La SINTESI EUROPEA nell'unione dello spirito greco e della fede cristiana

Ratzinger Benedetto XVI – "La vera Europa (Cantagalli pp.7-9)"

La "Sintesi Europea"

Negli Atti degli Apostoli (16,6-10) ci viene narrato un singolare episodio che come nessun altro fa emergere le fondamenta dell'Europa, la sua identità e il suo compito. Paolo è missionario nella sua patria, l'Asia Minore, ed evidentemente non pensa affatto di oltrepassare lo stretto che la separa dall'Europa. Ma ecco che accade qualcosa di straordinario: dove pure egli voglia andare, si sente ostacolato dallo Spirito di Gesù, che come un muro ovunque ostacola il suo cammino. La nuova direzione gli si rivela in sogno: Paolo vede un macedone che lo chiama e lo prega: "Vieni qui e aiutaci!". Il macedone sta per la Grecia, per l'Europa. La sua preghiera decide la storia futura. Così è nata l'Europa, l'Europa nella quale viviamo, l'Europa che oggi ci chiama. Essa si fonda sull'unione dello spirito greco e della fede cristiana, su una ragione che è divenuta nostalgia, che nel percepire una mancanza intuisce ciò di cui ha bisogno. E si fonda sulla risposta dello Spirito di Gesù Cristo, che ne afferra la mano aperta e diviene orientamento.

Ciò che questa visione concretamente significa lo possiamo comprendere più approfonditamente dalla Lettura che abbiamo appena ascoltato (Fil 4,6-9). In essa Paolo esorta i Filippesi a fare tutto ciò che è vero, nobile, giusto, tutto ciò che è virtù. I termini che egli qui utilizza provengono tutti dalla filosofia morale greca – l'intera frase potrebbe essere tratta da essa. C'è qui il prodotto di quella purificazione interiore della ragione e della sua sapienza che – in un lungo percorso storico che parte dall'Egitto e non senza rapporti con il mondo biblico – aveva infine avuto luogo in Grecia. Ci imbattiamo qui in qualcosa di singolare: Paolo esorta i greci a seguire la sapienza della Grecia, li esorta a seguire la ragione e a fare quel che è ragionevole. Significa forse che la fede cristiana in ultima analisi da sé stessa si dichiara inutile? Che la fede rappresenta solo uno stadio preliminare fino a quando l'Illuminismo di essa non avrà più bisogno e la ragione basterà a sé stessa? Niente affatto. Al contrario: vediamo qui realizzarsi quello che la visione del macedone metaforicamente rappresenta: il Vangelo ha assunto lo spirito greco. La fede consente all'uomo di essere ragionevole; e, all'inverso la ragione non rende la fede inutile, ma da essa la ragione riceve sostegno che la protegge dal precipizio, che le permette di rimanere veramente sé stessa. Se la ragione perde questo suo sostegno e vede solamente sé stessa, diventa come un occhio che non vede altro che se stesso: un occhio cieco. Mi viene in mente ancora un'altra immagine: una ragione che vede solamente sé stessa e non riceve più alcun aiuto è come un pianeta che deraglia dalla propria orbita per seguire solamente sé stesso. Si muove nel vuoto come impazzito per precipitare nel nulla. La fede àncora la ragione alle grandi e fondamentali verità che la ragione non è in grado di dimostrare, ma che può unicamente riconoscere, e proprio così la fede fa sì che la ragione rimanga veramente sé stessa, resti ragionevole. La fede non assorbe la ragione, ma la rende libera.

