strutture della grazia che lo salvano.
La storia umana, nella visione di Cristo, non è né un continuo ritorno tradizionalista – si è detto – né una rivoluzione progressista, un involversi disperato, né un procedere idilliaco. E’ storia ambigua, rischio anche per Dio per il libero arbitrio dato, dove coesistono il buon grano e la zizzania. E’ storia di lotte dove si compenetrano e si combattono due universi, due regni: quello divino dell’amore e quello maligno dell’odio. Di più: è storia che chiede una conclusione non solo personale, ma una definitività universale. Ma non sarà l’uomo a provocare questa conclusione e questa definitività.
Non ne è capace nonostante l’emergere di tante ideologie, non ne è padrone; per il suo peccato, per la sua limitatezza, che è orientata a una meta necessaria; ma pure gli è inattingibile, questa meta così grande con le sole proprie forze. Sarà il supremo dono del Padre in Cristo attraverso lo Spirito Santo. Basterebbe pensare al fallimento di tanti messianismi e millenarismi intra terreni, dove l’uomo si inarca illusoriamente a padrone della storia per recarla a compimento in modo secolare, terreno. E si trova di fronte a scacchi continui. Basterebbe pensare a certe concezioni, culture secolariste oggi egemoni di un imprecisato –e angusto – progresso dove l’uomo si pone quasi a lato, attendendo dal dinamismo tecnico della storia che questa raggiunga il suo fine. Sono peccati di titanismo o di latitanza che escludono il Signore Gesù come vittima di espiazione del peccato e come forza propulsiva, motivo di speranza e vertice dell’umanità. 
La scienza può contribuire molto all’umanizzazione del mondo e dell’umanità. Essa però può anche distruggere l’uomo e il mondo, se non viene orientata da forze che si trovano al di fuori di essa. Nell’attuale cultura secolarizzata, dove non c’è più spazio nella cultura e nella vita pubblica per Dio, per la meta ultraterrena dell’anima e del corpo, dove l’etica viene ricondotta entro i confini del relativismo e dell’utilitarismo escludendo ogni principio morale che sia valido e vincolante per se stesso, si sviluppa un tecnicismo per cui quello che tecnicamente è possibile sarebbe vero e buono l’uomo è ridotto a un semplice prodotto della natura suscettibile di essere trattato come ogni altro animale. In questo orizzonte culturale secolarizzato la scienza può anche distruggere l’uomo e il mondo. Purtroppo di fronte ai successi della scienza nella progressiva strutturazione del mondo, il cristianesimo si è in gran parte concentrato sull’individuo, sul giudizio particolare senza l’attesa del ritorno di Cristo e del giudizio universale. Con ciò ha ristretto l’orizzonte della sua speranza e non ha neppure riconosciuto sufficientemente la grandezza del suo compito – anche se resta grande ciò che ha continuato a fare nella formazione dell’uomo e nella cura dei deboli e dei sofferenti.
Che cosa significa il giudizio universale?
Segnerà la fine della provvisorietà che l’uomo non sa superare. Cristo è giudice e compimento di tutti i tentativi colpevolmente deviati in cui l’umanità si è misurata vanamente, orgogliosamente.
Segnerà – non ci si stupisca – la fine della Chiesa in quanto mediazione sacramentale della presenza sacramentale di Dio: in quanto cioè, segno e strumento della presenza e dell’azione continua di Cristo vivo attraverso lo Spirito. Il Signore Gesù toglierà di mezzo Parola e Sacramenti, fede e speranza; separerà i membri che fino all’ultimo hanno rifiutato il suo perdono, perché rimanga la Chiesa nel suo nucleo più profondo, anticipo del Paradiso: la carità che accoglie e si abbandona, nei santi a Dio. Non più la Chiesa istituzione che contemporaneamente svela e vela la salvezza nel tempo dell’attesa, ma la Chiesa nell’amore sponsale che si unisce intimamente e per sempre al suo Sposo; la Chiesa città che non ha più bisogno del sole perché Cristo la illuminerà, e non ha bisogno del tempio, perché Cristo la abiterà visibilmente nella concretezza dell’esperienza immediata e saporosa. Il giudizio universale segnerà lo svelamento di tutti i lati oscuri che la malizia e le fragilità umane hanno provocato e che la Provvidenza, nel tempo penultimo, non ha pienamente chiarito. Sarà l’attonito capire tanti grovigli, tante contorsioni, tante prove attraverso cui la ita è passata; e il meraviglioso risolvere tanti problemi lasciati in sospeso.
