La vita spirituale a cominciare da noi preti è essere innestati in Cristo

 

Il 29 giugno 2021 ho celebrato con gioia 61 anni dall'ordinazione sacerdotale, rivivendo soprattutto il nono anno, 1969, quando Direttore dello Studio Teologico San Zeno, abbiamo impostato, con Mons. Giuseppe Carraro, il piano degli studi sulla centralità di Cristo con l'approvazione del Prefetto della Congregazione dei Seminari, il cardinale Garronne che venne a Verona ad incontrare i più di quattrocento chierici.

Avendo di Robert Sarah A servizio della verità (Fede-Cultura), mi sono soffermato sul quinto giorno dei suoi esercizi spirituali a sacerdoti cioè vita sacerdotale e vita ascetica. Ho ritrovato, da pagina 91 a 110, il cammino dei miei tredici anni di Seminario e la tensione ideale dei miei 61 anni di sacerdozio. Ho pensato: forse potrebbe essere utile a seminaristi e sacerdoti narrarlo. Per chi ha tempo e voglia di leggerlo sul mio sito.

Sono qui in Casa di riposo a Negrar e quindi ho il tempo di riflettere sulla formazione in Seminario e sul vissuto e ministero da sacerdote a riguardo della spiritualità che a 87 anni sto vivendo in attesa della meta.

Cosa significa per noi sacerdoti, per noi cristiani, "vita spirituale"? Più che rifarmi a questioni dibattute mi concentro nella riflessione su quello che ho vissuto e sto vivendo. Da cristiano, fin dal Battesimo il 15 agosto del 1934, nato il 9, tra i beni ho la possibilità e l'onore della rinascita in Gesù Cristo attraverso la fede di papà Oliosi Giovanni e mamma Ermelinda Lorenzini con il parroco di Cavalcaselle don Giuseppe Manganotti. In effetti, sin dall'epoca del Nuovo Testamento, noi ci chiamiamo con il Battesimo semplicemente "cristiani". Eppure sono stato battezzato nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, educato nel nome del nostro Dio, l'unico vero Dio, la Santissima Trinità. Eppure la Provvidenza non ha stabilito che noi ci chiamassimo "trinitariani", bensì "cristiani". Questo, rinati a nuova vita, è il nostro nome, che indica anche l'essenza della mia vira presbiterale (At 11,26; 26,28; 1 Pt 4,16). Gesù disse: "Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me" (Gv 14,6). In queste parole del Signore, richiamatemi dal padre spirituale fin dalle medie nel piccolo  seminario a Bussolengo, ho trovato tutto, l'essenza dell'essere cristiano e quindi prete.

Anche laureato in Teologia con Monsignor Carlo Colombo a Venegono, in queste parole c'è in continuità la Presenza di Cristo Gesù, il Figlio, L'Amato, e del Padre, l'Amante. Quindi vi è riferimento al legame intra trinitario tra la Prima e la Seconda Persona. In altri testi del Nuovo Testamento mi hanno insegnato quanto sia essenziale il ruolo dello Spirito Santo, l'Amore, per il nostro contatto con Cristo e nelle parole di Gesù c'è il riferimento all'unico Dio Trinità. l'Amante, il Padre, l'Amato, il Figlio, l'Amore, lo Spirito Santo.

Nel cammino allo Studio teologico, soprattutto con i biblisti in particolare mons. Ongaro, quando Gesù dice, parlando in modo assoluto, "il Padre", il Signore non si riferisce in realtà alla Prima Persona soltanto, ma a Dio (quindi alle Tre Persone). Infatti secondo questa esegesi, quando Cristo vuol riferirsi, soprattutto nelle notti passate in preghiera, al Padre in senso stretto, cioè alla Prima Persona trinitari, il Maestro non dice in assoluto "il Padre", bensì "il Padre mio", indicando quella relazionalità Io-Tu che realizza e manifesta la distinzione personalizzata nella natura divina. E i discepoli, tutti presi vedendolo in quei momenti, "insegna anche a noi…", voi dite "Padre nostro…".

Poi, nelle stesse parole, c'è il riferimento cristologico; nessuno arriva al Padre – o possiamo dire nessuno giunge a Dio – se non per mezzo di me (Gv 14,6).

Senza ancora la precisione del linguaggio della razionalizzazione della fede nella scienza teologica ero diventato consapevole, attraverso il vissuto soprattutto liturgico (in teologia dirigevo con entusiasmo giovanile il canto gregoriano!), che cos'era per me la vita spirituale. Per noi, che ci chiamiamo cristiani, sacerdoti la vita spirituale, il cuore della vita di amore, è Cristo. E rivivo la domanda di Tommaso nell'ultima Cena. In quell'occasione Gesù, predicendo la propria imminente dipartita, annuncia di andare a preparare un posto ai discepoli perché siano anch'essi dove si trova Lui; e precisa loro: "Del luogo dove io vado, voi conoscete la via" (Gv 14,4). È allora che Tommaso interviene dicendo: "Signore, non sappiamo dove vai, e come possiamo conoscere la via?" (Gv 14,5). Queste parole forniscono a Gesù l'occasione per pronunciare la celebre definizione che per me nella scelta celibataria, anche di fronte ad affettività femminili, non mi hanno distolto dalla prospettiva del celibato: "Io sono la via, la verità e la vita"(Gv 14,6) quindi anticipando già in questo mondo ciò che mi renderà eternamente felice. È dunque primariamente a Tommaso che viene fatta questa rivelazione di chi è Gesù per ogni uomo che lo accoglie, ma essa vale per tutti noi per non idolatrare anche ciò che da giovani attira e quindi il di più anche in questo mondo della scelta verginale. Ogni volta che sentivo o leggevo queste parole, mi mettevo a fianco di Tommaso. Gesù lo dice proprio in questo versetto, dove, oltre che a Verità e Via, Egli presente risorto si definisce la Vita e quindi l'Amato del Padre. San Paolo dice: "Per me infatti il vivere è Cristo" (Fil 1,21). "Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo, voglio viverla nella fede del figlio di Dio, che mi ha amato e mi ama e ha consegnato e consegna sé stesso per me" (Gal 2,19-20) per cui mi sento libero difronte a tutti e a tutto, godendo della vera libertà e quindi della possibilità di amare gratuitamente ed essere amato. A livello strettamente letterale, se consideriamo solo il contesto del brano, l'apostolo fa riferimento alla vita fisica sulla terra, alle attrattive affettive, del successo, del possesso. Ma il grande biblista Galbiati, che mi insegnava scientificamente a Venegono, mi ha invitato a leggere la Bibbia non solo a livello letterale, perciò da sempre questo versetto l'ho interpretato in riferimento alla mia vita spirituale, oggi in attesa di quando l'anima si staccherà con la morte da questo corpo per il giudizio particolare davanti a Lui, l'Amato con me del Padre, l'Amante. Il vissuto spirituale per me, nei momenti positivi o di perdono dopo mancanze, è Cristo, la sua presenza sacramentale. Il cammino spirituale cristiano, soprattutto da sacerdote, significa, nella sua essenza, essere legati con Cristo o, ancor più che legati, "innestati sacramentalmente" in Cristo ravvivando la consapevolezza come i tralci alla vite (Rm 11,16-24; Gv 15,1-8). Giudicando spesso me stesso, cogliendo la colpa e il peccato, bisognoso del suo perdono non riesco a giudicare gli altri. Diversamente sono tentato di giudicare.

