La fede senza compromessi nell'inno dedicato a san Francesco

La fede senza compromessi nell’inno dedicato a san Francesco

La fede senza compromessi nell’inno dedicato a san Francesco

Uno strumento vivo, che scuote l'ascoltatore e respinge letture annacquate: a La Bussola parla l'autore del testo composto per gli ottocento anni dalla morte del Santo di Assisi, in cui risuona la chiamata a un’adesione radicale e senza compromessi a Cristo.

Nicola Scopelliti in Ecclesia 04_05_2026

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È ancora possibile, oggi, vivere il Vangelo senza compromessi? La domanda non introduce semplicemente una conversazione: la accende. Cade netta, senza preamboli. A ottocento anni dal transito di san Francesco d’Assisi, l’inno commemorativo non si limita a celebrare: rilancia, provoca, divide Lontano da ogni nostalgia o rappresentazione addomesticata del Santo, riemerge una figura irregolare, capace ancora oggi di scuotere linguaggi, abitudini e coscienze. Angelo D’Acunto, già professore di Storia e Filosofia nei licei di Stato e da trentasette anni docente di Liturgia e Teologia Sacramentaria alla Pontificia Università della Santa Croce di Roma, è l’autore del testo dell’inno per gli ottocento anni del transito di san Francesco. Psicoterapeuta e capitano degli Alpini, D’Acunto unisce formazione accademica ed esperienza clinica in un profilo fuori dagli schemi, segnato da rigore analitico e sguardo diretto sull’uomo. È in questo confronto serrato che prende forma il dialogo con l’autore dell’inno: un lavoro che non si limita a ricordare il poverello d’Assisi, ma lo rimette al centro come questione aperta. Otto secoli dopo, la sua eredità non si lascia archiviare. E continua ad interpellarci.

Professore, partiamo dalla domanda iniziale: è ancora possibile vivere il Vangelo senza compromessi?

È possibile, ma non è comodo. E soprattutto non è imparziale. Vivere il Vangelo fino in fondo significa esporsi, prendere posizione, accettare una certa solitudine. Francesco non media, non cerca equilibri diplomatici: aderisce. E questo oggi, forse più di ieri, mette a disagio.

Come nasce l’idea di un inno per gli ottocento anni del transito di san Francesco?

Nasce da una chiamata concreta. Padre Matteo Ferraldeschi, maestro di Cappella della Basilica Papale di Santa Maria degli Angeli, coinvolge monsignor Valentino Miserachs Grau, compositore di grande esperienza. A quel punto mi viene affidato il testo. Nessun vincolo tematico rigido, nessuna gabbia metrica imposta: una piena autonomia espressiva. Tuttavia, proprio tale indipendenza ha rappresentato la prima, vera responsabilità.

Libertà totale può essere anche un rischio. Da cosa si è lasciato guidare?

Dalle fonti. Sempre. E da un criterio: evitare qualsiasi forma di abbellimento. Francesco non ha bisogno di essere reso più accettabile. L’inno tenta di raggiungere le corde più sensibili della sua esperienza, evitando qualsiasi censura o barriera. Non si limita a narrare: incalza il lettore eliminando qualsiasi sovrastruttura o facile semplificazione.

C’è un’immagine che più di altre sintetizza il cuore del testo?

La Porziuncola. E il Vangelo vissuto “sine glossa”. È lì che tutto si concentra: nessuna interpretazione di comodo, nessun alibi. Solo adesione. È una linea radicale.

E Chiara, che posto occupa in questo racconto?

Non è una presenza laterale. È uno specchio. L'estremismo evangelico di Francesco non è un'esperienza isolata: trova riflesso e condivisione in Chiara, la quale dimostra che tale opzione di vita non è un atto solitario, ma una strada percorribile e replicabile.

Che tipo di emozione attraversa l’inno?

Non parlerei di emozione in senso sentimentale. Piuttosto di tensione. L’inno segue i passaggi decisivi - chiamata, conversione, povertà, carità - e li trasforma in segni. Tre direttrici: Cristo al centro, semplicità nel linguaggio, apertura universale. Ma senza semplificazioni.

Come si scrive, concretamente, un testo che deve essere anche cantato?

Con disciplina. Si parte dall’istinto, ma poi arriva il lavoro vero: rigore metrico, tagli, verifiche continue. Un inno non può permettersi ambiguità: deve funzionare nella voce, nel respiro, nella memoria.

Il confronto con il compositore quanto ha inciso?

Molto. Non è mai stato un lavoro solitario. Con monsignor Grau e padre Ferraldeschi il dialogo è stato costante. A volte anche duro. Ma necessario. La musica costringe la parola a essere essenziale.

Quanto tempo ha richiesto arrivare alla versione definitiva?

Tre mesi. Intensissimi. Senza pause reali. È un tempo breve solo in apparenza.

Trasporre la spiritualità francescana in parole comporta inevitabilmente un rischio di semplificazione?

Il rischio c’è sempre. Si evita tornando alle fonti e ascoltando. Senza sovrastrutture. “Quel che detta dentro” deve diventare parola. Se si aggiunge troppo, si tradisce.

Qual è il messaggio centrale che attraversa tutto l’inno?

Una richiesta chiara: adesione radicale a Cristo. Senza versioni attenuate. Senza adattamenti opportunistici. L’inno non cerca consenso, cerca verità. E questo implica anche rifiutare certe letture superficiali, comprese quelle che riducono Francesco a simbolo generico, magari solo “ecologico”, svuotandolo del suo nucleo evangelico.

Oggi però la figura di Francesco è spesso utilizzata proprio in chiave simbolica, quasi universale. È un problema?

Dipende da come. Se l’universalità nasce dal Vangelo è coerente. Se invece diventa un contenitore vuoto dove ciascuno proietta ciò che vuole, allora sì, è un problema. Francesco non è neutro.

L’inno si inserisce nelle celebrazioni ufficiali: quale funzione si aspetta?

Che sia uno strumento vivo. Non decorativo. Deve essere cantato, attraversato, condiviso. Le strofe richiamano luoghi e memoria, ma sempre in funzione di un’esperienza presente.

Può parlare anche a chi è lontano dalla fede?

Solo se accetta la sfida. L’inno non semplifica per essere accessibile. Chiede un passo. Forse è proprio questo che può renderlo significativo anche per chi è distante.

C’è un verso a cui è particolarmente legato?

Più che un verso, un criterio: non arretrare. Ogni volta che il testo rischiava di diventare troppo accomodante, veniva corretto.

Viviamo un tempo segnato da crisi e conflitti: Francesco può ancora essere una figura attuale?

Proprio per questo lo è. Non offre soluzioni tecniche, ma una posizione esistenziale. E quella resta decisiva.

Come immagina che questo inno verrà percepito tra molti anni?

Non lo immagino. Non spetta a me. Ci sono opere che durano e altre che passano. Questo appartiene alla Provvidenza.

Se potesse esprimere un desiderio legato a questo lavoro?

Che venga cantato anche in Terra Santa. E, se accadesse, mi piacerebbe aggiungere una strofa che ricordi l’incontro del 1219, a Damietta, tra Francesco e il sultano al-Malik al-Kamil. In piena guerra, un dialogo pacifico. È un’immagine che oggi ha ancora molto da dire.

In fondo, cosa resta dopo questo lavoro?

Una domanda aperta. Più esigente di prima.

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