Il capire e il risolvere non solo interrogativi teorici, ma tratti di cammino che sembravano assurdi, situazioni esistenziali che apparivano insensate, cattive, mentre erano il modo con cui Dio stava conducendo la vicenda di ciascuno  e di tutti all’autentica felicità; poiché la presenza sacramentale di Cristo, Dio con noi, è la Verità, la Via, la Vita veramente vita di ogni uomo e del mondo, della storia; la verità che diverrà palese a tutti. Il giudizio universale segnerà la vittoria pubblica di tante vittime perseguitate per la tensione a cose giuste e per l’amore fino al perdono. Segnerà la fine delle angosce e delle sofferenze, della corruzione e della morte in cieli nuovi e terra nuova. Poiché Cristo sottometterà a sé ogni potere del male e il maligno non avrà più alcun spazio; Egli è misura di ogni bontà.
Tutto sarà sottomesso al Signore Gesù. Molti –anche se tutti avrebbero potuto – saremo con Lui. Egli sarà l’ultima Parola che illuminando tutti e tutto giudicherà e salverà il mondo da ogni pretesa di dominio da parte di singoli, di gruppi, di classi, di razze, di potentati subdoli e opprimenti; dal maligno anche. Cristo si rivelerà pienamente come l’alfa, e l’omega. E il Padre sarà tutto in tutti i figli nel Figlio. La purificazione ultraterrena ci preparerà a questo momento definitivo.
Come predisporsi al giudizio universale?
E’ strano – lo si è già notato – ma il tema del giudizio di Dio suscita atteggiamenti più disparati, perfino contradditori. I “luoghi” di apprendimento e di esercizio della speranza sono la preghiera, scuola della speranza, l’agire e il soffrire come luoghi di apprendimento della speranza, ma soprattutto il giudizio come luogo di apprendimento e di esercizio della speranza. Nel grande Credo della Chiesa la parte centrale, che tratta del mistero di Cristo a partire dalla nascita eterna dal Padre come persona divina e dalla nascita temporale, come natura umana, dalla Vergine Maria per giungere attraverso la croce e la risurrezione fino al suo ritorno, si conclude con le parole “…di nuovo verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti”, cioè i defunti nella purificazione ultraterrena, non certo i dannati che si vogliono autoesclusi fino al momento terminale: dopo la morte non c’è più il libero arbitrio per decidere. La prospettiva del Giudizio, già dai primissimi tempi, ha influenzato i cristiani fin nella loro vita quotidiana come criterio secondo cui ordinare il presente, il presente anche difficile può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino, martirio compreso. Questo sguardo in avanti ha conferito al cristianesimo la sua importanza per il presente e quindi fonte di speranza. Nello sviluppo dell’iconografia. Però, è poi sempre stato dato sempre più risalto all’aspetto minaccioso e lugubre del Giudizio, che ovviamente affascinava gli artisti più dello splendore della speranza, che spesso veniva eccessivamente nascosto sotto la minaccia. Si può temere il giudizio fino alla paralisi e alla fuga. Si può invocare il giudizio come una liberazione, perfino una vendetta della non giustizia immediata. Forse tutti i sentimenti sono comprensibili ma, più si entra nella logica del piano di salvezza e più ci si sente sul versante della speranza e quindi del desiderio: ”Vieni Signore Gesù. Vieni presto” (Ap 22,20). E’ il grido della Chiesa che, ultime parole ispirate, supplica l’incontro definitivo con Cristo; è il grido dei poveri che, dopo aver fatto quanto potevano come servi inutili, attendono che Cristo ripari e porti a compimento gli esiti dei loro sforzi.