Vita spirituale ha significato innanzitutto vivere in grazia di Dio, rimanere innestati sulla vite in modo da ricevere continuamente la linfa spirituale. In terza media un compagno, ricco di famiglia che ha lasciato il Seminario, ha invitato me povero contadino e chiesto di rimanere la sera a letto con lui con toccamenti per me peccaminosi. Forse allora esagerando ma confessandolo più volte convinto di non salvarmi da solo. Sentivo soprattutto nel ritiro e negli esercizi il bisogno della linfa divina del perdono, cioè della grazia, come si usava continuamente allora, che scorresse dentro di me, arrivando come dono della vite, Gesù. Ricordo il fermo proposito negli Esercizi a Roverè di Velo, di perseverare, con l'aiuto della grazia divina, nel rimanere in una intima comunione con Cristo. Più in concreto ho voluto confermare la mia determinazione di odiare il peccato mortale con tutte le mie forze. Ma questo corrispondeva al clima, alla sensibilità comune: la morte ma non peccati! Adesso nella preghiera chiedo al Signore che mi doni il santo disgusto non solo pel peccato mortale, ma anche delle colpe veniali che raffreddano con tante omissioni. Chiedo allo Spirito Santo che, dinnanzi alla possibilità di peccare sempre in agguato e non più richiamata dalla sensibilità pastorale, educativa generale per noi preti anziani, mi dia un rigetto interiore. Mi risuonano quelle meravigliose parole del Crisostomo, per cui il sacerdote deve splendere come fosse un sole, riflettendo la luce di Cristo. Sento soprattutto il bisogno che allo specchio della mia anima che con la morte del corpo vivrà totalmente di non opacizzarsi con il peccato veniale. Certo soprattutto evitare, per quanto tocca a noi, che il peccato mortale mandi lo specchio dell'anima in frantumi, divenendo incapace di riflettere eternamente il volto di Cristo.

Vita spirituale è, nonostante non se ne parli e non ci venga richiamato, mantenere integro e pulito lo specchio dell'anima, sì che Cristo possa specchiarsi in essa e in modo tale che i raggi luminosi che promanano dal volto di Cristo, rimbalzando sulla mia anima, raggiungano gli altri confratelli, le persone che mi telefonano attraendole alla verità e alla bellezza celesti. Ultimamente mi è accaduto che persone divorziate e unite civilmente si siano impegnate a relazionarsi castamente per poter fare la comunione dove non sono riconosciute.

In un incontro fraterno qui alla casa del Padre mi è piaciuto che si sia detto necessario formare i futuri sacerdoti. La formazione spirituale deve partire da questa base: non ci può essere vera vita spirituale cristiana lì dove Cristo è offeso, potremmo dire scacciato dal peccato mortale. Dio e il peccato sono incompatibili. È pura illusione o menzogna insegnare che, anche in presenza di peccato mortale, soprattutto se tale peccato non è un incidente di percorso ma è una condizione stabile (un chierico che cade sessualmente con un'amica che abitualmente frequenta) ci potrebbe essere ugualmente una fruttuosa vita spirituale di carità del cristiano, del seminarista, del sacerdote. Come può il tralcio portare frutto, dare gli acini deliziosi dell'uva, se è reciso dalla vite? Gesù dice: "Senza di me, non potete far nulla" (Gv 15,5). Veramente senza di Lui noi possiamo fare molte cose: molte cose cattive o almeno del tutto indifferenti rispetto alla salvezza eterna anche osannati immediatamente. Pur con il perdono qualcosa di buono, santo e valido per l'eterna salvezza, questo lo possiamo fare solo se inabitati dalla Santa Trinità per mezzo della presenza sacramentale di Gesù Cristo soprattutto attraverso il frequente sacramento della Confessione che io settimanalmente non tralascio mai. Altrimenti, pretenderemmo di salvarci con le nostre buone opere solo umane, uno dei peccati direttamente contro Lo Spirito Santo.

