Domenica XIX

 

Gesù parla di sé come del vero pane disceso dal cielo, capace di mantenere in vita non per un momento o per un tratto di cammino, ma per sempre. Lui è il cibo che dà la vita veramente vita, la vita soprattutto oltre la morte, perché il Figlio unigenito di Dio, che sta nel seno del Padre, venuto per dare all'uomo la vita in pienezza, per introdurre l'uomo nella stessa vita perenne di Dio. Nel pensiero ebraico era chiaro che il vero pane del cielo, che nutriva Israele, era la Legge, la parola di Dio. Il popolo di Israele riconosceva con chiarezza che la Thorah era il dono fondamentale e duraturo di Mosè e che l'elemento basilare che lo distingueva rispetto agli altri popoli consisteva nel conoscere la volontà di Dio e dunque la giusta via della vita. Ora Gesù, nel manifestarsi come il pane del cielo, testimonia di essere Lui la Parola di Dio in Persona, la Parola incarnata, attraverso cui l'uomo può fare liberamente cioè per amore della volontà di Dio il suo cibo. (Gv 4,34), che orienta e sostiene l'esistenza anche nel morire del corpo. Dubitare allora, nonostante i miracoli, della divinità di Gesù in un corpo umano, come fanno i Giudei del passo evangelico di oggi, significa opporsi a quello che si vede cioè all'opera di Dio. Essi non vogliono andare oltre le sue origini terrene, e per questo si rifiutano di accoglierlo come la parola di Dio fattasi carne. Sant'Agostino, nel suo Commento al Vangelo di Giovanni, spiega: "erano lontani da quel pane celeste, ed erano incapaci di sentirne la fame. Avevano la bocca del cuore malata …Infatti, questo pane richiede la fame della verità dell'uomo interiore" (26,1). E dobbiamo chiederci se noi, in questo momento di ascolto, realmente sentiamo questa fame, fame della Parola di Dio cioè di Dio che ci parla, la fame di conoscere il vero senso della vita anche nel morire del corpo. Solo chi è attirato da Dio Padre, chi Lo ascolta e si lascia istruire da Lui può credere in Gesù, incontrarLo e nutrirsi di Lui e così trovare la vera vita anche morendo, la strada della vita, la giustizia, la verità, l'amore. Sant'Agostino aggiunge: "Il Signore …affermò di essere il pane che discende dal cielo, esortandoci a credere in Lui come il Tutto cui tutto rimandare, lasciandoci perdonare. Mangiare il pane vivo transustanziando il pane terreno, la particola, infatti significa credere in Lui. E chi crede, mangia nella comunione eucaristica; in modo invisibile è saziato, come in modo altrettanto invisibile, interiore, rinasce [a una vita più profonda, più vera, piena di amore], rinasce di dentro, nel suo intimo diventa un uomo nuovo" (ibidem).

Questo Vangelo è preparato dalla prima lettura che ci mostra Elia in un momento drammatico della sua vita. Dopo il sacrificio sul monte Carmelo e l'eliminazione dei profeti di Baal, egli viene perseguitato dalla Regina Gezabele, che ha giurato, con l'impeto tipico di una donna come nell'amore così nell'odio, che ha giurato di farlo morire. Il profeta fugge e s'inoltra nel deserto una giornata di cammino. È molto scoraggiato, perché si sente solo, non ha nessuno che lo aiuti e lo protegga. Per questo desidera morire, e dice: "Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri".

Elia si addormenta sotto un ginepro, ma viene toccato da un angelo, che gli dice: "Alzati e mangia!". Il profeta vede vicino alla sua testa una focaccia cotta su pietre roventi e un orcio di acqua. Così può mangiare e bere. Ma poi, ancora scoraggiato, si rimette a dormire. 

L'angelo viene di nuovo, lo tocca e gli dice: "Su mangia di nuovo, perché è troppo lungo per te il cammino". IL profeta si alza, mangia e beve. Con la forza datagli da quel cibo provvidenziale cammina per quaranta giorni e quaranta notti ("quaranta" è un numero simbolico: qui significa un massimo di distanza) e giunge al monte di Dio, l'Oreb. Questo cibo questa bevanda miracolosi danno ad Elia la forza di camminare continuamente per un tempo lunghissimo.

Questo episodio biblico preannuncia l'Eucarestia. Specialmente quando ci sentiamo scoraggiati, angustiati, il Signore ci dice: "Venite a me almeno alla domenica, voi tutti, che siete affaticati e oppressi anche da situazioni ecclesiali difficili, e io vi ristorerò" (Mt 11,28). Egli ci offre un cibo meraviglioso e una bevanda straordinaria: addirittura il Suo corpo e il suo Sangue cioè attualizza in continuità sacramentale da Risorto il sacrificio della Croce, per darci la forza di camminare con coraggio di fede e di speranza fino al monte di Dio, dove avverrà l'incontro definitivo con il Signore con ogni bene senza più alcun male.

L'Eucarestia almeno domenicale, magari di ogni giorno, è un cibo potente e meraviglioso, che comunica, sapendo e pensando chi riceviamo in grazia di Dio, ciò di cui abbiamo più bisogno cioè l'amore con tutti e con tutto e dà il coraggio di affrontare tutte le difficoltà che in questo periodo di pandemia stanno diventando terribili.

