Domenica XIV

 

Sembra che Gesù si faccia – come si dice -una ragione della cattiva accoglienza che incontra a Nazareth. Invece, alla fine del racconto, troviamo una osservazione che dice proprio il contrario. Scrive l'Evangelista che Gesù "si meravigliava della loro incredulità" (Mc 6,6), come può capitare anche a noi sacerdoti dove esercitiamo il nostro ministero. Allo stupore dei concittadini, che si scandalizzano di proposte evidenti, limpide, corrisponde la meraviglia umana di Gesù. Anche Lui, in un certo senso si scandalizza! Malgrado sappia che nessun profeta cioè chi fa risuonare Dio che parla è bene accetto in patria, tuttavia la chiusura del cuore della sua gente rimane per Lui oscura, impenetrabile: come è possibile che non riconoscano la luce della Verità che si manifesta in Lui? Perché non si aprono alla bontà di Dio, che ha voluto addirittura condividere la nostra umanità? In effetti, l'uomo Gesù di Nazareth è la trasparenza di Dio nelle due nature, umana in tutto uguale alla nostra ma moralmente perfetta e divina nell'unica Persona del Figlio del Padre nello Spirito Santo, in Lui Dio abita pienamente e il cuore naturale di ogni uomo desidera incontrare Dio. E mentre noi cerchiamo sempre altri segni, altri prodigi, non ci accorgiamo che il vero Segno è Lui, Dio fatto carne e oggi, morto-risorto-asceso al cielo, sempre presente sacramentalmente attraverso la Parola e nei Sacramenti, l'Eucarestia almeno della Domenica in particolare (ometterla senza motivo è peccato mortale per un fedele cattolico), è Lui il più grande miracolo dell'universo: tutto l'amore di Dio con l'Incarnazione è racchiuso in un cuore umano, in un volto d'uomo morto e risorto. Colei che ha compreso veramente questa realtà con Giuseppe educandolo per trent'anni è la Vergine Maria, beata perché ha creduto fin da 15 anni all'annuncio dell'Angelo del concepimento verginale (Lc 1,45). Maria non si è scandalizzata della natura umana di suo Figlio in tutto uguale agli altri figli pur Persona divina: la sua meraviglia per Lui è piena di fede, piena di amore e di gioia pur chiedendogli a 12 anni, rimasto nel tempio a insaputa di Giuseppe e di Lei "perché ci hai fatto questo?", nel vederlo così umano e insieme così divino. Così è il suo attuale corpo da Risorto cioè la Chiesa, così umana, così storicamente in crisi dall'autorità gerarchica ai fedeli. Nelle letture impariamo da lei, nostra Madre, a riconoscere negli elementi umani misteriosi la perfetta rivelazione di Dio.

Nella prima lettura, tratta dal libro di Ezechiele, Dio annuncia al profeta che non sarà creduto e accettato dal suo popolo, gli ebrei. Il Vangelo ci fa rivivere un episodio che corrisponde a questa profezia del Logos del Padre nello Spirito Santo: Gesù viene a insegnare nella sinagoga del proprio paese, e il suo messaggio non viene accettato; i nazaretani non credono in Lui. Anche Paolo deve avere un atteggiamento di fede per tutte le difficoltà che incontra nella evangelizzazione.

Nella prima lettura Dio si mostra duro nei confronti del popolo eletto. Dice infatti ad Ezechiele: "Figlio dell'uomo, io ti mando agli israeliti da profeta che fa risuonare la mia Parola, a un popolo di ribelli, di ingrati, che si sono rivoltati contro di me". Tanti profeti avevano rimproverato gli israeliti per la loro durezza di cuore, per la loro mancanza di fede in Dio; e ora il Signore dice: "Essi e i loro padri hanno peccato contro di me fino ad oggi, addirittura indifferenti".

Dio dice a Ezechiele: "Quelli ai quali ti mando sono figli testardi dal cuore indurito, disumanizzato. Tu dirai loro: Dice il Signore Dio…". Il profeta, in una situazione totalmente secolarizzata non certo favorevole a lui, deve parlare; anche se il suo messaggio, pur essendo di Dio come profeta, non viene immediatamente accolto, deve pronunciare le parole ispirategli da Dio. Così c'è speranza, almeno per il futuro, che il suo messaggio possa venire accolto. Questo avverrà quando a Dio di fronte al libero arbitrio potrà dare un cuore nuovo e uno spirito nuovo a convertiti. Tu profeta, anche perseguitato, opera con questa fiducia e speranza.

Nel Vangelo Gesù, Persona divina con una natura umana, incontra resistenza, rifiuto al suo messaggio soprattutto nel suo paese, a Nazareth. Egli ha cominciato a predicare e fare miracoli a Cafarnao. Poi torna a Nazareth, e di sabato si mette a insegnare nella sinagoga. La prima reazione dei nazaretani è di stupore; essi dicono di fronte a un falegname: "Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani?". Qui sono menzionati i due aspetti umano-divini del ministero di Gesù: quello della predicazione, che manifesta una sapienza sovrumana; e quello delle guarigioni, che manifestano poteri sovrumani a conferma ragionevole del Logos. Ma essi li attribuiscono al Diavolo.