Quanto sono grato per i tredici anni di seminario per la formazione sacerdotale iniziale, prolungata, con alterne vicende, nell'intera estensione della vita, mirando sempre a questo anche attraverso pentimento e perdano: farmi scoprire la gioia o momenti di gioia dell'unione sacramentale con Cristo anche attraverso fraterni gesti di carità e puntando, tentando e ritentando di perseverare in essa, sempre con l'aiuto della grazia e della Provvidenza. Da seminarista, da chierico (quattro splendidi anni di teologia preceduti da propedeutica, pur anche con malattie), da sacerdote non ho puntato solo a vivere per Cristo, cioè per servirlo nella carità. È anche questo con incarichi diocesani, insegnamento di lettere e teologia, parroco in più parrocchie, Rettore al santuario della Madonna della Corona, esorcista (avviando alla Associazione Internazionale Esorcisti un gruppo di collaborazione tra psicologi, psichiatri ed esorcisti per diagnosticare malattie psicopatiche o demonopatiche), ma c'è di più soprattutto negli ultimi anni e qui alla Casa di riposo. Come sacerdote ho puntato a vivere per Cristo, con Cristo e soprattutto in Cristo e Cristo in me. C'è stata e soprattutto c'è una coappartenenza. La spiritualità sacerdotale non ha annullato, anzi confermato il carattere pienamente virile da sacerdote. Ma mi è stato tanto confacente alla mia psicologia virile attratta dal femminile vivere una unione sponsale con la Chiesa anche con obbedienze difficili per il mio carattere non sempre umile e docile ma sempre fruttuose. Ma questa unione in 61 anni di sacerdozio con la bella Donna-Chiesa è stata un risvolto dell'unione personale fondamentale con Cristo. Infatti, con l'essere personalmente innestati in Cristo, perdonati continuamente da Lui si vive concretamente nell'essere in corporati al suo Corpo Mistico, a coloro che sono Chiesa giunti già in paradiso, al mondo angelico, alla Madre divina. Le "nozze" – per così dire- da sacerdote con la Chiesa di uomini e donne sono una conseguenza dell'inabitazione della Trinità nella sua anima per mezzo del Sommo ed Eterno sacerdote che agisce attraverso di me soprattutto nella Messa quotidiana e nella Penitenza settimanale (sono i momenti quotidiani e settimanali più belli di vita spirituale!). Così la mia vita spirituale si è svolta, non sempre con equilibrio, al tempo stesso, come vita in Cristo e nella Chiesa, oltre che vita per Cristo e per la Chiesa. Quando c'è stata troppo forte la seconda e scarsa la prima, ho rischiato il funzionalismo rigido e amicizie rischiose. Questo rischio è stato invece assente quando pur lavorando e dirigendo mi sono impegnato per il Signore soprattutto con l'esercizio da esorcista con un segno visibile del demonio, gettato giù dalla scala, con un intervento al cervello. E rileggendo qui alla Casa di riposo tutto il vissuto sacerdotale vorrei gridare ai mei confratelli più giovani che il fare deve avere sempre un posto secondario, conseguente all'essere.

Con chiarezza devo riconoscere che mi è stato inculcato, richiamato che Gesù ha chiamato gli apostoli perché innanzitutto stessero con Lui e quindi andassero in missione. E quando a causa della carità per le vedove hanno visto ridurre lo stare con Lui, hanno istituito i diaconi per il servizio. Come adesso vedo necessario prima stare con il Maestro davanti al tabernacolo, spendere tempo con Lui pregando ma anche studiando, "rimanere con Lui" (Gv 1,39) per essere liberi da celibi anche con amicizie e affettività. Quanto ho sempre ricordato come si esprime il Vangelo: "Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli -, perché stessero con lui e per mandarli a predicare". Rettore al Santuario della Corona dal 1965 dopo gli anni travolgenti del Concilio ho vissuto veramente bene Messe e Confessioni. Ma dal 1963 al 1972 come Segretario e Direttore dello Studio teologico san Zeno il fare è stato eccessivo anche fisicamente dovendo andare in casa di cura a Milano e vivendo un periodo di crisi. Mi sono iscritto alla facoltà di Filosofia e laureato con la Vanni Rovighi. Nel 1974 Mons. Carraro mi volle un mese con lui a Roma e incontrai il Card. Vojtyla e la dottoressa Poltasca. I sinodali volevano fare una Esortazione non post-sinodale ma sinodale (In alcuni episcopati c'era la critica per l'Humanae vitae) con la svolta antropocentrica conciliare di de Lubac e post conciliare di Rahner e il 28 ottobre sono rimasti fino alle 5 del mattino con Padre Grasso senza giungere a un accordo e consegnando il materiale a Paolo VI che mai era intervenuto al Sinodo per il clima non troppo favorevole a lui per l'Humanae vitae. Paolo VI a mons. Carraro che aveva fatto gli esercizi alla Curia chiese chi poteva aiutarlo. E Carraro, entusiasta per la relazione di inizio e conclusione di Vojtyla, cristocentrica e quindi antropocentrica e teocentrica,  indicò lui. Paolo VI lo ricevette chiedendogli una proposta entro due mesi. Vojtyla fece notare a Carraro la difficoltà di ritornare dalla Polonia suggerendo che se avesse la possibilità economica di rimanere a Roma per quindici giorni l'avrebbe stesa. Carraro pensò a tutto per lui e la Poltascha e ci ha dato la Evangelii nuntiandi pubblicata l'8 dicembre del 1975 a dieci anni dalla conclusione del Concilio,   con i primi cinque numeri su Cristo. E nel 1976 Carraro mi ha chiesto di avviare il Centro culturale diocesano Giuseppe Toniolo partendo da "Esiste una cultura cristiana…". È stata una scelta divisiva ma con un risultato nel 1981: a Verona per la vita contro l'aborto più del settanta per cento, in Italia il 32%.

Nel 1985 il mio direttore spirituale mi ha chiesto "Quanto tempo passi con Gesù? Mi ha intimato di lasciare i mass media, anche radio-tele pace, se vuoi recuperare la spiritualità sacerdotale e fa il parroco, stando molto con Lui davanti al Tabernacolo e la gente ti troverà in Chiesa come sacerdote, non alla televisione e alla radio".

