Ipotesi su Gesù, le ragioni della fede spiegate magistralmente

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Ipotesi su Gesù, le ragioni della fede spiegate magistralmente

Ermes Dovico nella “Nuova Bussola” – 9 aprile 2026

Ripercorriamo la genesi del primo libro di Vittorio Messori e come divenne un successo editoriale straordinario in Italia e nel mondo. Un testo in cui il grande apologeta presentava con rigore le ipotesi razionaliste-atee su Gesù, di contro alle ragioni della fede.
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Ecclesia 09_04_2026

Il discorso della Montagna (Carl H. Bloch)

«Di Gesù non si parla tra persone educate». Questo il celebre incipit di Ipotesi su Gesù, il primo e più noto libro di Vittorio Messori (16 aprile 1941 – 3 aprile 2026), divenuto un bestseller in Italia e nel mondo. Un incipit peraltro preceduto da una citazione della “scommessa” di Blaise Pascal, autore che è una presenza costante nel libro-inchiesta del grande apologeta nativo di Sassuolo e morto lo scorso Venerdì Santo, che proprio al filosofo e scienziato francese dedicava il suo volume spiegando come la sua appassionante ricerca sulla Palestina del I secolo fosse iniziata dopo aver acquistato una copia dei Pensieri.

Messori si era convertito al cattolicesimo nel luglio del 1964, in seguito alla lettura dei Vangeli. Una conversione clamorosa, visto il suo retroterra. Vittorio era infatti nato e cresciuto in una famiglia anticlericale, come molte della rossa Emilia, e a lungo aveva guardato alla fede con indifferenza, passando attraverso «18 anni di agnostica scuola di Stato», come lui stesso scriveva. La sua formazione razionalista si era rafforzata negli anni universitari a Torino, nella facoltà di Scienze Politiche, sotto la guida di intellettuali come Norberto Bobbio, Luigi Firpo e Alessandro Galante Garrone, quest’ultimo relatore della sua tesi di laurea, nel 1965. Ma un anno prima, appunto, i Vangeli erano entrati nel cuore di Messori, inducendolo a cercare – da lì in poi – le ragioni della fede e di trasmetterle agli altri.

La prima stesura di Ipotesi su Gesù fu ultimata dopo 11 anni di approfondita ricerca, portata avanti da Messori in contemporanea ai suoi impegni di lavoro: prima addetto stampa della Società Editrice Internazionale (SEI, le cui origini risalgono a san Giovanni Bosco), poi cronista di Stampa Sera e redattore di Tuttolibri. Nel 1975, dunque, il manoscritto – consegnato per amicizia alla SEI – era pronto, ma sarebbe stato pubblicato solo l’anno successivo. Interessante la spiegazione che ne darà poi Messori: «Gli amici salesiani tennero nel cassetto per un anno quel libro e quando si decisero a pubblicarlo, nell’autunno del 1976, lo fecero in una brutta brossura con una tiratura inferiore a tremila copie. Lo stanziamento pubblicitario era risibile: qualche piccolo annuncio in pochi giornali. Nello smarrimento postconciliare, quei pur ottimi religiosi erano convinti che quella che definivano “apologetica”, quasi fosse una parolaccia, fosse ormai improponibile, che interessasse solo qualche cattolico anacronistico. Per questo restarono talmente sorpresi dall’immediata vendita della prima tiratura che, pensando a un equivoco, continuarono a lungo a fare piccole ristampe, immediatamente assorbite dal mercato».