L’attesa è, probabilmente, da vedere come la scelta di fondo. Un’attesa che è sostenuta dalla speranza; un’attesa che definisce il cristiano e che la Chiesa non cessa di suscitarci in cuore; noi aspettiamo la manifestazione del Signore Gesù: “Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta”.
Questo levare il capo perché la nostra liberazione è vicina ci toglie dal rischio di presumerci unici costruttori del Regno, e dal rischio di esimerci dalle nostre responsabilità. E, questo secondo, è pericolo che può insinuarsi anche in una religione contraffatta. Il regno è al tempo stesso da fare con umiltà e da chiedere con preghiera orante, poiché è dono.
L’attesa che ci fa rivolgere con amore al Signore che torna e si manifesta a tutti, riassume un poco la conversione continua fino al momento terminale. Quella conversione o cambiamento di mentalità e di vita che ciascuno deve attuare secondo il discernimento della propria chiamata. Prepararsi a incontrare la Verità, l’Amore, la Felicità cioè Cristo al finire del tempo implica, allora, la supplica, la lealtà e l’impegno terreno. La supplica non solo ci muove alla preghiera, al lavoro, al passare attraverso la sofferenza per amare come apprendimento della speranza ma dà la motivazione ultima dell’agire stesso e ci induce a comprendere che, al di là di tutti i nostri sforzi, sarà il Signore a portare a compimento i nostri sforzi personali, a concludere la storia umana e a riparare danni e pasticci che vi abbiamo compiuto.
La lealtà ci abitua a lasciarci leggere dentro dal Signore e ad accettarci come egli ci accetta. Da questa serenità, anche di fronte a incomprensioni e ingiustizie, viene una sorprendente attitudine a interpretare la storia nella luce di Cristo che ritorna. Senza pretendere di capire tutto, ma intuendo almeno profeticamente le grandi linee secondo cui si muove l’umanità; e rimanendo nella fiducia che Dio sa trarre il bene anche dal male. L’impegno terreno ci rende cooperatori di Cristo, della Verità e dell’Amore, nel costruire un mondo più giusto e più libero da presentare – da correggere e definire – al Padre.
Non bisognerà vedere contemplazione e azione come elementi contrapposti. La figura vocazionale di ciascuno, attraverso il discernimento, preciserà dinamicamente i ruoli. Ma forse, oggi, è da sottolineare la comunione con Cristo, vivo e operante. Che offre una speranza di cui c’è evidente necessità al di là dei evidenti progressi tecnici. Paradosso: sembra che i periodi della Chiesa, nella quale si è insistito sulla dimensione religiosa, di fede – perfino sulla fuga dal mondo, sulla vocazione contemplativa – siano proprio stati i periodi di maggior presenza ed efficienza nel mondo. Non così, pare, nelle epoche in cui, magari per difendersi dall’accusa di una religione alienante di fronte ai problemi, oppio dei popoli, si è continuamente parlato di responsabilità terrena, anteponendo kantianamente l’ethos al logos. Quanto alla mentalità diffusa, non si saprebbe attualmente se premere sulla modestia che libera da utopie, da ideologie, o sul dovere di lavorare per un mondo nuovo; una certa rassegnazione non è assente. Che non sia proprio il cristianesimo, oggi perseguitato a livello pubblico in occidente, con una nuova evangelizzazione cioè con l’annuncio del Signore Gesù che ritorna per giudicare, a infonder nuova volontà di bene – se non proprio entusiasmo attraverso piccole comunità nello spirito benedettino – di fare? Di essere fecondi di figli con un’etica cristiana della sessualità a partire dalla contemplazione dell’amore sponsale trinitario e del Risorto per la sua Chiesa nel sacramento del matrimonio o nella fraternità verginale? E il rapporto preghiera e lavoro si rivela non solo fatica o interesse materiale, ma lode a Dio, preparazione al mondo che verrà, fraternità, solidarietà. Senza dimenticare che Cristo che verrà visibilmente a giudicare è il medesimo che adesso sacramentalmente è già presente e operante e giudica; salva. La fede cattolica è soprattutto speranza ma non si identifica con la speranza.