E a Torri del Benaco dal 1985 al 1997 ho recuperato il tempo che durante la giornata dedico a Gesù in modo personale, esclusivo. Qui alla Casa del Padre con la mente ripercorro l'orario di una mia giornata tipo e mi chiedo: quanto tempo riservo esclusivamente a Gesù Cristo? Qualcuno mi può obiettare: "Non conta la quantità, bensì la qualità". Certo la qualità è importante. Ma quantità e qualità non sono elementi contradditori, per cui o c'è l'uno o c'è l'altro? E io posso dire che per lievitare la qualità, occorre una certa quantità. Si pensa che se le cose vengono ripetute troppo spesso o si prolungano nel tempo viene meno la qualità. Da giugno a ottobre a Torri, per il tipo di paese lacustre, da due mila abitanti arrivavamo a più di trenta mila con otto messe alla domenica e quattro nei giorni feriali, e tante confessioni. Ebbene per la mia spiritualità sono stato dodici anni fecondi. Il filosofo Romano Amerio ricordava che ai preti quantità e qualità nel ministero vanno insieme. E poneva l'esempio dello studio. "Per studiare bene qualitativamente, devo studiare molto quantitativamente". La quantità di studio produrrà la qualità. Applichiamo questo alla preghiera, al ministero sacerdotale cioè ai momenti di incontro con Cristo. Certo, anche a me ha sempre interessato soprattutto la qualità della vita spirituale e non illudermi che la quantità sia sufficiente. Ma attenti nella quantità è importante in vista della qualità della vita spirituale. Quante ore al giorno nei dodici anni a Torri da giugno a ottobre dedicate all'incontro con il Maestro e questa è la qualità. Mentre pregava nel giardino del Getzemani Gesù dice agli apostoli addormentati: "Così, non siete stati capaci di vegliare con me un'ora una sola volta? Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole" (Mt 26,40-41). Qui alla Casa di riposo, finché la salute me lo acconsente, è molto l'incontro con Cristo nella preghiera e nell'adorazione e quindi fraternamente.

Durante il mio seminario sono stati di grande aiuto gli orari quotidiani di preghiera e di studio. Ma anche lì aggiungevo qualcosa di mio personale. Frequentavo molto spesso Gesù presente nel tabernacolo per ravvivare un'amicizia vera con Lui, personale e intima. C'era, soprattutto in teologia, la celebrazione comunitaria di tutta la Liturgia delle ore e del santo Rosario quotidiano. Mi piace ricordare nella Supplica alla Madonna di Pompei del beato Bartolo Longo il suo invito al rosario quotidiano per il sacerdote come potentissima arma spirituale nelle tentazioni "torre di salvezza negli assalti dell'inferno".

Il fine della formazione spirituale ricevuta nei tredici anni è stato di diventare un uomo di Dio, un uomo di preghiera e un uomo che innanzitutto sta sempre davanti al Signore. Com'è stato importante questo anche per la sensibilità la psicologia! Il tutto, anche di fronte a privazioni, incomprensioni e malattie, essere riconosciuti dagli altri come uomini di Dio. Quanto bene mi ha fatto il santo Curato d'Ars che ha consumato la sua vita come lampada davanti al tabernacolo e a confessare. Io, chiamato per conferenze, ho avuto la grazia di incontrare anche parroci in preghiera davanti al tabernacolo. Non sono molti oggi, ma esistono ancora sacerdoti che hanno capito e che mettono in pratica quel versetto del Vangelo:" Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli -, perché stessero con Lui e per mandarli a predicare" (Mc 3,14) Questi primi sacerdoti hanno capito di essere stati eletti e costituiti non semplicemente per Andare a predicare e fare carità, bensì per stare con Cristo e poi anche per predicare, fare carità. Questi santi ministri di Dio hanno capito che devono passare del tempo in solitudine con Cristo, l'Amato dell'Amante, il Padre, nell'Amore, lo Spirito Santo e da lì l'amore in noi preti che rende felici cento volte tanto già in questo mondo. Dare tempo al Maestro, perché il Maestro parli al loro cuore di preti per le anime. Quando sono stato fedele, pur non sempre, ho realizzato così ogni giorno, anche attraverso i mass media, ciò che Dio dice di Israele in un celebre passo profetico: "La condurrà nel deserto e parlerò al suo cuore" (Os 2,16). Devo constatare a 87 anni che la vita spirituale è lasciare che Dio conduca la nostra anima nel deserto, cioè in un luogo silenzioso e isolato, in un luogo dove non ci sono altri, in un luogo in cui si incontra personalmente solo Dio unico in tre persone, non il divino non personale, come la Cabala suggerisce e oggi culturalmente così esteso. Quel luogo, in cui Dio personalmente parla, è stato, è la mia anima, il mio cuore. E adesso ogni giorno, davanti al tabernacolo senza limiti di tempo, trovo questo deserto di silenzio, di santa solitudine anche perché il Covid ci impedisce di incontrare persone, Egli parla a me faccia a faccia senza apparizioni, come a un amico (Es 33,11). La parola di Dio rende questa attuale solitudine della Casa del Clero un giardino di delizie, l'eden dell'incontro con Lui.

Da sempre, soprattutto da 61 anni mi è stato insegnato che la vita spirituale è la premessa dell'impegno pastorale. Stare con Cristo, sentirlo, ascoltarlo, vederlo, contemplarlo anche senza elementi straordinari alla Tommaso apostolo, toccarlo senza vederlo è condicio sine qua non per poter parlare di Cristo e per fare le opere da Lui affidatemi:

Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – la vita infatti si manifestò, noi l'abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna CHE ERA PRESO IL Padre e che si manifestò a noi" (1 Gv 1,1-2).

