I nostri meriti sono doni di Dio

Francesco Lamendola, in "Accademia Adriatica di Filosofia" – 12 Febbraio 2022

Sono merito nostro, i nostri meriti? Quando noi possediamo e adoperiamo la bontà, la dolcezza, la compassione, la pazienza, il coraggio, la perseveranza, la continenza, il discernimento, l'umiltà, la giustizia, la prudenza, è merito nostro? Vengono da noi tali virtù morali, siamo noi che possiamo ascrivere a nostro merito il fatto di averle? Evidentemente non vengono da noi; non ce le siamo date da soli: nel migliore dei casi, le abbiamo coltivate, e il nostro merito è tutto qui, come l'uomo sano che ha il merito di aver custodito la propria salute evitando di dissiparla in stili di vita dannosi: ma la salute in se stessa non è merito suo, semmai della sua buona costituzione fisica. Ebbene, con le qualità morali è esattamene la stessa cosa: non ce le diamo sa soli, dunque non provengono da noi; provengono dalla nostra natura spirituale. E chi ce l'ha data, se non Dio? E chi ci aiuta a conservarla sana ed integra, se non Lui, col sostegno invisibile e ineffabile della sua grazia, della sua sollecitudine paterna? Perciò, se qualcosa di buono riusciamo a fare, il merito non è mai nostro; vantarci di qualcosa che facciamo per merito altrui, sarebbe disonesto e  biasimevole. Pertanto non dovremmo mai menare vanto delle nostre qualità morali, posto che ne possediamo; ma rendere grazie e lode a Colui che ce le ha date, o che ha fatto in modo che le ricevessimo da qualcuno, ad esempio attraverso l'esempio quotidiano dei nostri genitori e di altre anime buone: ma il merito, in ultima analisi, è sempre e solo Suo, perché è Lui che ispira e che muove anche quelle persone. Dio, che è il sommo Bene, agisce in tutto ciò che è suscettibile di bene, lo ispira, lo consiglia, lo guida, lo incoraggia, lo fortifica, lo sostiene nelle prove più dure.

 

Dio fornisce a ciascun essere umano i mezzi per fare il bene e per meritare quel bene supremo che è contemplare eternamente la Sua gloria; al tempo stesso, Egli ha dotato ciascun essere umano del bene inestimabile del libero arbitrio, affinché questi possa desiderare il bene e meritare la salvezza, e non essere solo un burattino che fa il bene perché non saprebbe fare altro, come una scimmia ammaestrata. Il dono del libero arbitrio contiene però in se stesso una tremenda possibilità: che l'uomo ne faccia un cattivo uso. In quel caso non si potrà mai dire che è stato Dio a provocare la rovina di quell'anima, ché, anzi, Egli senza dubbio le dà numerose occasioni per ravvedersi e per rientrare nella strada del bene: non è colpa Sua se le anime traviate e indurite nel peccato non vogliono vedere, non vogliono udire, non vogliono cambiare il loro modo di vivere. Ed è pertanto giusto dire che i cattivi pensieri e le cattive azioni sono "merito" esclusivo dell'uomo. Vi è una perfetta simmetria fra l'affermazione che i nostri meriti sono, in realtà, meriti di Dio e quella secondo cui i nostri peccati sono nostri e solamente nostri: perché il centro dell'universo (checché ne dicano i teologastri della cosiddetta "svolta antropologica") non è l'uomo, ma Dio: tutto parte da Lui, sia il bene che gli uomini possono fare, sia la libertà che, a causa della concupiscenza, essi possono usare anche per concepire e  per fare il male. Il destino dell'uomo è la libertà, non la schiavitù; ma il prezzo della libertà è la terribile possibilità di scegliere il male invece del bene, ripagando la generosità di Dio con la massima ingratitudine. Ecco perché il peccato è innanzitutto un'offesa fatta a Dio, poi un'offesa fatta agli altri (o a se stessi): peccando, cioè scegliendo il male invece del bene, l'uomo disprezza i doni ricevuti, infrange la legge morale e calpesta il patto stretto con Dio (in modo implicito tutti gli uomini, in modo esplicito i battezzati, perché i battesimo consiste precisamente nel rifiuto di Satana e della sue seduzioni, e nella libera scelta della filiazione divina).

 

 

 

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Perche': "I nostri meriti sono doni di Dio"!

 

 

 

Dunque, ribadiamo il concetto: non è l'uomo che fa il bene e che ha dei meriti; è Dio che attraverso l'uomo opera il bene, come è nella natura dell'universo da Lui creato; mentre il male non è nell'ordine della creazione, non è nei suoi fini, e tanto meno nella sua intenzione: il male è un disordine che si rivolge contro la creazione e che si ribella all'Amore di Dio, preferendo il caos all'ordine, e le tenebre alla luce. Come si legge in Gv 3,19-22:

 

19 E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. 20 Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. 21 Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio.