I nazaretani rimangono meravigliati, perché conoscono Gesù come uno del loro paese uguale a loro, che è stato carpentiere alla scuola di Giuseppe prima di iniziare a trent'anni il suo ministero come rabbino. Perciò dicono: "Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria (Giuseppe era morto), il fratello (cugino) di Giacomo, di Joses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle (cugine) non stanno qui tra noi?". In queste frasi della lingua aramaica il termine "fratelli", "sorelle" deve essere inteso in senso largo, e non in senso stretto, come avviene di solito nella Bibbia. La finale di Marco ci riferisce che due uomini nominati qui – Giacomo e Joses – erano figli di un'altra Maria (Mc 15,47), e lo stesso vale per Giuda e Simone.

I nazaretani fanno un confronto tra l'umile origine di Gesù – egli è un carpentiere, non è una persona che abbia molti studi, non è stato educato come un rabbino ma da Giuseppe e Maria – e la sua attività e capacità attuali divino-umane, e "si scandalizzano di lui". Invece di accettare la realtà, la verità, invece di dire: "Sì lo conosciamo buonissimo, ma ora egli ci rivela come una persona diversa da come lo conoscevamo dalla sua umanità", essi vogliono rimanere fermi alla conoscenza che avevano di lui: Gesù per loro è il carpentiere e se esce da questa identità lo uccidiamo perché indemoniato.

Anche noi spesso abbiamo pregiudizi che c'impediscono di cogliere la realtà, la verità del corpo ecclesiale di Cristo come il catechismo ce la garantisce. Il Papa, successore di Pietro e quindi Vicario di Cristo non Cristo, non è persona divina e ha una sola natura umana con tutti i limiti della sua provenienza culturale. Quindi è Papa anche quando non agisce da Papa.  Ha agito da Papa quando con tutti i vescovi italiani di fronte al rischio di una legge che impone l'identità di genere anziché biologica ha richiamato, attraverso la Segreteria di Stato che nel Concordato del 1984 è riconosciuta alla Chiesa italiana la libertà dell'annuncio della verità sull'uomo, creato da Dio maschio-femmina e quindi identità biologica non imposta politicamente ma non esclusa per i credenti.

Il Catechismo non può essere cambiato da nessun prete, vescovo, papa, pur approfondito. La grazia della fede per sconfiggere anche oggi il mondo, la carne e il diavolo sono la grazia di Dio, l'assiduità ai Sacramenti, l'esercizio delle virtù, la preghiera, la penitenza, la considerazione dei Novissimi cioè della vita oltre la morte, la meditazione della passione del Signore e il vivere nella carità alla sua presenza.

Nella seconda lettura Paolo ci parla di una situazione che impediva il suo ministero di visibillazione del Risorto nel suo corpo che è la Chiesa, ha pregato il Signore di liberarlo da questo ostacolo. Ma il Signore non l'ha esaudito; gli ha detto: "Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza". Egli credeva di avere assolutamente bisogno di un intervento straordinario del Signore per evangelizzare. "Ti basta la mia grazia". È proprio vero che il Signore non ha bisogno delle nostre capacità, della capacità del papa, dei vescovi, dei preti, dei genitori, dei politici, ma della nostra docilità personale e della nostra umiltà. "Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo" Quando Paolo parla delle sue "debolezze", non si tratta mai di debolezze morali, bensì di difficoltà, infermità, oltraggi, persecuzioni, situazioni contrarie affrontate per amore di Cristo. In tante circostanze egli si è sentito debole nella comunità; ma ora con fede dice: "Mi vanterò delle mie debolezze".

Non dice soltanto: "Accetterò, mi rassegnerò alle mie debolezze", ma. "Mi vanterò", cioè amerò le mie debolezze, le considererò una realtà per me vantaggiosa perché grazie ad esse la potenza di Dio attraverso la presenza ecclesiale, sacramentale del Risorto si può manifestare.

Per Paolo non era una cosa facile vantarsi delle proprie debolezze. Egli era molto sensibile alla propria fama e preoccupato di essa. Ma ha saputo vincere se steso, ha superato questi impulsi naturali che aveva dentro e, invece di cercare motivi umani di vanto, ha cercato motivi divini, si è vantato delle proprie debolezze, perché dimorasse in lui la potenza di Dio, di Cristo cui tutto nella Chiesa rimanda.

 Che la Madonna, Madre della Chiesa in un momento drammatico, ci faccia sentire il "non prevalebunt, non prevarranno" e che il Suo Cuore trionferà passando con fede attraverso questo momento difficile.

 

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