Sì, posso parlare di Gesù Cristo molto bene perché, anche se la memoria soprattutto dei nomi sta venendo meno, perché ho studiato molto e letto tanti libri. Però a volte faccio il maestro non il testimone, lo studioso competente, ma non l'uomo che ha incontrato e continua a incontrare Gesù nella preghiera e nella contemplazione silenziosa. Mi ha impressionato la lettura dell'Ufficio nella memroia liturgica di San Domenico, dove si dice che egli o parlava con Dio o parlava di Dio. In questa lettura, presa dalla Storia dell'Ordine dei Predicatori, leggiamo che il fondatore dei domenicani "era assai parco di parole e se apriva la bocca, era o per parlare con Dio nella preghiera o per parlare di Dio". Questa era la norma che seguiva e questa pure raccomandava ai fratelli. Devo dire che ora non posso, nell'omelia settimanale, parlare di Gesù Cristo senza prima contemplarlo nelle letture, vederlo con i miei occhi e toccarlo con le mie mani e scrivere quanto mi è dato per comunicarlo (1 Gv 1,1).

Pregare è necessario per predicare con soddisfazione di chi predica e di chi ascolta. Altrimenti saremmo come cembali che tintinnano. È possibile che ci siano ministri della Chiesa che parlano di Dio senza prima parlare con Dio. Gesù dice che labocca parla dalla pienezza del cuore – ex abundantia cordis os loquitur – (Mt 12,34). Questa abbondanza del cuore di cui il nostro Maestro parla, non è certo una abilità retorica umana! Il cuore non deve essere riempito di "strategie comunicative" pianificate a tavolino. Il cuore deve essere colmo della Presenza di Dio. Da questa abbondanza parla il cuore" E senza vita spirituale intensa, senza passare personalmente tempo con Cristo, il cuore resta freddo e vuoto. Di conseguenza ho esperimentato simili momenti e me lo hanno fatto notare: ma don Gino questa volta… Non ci mancheranno le parole (a noi preti non mancano mai e a volte troppe!) ma saranno parole vuote, superficiali, a volte anche piacevoli agli uomini del nostro tempo ma doni non efficaci. Quanti sacerdoti privi di vita spirituale sanno parlare molto bene! Ma qual è il loro frutto?

Si narra che un giorno i parroci della stessa regione parlassero al Curato d'Ars in questo modo: "Noi facciamo le Quarantore predicate, i semoni della Quattro tempora, Gli Esercizi Spirituali parrocchiali e tante altre iniziative. Noi invitiamo famosi predicatori a parlare al popolo e, a volte, facciamo venire anche grandi professori della Sorbona …eppure le nostre iniziative non hanno tanto successo come le tue. Tu fai delle prediche semplici, non hai un'istruzione molto elevata, ma i frutti sono enormi…" Pare che il Santo Curato abbia interrotto con questa semplice domanda: Ma voi lavorate in ginocchio?". Ecco il punto. I sermoni del Santo Curato d'Ars erano certamente meno forbiti e meno teologicamente strutturati d quelli d grandi predicatori del tempo. Ma le sue parole uscivan fuori da un cuore traboccante la Presenza di Dio, dal cuore di un sacerdote che rimaneva molte ore al giorno in ginocchio davanti a Gesù Ostia.

Prendo sul serio questa domanda di San Giovanni Maria Vianney come rivolta a me stesso. Immaginiamo il Santo Curato chiedere personalmente a ciascuno di noi: "Ti sembra che i frutti del tuo ministero siano scarsi o almeno inferiori alle attese. Non ti senti soddisfatto ... ma tu, caro fratello, lavori di ginocchia?". Adesso con l'ernia al disco non posso inginocchiarmi fisicamente, ma lo faccio spiritualmente e a Torri, partecipando con altri sacerdoti e celebrando sempre quattro messe, l'ultima alle venti era molto meglio delle sette del mattino, mi diceva chi mi aiutava nei commenti. Perché? Tutto il giorno di domenica con Lui.

Questa è la premessa della riflessione sul tema "Sacerdozio e vita ascetica". La teologia spirituale è distinta in teologia ascetica e teologia mistica. La teologia mistica studia i doni di grazia che Dio fa all'anima nel cammino spirituale, dai doni più diffusi e comuni fino ai doni rari riservati da Dio ad alcune anime elette che usualmente chiamiamo appunto mistici. La teologia ascetica, dal canto suo, riflette su ciò che l'anima fa per cooperare con la grazia all'interno di una compiuta vita spirituale cristiana, in cui grazia di Dio e libertà dell'uomo si incontrano.

Tenendo presente questa distinzione, potremmo dire che, senza mistica, non vi può essere vera ascetica. Per capire meglio questo concetto, io rifletto sulla divina Rivelazione. So bene che la differenza fondamentale tra il Cristianesimo, la religione vera e le altre religioni consiste nel fatto che le religioni sono tentativi che gli uomini hanno fatto, per così dire "dal basso", di scoprire quel Dio di cui tutti sentono il bisogno di incontrare o gli dei cui dare loro culto. Le religioni sono una creazione umana. Il Cristianesimo, invece, è la vera religione perché non è stata creata dagli uomini, ma è stata rivelata "dall'alto", da Dio medesimo. Il Prologo di Giovanni insegna: "Dio nessuno lo ha mai visto; il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato" (Gv 1,18). E nel vangelo di Luca il Signore conferma: "Tutto è stat dato a me dal padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo" (Lc 10,22). Ecco perché le religioni del mondo, per quanto contengano alcuni elementi di verità che vanno riconosciuti, non sono la vera religione del vero Dio. Dio rimane, infatti, inecessibile agli uomini, a meno che non voglia rivelarsi direttamente loro (Es  33.20-23; 1 Tm 6,16; 1 Gv 4,12); il Cristo rivela Dio (Gv 6,46; 14,6-11; Mt 11,27); Dio si conosce veramente, in profondità e in piena verità, solo se Egli concede tale conoscenza. Altrimenti, ai tentativi e alle forze umane il mistero divino personale rimane precluso. Likud e Cabala ebraici puntano al divino non personale e oggi culturalmente è egemone nel mondo.

