Immaginiamo cosa potrà dire Ratzinger sul Motu Proprio di Francesco

Cosa dirà Ratzinger sul Motu Proprio di Papa Francesco, data la sua insistenza sul fondamento dogmatico della liturgia cioè il rito Apostolico Romano cui tutte le riforme in continuità si rifanno integrando?

Penso urgente rivedere il linguaggio di "rito latino antico", di "san Pio V°", "San Giovanni XIII" 1962 che hanno integrato ma sempre in continuità con l'unico fondamento dogmatico della Liturgia cioè il rito Apostolico Romano cioè affidato da Gesù agli Apostoli che San Pietro e San Paolo hanno avviato a Roma,  nel 600 San Gregorio Magno ha integrato come pure San Pio V° nel 1571 di fronte ai rischi dell'umanesimo e di Lutero circa la presenza simbolica anziché reale  per transustanziazione, di convito anziché  attualizzazione sacrificale.

 Paolo VI nel 1968 ha fatto la riforma dichiarando la continuità con il rito Apostolico Romano, riforma contestata dal cardinale Ottaviani e dal cardinale Bacci.  Paolo VI nel 1969 ha ripetuto che era fedele al fondamento dogmatico del rito Apostolico Romano. Ma nel 1970 è stato dichiarato obbligatorio il Nuovo Messale con la contestazione del prof. Ratzinger. Nel 1976 Paolo VI di fronte a Mons. Lefebvre ha dichiarato pubblicamente con una lettera, quindi non da papa, che il rito integrato di Giovanni XXIII era abrogato. Nel 1984 Giovanni Paolo II ha promulgato un Indulto per la celebrazione permessa del rito Apostolico Romano integrato da Giovanni XXIII con molte limitazioni. L'Indulto era solo una concessione provvisoria di fronte all'abrogazione ma nella storia della liturgia c'è crescita e progresso, ma nessuna abrogazione, rottura. Nel 1988 ha istituito l'Ecclesia Dei, l'ufficio specializzato in Vaticano per questa questione "tradizionalista". Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o giudicato dannoso cioè non più conforme alla lex orandi.

L'interpretazione autentica di questo ci è data dal Cardinale Ratzinger nei suoi ricordi pubblicati "per la prima volta in italiano nel 1997 (Riporto da Vigiliae Alexandrinae del 19 luglio 2021 in Corrispondenza Romana) e usciti in Germania nel 1998 con il titolo Aus meinem Leben. Erinnerungen (1927 -1987) (Deutsche Verlags -Anstalt, Munchen 1998). Qui il futuro Papa rammenta, riferendosi agli anni Settanta, il suo sgomento di fronte "al divieto del vecchio Messale, dal momento che qualcosa di simile non c'era mai stato nella storia della liturgia" (p.172). E continua: "Pio V fece soltanto rielaborare il Missale Romanum, come ciò è normale nel vivo sviluppo della storia nei secoli. Così anche molti suoi successori procedettero a una revisione del Messale, senza contrapporre un Messale a un altro. Fu un continuo processo di crescita e purificazione nel quale la continuità dinamica non fu mai interrotta. Un Messale di Pio V, fatto da lui, non esiste. C'è soltanto la rielaborazione di Pio V come fase di una lunga storia di crescita" (ibidem). Osserva significativamente che il suo santo predecessore decise "che il Messale della città di Roma dovesse essere introdotto come indubbiamente cattolico in tutti i luoghi nei quali non si potessero esibire liturgie che fossero almeno antiche di duecento anni. In questo caso si poteva continuare a celebrare la liturgia precedente (la liturgia ambrosiana che risale a Sant'Ambrogio come altre), perché il carattere cattolico era garantito. Non si poteva pertanto parlare di un divieto, di una abrogazione" (p. 173). E sul divieto del Messale del 1962 scrive: "L'attuale divieto del Messale, che si è accresciuto senza soluzione di continuità attraverso i secoli a partire dai sacramentari della Chiesa antica, ha comportato nella storia della liturgia una rottura le cui conseguenze potrebbero essere solamente tragiche" (ibidem).

Da questo ampio contesto normativo ed ermeneutico si può ricavare il principio dogmatico deciso da Benedetto XVI, il principio che regge in realtà l'intero Summorum Pontificum e rimane un insegnamento magisteriale oltre lo stesso Motu Proprio e la sua occasione: la Tradizione liturgica non può essere abrogata. Il Messale con il quale Pio V e poi Giovanni XXIII trasmisero le forme apostoliche e antiche della liturgia rimane nel tesoro della Tradizione come un elemento la cui soppressione fa vacillare la cattolicità della Chiesa. Di qui il senso fondamentale del "mai abrogato" affermato nel Motu Proprio del 2007 e ribadito nella Lettera ai Vescovi.  Sotto questo aspetto si potrebbe anche sostenere che la regola indecisa di Benedetto ("due usi Straordinario e Ordinario dell'unico rito romano) perché straordinario indica provvisorio trovi però nel principio dogmatico deciso e nell'argomentazione teologica che lo avvolge una certa stabilità e logica cattolica.  E ciò perché il Novus Ordo può giustificarsi come forma del Rito romano solo se si colloca nella continuità (che per molti deve ancora essere provata) della Tradizione liturgica. Se si toglie il "Mai abrogato", il nuovo Messale è destinato a rinvenire irrimediabilmente un testo di rottura, al di là di ogni considerazione di merito sulla riforma de 1970.