LA VITA DEL MONDO CHE VERRA’ IN CIELI NUOVI E TERRA NUOVA
Anche il cosmo entrerà nella gloria alla fine del mondo?
Se c’è il timore di una beatitudine tutta spirituale, la sottolineatura della risurrezione dei morti ce ne ha liberato.
Se c’era il timore di una beatitudine tutta individuale, la sottolineatura della comunione dei santi ce ne ha liberato..
La parusia di Cristo, poi, ci ha lasciato intravvedere che il giudizio universale non è un doppione del giudizio particolare, ma una misura, un perdono e un rinnovamento operato sulla storia umana.
Riamane una domanda: anche il cosmo entrerà nella gloria, alla fine del mondo?
La risposta può e deve essere affermativa. Ma non può arrestarsi al “mondo che verrà”, senza tentare di comprendere almeno un poco le ragioni di questa trasfigurazione della materia. E senza preavvertire, ancora una volta, che pur essendo costretti a proiettare nel Regno definitivo la concezione e l’esperienza dell’universo in cui viviamo, non siamo in grado di descrivere adeguatamente le realtà conclusive.
Ignoriamo in gran parte; ignoriamo perché sarà Dio, ultimamente a operare la restaurazione di tutte le cose, anche di quelle che noi abbiamo preparato col nostro sforzo; e perché l’iniziatica di Dio eccederà ogni nostro progetto e ogni nostra aspirazione.
Intanto, può essere utile siglare qualche premessa generale che aiuterà ad affrontare il meno sguarnito possibile il tema.
L’uomo nella verità del suo essere dono del Donatore divino non può essere considerato come un essere solitario ed estraneo all’essere dono del Donatore divino del cosmo.  Partecipa nel proprio essere alla dimensione materiale della realtà. Di più: si percepisce nella centralità di ogni  persona come il fine a cui il cosmo è posto a servizio.
E non deve solo ammirare e sfruttare, ma è in obbligo di coltivare la terra; cioè, di conoscere le leggi della natura e di trasformare la natura stessa nell’ordine, così che la natura sia sempre più di aiuto e di stimolo al divenire di ogni persona; quasi di docile prolungamento della persona: un corpo diffuso nel cosmo; l’uomo, dono del Donatore divino nel suo essere signore del cosmo.
Simili prospettive sul piano fenomenologico metafisicamente sul comune piano dell’essere vanno riconsiderate sul piano della salvezza voluto da Dio fin dall’inizio per le doglie del parto provocate dal peccato d’origine.
Se il cosmo è antropocentricamente orientato all’uomo, nell’uomo cristocentricamente è orientato a Cristo, teocentricamente al Padre nello Spirito Santo.
Anzi è pure creato per mezzo del Verbo, ha in se stesso la razionalità della sapienza divina; vive, ha la sua consistenza nel Verbo e trova il suo fine nel Signore Gesù. Ecco perché l’incontro con la Persona di Gesù Cristo,  dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva. La fecondità di questo incontro si manifesta in maniera peculiare e creativa, anche nell’attuale contesto umano e culturale, anzitutto in rapporto alla ragione che ha dato vita alle scienze moderne e alle relative tecnologie. Una caratteristica fondamentale di queste ultime è infatti l’impiego sistematico degli strumenti della matematica per poter operare con la natura e mettere al nostro servizio le sue immense ricchezze. La matematica come tale è una creazione della nostra intelligenza: la corrispondenza tra le sue strutture e le strutture reali dell’universo – che è il presupposto di tutti i moderni sviluppi scientifici e tecnologici, già espressamente formulato da Galileo Galilei con la celebre affermazione che il libro della natura è scritto in linguaggio matematico – suscita la nostra ammirazione e pone una grande domanda. Implica infatti che l’universo stesso sia strutturato in maniera intelligente, in modo che esista una corrispondenza profonda tra la nostra ragione soggettiva e la ragione oggettivata nella natura. Diventa allora inevitabile chiedersi se non debba esservi un’unica intelligenza originaria, che sia la comune fonte dell’una e dell’altra. Così la riflessione sullo sviluppo delle scienze ci riporta proprio al Logos creatore, un’argomentazione da preambula fidei cioè senso religioso. Viene capovolta la tendenza a dare il primato all’irrazionale, al caso e alla necessità, a ricondurre ad esso anche la nostra intelligenza e la nostra libertà. Su queste basi diventa  anche di nuovo possibile allargare  gli spazi della nostra razionalità, riaprirla alle grandi questioni del vero e del bene, coniugare tra loro la teologia, la filosofia e le scienze, nel pieno rispetto dei loro metodi propri e della loro reciproca autonomia, ma anche nella consapevolezza dell’intrinseca unità  che le tiene insieme. E’ questo un compito che sta davanti a noi, un’avventura affascinante nella quale merita spendersi, per dare nuovo slancio alla cultura del nostro tempo e per restituire in essa alla fede cristiana piena cittadinanza.
