25 anni della Centesimus Annus

Centesimus Annus, non  c’è umanesimo senza il Dio che possiede un volto umano, Gesù Cristo, che ci ha amato sino alla fine come umanità e singoli, senza il suo corpo sociale di crocefisso - risorto cioè la Chiesa, via sacramentale alla verità alla vita e all’amore anche sociale

Di fronte alle guerre tra le confessioni cristiane del XVI e XVII secolo l’ideologia illuminista ha proposto un taglio radicale e profondo soprattutto con la Chiesa cattolica e non solo con il cristianesimo  ma più in generale con le tradizioni religiose e morali dell’umanità rivendicando una centralità con la sola ragione dei valori cristiani di libertà, uguaglianza e libertà
senza più alcun spazio pubblico al fondamento sociale di Cristo nella  sua Chiesa. Ne è conseguita storicamente una ondata di illuminismo e di laicismo, per la quale sarebbe razionalmente valido soltanto ciò che è sperimentabile e calcolabile, mentre sul piano della prassi la libertà individuale senza principi non negoziabili viene eretta a valore fondamentale al quale tutti gli altri dovrebbero democraticamente sottostare con un positivismo terribile. Così Dio, secondo la laicità francese, rimane escluso dalla cultura e dalla vita pubblica, e la fede in Lui diventa più difficile, anche perché i mezzi della comunicazione oggi fanno vivere in un mondo che si presenta sempre più come opera nostra, nel quale per così dire, Dio non compare più direttamente, sembra divenire superfluo ed estraneo. In stretto rapporto con tutto questo, ha luogo una radicale riduzione dell’uomo, considerato oggi un semplice prodotto della natura, come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale. Si ha così un autentico capovolgimento anche del punto di partenza illuminista della cultura, che era una rivendicazione della centralità dell’uomo e della sua libertà, uguaglianza e fraternità. Nella medesima linea l’etica viene ricondotta entro i confini del relativismo e dell’utilitarismo, con un positivismo schiavizzante dando al sistema democratico non solo il compito pubblico della amministrazione ma anche del fondamento della verità, con l’esclusione di ogni principio morale che sia valido e vincolante per se stesso, a fondamento della stessa democrazia. Non è difficile vedere come questo tipo di cultura,  che oggi predomina in Occidente puntando a porsi come universale e autosufficiente, egemone soprattutto in Europa, in guerra con la pretesa veritativa della Chiesa Cattolica o relativizzando la fede cattolica come una delle tante religioni. E’ soprattutto un taglio radicale e profondo con la soggettività sociale del cristianesimo e più in generale con le tradizioni religiose e morali dell’umanità.  Leone XIII nel 1891, cogliendo il dramma della frattura tra Vangelo e cultura nella modernità illuminista, contrassegnata da una profonda carenza ma anche da un grande e inutilmente nascosto bisogno di speranza vi ha profeticamente risposto con l’avvio sistematico della la Dottrina sociale nella Rerum novarum e cent’anni dopo 1981 San Giovanni Paolo II con la Centesimus annus. Proponiamo un commento di Stefano Fontana da La nuova Bussola Quotidiana del 16-04-2016.
Il prossimo 1 maggio l’enciclica Centesimus annus di Giovanni Paolo II compirà 25 anni. Ieri e oggi si tiene presso la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, guidata dal Vescovo Marcelo Sánchez Sorondo, un convegno internazionale commemorativo dell’evento. La stampa ne ha parlato soprattutto per alcuni ospiti invitati, come il candidato democratico alle primarie americane Bernie Sanders, i leader politici del socialismo sudamericano Rafael Correa, presidente dell’Ecuador e Evo Morales, presidente della Bolivia. 
Può essere utile ricordare il significato e l’importanza della Centesimus annus.
L’enciclica Centesimus annus di Giovanni Paolo II non è stata certo un documento sociale invertebrato e di semplice apertura ad ogni tipo di collaborazione in vista di un generico umanesimo. E’ stata, invece, la riproposizione del corpus della Dottrina sociale della Chiesa, in tutta la sua valenza dottrinale e pratica, dopo il crollo del comunismo, nella speranza che un ripensamento globale dell’intera questione sociale fosse messo all’ordine del giorno anche dal mondo occidentale. 
L’enciclica è molto incentrata sull’uomo, via della Chiesa, ma visto nella “integralità della sua vocazione”, ossia dentro il progetto di Dio a cui egli è finalizzato, in quanto la Chiesa “riceve il senso dell’uomo dalla divina rivelazione” (55). L’apparente “umanesimo” dell’enciclica è in realtà teocentrico: il mondo ha bisogno non tanto di riforme materiali quanto di rimettere Dio al centro della propria costruzione, “l’antropologia cristiana è in realtà un capitolo della teologia” (55).