Torniamo ora al rapporto tra doni di grazia del Dio unico tri personale e mia, nostra cooperazione nella vita spirituale. Il criterio rimane lo stesso: noi non possiamo avere una vita spirituale vera semplicemente "dal basso", cioè imponendo a noi stessi un'auto disciplina, che chiamiamo ascesi.  Se così fosse, il Cristianesimo non sarebbe molto diverso da certe religioni asiatiche in cui gli uomini infliggono a sé stessi dure prove e privazioni per raggiungere la più perfetta concentrazione. In questi modelli religiosi, la concentrazione dell'uomo è essenziale proprio perché egli pensa di trovare il divino impersonale, cabalistico (qualunque concetto ne abbia) scendendo nel profondo della propria interiorità individuale. È vero che Sant'Agostino sembra dire cose simili a questa, per esempio con la sua celebre espressione noli foras ire, in te ispsum redi: in interiore homine habitat veritas (non uscire fuori, rientra in te stesso: la verità dimora nell'uomo interiore). Questa frase, però, non va fraintesa. Per intenderla correttamente, essa va inserita nell'insieme del pensiero agostiniano. E non a caso la troviamo nell'opera De vera religione (39,72). Per Sant'Agostino è chiarissimo che solo il Cristianesimo è la vera religione e che noi abbiamo ricevuto la vera religione da Dio. Per Agostino è chiarissimo che solo il Cristianesimo non è frutto delle nostre riflessioni umane (gnosi). Infatti, egli per tanti anni aveva inseguito le filosofie, ma trovò la pace del cuore inquieto solo nella nostra religione data "dall'alto". Quando il Dottore africano, come ho visto dall'opera pubblicata dal mio vescovo La Città di Dio di Agostino, dice che non dobbiamo cercare al di fuori bensì al di dentro di noi, egli sta solo dicendo che il Dio tri personale rivelato in Cristo si fa conoscere, ancor più che nelle creature esterne, nella nostra anima personale. È un metodo spirituale cristiano che chiaramente risente di una visione platonica e non aristotelica. In nessun modo, però, Agostino suggerisce che troviamo il Cristianesimo con tecniche di concentrazione. Dice solo che Dio si trova nella profondità del cuore, là dove sentiamo il gusto della verità con l'inquietudine del cuore che incontra Lui.

Tutto questo mi permette di giungere allo scopo: riocrdare che nella vita spirituale l'ascetica non è una forma di auto salvezza "dal basso". Può esserci ascetica in senso cristiano solo come momento secondo, come risposta alla grazia di Dio che previene, suscita, accompagna e conduce a compimento lo sforzo compiuto dalla mia libertà in questi 61 anni. Inquadrando bene le cose in questo modo, allora sì: possiamo e dobbiamo valorizzare l'ascesi nella nostra vita sacerdotale soprattutto vicini alla meta nell'al di là dell'anima che non muore.

Potrei dire tante cose sull'ascetica sacerdotale vissuta: per me sacerdote, coltivare l'ascetica ha significato imparare a non poter fare e dire ciò che vogliamo. L'ascesi è prendere consapevolezza che accettando la vocazione, il ministero sacerdotale ho deciso di appartenere solo a Cristo e di essere usato da Lui, anche attraverso il vescovo, come più gli piace. Ho scelto anche di rappresentare, rimandare a Cristo in mezzo agli uomini e alle donne. San paolo mi ha aiutato: "Sono stat crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me" (Gal 2, 19-20). San giacomo ci dice: "Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo una legge di libertà e quindi di amore" (Gc 1,12). Ma qual è la libertà del cristiano che apre al vero amore e, soprattutto di me sacerdote? Me l'ha ricordato tante volte soprattutto san paolo: "Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga un pretesto per la carne; mediante l'amore siete invece a servizio gli uni degli altri" (Gal 5,13), non a servirvi degli altri. E altrove lo stesso apostolo delle genti scrive: "(voi dite:) "Tutto mi è lecito! Sì, ma non tutto giova" (1 Cor 6,12). Prima di ogni scelta della volontà, la priorità dell'intelletto per conoscere.

L'ascetica che mi sono imposto, anche senza sempre riuscire, è consistita nell'imparare la vera libertà sacerdotale di fronte a tutti e a tutto per amare veramente, la libertà dei figli di Dio declinata nel ruolo particolare di sacerdote celibe, spesso troppo sensibile. San Giacomo ricorda che dobbiamo saper parlare e agire secondo questa legge di libertà, di quella libertà che relativizza tutti e tutto in relazione all'assoluto del rapporto con Cristo e quindi non consiste affatto nel dire e fare quello che vogliamo senza premettere il sapere, bensì nel voler dire e fare ciò che rende il nostro parlare e il nostro agire una trasparenza di Cristo, di cui spesso indegnamente noi sacerdoti siamo sua visibilizzazione. Nella Lettera agli Efesini, san paolo scrive: "Vi dico dunque e vi scongiuro nel Signore: non comportatevi più come i pagani con i loro vani pensieri" (Ef 4,17) pur vivendo in una cultura non cristiana. E poco più avanti aggiunge: "Nessuna parola cattiva esca dalla vostra bocca, ma piuttosto parole buone che possono servire per un'opportuna edificazione, giovando a quelli che ascoltano" (Ef 4,29). Come vediamo, l'apostolo si riferisce proprio a un modo di agire e a un modo di parlare che non possono essere incontrollati. Progressivamente ho maturato una vigilanza: sempre devo denunciare il peccato, la colpa ma tenendo presente che non posso vedere totalmente la responsabilità, non posso giudicare totalmente chi lo commette perché solo Dio vede la responsabilità. La sintesi di tutto ciò che appartiene all'impegno ascetico della spiritualità sacerdotale è nel capitolo 4 di Efesini:

Ma voi non così avete imparato a conoscere Cristo, se davvero gli avete dato ascolto e se in Lui siete stati istruiti, secondo la verità che è in Gesù, ad abbandonare, con la sua condotta di prima, l'uomo vecchio che si corrompe seguendo le passioni ingannevoli, a rinnovarvi nello spirito della vostra mente e a rivestire l'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità (Ef 4,2024).