Passando attraverso l’intelligenza soggettiva dell’uomo l’intelligenza oggettiva della natura, quasi prendendo coscienza nell’uomo, perfezionandosi nell’uomo. Nell’uomo che in Cristo, rivelatore di chi è Dio e di chi è l’uomo, a cosa è destinato con il cosmo, trova la pienezza del proprio mistero superato; In Cristo, nel Logos creatore e ricreatore del Padre nello Spirito Santo, sigillo e lode dell’universo.
Il progresso è, dunque, un imperativo? E quale progresso?
 Occorre coniugare tra loro la teologia, la filosofia e le scienze nel pieno rispetto dei loro metodi propri e della loro reciproca autonomia, ma anche nella consapevolezza dell’intrinseca unità che le tiene insieme. E’ diventato un vezzo, ormai, il sovrapporre perfettamente, o quasi, il progresso tout court al progresso materiale o scientifico o tecnologico o ricondurre entro i confini del relativismo la sessualità e dell’utilitarismo l’economia, con l’esclusione di ogni principio morale che sia valido e vincolante per se stesso cioè escludere filosofia e teologia. Se ci può essere un progresso tecnologico, finanziario non accompagnato da corrispondente crescita di senso morale si può attendere di tutto: il meglio e il peggio.
Spesso l’uomo si accorge che, senza una direttiva etica, le conquiste del cosmo si ritorcono contro di lui, non le sa controllare, ne diventa schiavo. Sorge in lui una grande paura che è l’esatto opposto del grande stupore che, invece, dovrebbe prenderlo contemplando la natura, cogliendone con la matematica le potenzialità e quindi i risultati anche tecnici del proprio lavoro.
Di più: nessuno assicura che il progresso sia deterministico e inarrestabile. E, anche se fosse, non si concluderebbe da sé con il regno di Dio perché non può dare l’al di là del corpo con ogni bene senza più alcun male.
Altra cosa è il rispetto e la trasformazione anche tecnologica del mondo intra temporale, e altra cosa  l’intervento escatologico di Dio, l’unico che può dare una speranza positiva anche di fronte a tutti gli attuali problemi del cosmo.
Gli esiti dello sforzo umano non si concludono da soli, con il mondo rinnovato tecnologicamente. Anzi, deludono da soli, con il mondo progredito solo materialmente. Deludono e lasciano aperto il desiderio dell’uomo che non si appaga dell’evolversi delle cose ma punta sempre oltre.
Solo la speranza cristiana sa collaborare e invocare il Regno che Dio offre in Cristo.