Anche il giudizio sul crollo del comunismo va in questo senso. Quel sistema è venuto meno per un errore antropologico (13), ossia per una errata visione della persona umana, ma nello stesso tempo si tratta anche e soprattutto di un errore teologico, perché quella ideologia voleva “sradicare il bisogno di Dio dal cuore dell’uomo” (24). 
Ogni interpretazione della Centesimus annus nel senso di semplice dialogo o imprecisata collaborazione sociale con i soggetti che operano nella società mondiale, oppure di pastoralismo, come un proiettarsi d’impulso sui bisogni con interventi lenitivi ritenuti l’unico orizzonte della presenza della Chiesa, oppure di sottovalutazione delle nuove ideologie che in questi 25 anni hanno sostituito quelle classiche, sarebbe un grave errore.
La Chiesa ha una parola propria da dire sulle questioni sociali e rivendica, come aveva fatto la Rerum novarum, un suo ruolo pubblico, un suo “statuto di cittadinanza” (5) che non può consistere solo nell’aprire tavoli di confronto o accompagnare chi è in difficoltà, ma che ha una pretesa di essenzialità e non solo di opportunità: non c’è soluzione alla questione sociale fuori del Vangelo, afferma Giovanni Paolo II riprendendo Leone XIII (5).
Dentro la Centesimus annus c’è l’idea che la costruzione della società dipende da Cristo Creatore ed è ordinata a Cristo Salvatore (5). La questione sociale non si potrebbe nemmeno comprendere nei suoi esatti termini negando il peccato originale (25) e la storia della salvezza. La Centesimus annus contiene una teologia della storia, l’ultima, fino a questo momento, donataci dal magistero sociale pontificio. In essa trovano spazio i giudizi sui tragici avvenimenti del secolo breve, sul misterium iniquitatis presente nella vicenda umana, sul ruolo delle nazioni - discorso in seguito dimenticato -, sulla cultura e sull’inclinazione verso il nichilismo delle nostre società. Che nel 1991 si proclamavano “vincenti” ma che invece covavano e covano potenti germi di dissoluzione, soprattutto nella lotta alla vita e alla famiglia. La Centesimus annus chiedeva una assunzione di responsabilità di fronte al bene e al male (13).
Non di rado oggi i cattolici convivono con questi germi di dissoluzione, ritengono difforme dallo stile del tempo opporvisi, scambiano ecologismi e pacifismi per la vera ecologia umana (38) e per la vera pace che il mondo irride, votano e sostengono i partiti che li perseguitano e li perseguiteranno, appoggiano progetti di welfare che distruggono la società civile e la famiglia (48), tralasciano di lottare per la libertà di educazione e sembra che il principale dei loro doveri sociali e politici sia di difendere la democrazia, al punto di dare più credito alla fedeltà alle istituzioni democratiche e ai loro procedimenti piuttosto che alla propria coscienza educata da Dio.
Non era certo questa la proposta dalla Centesimus annus. La democrazia viene fortemente criticata nei suoi presupposti relativisti (46), viene ribadita la contrarietà del cristianesimo alla libertà senza verità e del bene comune si dà una interpretazione non solo orizzontale ma verticale (47). Si rifiuta l’ideologia pauperista parlando dei veri poveri e collocando il profitto al suo giusto posto (34): si dà un senso cristiano all’imprenditorialità (32); del consumismo non si offrono solo slogans moralistici ma una interpretazione ben strutturata in dialogo con le scienze sociali (36). Nulla si concede alle interpretazioni materialistiche e funzionalistiche: “il primo e più importante lavoro si compie nel cuore dell’uomo” (51), se l’uomo è alienato non è colpa dei meccanismi sociali – che pure sono da correggere - ma della mancanza di Dio (40) – senza del quale non si possono correggere nemmeno i meccanismi sociali. La dignità della persona non dipende dal riconoscimento delle istituzioni statali o dai dettati costituzionali, ma dall’atteggiamento cha l’uomo assume davanti al mistero più grande, il mistero di Dio (24). E poiché è “nella risposta all’appello di Dio” che l’uomo diventa consapevole della sua dignità (13), l’ateismo è la prima causa da cui deriva l’errata concezione della persona umana (13). 
La Centesimus annus è un’enciclica sociale per una Chiesa consapevole, capace di testimonianza anche eroica, impegnata nella lotta tra il bene e il male, missionaria ed evangelizzatrice del sociale, impegnata per la salvezza di Dio che riguarda anche l’ordine temporale.

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