Dottrina sociale, quel che monsignor Renna dimentica, corpus dottrinale che la Tradizione e il Toniolo non dimentica

Secondo il vescovo Luigi Renna, la DOC è diventata un'occasione di "dialogo sociale". In realtà, come insegnato dai papi prima di Francesco, essa è un corpus dottrinale. Il che ha ricadute precise per l'impegno dei cattolici, come ha sempre documentato il Centro culturale diocesano di Verona Giuseppe Toniolo

Stefano Fontana nella "Nuova Bussola" – 8 luglio 2024

Alla Settimana sociale di Trieste, conclusasi ieri, 7 luglio, è stata dimenticata una caratteristica fondamentale della Dottrina sociale della Chiesa, ossia il suo essere un corpus dottrinale. Tralasciando questo suo aspetto, essa è diventata, secondo le parole stesse dell'arcivescovo Luigi Renna che presiede il Comitato organizzatore, una occasione di «dialogo sociale». Con questo cambiamento, che mons. Renna attribuisce alla Fratelli tutti di Francesco, la Dottrina sociale della Chiesa diventa un'altra cosa, morendo e potenzialmente trasfigurandosi in ideologia.

 

Che essa sia un "corpus dottrinale" è stato ampiamente insegnato dai pontefici precedenti. Proprio per questo suo carattere, Leone XIII nella Rerum novarum ha chiamato in causa il proprio "ministero petrino", cosa di cui non ci sarebbe stato bisogno se si fosse trattato solo di un dialogo sociale. Giovanni Paolo II ha poi insegnato in modo incontrovertibile che essa è «una vera dottrina, un corpus che le permette di analizzare le realtà sociali, di pronunciarsi su di esse e di indicare orientamenti per la giusta soluzione dei problemi che ne derivano» (Centesimus annus, 5).

 

L'essere corpus dottrinale non impedisce che i singoli insegnamenti facciano anche delle considerazioni datate, né che tutto quanto si legge in un'enciclica sociale sia ugualmente vincolante l'obbedienza del credente. Però esiste un nucleo di principi organicamente collegati tra loro che oltrepassa i tempi e permane integro, chiedendo un assenso che, nel caso si trattasse invece di stimoli per un dialogo sociale, non verrebbe richiesto. Perché mai un fedele dovrebbe sentirsi vincolato da un insegnamento pontificio che perde il suo carattere dottrinale e diventa solo stimolo al dialogo sociale?

 

Il carattere di corpus dottrinale richiama anche l'impegno dei cattolici non solo a rispondere alle emergenze del momento, spesso stabilite dai media e dai poteri costituiti, palesi od occulti, ma a costruire la società nel suo insieme, come un tutto organico. Non basta elencare i problemi del momento e chiedere ai cattolici di partecipare per risolverli, perché in questo caso ognuno tenterà di risolverli a modo suo, unendosi anche a cattivi compagni di strada. Ci vuole una visione d'insieme che dia la cornice di senso e che prospetti una gerarchia di principi e criteri di riflessione. Senza di questo, l'incoerenza è inevitabile, pur con le migliori intenzioni personali.

 

Parlare di corpus dottrinale permette anche un altro vantaggio importante. Gli insegnamenti sociali della Chiesa, quelli che si trovano nelle encicliche sociali e che sono un corpus dottrinale, essi stessi si inseriscono in un corpus dottrinale più ampio, costituito dalla tradizione di quanto la Chiesa ha trasmesso anche in campi non strettamente sociali, comprese le acquisizioni dei Padri e dei Dottori. La Rerum novarum non è nata per caso e senza avere niente alle spalle.

 

Certo, se si parte dalla Dottrina sociale come corpus dottrinale il dialogo non è più la parte più importante, in quanto esso è illuminato, e quindi relativizzato, dai principi. Non con tutti è lecito dialogare, non sempre né in ogni luogo, non primariamente e non su tutto.

 

Stefano Fontana

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