sabato 3 luglio 2010

Ritiro spirituale per sacerdoti

Ritiri mensili per sacerdoti – estate 2010: martedì 6 luglio; 10 agosto; 7 settembre
a Villa Elena, Affi (P. Verona) dalle 9.45 alle 14,15.

Prima e a fondamento dei “Tria – Munera” c’è il Sacramento dell’Ordine
cioè la configurazione ontologica a Cristo – Capo: prima della  grazia delle funzioni di insegnare, santificare, governare, c’è la grazia dell’essere

In questi tre ritiri estivi puntiamo a rivivere ciò che san Luca dice al 9,18: “Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con Lui. Noi  conveniamo qui ad Affi per coinvolgerci nell’essere e parlare assolutamente unico di Gesù con il Padre. E in tal modo, mediante il dono del Suo Spirito che invochiamo, ci viene concesso nella preghiera e nel silenzio di vedere, con gli occhi della fede, il Maestro nell’intimo della sua condizione di Figlio, noi  di Lui Figlio figli del Padre nello Spirito
Santo fin dal Battesimo e ci viene concesso di vivere la vocazione battesimale come sacerdoti, di vedere ciò che gli altri non vedono; dall’”essere con Lui” qui eucaristicamente presente, dallo “stare con Lui” in preghiera, ci viene una conoscenza  che va al di là delle opinioni diffuse per giungere all’identità profonda di Gesù, all’assimilazione a Lui e quindi  alla verità per cui liberamente, per amore, non anteponiamo nulla a Lui cioè alla preghiera di ogni giorno, né persone, né attività, nemmeno lo studio  per la vita e la missione di noi sacerdoti: nella preghiera del cuore, poi, riscopriamo il suo volto sempre nuovo. E qui ci viene fornita un’indicazione ben precisa: nelle preghiera che parte dal cuore sono chiamato a riscoprire il volto sempre nuovo del mio Signore cioè del Donatore del mio e altrui essere dono, come di tutto il mondo che circonda e quindi il contenuto più autentico della mia missione, del mio amore pastorale di sacerdote: far incontrare Lui nella sua Chiesa concreta cioè della comunità cui quotidianamente appartengo, attraverso il sacramento del mio volto che a Lui rimanda continuamente. E dalla nostra, dalla mia esperienza posso dire che solo quando ho un rapporto intimo con Lui mi sento afferrato da Lui, posso farlo cogliere, portarlo agli altri, insegnando, santificando, governando e possono veramente cogliermi inviato, mandato da Lui cioè apostolo come Lui lo è del Padre. Si tratta di un “rimanere  con Lui” che deve accompagnare sempre l’esercizio del nostro ministero sacerdotale; non può non esserne la parte centrale, anche e soprattutto nei momenti difficili, quando sembra che le “cose da fare” debbano avere la priorità. Per essere felici, contenti, affettivamente sazi nelle relazioni celibatarie, ovunque siamo, in una parrocchia, in più parrocchie, amministratori, confessori o cappellani in pensione, qualunque cosa facciamo, dobbiamo sempre “ “rimanere con Lui”, anteporLo, anteponendo la preghiera, a tutti e a tutto, perfino a se stessi.