Naturalmente, queste parole valgono per tutti i battezzati, però assumono un valore di speciale richiamo per i sacerdoti, perché a chi è stato dato di più, viene anche chiesto di più: una consapevolezza che mi è stata sempre di stimolo! Ora, in che è stata consistita la mia ascesi sacerdotale? Nel non agire come prima del sacerdozio, pur nella progressiva maturazione dei 13 anni di Seminario. E non mi riferisco solo nel puntare, ovviamente, ad evitare il peccato mortale, ma anche a cose di per sé lecite ma che stonano nella vita di un sacerdote.

Alcuni esempi. Per 55 anni ho sempre portato la veste e mi è stato molto utile soprattutto in certi ambienti culturali.

Un altro risvolto della mia ascesi sacerdotale, che ha implicato l'autodisciplina e persino l'autocensura esercitata in dichiarazioni pubbliche come responsabile del Centro diocesano culturale la fedeltà dottrinale alla Chiesa. Per esempio naturalmente ho anche avuto opinioni personali, per esempio in ambito politico. Pur avendo coltivato la Dottrina sociale della Chiesa non marxista e non liberista ho cercato dal pulpito di evitare polemiche per non mettere a disagio chimi prestava attenzione perché sacerdote anche nei mass media. E non sempre sono riuscito, pur tentando e ritentando, a far sì di essere attento a chi voleva ascoltare Cristo e la Chiesa pur culturalmente e politicamente non disponibile alla Dottrina sociale. Gesù disse: "Chi ascolta voi ascolta me" (Lc 10,16). Impegnato culturalmente ho messo qualche volta a disagio per certe attenzioni culturali. Anche rispetto a questo non sempre ho testimoniato il vivere come uomini nuovi, cioè rivestire l'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità (Ef 4,24). In quanto privato cittadino ogni fedele può avere un suo candidato o un suo partito di riferimento. Ma come sacerdote posso trovarmi a esercitare il ministero con fedeli di destra, di sinistra e di centro. Alle volte mi sono trovato in totale disaccordo a livello politico con quello che pensavano alcuni fedeli della mia comunità, della mia parrocchia, della mia diocesi ma il rapporto di prete con loro doveva rimanere quello di padre-figli, non quello di maggioranza-opposizione. Quante inutili spaccature pur legittime a livello di Dottrina sociale ma non a livello pastorale. Pur con limiti i contenuti di prediche sono sempre stati alla luce del Catechismo. Sono stato fedele a mons. Carlo Colombo, preside della facoltà teologica di Venegono con cui mi sono laureato in teologia, che mi diceva di leggere e di rifarmi soprattutto al catechismo di san Pio X non per escludere quello di san Giovanni Paolo II ma più essenziale e più adatto a ragazzi e popolo.

Altra applicazione ha riguardato gruppi o movimenti. Come espressione dell'indirizzo diocesano dove essere aperto a tutti i movimenti riconosciuti. Ma l'incontro con don Giussani mi ha portato a inserirmi in Comunione e Liberazione. Lo sforzo di non dimenticare di essere stato ordinato prete per tutti i fedeli mi ha impedito di disprezzare comunità e movimenti che non condividevo. È chiaro, però, che bisogna far salva l'ortodossia e l'orto prassi: quindi, se in un certo movimento o associazione queste sono in pericolo, pur evitando un modo politico di vedere la Chiesa, sono intervenuto non sempre nel modo migliore. Anche "quegli altri" sono miei fratelli battezzati! Avevo diritto di non essere d'accordo  con la loro visione teologica o ecclesiale, ma finché non negano la dottrina certa e non promuovono l'immoralità, da sacerdote li dovevo amare e apprezzare per quello che facevano. Spesso ripensando qui alla casa di riposo vedo dimensioni ecclesiali che mancavano a me. Oltre al pensiero un prete deve avere un cuore.

Oggi nella Chiesa si assiste spesso a un terribile scontro interno. Con Benedetto XVI ho un rapporto particolare. Mi sono incontrato con lui nel 1966 a Venegono a nome di mons. Carraro per il rapporto nello Studio teologico tar Scrittura e dogmatica. Due ore che mi hanno offerto il paradigma di tutti gli anni successivi, accogliendo con difficoltà papa Francesco. Per questa preferenza radio tele pace non mi ha più chiesto servizi. Ricordo che Benedetto XVI, ben consapevole della situazione, in un incontro con il clero romano citò quel passo di san paolo dove si legge: "Se vi mordete e vi divorate a vicenda, badate almeno di no distruggervi del tutto gli uni gli altri" (Gal 5,15). Anch'io ho un blog e verso Papa Francesco cerco di tenere questo atteggiamento. Ogni papa non sempre agisce da papa ed è quindi da evitare chi ritiene che tutto è da papa e chi se qualche volta non agisce da papa lo esclude completamente: rimane sempre papa Francesco e il giudizio su di lui Vicario di Cristo è solo Cristo. I blog spesso riportano commenti ad articoli e notizie ecclesiali con una vera e propria rabbia, frutto di ideologia più che di fede. Condivido il giudizio di Sarah a pagina 107 del libro A servizio della verità da cui ho attinto tutto nel percorrere la mia vita di prete: "Ricordiamoci sempre, fratelli, che è giusto e doveroso avere delle opinioni, avere delle posizioni. È possibile certamente esprimere critiche. In certi casi, anzi, è necessario. Abbiamo diritto di provare dolore quando constatiamo cos sbagliate che avvengono nella Chiesa. Dolore, sì; ma non rabbia. Quando si reagisce con rabbia, vuol dire che qualcosa non va. E ricordiamoci anche che nelle cose di Dio non si parla con odio. Denunciamo l'errore, se è necessario (ma vigiliamo sul denunciare responsabilità che non è mai completamente visibile). Soprattutto non perdiamo la carità. "Al contrario. Agendo secondo verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa tendendo a Lui, che è il capo, Cristo" (Ef 4,15)".

