martedì 18 dicembre 2018

Solennità  del Natale del Signore (Messa della notte)

Dio non è una solitudine perenne, ma, un circolo d'amore nel reciproco darsi e ridonarsi, Egli è Padre, Figlio e Spirito Santo. L'eterno oggi di Dio è disceso nell'oggi effimero del mondo e trascina il nostro oggi passeggero nell'oggi perenne di Dio
Dio è così grande che può farsi piccolo, bambino. Dio è così potente che può farsi inerme e venirci incontro come bimbo indifeso, affinché noi possiamo amarlo. Dio è così buono da rinunciare al suo splendore divino e
discendere in un posto riservato per una nascita verginale dopo un concepimento verginale, nella stalla di proprietà di Giuseppe, affinché noi possiamo trovarlo e perché così la sua bontà tocchi anche noi, si comunichi a noi e continui ad operare per nostro tramite. Questo è Natale: "Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato". Il Figlio di Dio Padre, rimanendo persona divina, è diventato anche uno di noi, affinché noi potessimo essere con Lui, diventare simili a Lui. Ha scelto come suo segno il Bimbo nel presepe: Egli è così. In questo modo impariamo a conoscerlo. E su ogni bambino rifulge qualcosa del raggio di quell'oggi, della vicinanza di Dio che dobbiamo amare e alla quale dobbiamo sottometterci – su ogni bambino, anche su quello non ancora nato.
Ascoltiamo una seconda parola della liturgia di questa Notte santa, questa volta presa dal Libro del profeta Isaia: "Su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse" (9,1). La parola "luce" pervade tutta la liturgia di questa Santa  Messa. Nel brano tratto dalla lettera di san Paolo c'è l'irruzione della luce divina nel mondo pieno di buio e pieno di problemi irrisolti. Infine, il Vangelo ci racconta che ai pastori apparve la gloria di Dio  e "li avvolse di luce" (Lc 2,9). Dove compare la gloria di Dio, del Donatore divino cioè della verità del nostro e altrui essere dono, come di tutto il mondo che ci circonda, là si diffonde nel mondo la luce della verità e quindi la libertà di ogni persona, la possibilità dell'amore. "Dio è luce e in Lui non ci sono tenebre", ci dice san Giovanni (1 Gv 1,5). La luce è fonte di vita e di amore.
Ma luce significa soprattutto conoscenza, significa verità in contrasto col buio della menzogna e dell'ignoranza. Così la luce ci fa vivere, ci indica la strada. Ma poi, la luce, in quanto dona calore, significa anche amore. Dove c'è amore, emerge una luce nel mondo; dove c'è odio, il mondo è nel buio, nella solitudine infernale. Sì, nella stalla di Betlemme è apparsa la grande luce che il mondo attende. In quel Bimbo giacente nella stalla, Dio mostra la sua gloria – la gloria dell'amore, che dà in dono se stesso e che si priva di ogni grandezza per condurci sulla via dell'amore. La luce di Betlemme non si è mai più spenta. Lungo tutti i secoli ha toccato uomini e donne, "li ha avvolti di luce". Dove è spuntata la fede in quel Bambino, lì è sbocciata anche la carità – la bontà verso gli altri, l'attenzione premurosa per i deboli e i sofferenti, la grazia del perdono. A partire da Betlemme una scia di luce, di amore, di verità, di bisogno di pace pervade i secoli.
Con il termine pace "pace" siamo giunti alla terza parola – guida della liturgia di questa Notte santa. Il Bambino che Isaia annuncia è da lui chiamato "Principe della pace". Ai pastori si annuncia nel Vangelo la "gloria di Dio nel più alto dei cieli" e "pace in terra…". Una volta si leggeva: "…agli uomini di buona volontà"; nella nuova traduzione si dice "…agli uomini che egli ama". Come intendere questo cambiamento? Non conta più la buona volontà? Poniamo meglio la domanda: Quali sono gli uomini che Dio ama, e perché li ama? Dio è forse parziale? Ama forse soltanto alcuni e abbandona gli altri a se stessi? Il Vangelo risponde a queste domande mostrandoci alcune precise persone amate da Dio. Ci sono persone singole - Maria, Giuseppe, Elisabetta, Zaccaria, Simeone, Anna ecc. Ma ci sono anche due gruppi di persone: i pastori e i sapienti dell'Oriente, i cosi detti re magi. Soffermiamoci in questa notte sui pastori. Che specie di uomini sono? Nel loro ambiente i pastori erano disprezzati; erano ritenuti poco affidabili e, in tribunale, non venivano ammessi come testimoni. Ma chi erano in realtà? Certamente non erano grandi santi, se con questo termine si intendono persone di virtù eroiche. Erano anime semplici. Il Vangelo mette in luce una caratteristica che poi, nelle parole di Gesù, avrà un ruolo importante: erano persone vigilanti. Questo vale dapprima nel senso esteriore: di notte vegliavano alle loro pecore. Ma anche in un senso più profondo: erano disponibili per la parola di Dio, per l'Annuncio dell'Angelo. La loro vita non era chiusa in se stessa; il loro cuore era aperto. In qualche modo nel senso più profondo, erano in attesa di qualcosa, in attesa finalmente di Dio, del Donatore divino del proprio e altrui essere dono. La loro vigilanza era disponibilità – disponibilità ad ascoltare, disponibilità ad incamminarsi; era attesa della luce che indicasse loro la via. E' questo che a Dio interessa per poter agire. Egli ama tutti perché tutti sono creature sue. Ma alcune persone hanno chiuso la loro anima; il suo amore non trova presso di loro nessun accesso. Essi irresponsabilmente credono di non aver bisogno di Dio; non lo vogliono e Dio avendoci creati con il libero arbitrio ne accetta il rischio cioè il rifiuto. Altri che forse moralmente sono ugualmente miseri e peccatori, almeno soffrono di questo. Essi attendono Dio. Sanno di aver bisogno della sua bontà del suo perdono, anche se non ne hanno un'idea precisa. Nel loro animo aperto all'attesa la luce di Dio può entrare, e con essa l'amore, la pace. Dio cerca persone che portino e comunichino la sua pace. Chiediamogli di far sì che non trovi chiuso il nostro cuore al suo amore. Facciamo in modo di essere in grado di diventare portatori attivi della sua pace – proprio nel nostro tempo. Regina della pace prega per noi.

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