 

Scrive sant'Agostino nel De gratia et libero arbitrio, 6, 14-15 (da: San'Agostino, Il Maestro interiore, a cura di padre Agostino Trapè, Milano, Edizioni Paoline, 1987, pp.170-171):

 

A chi il giudice giusto renderebbe la corona, se il Padre misericordioso non avesse donato la grazia? E come ci sarebbe questa corona della giustizia, se non ci fosse la grazia che giustifica l'empio?In qual modo si renderebbe come dovuta la corona se prima la grazia non fosse stata donata come gratuita? Ma i pelagiani dicono che la sola grazia non concessa secondo i nostri meriti è quella per la quale si assolvono all'uomo i peccati; invece quella che  data alla fine, cioè la vita eterna, è concessa in base ai nostri meriti precedenti. Rispondiamo dunque a costoro. Se infatti essi  concepissero i nostri meriti riconoscendo che  anche questi stessi sono doni di Dio, il loro concetto non sarebbe da respingere; ma poiché esaltano i meriti umani a tal punto da sostenere che l'uomo li possiede di per se stesso, senz'altro con piena ragione risponde l'Apostolo: «Chi infatti ti distingue? Che cosa possiedi che non abbia ricevuto? E se l'hai ricevuto, perché ti vanti cime se non lo avessi ricevuto?» (1 Cor 4,7). A chi pensa così, con la massima verità si può rispondere: Dio corona non i tuoi meriti, ma i suoi doni, se i tuoi doni ti provengono da re steso e non da lui. Se questi infatti provengono da te sono nel male e Dio non li corona; ma se sono nel bene sono doni di Dio, perché, come dice l'apostolo Giacomo: «Ogni concessione ottima e ogni dono perfetto viene dall'alto, discendendo dal Padre della luce» (Iac 1,17). Per questo dice anche Giovanni, precursore di Gesù: «L'uomo non può ricevere alcunché, se non gli viene dato dal cielo» (Io 3,27): sì, dal cielo, da cui venne anche lo Spirito Santo, quando Gesù «ascese in alto, catturò la cattività, dette doni agli uomini» (Eph 4,8). Se dunque i tuoi meriti nel bene sono doni di Dio, Dio non corona i tuoi meriti come tuoi meriti, ma come suoi doni.

 

 

 

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Sant'Agostino

 

 

 

E ancora, nel De peccatorum meritis et remissione (2,13-18); Il maestro interiore, cit., p. 172):

 

Esistono sulla terra uomini giusti, grandi, forti, prudenti, continenti, pazienti, pii, misericordiosi, capaci di sopportare con calma per la giustizia tutti i mali temporali. Ma se è vero, anzi perché è vero, che «se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi» (1 Io 1,8) e che «nessun vivente davanti a te è giusto» (Ps 142,2), costoro non sono senza peccato e nessuno di essi vaneggiò tanto per superbia da credere di non aver bisogno dell'orazione domenicale per i suoi peccati, quali che siano.

 

E infine nel De natura et gratia (36,42; Il maestro interiore, cit., p.  172):

 

Escludiamo la santa vergine Maria, nei riguardi della quale per l'onore del Signore non voglio si faccia questione alcuna di peccato. Infatti da che sappiamo noi quanto più di grazia, per vincere il peccato sotto ogni aspetto, sia stato concesso alla Donna che meritò di concepire e partorire colui che certissimamente non ebbe alcun peccato? Eccettuata dunque questa Vergine, se avessimo potuto riunire tutti quei santi e quelle sante durante la loro vita terrena e interrogarli se fossero senza peccato, quale pensiamo sarebbe stata la loro risposta? «Se dicessimo di essere senza peccato, inganneremmo noi stesi  e la verità non sarebbe in noi» (1 Io 1,8).

 

 

 

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La dimensione cosmica del bene e del male? Dio ci ha dotati del bene inestimabile del "Libero arbitrio" affinché possiamo desiderare il bene e meritare la salvezza e non essere dei soli burattini!