 Nei tredici anni di seminario l'ascesi mi è stata presentata come essenziale e, soprattutto oggi, si valorizza poco questo aspetto della spiritualità cristiana. Diciamo soprattutto oggi, perché le più giovani generazioni di sacerdoti non sono state educate come un tempo all'ascetica; e proprie queste generazioni ne hanno paradossalmente bisogno anche per essere contenti. Perché? Come mai i sacerdoti giovani avrebbero più bisogno di essa per essere liberi e quindi capaci di amare ed essere felici da sacerdoti? Per due motivi principali: il primo è che il mondo attuale offre un'infinità di occasione di peccato mortale in più rispetto al passato e meno della necessità di rendersi conto e confessarsi. E quando non si giudica umilmente se stessi si giudica facilmente gli altri. E la seconda è questa: molti giovani sacerdoti sono senza dubbio generosi e bene intenzionati, ma, senza loro colpa, non hanno ricevuto un'educazione solida in famiglia e a scuola, come era in passato. Parte di questa educazione solida riguardava appunto il modo di parlare, di atteggiarsi, di agghindarsi e, soprattutto, il senso del dovere e la capacità di sacrificio. Tutte cose veramente importanti nella spiritualità di un prete. E allora le vogliamo reimparare, le vogliamo acquisire per essere fecondi e contenti se non ci sono state date o sviluppare se ci sono state offerte in modo insufficiente. L'ascesi fin dal seminario permette questo. In questi giorni un papà mi ha confidato che la figlia con un figlio di 14 anni e un altro di sette, abbandona il marito e va a vivere con un altro motivando la perdita totale di sensibilità per lo sposo e l'attrattiva irresistibile con l'altro. Il padre, che ha fatto il cammino da fidanzato con me, ha ricordato un punto forte, ascetico negli incontri. Da fidanzati l'attrattiva sensibile può divenire forte fino a divenire il fondamento del matrimonio.  Occorreva ravvivare il tutto di Cristo e relativizzare il sentimento perché il sacramento lo si celebra quando si è consapevoli che si viene uniti da Cristo e si sceglie di rimanere uniti sentendo o non sentendo, per sempre. È stato bello il sentire da quel papà: perché dopo cinquant'anni non hai più fatto corsi ascetici per fidanzati? E mi è venuto in mente don Giuseppe Cavalleri cui in terza media nel Piccolo seminario di Bussolengo sono ricorso perché era scoppiata una forte simpatia per una compagna e quindi mettevo in dubbio di continuare nel seminario di Verona: guarda che a livello di sentimento arriva e scompare. Comunque quello che provi per Cristo anticipa quello che sarai eternamente, anche quello che prepara il matrimonio non lo fonda. Mi è stato veramente efficace.

In particolare, l'ascesi fa questo perché è pratica di accogliere privazioni e sacrifici per amare ed essere felici. Vorrei dormire o andare girando, ma no: il dovere mi chiama! È un vero atto ascetico. Vorrei postare sui social qualunque cosa mi vene in mente, ma no: devo riflettere prima di volere e pesare bene le parole, perché devo edificare e non scandalizzare e rovinarmi il volto per sempre. È ascesi. Vorrei evitare di controllami nel modo di parlare quando sono in pubblico, vorrei dire tutto quello che mi piace e vorrei inculcare le mie opinioni personali nella mente delle persone, senza pensarci su, ma no: devo parlare di Cristo sempre, non di me. Grande atto ascetico imparato all'Azione cattolica da aspirante. Vorrei evitare di fare continuamente penitenze corporali riguardo al cibo, alla bevanda, al lusso, al rapporto con le ragazze, al sonno; ma capisco che queste penitenze veramente mi fanno crescere bene, contento.

In una società in cui tante persone sono disposte a sacrifici enormi per osservare una dieta che le faccia apparire in perfetta linea, cioè per ragioni puramente estetiche, anch'io sono stato incapace di offrire rinuncia nel cibo. Si è pensato che bastasse il cuore senza il sacrificio del venerdì, senza penitenze corporali. Dico che non è vero e che il disturbo all'ernia al disco che mi fa soffrire è dovuto anche all'eccesivo peso. Occorre sia la penitenza interiore che quella esteriore e non per nulla la Madonna nelle apparizioni insiste preghiera del cuore e penitenza esteriore. L'esteriore, senza l'interiore, sarebbe farisaico. Ma questo dice solo che dobbiamo tenere le due sempre unite: non dice invece che si può fare a meno della penitenza esteriore. Ecco un altro punto per la spiritualità e ascetica sacerdotale: rinuncio a qualcosa nel cibo, nella bevanda, nel vestito. Ogni tanto, mi alzo di notte per pregare una mezz'oretta e tenre compagnia a Gesù nel tabernacolo. Di fronte a tanti poveri sono disposto quotidianamente ad offrire qualcosa al Maestro dando ai poveri.

Senza qualche penitenza corporale, corriamo il rischio di essere spiritualisti, non spirituali. Sento l'urgenza come appartenente al clero cattolico di essere più saggio e più concreto su questo, come su altri punti della nostra tradizione. Come è il culto liturgico, cui tanto ci ho tenuto e ci tengo, non è solo interiore né solo esteriore, così la vita spirituale deve includere entrambe le dimensioni, quindi non solo la vera (vera o presunta) mistica, ma anche una molto concreta ascetica. Io prego perché lo Spirito santo torni a far comprendere a noi sacerdoti che la penitenza è importante, che la penitenza richiesta dalla madonna, ci fa bene e che la vera penitenza è quella innanzitutto del cuore contrito e umiliato, ma anche quella del corpo che è sottoposto a rinuncia e privazione.

L'atleta allena molto bene il corpo e si sottomette a ogni genere di rpivazioni per vincere una corona peritura, dice san paolo (1 Cor 9,2.5.-27). Sottoponiamo anche noi il nostro corpo,o fratelli, a qualche allenamento. Sotto la guida di un saggio e prudente direttore spirituale, cerchiamo di intraprendere e di perfezionare la pratica della penitenza, un tutt'uno con la preghiera del cuore.   

 

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