Subito dopo l’atto di fede di Pietro “Tu sei il Cristo di Dio” (Lc 9,20), atto di fede nato dalla preghiera dei dodici con Lui, Gesù annuncia la sua passione e risurrezione e fa seguire a questo annuncio un insegnamento riguardante il cammino di ogni discepolo, che è un seguire Lui, un lasciarsi assimilare a Lui, il Crocefisso, per divenire quello che si è, seguirlo sulla strada della croce cioè dell’amore. Ed aggiunge poi- con una espressione paradossale – che l’essere discepolo significa “perdere se stesso”, ma per ritrovare pienamente se stesso (Lc 9,22-24), il proprio essere dono unico e irripetibile che si realizza facendosi dono fino a lasciarsi uccidere, consumare per amore pastorale. Cosa significa per me sacerdote? Il sacerdozio, non può mai rappresentare un modo per raggiungere la sicurezza in questa vita biologica o per conquistarsi una posizione sociale temporale. Dopo cinquant’anni di sacerdozio ministeriale posso dire che se avessi aspirato al sacerdozio per un accrescimento del mio prestigio personale, del mio potere oggi, anziché felice, sarei deluso perché avrei frainteso alla radice il senso di questo ministero, del mio farmi dono nella vocazione battesimale specifica di prete. Quando sono caduto nella tentazione di realizzare la mia  ambizione, di raggiungere un mio successo, mi sono sentito schiavo di me stesso e dell’opinione pubblica. Per essere considerato dovevo adulare; dovevo dire quello che piaceva alla gente; dovevo adattarmi al mutare delle mode e delle opinioni anche teologico – pastorali (le teologie che negli anni sessanta, settanta, ottanta sembravano sostituire quasi la dogmatica, oggi appaiono ben relative) e, così, privarmi del rapporto vitale con la verità della continuità dinamica della tradizione, riducendomi a condannare domani quel che avevo lodato oggi, sempre mendicante di consenso. Il sacerdozio si fonda sulla certezza della fede completa della Chiesa, sulla chiarezza e bellezza della fede cattolica presentata dal Catechismo e dal suo Compendio, che sono ciò che rendono luminosa la vita dell’uomo anche oggi, soprattutto in testimoni entusiasti ed entusiasmanti! Si tratta di dire di sì ad un’altra volontà, nella consapevolezza, da far crescere ogni giorno di più, che proprio conformandoci alla volontà di Dio, “immersi” totalmente in questa volontà, non solo non è cancellata la nostra originalità, ma al contrario, entriamo sempre più nella verità del nostro essere e del nostro ministero di carità pastorale nel noi condiviso della Chiesa di tutti i tempi e di tutti i luoghi.
L’invito di Gesù, che si è lasciato uccidere per amore senza soccombere perché l’amore è l’unica realtà che non finisce mai (Dio che è amore non costringe mai, perché un rapporto costretto non è mai un rapporto di amore cioè di vita veramente vita senza fine, di speranza affidabile), l’invito a “perdere se stesso”, a prendere la croce, rimanda all’Eucaristia attraverso la quale  Gesù Cristo ci fa giungere i frutti della Passione. Con il sacramento dell’Ordine ci è stato donato di presiedere l’Eucaristia! Ci è stato affidato il sacrificio redentore di Cristo, ci è stato affidato il suo corpo dato e il suo sangue versato. Gesù Crocefisso risorto che si fa presente,  pronuncia oggi qui e ora “questo è il mio corpo…il mio sangue”, “io ti assolvo” attraverso il mio “io”, “tirandomi a sé” e così realizza  la sua permanenza continua  nel noi della Chiesa, rende attuale qui e ora l’unico sacrificio della Croce, Lui l’unico sacerdote, la sua missione sacerdotale nel sacerdozio dei fedeli per tutta la storia e tutto il mondo.
Certo, Gesù offre il suo sacrificio (come è importante il crocefisso a doppia immagine sull’altare in modo che sacerdoti e fedeli non siamo di fronte a se stessi ma insieme di fronte al crocefisso!), la sua donazione d’amore umile e totale alla Chiesa sua Sposa, sulla Croce. E’ su quel legno che il chicco di frumento lasciato cadere dal Padre sul campo del mondo muore per diventare frutto maturo, datore di vita. Ma nel disegno di Dio, questa donazione di Cristo viene resa presente a tutti i fedeli nell’Eucaristia grazie a quella “potestas sacra” che il sacramento dell’Ordine ci ha conferito una volta per sempre (carattere). A fondamento della grazia per l’esercizio dei “Tria Munera” cioè dei tre uffici “insegnare, santificare e governare” c’è il Sacramento cioè la configurazione ontologica (carattere) cioè del nostro essere a Cristo – Capo. Quando celebriamo la Santa Messa teniamo nelle nostre mani il pane del Cielo, il pane di Dio, che è Cristo, chicco spezzato per moltiplicarsi e diventare il vero cibo della vita per il mondo. Anche dopo cinquant’anni di sacerdozio è qualcosa che non può non riempirmi di intimo stupore, di viva gioia e di immensa gratitudine; ormai l’amore e il dono di Cristo crocifisso e glorioso passano attraverso le mie, le nostre mani, la mia, la nostra voce, il mio, il nostro cuore! E’ un’esperienza sempre nuova di stupore vedere che nelle mie mani, nella mia voce, il Signore  che realizza questo mistero della Sua presenza.