Questa correlazione tra fede e ragione si riflette nell'elenco delle virtù di san Paolo. Emergono qui le vere fondamenta che hanno conferito a questo continente il suo compito specifico e il suo rango particolare nella storia del mondo. Significa infatti che tra barbarie di una ragione senza freni e misura e la barbarie dell'irragionevolezza cieca, della cieca superstizione, si è aperta una nuova via. La barbarie di una ragione senza misura la sperimentiamo oggi, e Paolo poté sperimentarla nel mondo greco del suo tempo. Gli Atti degli Apostoli ci raccontano dello sgomento che lo prese quando ad Atene, capitale della cultura antica, scoprì un altare con l'epigrafe: a un Dio ignoto. Dove Dio è sconosciuto, resta sconosciuta la cosa decisiva ed è proprio qui che è più urgente il bisogno di aiuto. Paolo avverte questo osservando la miseria dei lavoratori al porto di Corinto, il "mercato" dei vizi nelle grandi città e la perversione disperata che regna nelle corti dei ricchi. Nei primi capitoli della Lettera ai Romani descrive questa esperienza con parole che ci ricordano il mondo di Genet e di Pasolini, il disperato dilaniamento interiore dell'esistenza moderna. Ricordo ancora quanto un comunista nel corso del "Humanismus Gesprach" si Salisburgo nel 1976 ci urlò contro: "Corrotti di tutti paesi, unitevi!". Si riferiva al diffondersi della droga, delle malattie psichiche e dei suicidi nella società occidentale. Non sarebbe stato difficile contrapporre un ricco elenco di fenomeni di dilaniamento interiore ad Est: in entrambi si tratta del fallimento di una ragione che vuole vedere solamente sé stessa e che è necessariamente cieca. L'immagine opposta di una ragione totalmente annichilita ci si presenta oggi in Persia, ci si presenta in modo diverso nei mondi della superstizione che non a caso riemergono proprio in un contesto di un potere assoluto della ragione. La ragione lasciata a sé stessa è cieca e la paura della ragione rende ciechi. Fede cristiana signif9ca invece che la ragione trova ciò che le appartiene nell'essere sostenuta dalla fede che proprio così la rende libera.

Sul piano politico questo significa che la fede cristiana sin dal principio ha riconosciuto allo Stato il dominio nel suo proprio ambito: così come ragione e fede non si annullano l'una nell'altra, allo stesso modo anche Stato e Chiesa devono rimanere distinti, ognuno nel proprio ambito. Noi cristiani non aspiriamo a una teocrazia, a un dominio della Chiesa sullo Stato, e sappiamo che Chiesa e partito non devono mescolarsi, non abbiamo bisogno che qualcuno ce lo ricordi dal di fuori. Ma sappiamo che Stato e Chiesa possono rimanere liberi solamente se la ragione dello Stato rimane ragionevole, se non perde quell'unità di misura, vale a dire quei criteri che non è in grado di darsi da sé. Come cristiani, siamo responsabili del fatto che i valori morali dei quali parla la Lettura oggi rimangano come intangibili stelle cometa della vita. Questa tuttavia è una forma di partigianeria alla quale non vogliamo rinunciare: proprio perché vogliamo la libertà della ragione, manifestiamo contro quella smisuratezza dello spirito che lo fa precipitare nell'irragionevolezza. Per questo ci battiamo per quei valori morali con i quali il messaggio cristiano tiene la ragione nell'orbita dell'umano.

 L'Europa vive una crisi della sua storia, del suo spirito, della sua identità. Il compito della Chiesa non è – lo ripeto – fare politica di partito. Il nostro compito è invece partecipare urgentemente a quella purificazione dello spirito e degli spiriti che rende capace la ragione di superare la nostalgia, per cui essa si apre e chiama: "Vieni qui e aiutaci!". Questa è la nostra preghiera in questa Eucarestia di oggi. Pregiamo lo Spirito di Gesù che attraversi il mare dei nostri dubbi e del nostro orgoglio, che ci illumini dal di dentro e ci fortifichi. È la preghiera di Tommaso che dubbioso e allo stesso tempo speranzoso dice a Gesù: "Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?" (Gv 14,5). E la sua risposta vale anche per noi: "Io sono la via": Lui stesso, Gesù Cristo oggi vivo, è la vera via. Lui vogliamo conoscere e incontrare sempre di nuovo e sempre più. Solo così saremo in grado di compiere nel modo giusto il nostro servizio per questo mondo e in questo tempo.

 

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