Criterio verità

Urge riscoprire il criterio oggettivo della verità cioè l'uomo della "logica aleatica" o "senso comune", via della ragione con la via della fede per accogliere la Verità, Cristo, la salvezza. In un Convegno a Venezia, per ricordare il grande filosofo Antonio Livi, Francesco Lamendola ha svolto una relazione sul "senso comune" che pubblichiamo. 

30 Maggio 2021

La logica classica è certamente una bellissima cosa e uno strumento irrinunciabile per conoscere il reale, vale a dire per fare filosofia. Ha tuttavia un grosso limite: ci permette solamente di stabilire se una proposizione è vera o falsa, ma senza dirci nulla, o molto poco, sulle modalità con le quali una proposizione può essere vera o falsa. In particolare, la logica classica non contempla la categoria della possibilità: strumento rigido, dice se un enunciato è vero o non è vero, ma si ferma davanti a un enunciato che contempli la possibilità che una cosa sia o non sia, che avvenga o non avvenga, in base a fattori attualmente incerti e quindi imprevedibili. La logica classica, per esempio, ci dice che l'affermazione: Socrate è un uomo è certamente vera, in base al principio d'identità (A è uguale ad A, per cui un uomo è sempre un uomo) e a quello di non contraddizione (A non è B, dunque un uomo non può essere anche un cavallo); mentre l'affermazione: Socrate è un cavallo è certamente falsa. Ma che dire di una cosa che può essere oppure non essere? Se qualcuno dice: Mario potrebbe arrivare in ritardo, fa un'affermazione vera o non vera? A questo punto è necessario affiancare alla logica classica la logica aletica (dalla parola alétheia = verità), della quale fu un grande cultore e quasi un pioniere il filosofo Antonio Livi, ossia un particolare tipo di logica modale costruita appunto per stabilire un criterio di verità nelle affermazioni che, contenendo l'idea della possibilità, allo stato attuale non sono né definitivamente vere né definitivamente false. La possibilità a sua volta ha a che fare con l'idea del tempo e perciò del cambiamento. Se dico che Luisa è una bella giovane, l'affermazione è vera finché Luisa resta giovane; dopo di che Luisa potrà ancora essere bella, ma sarà vecchia, dunque l'affermazione diverrà falsa, perché suggeriva uno stato di cose assoluto, e non conteneva in sé i possibili sviluppi dovuti al cambiamento. Il cambiamento più radicale, nel caso degli esseri umani, è quello che sopraggiunge con la morte: mentre quasi tutti gli altri (condizione sociale, domicilio, professione) sono soggetti a continue modifiche, nel caso della morte siamo in presenza di un evento assolutamente unico e irreversibile. Parrebbe, quindi, secondo la logica classica, che si possa dire senz'altro se le affermazioni Mario è vivo, oppure Mario è morto, sono vere o sono false: è vera la prima se Mario è ancora vivo, è vera la seconda se ha cessato di vivere. Ma se io, quando affermo che Mario è vivo, non so che in realtà egli è morto da tre settimane, o tre mesi, o tre anni, perché non lo vedo da tempo e abito molto lontano da lui, né ci sono delle conoscenze comuni che possano avermi infornato del suo decesso: in tal caso, dicendo: Mario è vivo, o parlando di lui come di una persona viva, faccio un'affermazione falsa? La risposta è sì, guardando le cose oggettivamente; ma è no, o quanto meno rimane dubbia, se le si considera soggettivamente, perché io non ho mentito. Ecco il problema fondamentale della logica classica: non contemplando il fattore della possibilità, finisce per essere una logica formale, cioè in sostanza una logica del linguaggio, che ci dice se una certa affermazione è vera o falsa in senso astratto, ma non ci dice, perché non ha gli strumenti per farlo, se a quella affermazione corrisponde un contenuto effettivo di verità, e dunque se è effettivamente agganciata alla realtà. La domanda che chi vuol fare filosofia non può evitare di porsi, infatti, è questa: ci si può accontentare di una verità formale, di una verità che si limita all'esame veritativo degli enunciati, senza darsi la pena di appurare la corrispondenza fra il vero e il reale?