Configurazione del sacerdote a Cristo Capo, nell’esercizio dei tria munera che riceve nel Sacramento cioè dei tre uffici di insegnare, santificare e governare
Per capire cosa significhi agire in persona Christi Capitis – in persona di Cristo Capo – da parte del sacerdote, e per capire anche quali conseguenze derivino dal compito di rappresentare il Signore, specialmente nell’esercizio di questi tre uffici, bisogna chiarire anzitutto che cosa si intenda per “rappresentanza”. Il sacerdote rappresenta Cristo. Cosa vuol dire, cosa significa “rappresentare” qualcuno? Nel linguaggio comune, vuol dire – generalmente – ricevere una delega da una persona per essere presente al suo posto, parlare e agire al suo posto, perché colui che viene rappresentato è assente dall’azione concreta. Ci domandiamo: il sacerdote rappresenta il Signore allo stesso modo? La risposta è no, perché nella Chiesa Cristo non è mai assente, la Chiesa è il suo corpo vivo e il Capo della Chiesa è Lui, presente e operante in essa e attraverso essa, ieri, oggi e sempre e nessun tentativo di dissolverla prevarrà. Cristo non è mai assente, anzi è presente in un modo totalmente libero dai limiti dello spazio e del tempo, grazie all’evento della Risurrezione. Le persecuzioni esterne, pur dolorose, non sono il male peggiore, ma è male soprattutto l’inquinarsi di questa certezza, di questa fede, di questa speranza, di questo amore alla Chiesa cioè a Cristo.
Pertanto, il sacerdote che agisce in persona Christi Capitis e in rappresentanza del Signore, non agisce mai in nome di un assente, ma nella Persona stessa di Cristo Risorto, che si rende presente con la sua azione realmente efficace anche nell’attuale clima terribile di secolarismo per cui Dio rimane escluso dalla cultura e dalla vita pubblica, e la fede in Lui diventa più difficile, anche perché viviamo in un mondo che si presenta quasi sempre opera nostra, nel quale per così dire, Dio non compare più direttamente, sembra divenuto superfluo, estraneo, ingombrante. Urge una nuova evangelizzazione, nuova non nei contenuti ma nella certezza che Lui risorto agisce realmente e realizza anche oggi, qui e ora, ciò che il sacerdote non potrebbe fare: la consacrazione del vino e del pane perché siano realmente presenza del Signore in questo mondo, l’assoluzione dei peccati in questa mentalità trasgressiva che ha perso il senso della gravità del peccato, del no a Dio, non un qualsiasi dio, ma quel Dio che possiede un volto umano, che ci ha amati e ci ama sino alla fine, comunque ridotti, ogni singolo e l’umanità nel suo insieme, con un amore più grande di ogni peccato: anche dimenticato non ci dimentica, anche trascurato non ci trascura, per fino tradito ci rimane fedele. Solo se nel momento terminale della vita qualora non lo desiderassimo più, non fossimo più disponibili al bene, all’amore per cui non ci sarebbe più niente di rimediabile e la distruzione del nostro essere dono, perdono irrevocabile è inferno: Signore che non avvenga! Ecco la finalità di salvezza dei tre compiti del sacerdote – che la Tradizione ha identificato nelle diverse parole di missione del Signore - insegnare, santificare e governare – nella loro distinzione e nella loro profonda unità e interdipendenza sono una specificazione di questa rappresentanza efficace. Essi sono in realtà le tre azioni di Cristo risorto, lo stesso che oggi nella Chiesa e nel mondo insegna e così crea fede, riunisce il suo popolo, crea presenza della verità e costruisce realmente la comunione della Chiesa universale; santifica (come mediteremo nel mese di agosto) e guida (come mediteremo nel mese di settembre).