Un brano di Papa Paolo VI: “Il Regno di Dio, cominciato quaggiù nella Chiesa di Cristo, non è identificabile con gli effetti positivi in questo mondo, la cui figura passa; la sua vera crescita non può essere confusa con il progresso della civiltà, della scienza e delle tecniche umane, ma consiste nel conoscere sempre più profondamente le imperscrutabili ricchezze di Cristo, nello sperare sempre più profondamente i beni eterni, nel rispondere sempre più ardentemente all’amore di Dio, e nel dispensare sempre più abbondantemente la grazia e la santità tra gli uomini. Ma è questo stesso amore che porta la Chiesa a preoccuparsi costantemente del vero bene temporale degli uomini. Mentre non cessa di ricordare ai suoi figli che essi non hanno quaggiù stabile dimora, essa li spinge anche a contribuire – ciascuno secondo la propria vocazione e i propri mezzi –al bene della loro città terrena, a promuovere la giustizia, la pace e la fratellanza tra gli uomini, a prodigare il loro aiuto ai propri fratelli, soprattutto ai più poveri e ai più bisognosi. L’intensa sollecitudine della Chiesa, sposa di Cristo, per le necessità degli uomini, per le loro gioie e le loro speranze, i loro sforzi e i loro travagli, non è quindi altra cosa che il suo grande desiderio di essere loro presente per illuminarli con la luce di Cristo e adunarli tutti in lui, unico loro Salvatore. Tale sollecitudine non può mai significare che la Chiesa conformi se stessa alle cose di questo mondo, o  che diminuisca l’ardore dell’attesa del suo Signore e del Regno eterno (Omelia di Paolo VI, 30 giugno 1968).
Come sarà la creazione nel mondo futuro?
La lunga citazione riportata è singolarmente attenta alla priorità della componente di verità e di grazia che l’uomo è chiamato a vivere. Include il progresso materiale dentro la grande visione del piano di salvezza che si attua e si conclude in Cristo.
Infatti, pur riconoscendo una relativa autonomia delle realtà terrene, il cosmo nella verità di essere dono del Donatore divino, è creato da Dio perché nell’uomo raggiunga il suo traguardo nel Signore Gesù.
Se mediante il Verbo tutto è stato creato, tutto è stato creato anche in vista del Verbo incarnato, morto e risorto. In Lui tutto si deve ricapitolare, le cose del cielo come quelle della terra (Ef 1, 9-10).
Ciò aiuta a intuire che il mondo non sarà annientato alla fine dei tempi Sarà annientato, piuttosto, nel “fuoco”, il mondo sfigurato dal peccato e dal Maligno.
La nuova creazione non verrà dal nulla, né dal misconoscimento dell’opera dell’uomo. Sarà, invece, la purificazione e il compimento dell’opera dell’uomo nel Signore Gesù. Saranno i nuovi cieli e la nuova terra che Dio ci donerà, non senza recepire i risultati dei nostri sforzi.
Tutto, infatti, tende a Cristo e la creazione aspetta con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa è stata sottomessa alla caducità –non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere essa pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente, aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo (Rm 8,19-23).
La descrizione, poi, di ciò che sarà, non può che ricorrere, pure in questo caso, a immagini e negatività. Le spade che vengono tramutate in vomeri e le lance in falci. Il lupo che gioca con l’agnello e il leopardo con il capretto. Il bimbo che mette la mano nel covo dell’aspide … (Is 2,4; 11,1-16). Valga per tutti un passo dell’Apocalisse: “E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: “Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passare” (Ap 21,1-4).
Non si vorrebbe essere monotoni ma, di là dai segni, va colta la sottolineatura per cui l’universo che entra nel Regno, in Cieli Nuovi e Terra Nuova, non è fatto solo dall’uomo, ma innanzitutto da Dio. E’ la restaurazione di tutte le cose, quando con il genere umano, anche tutto il mondo, che è intimamente unito all’uomo, nella coscienza e nella libertà dell’uomo, arriva al suo fine: Cristo, il Figlio del Padre  che per opera dello Spirito Santo ha assunto la natura umana nel grembo verginale di Maria, morto, risorto, asceso al cielo, sacramentalmente presente e operante per tutti e per tutto.
