martedì 9 ottobre 2018

Domenica XXVIII B

“La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio” e ci dona quella Sapienza che è più preziosa della ricchezza perché penetra nel cuore e ci insegna  come gestirla per amore cioè anche umanamente
Il Vangelo di questa domenica (Mc 10,17-30) ha come tema principale quello del rapporto tra Parola di Dio e la ricchezza: se Dio che parla è accolto diventa per noi sorgente di sapienza e di amore. Se facciamo resistenza, la Sua parola provoca in noi bruciori, sofferenza e inquietudine. Se
l’accogliamo, porta luce nella nostra vita e ci infonde coraggio e forza per progredire in qualunque situazione sulla via del bene e dell’amore. Gesù ci mette dinnanzi che per un ricco accogliere la Parola di Dio è molto difficile ma non impossibile; infatti, quel Dio che ha assunto un volto umano da povero e sacramentalmente da risorto,  presente e operante storicamente attraverso la Chiesa, se vi apparteniamo e lo ascoltiamo, può conquistare il cuore di una persona che possiede molti beni materiali e spirituali e spingerla alla solidarietà e alla condivisione con chi è bisognoso, con i poveri, con i senza fede, con chi vive nella situazione di peccato, di senza speranza della vita veramente vita, ad entrare cioè nella logica della verità  del proprio e altrui essere dono del Donatore divino come del mondo che ci circonda e divenire libero, capace di essere amato e di amare con tutti i beni. Ci si realizza solo facendoci dono liberamente cioè in relazioni di amore vero. Cristo con la Sua Parola e il Sacramento può conquistare il cuore di ogni persona comunque ridotta. In questo modo essa ogni persona si pone sull’unica via umana cioè quella di Gesù Cristo, il quale – come scrive l’apostolo Paolo – “da divinamente ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Cor  8,9). E la via storica con cui da risorto continua a raggiungerci perché ci facciamo dono nella verità del nostro essere è sempre povera cioè la Chiesa ma è l’unica via.
Come spesso avviene nei Vangeli, tutto prende spunto da un incontro: quello di Gesù con un tale che “possedeva molti beni” (Mc 10,22). Costui era una persona che fin dalla giovinezza osservava fedelmente tutti i comandamenti della Legge di Dio, ma non aveva trovato la vera felicità di chi, consapevole della verità del proprio e altrui essere dono del Donatore divino, si fa dono; e per questo domanda a Gesù come fare per “avere in eredità la vita eterna” (v 17) e immediatamente la vita veramente vita. Da una parte egli è attratto, come tutti, dalla pienezza della vita cioè dalla vita veramente vita, dalla felicità; dall’altra, essendo abituato a contare sulle proprie ricchezze, pensa che anche la vita eterna e già la felicità che l’anticipa si possa in qualche modo “acquistare”, magari osservando un comandamento speciale. Gesù coglie il desiderio profondo che c’è in quella persona come originariamente in ogni uomo, e – annota l’evangelista – fissa su di lui uno sguardo pieno di amore per la fedeltà a tutti comandamenti: lo sguardo di Dio (v.21). Ma Gesù capisce anche qual è il punto debole di quell’uomo: è proprio il suo attaccamento idolatra ai suoi molti beni; e perciò gli propone di farsi dono destinando tutto ai poveri, così che il suo tesoro – e quindi il suo essere dono del Donatore divino, la sua verità, il suo cuore – non sia più solo sull’immediato, ma sulla destinazione del cielo e addirittura aggiunge: “Vieni! Seguimi!” (v.22). Quel tale, però, invece di accogliere con gioia il meraviglioso invito di Gesù, se ne va rattristato (v.23), perché non riesce  a distaccarsi dalle sue ricchezze facendosi dono cioè realizzandosi nel proprio e altrui essere dono del Padre, atteggiamento di schiavitù che non potrà mai dargli la felicità che desidera e la vita eterna che celebreremo il 1 e il 2 novembre come nostra Pasqua dopo quella di Gesù e di Maria che abbiamo celebrato in aprile e agosto.
E’ a questo punto che Gesù fa una constatazione con i discepoli – e anche a noi oggi -: “Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!” (v. 23), cioè nella certezza dell’amore del Padre come figli nel Figlio e con il dono dello Spirito di amare come siamo amati. A queste parole, i discepoli rimasero sconcertati; e ancora di più dopo che Gesù ebbe aggiunto: “E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”. Ma vedendoli attoniti, aggiunge: “Impossibile agli uomini, ma non con Dio! Perché tutto è possibile in Dio” (vv.24-27). Così commenta San Clemente di Alessandria: “La parabola insegna: i ricchi  non devono trascurare la loro salvezza come se fossero già condannati, né devono buttare a mare la loro ricchezza né condannarla come insidiosa e ostile alla vita, ma devono imparare in quale modo usarla e procurarsi la vita veramente vita” (Quale ricco si salverà?, 27, 1-2). La storia della Chiesa è piena di esempi di persone ricche, che hanno usato i propri beni in modo evangelico, raggiungendo la santità. Pensiamo a san Francesco, a Santa Elisabetta d’Ungheria o a san Carlo Borromeo. La Vergine Santa, Sede della Sapienza che si è fatta verginalmente carne in Lei, ci aiuti ad accogliere con gioia l’invito di Gesù, per entrare nella pienezza della vita. 

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