Il compito di insegnare
Oggi, in piena emergenza educativa e all’interno del programma decennale della Cei, il munus docendi della Chiesa, esercitato concretamente attraverso il ministero di ciascun sacerdote per ogni io, risulta particolarmente importante. Viviamo in una grande confusione circa le scelte fondamentali della nostra vita e gli interrogativi su che cosa sia il mondo, da dove viene, dove andiamo, che cosa dobbiamo fare per compiere il bene, come dobbiamo vivere, quali sono i valori realmente pertinenti e questo provoca una emergenza educativa!. In relazione a tutto questo esistono tante filosofie contrastanti, che nascono e scompaiono, creando una confusione circa le decisioni fondamentali, come vivere, perché non sappiamo più comunemente, da che cosa siamo fatti e dove andiamo, se c’è un al di là dell’anima e del corpo senza la cui attesa non è possibile né l’amore coniugale, né quello celibatario, né quello verginale. In questa situazione si realizza la parola del Signore, che ebbe compassione della folla perché erano come pecore senza pastore (Mc 6,34). Il Signore aveva fatto questa constatazione quando aveva visto migliaia di persone che lo seguivano nel deserto perché, nella diversità di correnti di quel tempo, non sapevano più quale fosse il vero senso della Scrittura, che cosa diceva Dio. Il Signore, mosso da compassione, ha interpretato la parola di Dio, poiché egli stesso è la parola di Dio in un volto umano, e ha dato così un orientamento: lasciatevi assimilare a me! Questa è la funzione in persona Christi del Sacerdote: rendere presente, nell’incertezza di questo periodo storico e di questa società, la luce della parola di Dio come è pensata dalla Chiesa attraverso il Catechismo e il suo Compendio, la luce che è Cristo stesso in questo mondo. Quindi, il sacerdote non insegna proprie idee, una filosofia che lui stesso ha inventato, ha trovato e gli piace o è gradita all’ambiente; il sacerdote non parla da sé,non parla per sé, per crearsi forse ammiratori o un proprio partito; non dice cose proprie, proprie invenzioni, ma, nella confusione di tutte le filosofie, il sacerdote insegna, fa risuonare in nome di Cristo presente una parola che realizza ciò che annuncia, propone la via umana alla verità cioè a Dio che è Cristo stesso, la sua parola, profeticamente il suo modo di vivere e di andare avanti. Per il sacerdote vale quanto Cristo ha detto di se stesso: “La mia dottrina non è mia” (Gv 7,16); Cristo, cioè, non popone se stesso, ma apostolo del Padre, da Figlio, è la voce, la parola di Dio sempre efficace: anche rifiutata non lascia la persona come prima di averla udita e ogni uomo ha diritto di udirla per cogliere la verità che libera dalla schiavitù dell’ignoranza. Anche il sacerdote deve sempre dire e agire così: “La mia dottrina non è mia”, non propongo le mie idee o quanto mi piace, ma sono bocca e cuore di Cristo e rendo presente questa unica e comune dottrina, che ha creato la Chiesa universale e crea vita eterna.