Ci si consenta un’altra citazione del Concilio Vaticano II: “Certo, siamo avvertiti che niente giova all’uomo, se guadagna il mondo intero, ma perde se stesso. Tuttavia, l’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell’umanità nuova che già riesce ad offrire una prefigurazione che adombra il mondo nuovo. Pertanto, benché si debba accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo del Regno di Cristo, tuttavia, nella misura in cui può contribuire a ordinare l’umana società , tale progresso è di grande importanza per il Regno di Dio” (Gaudium et spes, 39).
Questa preparazione del Regno è già in atto, poiché lo Spirito del Risorto anima ogni uomo che si converte e, in Cristo, l’universo è come sospinto e attratto anche per la preghiera e il lavoro umano; già in atto, nonostante tutto.
Si pensi, all’azione sacramentale di Cristo, attraverso l’acqua e l’olio come segni della sua grazia. Si pensi al pane e al vino che, nell’Eucaristia, addirittura si transustanziano nel Corpo e nel Sangue di Cristo che si fa corporalmente presente.
“Nella speranza cioè nel cammino di attesa siamo salvati” (Rm 8,24).
Quali applicazioni concrete?
Solo tre punti:
1. Il senso di serenità e di impegno che l’uomo nel trovarsi in un mondo non solo intriso di razionalità, poiché viene da Dio, a anche permeato da un dinamismo che lo fa tendere a Cristo, il quale pur già sacramentalmente presente e operante si manifesterà pienamente nell’ultimo giorno.
2. L’attenzione che l’uomo deve avere nel distinguere il progresso che egli può e deve attuare, dal compimento a cui il Signore Gesù, re dell’universo, viene a portare e da attendere nel mondo.
3. La convinzione che un’autentica speranza cristiana può e deve suscitare e sostenere l’impegno di tutti gli uomini nella responsabilità dei talenti, dei doni da esprimere entro le realtà terrestri. A condizione che si cerchi prima, il Regno di Dio che non è un al di là immaginario, posto in un futuro che non arriva mai; il suo regno si fa già presente là dove Egli è amato, pregato e dove il suo amore ci raggiunge per amare, perdonare come Lui ci ama, ci perdona; si sia disposti alla preghiera consentendo a Dio, che ci ha creati liberi, di poter storicamente intervenire anche per cieli nuovi e terra nuova; a superare la tentazione sul piano della prassi di erigere la libertà individuale a valore fondamentale al quale tuti gli altri dovrebbero sottostare; ciò che rileva San Paolo nella Lettera ai Galati: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (2,20). Viene così cambiata la mia identità essenziale e io mi converto ad esistere soltanto in questo cambiamento. Il mio proprio io mi viene tolto e viene  inserito in un nuovo soggetto più grande, nel quale il mio io c’è di nuovo, ma trasformato, purificato, “aperto” mediante l’inserimento nell’altro, nel quale acquista il suo nuovo spazio di esistenza. Diventiamo così “uno in Cristo” (Gal 3,28), un unico soggetto nuovo, il nostro io viene liberato dal suo isolamento. “io, ma non più io”: è questa  la formula dell’esistenza cristiana fondata sul battesimo, la formula della risurrezione dentro il tempo, la formula della “novità” cristiana chiamata trasformare il mondo in attesa del Giudizio universale. Il liberismo capitalistico che assolutizza l’individuo anziché la persona, individuo in relazione, non è conforme alla Dottrina sociale cristiana. Poiché un impegno terrestre oggi non sembra durare in un secolarismo dove Dio, l’attesa della meta escatologica, rimangono drammaticamente esclusi per la frattura tra Vangelo e cultura occorre, come ai tempi di san Benedetto, far crescere piccole comunità dove la fede cattolica pienamente accolta, comunitariamente vissuta e pensata nella fraternità diviene continuamente cultura. Abbiamo riflettuto sui novissimi, sull’escatologia cioè sul destino personale comunitario di ogni uomo, della storia  e del mondo in Cristo. Egli è Il Figlio del Padre che ha assunto un volto umano fino a lavorare con mani d’uomo, a pensare con mente di uomo, ad agire con volontà d’uomo, ad amare con cuore d’uomo; fino a morire sulla Croce pur in continuità Persona divina di Figlio del Padre in unione con lo Spirito.

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