Anche il Legislatore del Motu Proprio Traditionis Custodes decide e lo fa scopertamente nell'articolo 1 del documento: Papa Francesco ricorda che "l'unica espressione" del rito della messa in latino è quella del Concilio Vaticano II e dà ai soli vescovi locali, per "competenza esclusiva", l'autorizzazione a celebrare secondo l'antico rito con condizioni molto rigorose. Il Summorum Pontificum consentiva ai fedeli che volevano la messa secondo il rito tridentino   prima del Concilio Vaticano II e comunemente chiamata "messa in latino antico", di poterne beneficiare anche in parrocchia a condizione di rappresentare un gruppo stabile di almeno dieci persone. Bastava chiedere al parroco che doveva accettare o trovare una soluzione per soddisfare questa richiesta. In caso di conflitto, il vescovo doveva accordarsi con i fedeli.

Gli otto articoli successivi sono funzionali alla esecuzione della decisione: "I libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II, sono l'unica espressione della lex orandi del Rito Romano".

  • il "gruppo" in questione "non escluda la validità e la legittimità" della riforma liturgica del Concilio Vaticano II, del Concilio Vaticano II e del magistero dei Papi.
  • si definiscano nella diocesi uno o più luoghi per questa Messa secondo l'antico rito ma "non nelle parrocchie e senza erigere nuove parrocchie personali".
  • Che le letture di queste messe siano lette nella lingua volgare, quella del paese e non in latino, secondo le traduzioni stabilite dalla conferenza episcopale.
  • Un sacerdote, nominato dal Vescovo, quale "delegato del Vescovo" per queste celebrazioni e per la "cura dei fedeli".
  • Sia effettuato un controllo da parte del Vescovo in tutte le parrocchie personali (parrocchie speciali costituite con autorizzazione a celebrare il rito preconciliare) per "valutare se saranno mantenute o meno".
  • Che il vescovo "non autorizzi la costituzione di nuovi gruppi".

Papa Francesco chiede anche ai sacerdoti ordinati "dopo la pubblicazione" di questo Motu proprio e che vogliono celebrare secondo l'antico rito, "di fare formale richiesta al vescovo", il quale, "prima di dare l'autorizzazione consulterà la Sede Apostolica" a Roma. Quanto ai sacerdoti che già celebrano in questa forma, dovranno "chiedere al vescovo l'autorizzazione a proseguire".

Inoltre, il Papa abolisce l'ufficio specializzato in vaticano incaricato di questa questione "tradizionalista" nella Chiesa, che si chiamava Ecclesia Dei, e affida ai vari ministeri interessati del Vaticano il compito di dirimere eventuali problemi. 

Papa Francesco nel Motu proprio Traditionis Custodes non ha abrogato il Rito Apostolico Romano, ma diverse facoltà – come spiega nella Lettera a tutti i vescovi – motivate "dalla volontà di favorire la ricomposizione dello scisma con il movimento guidato da Mons. Lefebvre. La richiesta, rivolta ai Vescovi, di accogliere con generosità le "giuste aspirazioni" dei fedeli che domandavano l'uso di quel Messale, aveva dunque una ragione ecclesiale di ricomposizione dell'unità della Chiesa"[…] "A distanza di tredici anni ho incaricato la Congregazione per la Dottrina della Fede di inviarVi un questionario sull'applicazione del Motu proprio Summorum Pontificum. Le risposte pervenute hanno rivelato una situazione che mi addolora e mi preoccupa, confermandomi nella necessità di intervenire. Purtroppo l'intento pastorale dei miei Predecessori, i quali avevano inteso "fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che avevano veramente il desiderio dell'unità, sia reso possibile restare in questa unità o di ritrovarla nuovamente", è stato spesso gravemente disatteso. Una possibilità offerta da san Giovanni Paolo II e con magnanimità ancora maggiore da Benedetto XVI al fine di ricomporre l'unità del corpo ecclesiale nel rispetto delle varie sensibilità liturgiche è stata usata per aumentare le distanze, indurire le differenze, costruire contrapposizioni che feriscono la Chiesa e ne frenano il cammino, esponendola al rischio di divisioni…Il Concilio Vaticano II, descrivendo la cattolicità del Popolo di Dio, rammenta che "nella comunione ecclesiale esistono le Chiese particolari, che godono di tradizioni proprie, salvo restando il primato della cattedra di Pietro che presiede alla comunione universale della carità, garantisce le legittime diversità e insieme vigila perché il particolare non solo non nuoccia all'unità, ma piuttosto la serva". Mentre, nell'esercizio del mio ministero al servizio dell'unità, assumo la decisione di sospendere la facoltà concessa dai miei Predecessori, chiedo a Voi di condividere con me questo peso come forma di partecipazione alla sollecitudine per tutta la Chiesa".

Io penso che Ratzinger condivida questo atteggiamento verso i pochi che ideologicamente abbiano abusato della concessione nuocendo oggi all'unità della Chiesa, ma speriamo, preghiamo che siano molti che con l'uso di quel Messale abbiano cooperato e cooperino alla ricomposizione dell'unità della Chiesa.   

  


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