Santificare gli uomini, soprattutto mediante i Sacramenti e il culto della Chiesa
Che cosa vuol dire la parola “Santo”? La risposta è: “Santo” è la qualifica dell’essere di Dio, cioè assoluta verità, bontà, amore, bellezza – luce pura. Santificare una persona significa metterla in contatto con Dio, con questo suo essere luce, verità, amore puro. E’ ovvio che tale contatto trasforma la persona. Nell’antichità c’era questa ferma convinzione: Nessuno può vedere Dio senza morire subito. Troppo grande è la forza di verità e di luce! Se l’uomo tocca questa corrente assoluta, non sopravvive. D’altra parte c’era la convinzione: Senza un minimo contatto con Dio verità, bontà, amore, bellezza, purezza, l’uomo non può vivere. Verità, bontà, amore sono condizioni fondamentali del suo essere dono, in relazione con Dio, con sé stesso, con gli altri. La questione è: Come può trovare l’uomo quel minimo contatto con Dio, che è fondamentale, senza morire sopraffatto dalla grandezza dell’essere divino? La fede della Chiesa ci dice che Dio stesso  ha creato e crea questo contatto senza fare spettacolo, senza costringere,contatto che ci trasforma man mano in vere immagini di Dio cioè ci rende veri, buoni, amati, belli, puri.
Così siamo di nuovo arrivati al compito del sacerdote di “santificare”. Nessun uomo da sé, a partire dalla sua propria forza può mettere l’altro in contatto con Dio. Parte essenziale della grazia del sacerdozio è il dono, il compito di creare questo contatto. Questo si realizza nell’annuncio della parola di Dio, nella quale la sua voce ci viene incontro. Si realizza in un modo particolarmente denso nei Sacramenti. L’immersione nel Mistero pasquale di morte e risurrezione di Cristo avviene nel Battesimo, è rafforzata nella Confermazione e nella Riconciliazione, è alimentata dall’Eucaristia almeno domenicale, Sacramento che edifica la Chiesa come Popolo di Dio, Corpo di Cristo, Tempio dello Spirito Santo (Pastores gregis, 32). E’quindi Cristo stesso che rende santi, cioè attira nella sfera di Dio. Ma come atto della sua infinita misericordia chiama alcuni a “stare” con Lui (Mc 3,14) e divenire, mediante il sacramento dell’Ordine, nonostante la povertà umana, partecipi del suo stesso Sacerdozio, ministri di questa santificazione, dispensatori dei suoi misteri, “ponti” dell’incontro con Lui, della sua mediazione tra gli uomini e Dio (PO 5).
Negli ultimi decenni vi sono state tendenze orientate a far prevalere, nell’identità e nella missione del sacerdote, la dimensione dell’annuncio, staccandola da quella della santificazione; spesso si è affermato che sarebbe necessario superare una pastorale meramente sacramentale. Ma è possibile esercitare autenticamente il Ministero sacerdotale “superando” la pastorale sacramentale? Che cosa significa propriamente per i sacerdoti evangelizzare, in che cosa consiste il così detto primato dell’annuncio, della Parola, senza la “materialità” dei segni sacramentali? Come riportano i vangeli, Gesù afferma che l’annuncio del Regno di Dio è lo scopo della sua missione; questo annuncio, però, non è solo un “discorso”, ma include, nel medesimo tempo,il suo stesso agire; i segni, i miracoli che Gesù compie indicano che il regno viene come realtà presente e che coincide alla fine con l’incontrare e accogliere nella Chiesa la sua stessa persona, con il dono di sé,  nella concretezza di una comunità, di una comunione concreta di volti. Perché l’avvenimento di un incontro del genere possa accadere, Gesù crocifisso risorto infonde nell’io umano ciò che di più intimo, di più proprio c’è in Lui, il suo stesso Spirito cioè la grazia attuale e santificante. E lo stesso vale per il ministro ordinato: egli, il sacerdote, rappresenta Cristo, l’Inviato, l’Apostolo del Padre, ne continua la sua missione, mediante la “parola” e il “sacramento”, in questa totalità di corpo e di anima, di singolo (“io”) e di comunità (“noi”), di segno e parola. E’ necessario riflettere se, in alcuni casi, l’aver sottovalutato l’esercizio fedele del munus santificandi, non abbia forse rappresentato un indebolimento della stessa fede nell’efficacia salvifica della comunità ecclesiale come Sacramento e dei suoi Sacramenti e, in definitiva, nell’operare attuale di Cristo e del suo Spirito, attraverso la Chiesa, nella  storia e nel mondo.
