Convegno ecclesiale di Verona 2006 Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo

 

 

La Chiesa indica ai laici il rischio di leggi che contraddicono valori e principi "radicati nella natura dell'essere umano", "Il rischio di scelte politiche e legislative" legittimanti forme di amore ritenute deboli e deviate, "unioni diverse dalla famiglia fondata sul matrimonio", leggi che non tutelano la vita dal concepimento alla morte

Il IV Convegno ecclesiale nazionale di Verona, dal titolo "Testimoni di Gesù risorto, speranza nel mondo", si è svolto dal 16 al 20 ottobre 2006 nella città veneta, partecipanti 2700 delegati, tra cui 11 cardinali, 222 vescovi, 608 sacerdoti, 41 diaconi, 322 tra religiosi e religiose, 15 consacrati laici e 1275 laici [2]. In cinque giorni di comunione e preghiera [3], i rappresentanti qualificati di tutte le comunità ecclesiali italiane si sono confrontati sulla realtà sociale, politica e culturale odierna. L'evento si è proposto come nuovo impulso allo slancio missionario scaturito dal Grande Giubileo del 2000 e come verifica del cammino pastorale svolto dalla Chiesa italiana nel primo decennio del terzo millennio.

 

Tema portante di quest'appuntamento è stato quello della cosiddetta questione antropologica, sempre più legata alla questione sociale [4]. La domanda di fondo verteva attorno alla possibilità per i cristiani italiani di quale servizio offrire al Paese in quanto testimoni di speranza, quanto e come incidere ed essere presenti nel tessuto della società. Tale testimonianza cristiana, secondo la traccia preparatoria del Convegno, dovrebbe prestare attenzione a cinque grandi aree dell'esperienza personale e sociale, chiamate "i cinque ambiti". Essi furono: la vita affettiva, il lavoro e la festa, la fragilità umana, la tradizione, la cittadinanza. Gli ambiti hanno una valenza antropologica che interpella ogni uomo, credente o non credente, chiamato a misurarsi per dare un senso alla propria esistenza [5].

 

Cruciale fu la prolusione tenuta da Papa Benedetto XVI alla Fiera di Verona, un discorso durato un'ora ed un quarto in cui il pontefice, pur affermando che la Chiesa non intende essere "un agente politico", affidò ai laici la "responsabilità" di essere cittadini, di "agire in ambito politico per costruire un giusto ordine nella società". La sfida qualificante del primo decennio del nuovo secolo era la "nuova ondata di illuminismo e di laicismo, per la quale sarebbe razionalmente valido soltanto ciò che è sperimentabile e calcolabile, mentre sul piano della prassi la libertà individuale viene eretta a valore fondamentale al quale tutti gli altri dovrebbero sottostare". Il pontefice ribadì quindi il dovere della Chiesa di indicare ai laici il rischio di leggi che contraddicono valori e principi "radicati nella natura dell'essere umano", citando chiaramente il "rischio di scelte politiche e legislative" legittimanti forme di amore ritenute deboli e deviate, "unioni diverse dalla famiglia fondata sul matrimonio", leggi che non tutelano la vita dal concepimento alla morte. Il Papa parlò anche dei "molti e importanti uomini di cultura" non credenti ma sensibili al "rischio di staccarsi dalle radici cristiane della nostra civiltà", identificandoli come possibili interlocutori [6].

 

In quest'ultima affermazione molti videro ancora una volta l'affermazione della linea del cardinal Ruini, identificata dai critici come un mix di pressione sulla classe politica per bloccare le leggi non gradite alla gerarchia ecclesiastica, affermazione della «visione antropologica"

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