Domenica XXIX

 

Nel Vangelo di oggi possiamo notare due cose sorprendenti. La prima è che due apostoli, Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, vanno da Gesù e gli chiedono i primi posti subordinando gli altri: "concedici di sedere nella tua gloria, uno alla destra, e uno alla tua sinistra". Prevedono la gloria di Gesù, e vogliono condividerla non come servi ma come primi ministri sugli altri.

Questa domanda è sorprendente perché nel Vangelo viene dopo che Gesù si presenta come servo, offrendosi quale modello da imitare e da seguire sullo sfondo del terzo annuncio della passione: "Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi: lo condanneranno a morte, lo consegneranno ai pagani, li scherniranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno; ma dopo tre giorni risusciterà" (Mc 10, 33-34). Gesù ha appena annunciato tutte le umiliazioni dei maltrattamenti che sta per subire, e i due apostoli chiedono i posti di onore! Anche noi, non facendo ogni settimana la via crucis, siamo spesso così. Gesù ci rivela che per amare come Lui ci ama non dobbiamo puntare a privilegi, vantaggi, soddisfazioni personali, ad essere ambiziosi e a voler avere sempre posti di onore. Folgorante è la replica di Gesù e inatteso il suo interrogativo: "Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo?" (v. 38). L'allusione è chiarissima per giungere alla meta di amare come Lui ci ama: il calice è quello della passione, che Gesù accetta per attuare la volontà di amore del Padre. Il servizio a Dio e ai fratelli anche a quelli che non lo vogliono, che lo mettono in croce: questa è la logica della sequela di Gesù per amare gli altri come Lui ci ama, questo lo stile che la fede autentica imprime e sviluppa nel nostro vissuto quotidiano e che non è invece lo stile mondano che respiriamo, lo stile oggi che spinge a puntare sulla tecnica e sul potere della riuscita, della d gloria. Giacomo e Giovanni con la loro richiesta mostrano di non comprendere la logica di vita che Gesù testimonia, quella logica – secondo il Maestro – deve caratterizzare ogni discepolo, nel suo spirito cioè nel modo di pensare e volere le vita di discepoli. E questa logica di poter amare come Gesù ma senza il passaggio della sofferenza non abita solo nei due figli di Zebedeo perché, secondo l'evangelista, contagia anche "gli altri dieci" apostoli che "cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni" che alla domanda "potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?" rispondono sì. L'espressione "bere il calice" fa pensare alla passione di Gesù. nel Getzemani egli chiede al padre di allontanare da lui questo calice, se è possibile; ma si rimette alla volontà del Padre, e alla fine accetta di bere il calice. Il battesimo di Gesù è un battesimo di sangue. I due apostoli convertendosi rispondono alla domanda di Gesù con generosità e con slancio: "Lo possiamo". Gesù ha dato ai due apostoli più di quanto hanno chiesto: li ha liberati dalla loro ambizione egoistica e li ha resi partecipi del suo amore, li ha posti veramente molto vicini a lui nell'amare, nella generosità. Questa è la grazia più importante. Il posto alla sua destar e alla sua sinistra è una cosa secondaria quando si giunge ad amare come Gesù ama e quindi alla felicità. Ma all'udire questo gli altri dieci si sdegnarono, perché presi dalla stessa ambizione senza ancora convertirsi come Giacomo e Giovanni nell'accettare di bere il calice. Non è facile entrare nella logica del Vangelo di Gesù di rivolgersi a tutti i discepoli e "chiamateli a sé", quasi per stringerli a sé, a formare come un corpo unico e indivisibile con Lui e indicare qual è la strada per giungere alla vera felicità, quella di Dio in un volto umano: "Voi sapete che coloro i quali son considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tar voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti" (Mc 10,42-44). Dominio e servizio, egoismo e altruismo, possesso e dono, interesse e gratuità: queste logiche profondamente contrarie, con la ferita della colpa originale, si confrontano in ogni tempo e in ogni luogo. Non c'è alcun dubbio sulla strada scelta da Gesù: Egli non si limita a indicarla con le parole ai discepoli di allora, di tutta la storia del suo corpo, la Chiesa, di oggi e del futuro, ma la vive nella sua stessa carne. Spiega infatti: "Anche il Figlio dell'uomo non è venuto a farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto di molti" (v. 45) Secondo la tradizione biblica, il Figlio dell'uomo è colui che riceve il potere e il dominio da Dio (Dn 7,13s) attraverso il libero arbitrio di chi lo accetta senza costringere nessuno: ecco perché pur dando la vita per tutti il riscatto è per molti. Gesù interpreta la sua missione sulla terra sovrapponendo alla figura del Figlio dell'uomo quella del Servo sofferente, descritto da Isaia (Is 53,1-12). Egli riceve il potere e la gloria solo in quanto "servo"; ma è servo in quanto accoglie su di sé il destino di dolore e di peccato di tutta l'umanità. Il suo servizio, e quindi il nostro suoi discepoli, si attua nella fedeltà totale e nella responsabilità piena verso tutti gli uomini. Per questo la libera accettazione della sua morte violenta il prezzo di liberazione per molti, diventa l'inizio e il fondamento della redenzione di ciascun uomo e dell'intero genere umano.