Quel presunto equivoco editoriale risulta ad oggi tradotto in 22 lingue; e solo in Italia ha venduto oltre un milione e mezzo di copie (il computo risale al 2007). Grazie alla lettura di Ipotesi su Gesù, milioni di persone comuni, credenti e atei, cattolici e non cattolici, scoprivano tutta la bellezza dei richiami tra Antico e Nuovo Testamento, familiarizzavano con la profezia di Daniele sulle Settanta Settimane, capivano il perché la Scrittura ci dice che Gesù venne nella pienezza dei tempi, conoscevano più da vicino i falsi cristi sorti non solo prima ma anche dopo la vita, morte e risurrezione di Gesù: su tutti quel Simone “Bar Kokheba” (Figlio della Stella) che tanti Giudei, nella terza e ultima grande rivolta contro i Romani, seguirono fino alla morte (135 d.C.) credendolo il Messia e questo perché, o meglio, nonostante il fatto che i tempi delle profezie fossero “scaduti”, come ricordava Messori. Tutte le profezie veterotestamentarie, infatti, convergevano verso un’unica figura, Gesù di Nazareth, e verso il tempo in cui Lui visse sulla terra. Un tempo che si poteva ricavare anche dalla scoperta (1947) dei manoscritti di Qumran, la località sul Mar Morto il cui nome così divenne noto al di fuori della ristretta cerchia dei biblisti e degli altri addetti ai lavori: milioni di lettori appresero cioè che anche gli antichi esseni (una élite ebraica) facevano i loro calcoli sulla base delle Settanta Settimane ed erano arrivati a stabilire la venuta del Messia in un tempo molto prossimo a quello della nascita di Gesù, con uno scarto di appena una generazione (cioè vicinissimo, potremmo aggiungere, a quella di Maria).

Di contro, Messori presenta i due principali gruppi di ipotesi che negano le verità di fede: l’ipotesi critica, che nega a priori ogni miracolo e qualsiasi elemento soprannaturale, quindi non riconosce la risurrezione di Gesù né tantomeno il suo essere Dio; l’ipotesi mitica, secondo cui Gesù addirittura non sarebbe mai esistito e il cristianesimo sarebbe sorto dall’elaborazione di un mito precedente, che si sarebbe fissato per iscritto solo dopo l’anno 100.

Esemplare il suo metodo, nel solco dei migliori apologeti. Messori fa largo ricorso a citazioni testuali degli esponenti di entrambe queste due correnti razionaliste-atee, passando poi a confutarle, mettendone cioè a nudo le molteplici contraddizioni e debolezze argomentative. Un esempio su tutti, riguardo ai critici: se Gesù non è risorto e non è Dio, com’è stata possibile la nascita (in un contesto ostile come quello ebraico) e l’incredibile espansione del cristianesimo ad opera di uomini che prima, pur volendogli bene, lo avevano abbandonato e rinnegato e poi invece (dopo la Risurrezione e lo Spirito Santo ricevuto a Pentecoste) sono stati, nel suo nome, pronti al martirio?

Rispondendo agli esponenti della scuola mitologica, Messori ricordava che anche autori e storici non cristiani del I secolo, come Tacito (c. 55 – c. 117), Svetonio (c. 69 – c. 122), Flavio Giuseppe (c. 37 – c. 100), hanno scritto di Gesù e dei cristiani. Ancora, l’annuncio immediato da parte della primitiva comunità cristiana della verità di Gesù morto per i nostri peccati e risorto (il kerigma), la presenza di numerosi riferimenti storici e geografici nei Vangeli, l’esegesi e le scoperte dell’archeologia contemporanea – che hanno consentito peraltro di datare gli stessi Vangeli e altri testi del Nuovo Testamento tra il 50 circa e prima del 100, dunque in tempi vicinissimi alla morte di Gesù – mostrano tutta l’inconsistenza dell’ipotesi mitologica, che si fonda sul presupposto di una lenta sedimentazione del mito e del passare di diverse generazioni prima che lo stesso mito potesse essere presentato come vero.

Invece, la soluzione della fede, trasmessa da testimoni prescelti dal Risorto (che apparve ai Dodici e «pure a più di cinquecento fratelli in una sola volta», come scrive san Paolo, altro testimone), rimane l’unica capace di reggere al vaglio della ragione, trascendendola. In definitiva, in un'epoca di ateismo galoppante, in cui anche in ambienti cattolici si credeva più a Marx che a Gesù, il libro di Messori contribuì mirabilmente a divulgare le ragioni della fede, con il suo stile semplice, acuto, rigoroso, basato sui fatti, che ridiede spolvero all'apologetica in Italia e nel mondo e fece uscire da una sorta di emarginazione culturale molti fedeli che non sapevano, perché non abbastanza formati, come difendere la causa di Cristo, vero Dio e vero uomo, di fronte a una cultura dominante appiattita sulla sola dimensione terrena.

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