Domenica XXXIII

 

Ci avviciniamo alla fine dell'anno liturgico (Domenica 21 novembre); per questo la liturgia della Chiesa ci fa leggere testi che sono in relazione con la distruzione di Gerusalemme cioè la fine dell'antica storia di amore in preparazione dell'Incarnazione e con l'attesa del compimento della nuova storia di amore cioè di Cristo in tutti e in tutto.

Nel Vangelo il discorso di Gesù prende le mosse dalla domanda di un discepolo che resta ammirato di fronte alla magnifica costruzione del tempio di Gerusalemme. Il re Erode il grande lo aveva fatto ricostruire. Esso era veramente una costruzione impressionante, una delle meraviglie del mondo.

Gesù risponde a questa domanda con una profezia tremenda: "Vedi queste grandi costruzioni? Non rimarrà qui pietra su pietra che non sia distrutta". I discepoli allora chiedono spiegazioni, e Gesù fa loro un lungo discorso, che anche noi ora ascoltiamo, nel quale la fine di Gerusalemme diventa anche la figura anticipata della fine di questo mondo. Tuttavia in questo discorso, come in tutti quelli che riguardano profeticamente il futuro, non è possibile distinguere bene ciò che riguarda la fine di Gerusalemme da ciò che riguarda la fine del mondo. Gesù mette in guardia i suoi discepoli dalla mancanza di vigilanza, dicendo che occorre sempre essere attenti e vigilanti senza illudersi di essere permanenti. Poco importa se la fine del mondo è vicina o lontana: occorre essere sempre pronti alla venuta del Signore perché con la morte del corpo questo mondo finisce.

I profeti avevano annunciato eventi catastrofici. Nella prima lettura, tratta dal profeta Daniele, si parla di "un tempo di angoscia, come non c'era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo". Ma il messaggio del profeta è positivo per chi è fedele al Signore: "In quel tempo sarà salvato il suo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro [= il libro in cui Dio scrive il nome degli eletti]". Daniele prevede anche la risurrezione: "Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna, gli altri alla vergogna e per l'infamia eterna".

Questi eventi impressionanti annunciati ci devono far pensare al giudizio particolare e finale, nel quale saremo valutati in base alle nostre opere, e quindi ammessi alla vita eterna, oppure dannati per colpa nostra. Ma dobbiamo sempre avere fiducia, e approfittare di queste predizioni per impegnarci di più nella nostra vita cristiana di unione a Cristo e di carità verso i fratelli. Fino all'ultimo momento è possibile il perdono

Similmente Gesù nel brano evangelico annuncia catastrofi: "In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, e la luna non darà più il suo splendore, e gli astri si metteranno a cadere dal cielo, e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte…Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno" (Mc 13,31). L'espressione "il cielo e la terra" è frequente nella Bibbia per indicare tutto l'universo, il cosmo intero. Gesù dichiara che tutto ciò è destinato a "passare". Quanto è importante questa consapevolezza. Non solo la terra, ma anche il cielo, che qui è inteso appunto in senso cosmico, non come sinonimo di Dio Creatore. La Sacra Scrittura non conosce ambiguità: tutto il creato è segnato dalla finitudine, compresi gli elementi divinizzate dalle antiche mitologie: non c'è nessuna confusione tra il creato e il Creatore, ma una differenza netta. Con tale chiara distinzione, Gesù afferma che le sue parole "non passeranno", cioè stanno dalla parte di Dio Creatore e Redentore e quindi sono eterne. Ma del Creatore e Redentore nell'attuale clima culturale secolarizzato addirittura non se ne parla più come se l'umano fosse tutto, ma oggi, nell'egemonia tecnica, nemmeno l'umano. Pur pronunciate nella concretezza della sua esistenza terrena, esse sono parole profetiche per eccellenza, come afferma in un altro luogo Gesù rivolgendosi al Padre celeste: "Le parole che hai dato a me io le ho date e le do a loro. Essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito date e hanno creduto che tu mi hai mandato" (Gv 17,8). In una celebre parabola, Cristo si paragona al seminatore e spiega il che il seme è la parola di Dio che diviene Amore nell'Eucarestia (Mc 4,14): coloro che l'ascoltano, l'accolgono in Lui che attualizza il sacrificio, l'Amore nella celebrazione dell'Eucarestia almeno della domenica e portano frutto (Mc 4,20), fanno parte del Regno di Dio, cioè vivono perennemente sotto la sua signoria nelle cose che passano; rimangono nel mondo, ma non sono del mondo; con la loro anima che non muore con il corpo portano in sé un germe di eternità, un principio di trasformazione che si manifesta già fin d'ora nell'accogliere sofferenze, malattie, disagi come purificazione della pena di colpe, peccati perdonati nella Confessione, pena tolta completamente nell'anima in purgatorio. Positivamente l'Amore si manifesta già ora in una vita buona, animata dalla, carità, e alla fine produrrà la risurrezione della carne riunendo l'anima al suo corpo. Ecco quindi la potenza della Parola e della presenza sacramentale di Cristo nella fede cattolica.

Nell'ultimo messaggio domenica 31 ottobre della presunta apparizione della Madre del lungo cammino è stata richiamato "Cari figli se voi pregate costantemente acquisterete più fede", il valore più importante, fondamento di tutti i valori. Ma poi un richiamo forte sul come oggi comunicano la fede genitori e pastori "Chi pecca contro la fede si riveste di una grande responsabilità, vendendosi al nemico, creando confusione per il popolo dei credenti". Ricordando che Gesù "ha arricchito con il suo amore tutti i cuori", ma oggi non è più al centro e "c'è chi allontana l'Amore cioè Cristo vendendosi con ribellione contro Dio. Ed io, figli cari, piango, scendono le mie lacrime per l'indifferenza, l'inconsapevolezza dell'amore vero. E ricordatevi che la vostra vita non è vita senza Dio". E qui c'è il rapporto tra Chiesa e Stato, tra Chiesa universale e Nuovo Ordine Mondiale, tra fede e politica. Nella concezione cattolica sempre è stata affermata la distinzione ma i veri cattolici fondano la loro etica privata e pubblica sulla fede cattolica, non sulla maggioranza democratica. La Maggioranza democratica per la politica ma non sui valori morali. Con la loro identità il confronto democratico oggi difficile. Ma fin dall'inizio non è stato facile con l'Impero Romano segnato da tanti martiri della fede. Anche oggi è difficile ma non impossibile pur con la maggioranza dei politici cattolici che a livello pubblico "allontanano l'Amore cioè Cristo vendendosi contro Dio" e provocando tanta "indifferenza, inconsapevolezza dell'amore vero. E ricordatevi che la vostra vita non è vita senza Dio". È un messaggio che ci impedisce di avere troppa paura sia di morire, sia della fine di questo mondo.

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