Forse non ce ne accorgiamo, ma tane volte succede di desiderare che il Dio di Gesù Cristo non si manifesti com'è: un Dio pieno di mitezza e di pazienza, un Dio che non interviene con violenza per costringere tutti ma aspetta che gli uomini si convertano, un Dio che lascia sussistere il male per trarne il bene. Quante volte ci lamentiamo di Dio perché le cose non vanno come a noi sembrerebbe giusto! Noi vogliamo riuscire in quello che facciamo; noi vogliamo avere rapporti facili e tranquilli con tutti, soprattutto in famiglia, in parrocchia; noi vogliamo che il nostro punto di vista prevalga; noi vogliamo che i criminali siano eliminati … E Dio ci lascia sbagliare, ci lascia nelle difficoltà di rapporti anche in famiglia, oggi nel cammino sinodale della Chiesa, lascia che gli altri non tengano conto delle nostre opinioni, fa splendere il sole sui buoni e sui malvagi. Le nostre reazioni spontanee sono in contraddizione con la prima domanda del Padre Nostro: "Sia santificato il tuo nome", perché invece diciamo: "si realizzino le mie idee, si compiano i miei desideri, trionfi il mio modo di vedere…". E le nostre idee, i nostri desideri, le nostre prospettive sono diverse da quelle di Dio. Abbiamo dunque bisogno che il Signore ci insegni a pregare, che metta in noi un desiderio profondo della sua manifestazione mentre preghiamo.

È in primo luogo nella celebrazione eucaristica che il Signore compie la nostra educazione. Inizia con la celebrazione della sua parola, mediante la quale ci illumina, ci comunica il suo punto di vista, perché noi lo sostituiamo ai nostri. Ma non soltanto con la sua parola Dio ci coinvolge, ma in tutta la dinamica della sua vita, del suo sacrificio, perché impariamo davvero a pregare. "Padre, sia santificato il tuo nome", è una preghiera che possiamo capire soltanto se coinvolti con il sacrificio di Cristo. Come deve essere santificato i nome di Dio? Che cosa significa per Dio "santificare il suo nome"? Lo impariamo partecipando consapevolmente al sacrificio di Gesù. "Padre, glorifica il tuo nome!". È dalla croce di Cristo, dalla sua vittoria nella passione che il nome di Dio è stato veramente manifestato, glorificato, santificato. E Gesù nell'Eucaristia ci coinvolge nel movimento della sua passione cioè del suo amore, tanto che possiamo pregare il Padre Nostro molto più profondamente alla fine che all'inizio della Messa. "Sia santificato il tuo nome!". Lo diciamo dopo che Gesù ha ripetuto davanti a noi il dono di sé stesso: "Ecco questo, è il mio corpo dato per voi, questo è il mio sangue, il sangue della nuova alleanza". Così, consapevoli, il nome di Dio è santificato.

Allora impariamo come esso possa essere santificato anche nella nostra vita. Quello che ci sembrava un ostacolo diventa un mezzo, se lo portiamo, per dire così, nell'eucaristia, per capire come possiamo in ogni situazione, santificare il nome di Dio. Invece di inquietarci nelle piccole difficoltà, di disperarci in quelle grandi, impariamo a poco  a poco ad avere una possibilità che l'amore del Signore ci offre per santificare il suo nome. Che la Regina dell'amore, della pace, della Madre del lungo cammino ce lo faccia comprendere ricordare.

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