Chi dunque salva il mondo e l’uomo? L’unica risposta che possiamo dare è: Gesù di Nazareth, Signore e Cristo, crocifisso e risorto, presente e operante nella e attraverso la Sua Chiesa. E dove si attualizza qui e ora il Mistero della morte e della risurrezione di Cristo che porta la salvezza? Nell’azione di Cristo mediante la Chiesa, in particolare nel Sacramento dell’Eucaristia, che rende presente l’offerta scarificale redentrice del Figlio di Dio, nel Sacramento della Riconciliazione, in cui dalla morte del peccato si torna alla vita nuova, e in ogni altro atto sacramentale di santificazione.
L’annuncio del Vangelo trova la sua risposta privilegiata nella vita sacramentale a cominciare dal Battesimo. In essa i fedeli sperimentano e testimoniano in ogni momento della loro esistenza l’efficacia del mistero pasquale, per mezzo del quale Cristo ha compiuto e compie attraverso il compito di santificare del presbitero l’opera della redenzione.
Il Verbo si è fatto carne, e non semplicemente parola. Egli non si rivela noi, non ci viene incontro attraverso una illuminazione puramente interiore occasionata dalla predicazione di un messaggio: si rivela a noi, ci viene incontro attraverso mediazioni “materiali” come i segni sacramentali e attraverso il vissuto sacramentalmente fraterno dei suoi.

La missione del sacerdote di governare, di guidare, con l’autorità di Cristo e non con la propria, la porzione di Popolo che Dio gli ha affidato
Come comprendere nella cultura contemporanea una tale dimensione, che implica il concetto di autorità e ha origine dal mandato del Signore di pascere il suo gregge? Che cos’è realmente, per noi cristiani, l’autorità?
Come comprendere nella cultura contemporanea una tale dimensione, che implica il concetto di autorità e che ha origine dal mandato stesso del Signore di pascere il suo gregge, con un mandato perenne che non può venir meno? Che cos’è realmente per noi cristiani l’autorità, il suo servizio perenne e necessario per cui senza autorità non c’è educazione alla fede e alla morale?
Le esperienze culturali, politiche e storiche del recente passato, soprattutto le dittature in Europa dell’Est e dell’Ovest nel XX secolo, hanno reso l’uomo contemporaneo sospettoso di questo concetto. Un sospetto che, non di rado, si traduce nel sostenere come necessario l’abbandono di ogni autorità con l’utopia anarchica, deistituizzare perfino  la Chiesa,  autorità che non venga esclusivamente dagli uomini e sia ad essi sottoposta, da essi controllata: la libertà individuale viene eretta a valore fondamentale al quale tutti gli altri dovrebbero sottostare. Ma proprio lo sguardo sui regimi che, nel secolo scorso, seminarono terrore e morte, ricorda con forza che l’autorità, in ogni ambito, quando viene esercitata senza un riferimento al Trascendente, se prescinde dall’Autorità suprema, che è Dio, finisce inevitabilmente per volgersi contro lo stesso io umano a livello individuale e dittatoriale a livello sociale. E’ importante allora riconoscere che l’autorità umana non è mai un fine, ma sempre e solo un mezzo e che, necessariamente ed in ogni epoca, il fine è sempre ogni persona, creata da Dio essenzialmente con relazioni trinitarie, con la propria intangibile dignità e chiamata a relazionarsi con il proprio Creatore cioè al Padre mediante il Figlio nello Spirito Santo, nel cammino delle relazioni terrene dell’esistenza verso la vita veramente vita, nella speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso che può essere vissuto e liberamente accettato per amore se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino; è l’autorità esercitata nella responsabilità davanti a Dio, al Creatore per il bene di ogni singolo. Un’autorità così intesa, che abbia come unico scopo servire il vero bene delle persone ed essere trasparenza dell’unico Sommo Bene che è Dio, non solo non è estranea agli uomini, ma, al contrario, è un prezioso aiuto nel cammino verso la piena realizzazione in Cristo, verso la salvezza.
