L'eterna giovinezza e il nostro futuro da risorti oltre la morte, non il presente che lo prepara nella fede e nell'amore

Antonio Socci, in "Libero" – 14 agosto 2022

 

"Fermati attimo!" scrive Goethe nel "Faust". È il sogno – ingannevole – di "sperimentare la leggerezza e libertà della vita" illudendosi di spazzar via la sua fatica e il suo carico di affanni e dolore.

 

Eppure – dice il Papa – "la sicumera di fermare il tempo, volere l'eterna giovinezza, il benessere illimitato, il potere assoluto, non è solo impossibile, è delirante".

 

Con queste parole, pronunciate nell'ultima udienza generale, Francesco demolisce una delle nuove ideologie del nostro tempo e ci fa interrogare su noi stessi, sulla vita, su ciò che desideriamo.

 

Il Papa c'invita a riconoscere i limiti invincibili della natura umana con un bagno di realismo. Il nostro stesso corpo – mirabile capolavoro del Creatore che ci mette in relazione con il mondo e con gli altri – è il simbolo supremo della nostra fragilità: esposto alla fatica, alla sofferenza, alla vecchiaia e all'inevitabile morte.

 

Ma facciamo fatica ad accettarlo. Ci eravamo illusi di essere entrati in una nuova era in cui saremmo stati padroni di noi stessi e della nostra esistenza. Dagli opulenti anni Ottanta è esplosa la "religione del corpo" che ci ha illuso di fermare il tempo e fare del nostro corpo un prodotto tecnologico, fabbricato da noi stessi, che sfugge alla decadenza: cosmetici, diete, palestre, Jogging, chirurgia estetica. Da cui poi deriva l'ossessiva esibizione del corpo stesso sui media e sui social, l'idea di farne un'opera d'arte.

 

Ma la vecchiaia arriva inesorabile e a sbatterci in faccia la nostra vulnerabilità fisica nei mesi scorsi ci ha pensato una di quelle malefiche pandemie planetarie che ci eravamo illusi di esserci lasciati alle spalle, nei secoli passati.

 

Ecco, la meditazione di papa Francesco non è una moralistica "critica della cosmesi", come banalmente tendono a scrivere i media, ma restituisce al nostro smarrimento un orizzonte luminoso, un senso realistico, ma entusiasmante della vita, una pacificante riconciliazione con il nostro stesso corpo e con il tempo che passa. Una diversa consapevolezza del nostro destino e della nostra aspirazione alla felicità.

 

Quella catechesi di Francesco infatti ha al centro la vecchiaia non come "la fine", ma come l'inizio. Il Papa ricorda le parole di congedo di Gesù dai suoi: "tornerò e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi" (Gv 14,3).

 

E commenta:

 

"La vecchiaia è il tempo propizio per la testimonianza commossa e lieta di questa attesa. L'anziano e l'anziana sono in attesa, in attesa di un incontro… qual è la vera destinazione della vita? Un posto a tavola con Dio, nel mondo di Dio… Una vecchiaia che si consuma nell'avvilimento delle occasioni mancate, porta avvilimento per sé e per tutti. Invece, la vecchiaia vissuta con dolcezza, vissuta con rispetto per la vita reale scioglie definitivamente l'equivoco di una potenza che deve bastare a sé stessa e alla propria riuscita".

 

Poi aggiunge:

 

"La nostra vita non è fatta per chiudersi su sé stessa, in una immaginaria perfezione terrena: è destinata ad andare oltre, attraverso il passaggio della morte – perché la morte è un passaggio. Infatti, il nostro luogo stabile, il nostro punto d'arrivo non è qui, è accanto al Signore, dove Egli dimora per sempre. Qui, sulla terra, si avvia il processo del nostro 'noviziato': siamo apprendisti della vita, che – tra mille difficoltà – imparano ad apprezzare il dono di Dio… Il tempo della vita sulla terra è la grazia di questo passaggio. La nostra esistenza sulla terra è il tempo dell'iniziazione alla vita: è vita, ma che ti porta avanti a una vita più piena, l'iniziazione di quella più piena; una vita che solo in Dio trova il compimento. Siamo imperfetti fin dall'inizio e rimaniamo imperfetti fino alla fine…. Ecco: la vecchiaia avvicina la speranza di questo compimento".

 

Il Papa dunque non prende affatto di mira la cura del proprio corpo, casomai l'idolatria del corpo. Ma vuole mostrare anzitutto la grandezza della vecchiaia: "La vecchiaia è nobile, non ha bisogno di truccarsi per far vedere la propria nobiltà.".

 

Ci invita a capire che "lo scorrere del tempo non è una minaccia, è una promessa" e bisogna "rallegrarsene". Ma come si può rallegrarsi del tempo che passa? Se si "ritrova la profondità dello sguardo della fede".

 

Così si scopre che "il Paradiso è pieno di beatitudine" e di vita e che "il mondo di Dio è uno spazio infinito, sul quale il passaggio del tempo non ha più peso".

 

Ecco il punto. Proprio quello che ingannevolmente noi uomini cerchiamo quaggiù sulla terra – "l'eterna giovinezza", una felicità che non passa e non finisce – è precisamente ciò che Gesù darà a chi sarà con lui in Paradiso.

 

Quando si parla di "eterna giovinezza" non ci si riferisce all'all'immortalità dell'anima, ma alla resurrezione dei corpi, che è il cuore dell'annuncio cristiano. "Il meglio deve ancora venire", ha ripetuto il Papa.

 

Vivremo in "cieli nuovi e terra nuova" – insegna la Sacra Scrittura – con i corpi risorti e glorificati, cioè non più sottomessi al tempo che invecchia, al dolore, alla malattia e alla morte. Corpi divinizzati non più sottoposti ai limiti di tempo e di spazio.

 

La Chiesa celebra la festa dell'assunzione di Maria al cielo in corpo e anima (e proprio il giorno di ferragosto: quando i nostri corpi di morenti si espongono sulle spiagge) indicando in lei la prima – con Gesù – ad essere in Paradiso con il suo stesso corpo. Glorioso ed eternamente giovane.

 

Infatti nelle apparizioni la Madonna è sempre una bellissima ragazza. E Michelangelo – che conosceva la teologia – anche a questo alludeva quando, nella Pietà vaticana, rappresentò la Madonna che abbraccia il corpo morto di Gesù, come una giovane donna.

 

A chi gli obiettava: "hai fatto la madre più giovane del figlio", ribatteva evocando Dante: "come dice il Poeta? Figlia del tuo figlio!". È l'eterna giovinezza dell'Assunta.

 

Antonio Socci

 

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