Nel Vangelo Gesù ci invita a coglierlo come realmente presente qui e ora come "il pane vivo disceso dal cielo". E ci dice: "Se uno, in grazia di Dio, mangia di questo pane vivrà in eterno". Questa sua reale presenza eucaristica ha nutrito anche fisicamente alcuni santi, ma ovviamente è per tutti un nutrimento per la vita spirituale, per la vita oltre la morte. Afferma Gesù: "I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; ma questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia anche morendo nel corpo non muoia".

Come possiamo accogliere distratti, indifferenti questo cibo di vita eterna, cibo di vita spirituale cioè del pensare e volere, che contiene tutta la forza dell'amore di Cristo, perché egli ce lo ha dato nel momento del suo massimo amore per noi, per tutti anche peccatori, nel momento delle sue più grandi difficoltà e della sua più grande vittoria su di esse da risorto, asceso al cielo.

Gli interlocutori giudei pieni di pregiudizi si chiedono: "Come può dire: Sono disceso dal cielo?". Pensano di conoscere suo padre, Giuseppe, sua madre, Maria: "Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre". In realtà non sanno che Gesù è il Verbo, l'Amato cioè il Figlio, dell'Amante cioè il Padre, nell'Amore, lo Spirito Santo cioè la vita trinitaria dell'unico Dio in tre persone, come leggiamo nel prologo di Giovanni: "Il Verbo del Padre cioè il Figlio si fece carne nel grembo verginale di Maria per opera dello Spirito Santo e venne ad abitare in mezzo a noi" (Gv 1,14). Questa affermazione iniziale illumina tutto il Vangelo di Giovanni.

Gesù, non il figlio di Giuseppe pur facendogli da padre e sposo verginale di Maria, ma è il Figlio del Padre celeste. Pertanto, per poter avere una relazione profonda con lui, non basta un'attrazione umana, esterna, ma occorre da umili, nella verità un'attrazione divina: "Nessuno può venire a me, se no lo attira il Padre che mi ha mandato" e solo se disponibili naturalmente alla Verità il Padre attira verso il Figlio incarnato attraverso lo Spirito Santo.

E Gesù continua: "Sta scritto nei profeti cioè in coloro che hanno preparato la possibilità di cogliere l'Incarnazione: "E tutti saranno ammaestrati da Dio". Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me". Per avere una relazione profonda con Gesù oggi nella Chiesa, occorre essere docili al Padre cioè a Dio. Qui non si tratta soltanto di comportamenti superficiali, ma di aver una docilità profonda. Solo se nella nostra vita siamo docili a Dio, al Padre e ascoltiamo la sua voce che c'invita a respingere il male e a fare il bene, siamo attirati da lui ed entriamo in una relazione autentica con Gesù, anche non ancora evangelizzati.

 Gesù dichiara: "Non che uno abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio con il desiderio naturale di Dio ha visto il Padre". Gesù stesso come uomo ha visto il Padre e con Lui passa le notti in preghiera. Chi ha ascoltato il Padre, desidera conoscerlo sempre meglio; perciò va da colui che ha visto il Padre, e crede.

L'Eucarestia, almeno della domenica, è il sacramento della fede in questa continua presenza sacramentale. Viene ricevuta in modo pieno non da distratti ma solo da chi ha fede. E per avere questa coscienza di fede c'è un'unica via: la docilità interiore, profonda alla Verità, a Dio, al Padre celeste.

Nella seconda lettura Paolo ci invita a resistere a tutte le tentazioni di egoismo: "Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malignità". Per docilità a Dio, occorre respingere il male, anzi averne ribrezzo.

E occorre non rattristare lo Spirito Santo di Dio, ma accogliere le sue ispirazioni, che ci spingono alla benevolenza gli uni verso gli altri, alla misericordia, al perdono reciproco, come Dio ha perdonato a noi. I 45 minuti della Messa domenicale sono un'attività spirituale veramente intensa e Paolo riassume il suo insegnamento con queste parole: "Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi". La docilità a Dio ci rende imitatori di Dio. Nel libro della Genesi si dice Che Dio ha creato l'uomo a sua immagine. L'uomo allora non può non essere consapevole di questa sua natura profonda partecipando alla Messa distratto, con mente e cuore fuori della celebrazione: creato a immagine di Dio deve ravvivare questa consapevolezza e quindi occorre impegno.

 Ma per imitare Dio che è amore, occorre puntare a camminare nella carità, pregando nella carità Dio che è amore (1 Gv 4,8.16), e noi dobbiamo vivere, pregare nell'amore. Paolo ci esorta: "Camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato sé stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore":

Gesù, il Figlio di Dio, ha accolto nel suo cuore la corrente di amore che proviene dal Padre nello Spirito Santo, e così ha avuto la forza di affrontare le sofferenze più atroci e la morte, e di superarle per mezzo dell'amore. Ha trasformato queste realtà crudeli e ingiuste in offerta a Dio, in sacrificio di soave odore.

L'Eucarestia che celebriamo è proprio l'attualizzazione continua di questo sacrificio di soave odore, perché è un'offerta di amore, una vittoria dell'amore. Gesù entra in noi nella comunione perché vinciamo il male con al forza dell'amore, e per comunicarci questa forza. Quando lo riceviamo nell'Eucarestia, riceviamo in noi questa forte spinta verso una vita di donazione completa a Dio e al prossimo nell'amore. La sua e la nostra mamma ci aiuti a non mancare alla Messa almeno ogni domenica.

 

 

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