La Chiesa è chiamata e si impegna ad esercitare questo tipo di autorità che è servizio profetico per ogni autorità, e la esercita non a titolo proprio, ma nel nome di Gesù Cristo, che dal Padre ha ricevuto ogni potere in Cielo e sulla terra (Mt 28,18). Attraverso i Pastori della Chiesa, infatti, Cristo pasce il suo gregge: è Lui che lo guida, lo protegge, lo corregge, perché lo ama profondamente. Ma il Signore Gesù, Pastore supremo delle nostre anime, ha voluto che il Collegio Apostolico, oggi i Vescovi, in comunione con il Successore di Pietro, e i sacerdoti, loro più preziosi collaboratori, partecipassero a questa sua missione di prendersi cura del Popolo di Dio, di essere educatori nella fede, orientando, animando e sostenendo la comunità cristiana, e, come dice il Concilio, “curando, soprattutto che i singoli fedeli siano guidati nello Spirito santo a vivere secondo il Vangelo la loro propria vocazione, a praticare una carità sincera ed operosa e ad esercitare quella libertà con cui Cristo ci ha liberati” (PO 6): la più vera descrizione dell’autorità senza della quale non c’è educazione! Ogni Pastore, quindi, è il tramite attraverso il quale Cristo stesso ama singolarmente ogni io umano,  gli uomini nella loro globalità: è mediante il nostro ministero, è attraverso di noi anche pochi (Dio adopera i pochi per i molti!) che il Signore raggiunge le anime, le istruisce, le guida. Sant’Agostino, nel suo commento al vangelo di Giovanni, dice: “Sia dunque impegno d’amore pascere il gregge del Signore” (123,5); questa è la suprema norma di condotta dei ministri di Dio, un amore incondizionato, come quello del Buon Pastore, pieno di gioia, aperto a tutti, attento ai vicini e premuroso verso i lontani, delicato verso i più deboli, i piccoli, i semplici, i peccatori, per manifestare l’infinita misericordia di Dio con le parole assicuranti della speranza.
Se tale compito pastorale è fondato sul Sacramento, tuttavia la sua efficacia non è indipendente dall’esistenza personale del presbitero, dalla accoglienza esistenziale del dono. Per divenire Pastore secondo il cuore di Dio (Ger 3,15)occorre un profondo radicamento nella viva amicizia con Cristo, non solo dell’intelligenza, ma anche della libertà e della volontà, una chiara coscienza dell’identità ricevuta in continuità fin dall’Ordinazione Sacerdotale, una disponibilità incondizionata a condurre il gregge affidato là dove il Signore vuole e non nella direzione che, apparentemente, sembra più conveniente o più facile. Ciò richiede, anzitutto, la continua e progressiva disponibilità a lasciare liberamente cioè per amore che Cristo stesso governi l’esistenza sacerdotale dei presbiteri. Infatti, nessuno è realmente capace di pascere il gregge di Cristo, se non vive personalmente una profonda, intima e reale obbedienza a Cristo e alla sua Chiesa, e la stessa docilità del Popolo ai suoi sacerdoti dipende dalla docilità dei sacerdoti verso Cristo; per questo alla base del ministero pastorale c’è sempre il continuo incontro personale e costante con il Signore, la conoscenza profonda di Lui, il conformare la propria volontà a quella di Cristo. Ai Vescovi del Portogallo Benedetto XVI ha detto: “Nell’Anno Sacerdotale che volge al termine, riscoprite, amati Fratelli, la paternità episcopale soprattutto verso il vostro clero. Per troppo tempo si è relegata in secondo piano la responsabilità dell’autorità come servizio alla crescita degli altri, e, prima di tutti, i sacerdoti”.

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