 

 

 

C'è poi un altro aspetto della questione da tener presente. Il bene e il male che facciamo personalmente non restano limitati alla nostra sfera individuale e alle persone con le quali interagiamo direttamente: si estendono in maniera esponenziale, amplissima, pressoché illimitata, sia nello spazio che nel tempo. Esiste la comunione dei Santi, per cui ogni azione di grazia di riflette e si ripercuote su tutto il corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa, formata da tutte le anime dei credenti, quelli ancora fisicamente vivi e quelli che vivono nell'eternità; e la stessa cosa avviene per le azioni malvagie e i pensieri cattivi, poiché anche per il regno del male esiste una dimensione cosmica, che si espande al di là delle barriere dello spazio e del tempo. Perciò soccorrere un bisognoso, consigliare un dubbioso, consolare un sofferente, ammonire un peccatore, sono azioni che non restano confinate all'ambito di chi le fa e di chi le riceve in prima persona. Le riceve il mondo intero, in una maniera misteriosa, che tuttavia è efficace, e reca sollievo ovunque, e non solo nel presente, ma anche nel più lontano futuro. Lo stesso, purtroppo, accade per le azioni malvagie: una calunnia, un'ingiustizia, un furto, un omicidio, si propagano con i loro effetti perversi e si dilatano a dismisura, come i cerchi sulla superficie dell'acqua; e diffondono dolore, angoscia, sospetto, odio, invidia, gelosia, discordia.

 

Questo aspetto è stato mirabilmente tratteggiato, nel suo stile visionario e immaginoso, quasi barocco, dal grande scrittore cattolico Léon Bloy (da: Il disperato; titolo originale: Le désesperé, Mercure de France, 1887; traduzione dal francese di Gennaro Auletta, Vicenza, Edizioni Paoline, 1959, pp. 110-111):

 

Rinunciando [i religiosi] generosamente alla vita mondana ognuno di essi porta al fondo al monastero un immenso bagaglio d'interessi sovrannaturali di cui, per vocazione, egli diventa il ragioniere davanti a Dio e l'ispettore degli esattori senza giustizia. Interessi di edificazione per il prossimo, interessi di gloria per Dio, interessi di confusione per il Nemico degli uomini: tutto questo su sala non meno vasta della stessa Redenzione che va dalle origini alla fine dei tempi.

 

La nostra libertà è solidale dell'equilibrio del mondo, ed è questo che bisogna capire per non meravigliarsi del profondo Mistero della Reversibilità, che è il nome filosofico del grande domma della Comunione dei Santi. Ogni uomo che fa un atto libero proietta la sua personalità nell'infinito. Se dà di malanimo un soldo a un povero, questo soldo trafora la mano del povero, cade, trafora la terra, fende i pianeti, attraversa il firmamento e compromette l'universo. Se fa un atto impuro, oscura forse milioni di cuori a lui ignoti, che corrispondono misteriosamente con lui e hanno bisogno che sia puro, come un viaggiatore morente di sete ha bisogno del bicchier d'acqua del Vangelo.

 

Un atto caritatevole, un sentimento di vera pietà canta per lui le lodi divine, da Adamo fino alla fine dei secoli; guarisce i malati, consola i disperati calme le tempeste; riscatta i prigionieri, converte gli infedeli e protegge il genere umano.

 

Tutta la filosofia cristiana consiste nella importanza inesprimibile dell'atto libero, e nella nozione di una coinvolgente e indistruttibile solidarietà. Se Dio, in un attimo eterno della sua potenza, volesse fare quel che non ha mai fatto, annientare cioè un sol uomo, è probabile che la creazione se ne andrebbe in frantumi. Ma ciò che Dio non PUÒ fare nella rigorosa pienezza della sua giustizia, essendo volontariamente LEGATO dalla sua misericordia, i deboli uomini lo possono fare per i loro fratelli, in virtù della loro libertà e nei limiti d'una giusta soddisfazione. Morire al mondo, morire a se stesso, morire, per così dire, al Dio terribile, annientandosi davanti a lui nella spaventosa irradiazione solare della sua giustizia, ecco quello che possono fare i cristiani quando la vecchia macchina terrestre scricchiola nei cieli spaventati e non ha quasi più la forza di sopportare i peccatori; quando cioè questa terra, che il vento della misericordia trascina come granello di polvere, diventa l'orribile creazione non di Dio ma dell'uomo soltanto, diventa il suo tradimento enorme, il cattivo frutto della sua libertà, tutto un arcobaleno di colori infernali sul luminoso vortice della bellezza divina.

 

 

 

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G. K. Chesterton

 

 

 

Ah, se le ultime generazioni avessero letto scrittori come Léon Bloy, Nicola Lisi, Gertrud von Le Fort o G. K. Chesterton; e meno come J. P. Sartre, Alberto Moravia, Elfriede Jelinek o Patrick Süskind, tanto ingiustamente celebri quanto nichilisti, angosciosi e angoscianti. Non è di nichilismo che ha bisogno l'uomo oggi, e angosciato lo è abbastanza; ma ha bisogno di fede, speranza e carità.

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