La logica aletica ci dice, se non altro, che una affermazione può essere necessariamente vera o possibilmente vera. Pertanto alla categorie della necessità si aggiungono quelle della possibilità e della impossibilità riguardo al vero. L'affermazione: questo è un triangolo è necessariamente vera se si riferisce ad un poligono che risponde alla definizione di "triangolo", ossia un poligono con tre angoli e tre lati; mentre è necessariamente falsa se la figura in questione è quella di un quadrato, un rettangolo, un rombo o una circonferenza. Invece l'affermazione Mario potrebbe arrivare in ritardo è da considerarsi possibilmente vera (o falsa) fino a quando Mario sarà effettivamente arrivato e si saprà se in orario o in ritardo; mentre è necessariamente vera se so che il treno su cui viaggia ha subito un guasto, e necessariamente falsa se so che Mario non è partito affatto, magari perché è morto da tre anni e quindi non potrà mai arrivare, né puntuale né in ritardo. Questo è già un passo avanti rispetto alla logica classica: dal terreno formale si passa al terreno sostanziale, anche, come è naturale, non si può accertare la verità di un'affermazione sempre e comunque ante rem, ma, in certi casi, solo post rem, e precisamente quando si tratta di verità di fatto e non di verità di principio, come quelle della logica o della matematica (in logica, una casa è sempre una casa e non un aereo, così come in matematica due più due fa sempre quattro, indipendentemente dal quando, dal come e dal dove). Ora, per verificare se una verità di fatto è tale, bisogna a sua volta suddividerla, come insegna Antonio Livi, in tre distinte categorie: l'esperienza, l'inferenza e la fede, che esprimono tre stati della coscienza. L'esperienza ci dice che una cosa è vera se rispetta il principio di realtà, che a sua volta scaturisce dal "senso comune": un sistema organico di certezze universali e necessarie di cui è fornito l'essere umano; certezze naturali e necessarie che derivano dall'esperienza e che forniscono la base per ogni altra forma di conoscenza del reale. Il senso comune, perciò, non ha niente a che fare col cosiddetto buon senso: è una struttura originaria della coscienza che fonda tutte le operazioni mentali successive. Con il metodo della presupposizione si possono individuarne i contenuti e mostrare che effettivamente non si dà conoscenza al di fuori o anteriormente ad esso. Tali contenuti, immediatamente evidenti, sono stati da monsignor Livi identificati con il mondo esterno, cioè l'insieme degli enti in movimento; con l'io, soggetto coscienziale che si coglie nell'atto di conoscere; con gli altri, simili al proprio io; con la legge morale, equilibrio dinamico di libertà e responsabilità; e con Dio, causa prima e causa finale di tutto ciò che esiste. Si ha un bel dire, ma tutta la filosofia e tutto il conoscere passano per queste certezze immediate e nulla potrebbero dire del modo, nulla potrebbero sapere e comprendere, se l'insieme dell'attività della coscienza non poggiasse su questi cinque fondamenti, perché la coscienza fluttuerebbe nel vuoto, incapace di organizzare sensazioni e idee in una trama coerente. Il processo induttivo e quello deduttivo si fondono nella coscienza grazie ai dati dell'esperienza, un processo che è reso possibile dall'esistenza del senso comune. Quindi la vera filosofia deve essere realista, deve partire dall'esperienza e deve presupporre che nella coscienza esiste una struttura originaria suscettibile di filtrare e armonizzare i dati dell'esperienza. Esperienza, inferenza e fede sono perciò tre modi del conoscere che si presuppongono a vicenda: non c'è inferenza senza prima esperienza, e non c'è fede senza esperienza ed inferenza. Queste tre forme del conoscere sono legate da rapporti di tipo logico, che è possibile analizzare dettagliatamente, nella prospettiva di una visione olistica della coscienza e non già riduzionistica, o peggio ancora dualistica, come quella di Cartesio. Infatti se è vero che tutto il conoscere viene dall'esperire, è anche vero che l'esperire non sarebbe possibile, non verrebbe organizzato in forme intelligibili, se non vi fosse una struttura coscienziale originaria suscettibile di auto-organizzarsi sotto lo stimolo dell'esperienza. In questo senso, è pressoché impossibile dire se l'esperienza venga prima della coscienza o la coscienza prima dell'esperienza: di fatto quel che avviene è un'azione immediata e reciproca dell'una sull'altra, senza la quale l'uomo non saprebbe nulla, non capirebbe nulla, non imparerebbe nulla.


Proviamo adesso ad applicare i principi della logica aletica del senso comune alla situazione mondiale che stiamo vivendo da quando, ormai quasi quindici mesi fa, improvvisamente le Nazioni Unite, i governi e le autorità sanitarie di tutti o quasi tutti i Paesi del mondo si resero conto che era in atto una terribile pandemia (tasso di mortalità per le persone sotto i 70 anni: 0,05%) dalla quale bisognava proteggere l'intera popolazione mondiale, dai neonato ai centenari, dapprima mettendola in quarantena, poi sottoponendola a una gigantesca vaccinazione di massa. È chiaro che per avere un quadro esatto, cioè realistico, di quanto sta accadendo, bisogna prima di tutto capire se c'è o non c'è una pandemia, quindi se è giustificata o no una'emergenza sanitaria; poi, a cascata, tutta una serie di altre cose che derivano da queste, come l'efficacia delle mascherine sul viso, quella dei tamponi per accertare la positività al Covid-19, poi la sfiducia, spinta fino al boicottaggio, nei confronti di tutti i farmaci tradizionali e delle cure classiche contro il Covid, per puntare tutte le carte sulla produzione e l'impiego immediato dei vaccini quali armi risolutive per contrastare il diffondersi ulteriore del contagio. Ora, a tutte queste domande è possibile rispondere in maniera molto chiara e precisa, dato che per ciascuna di esse esiste una ricca documentazione statistica che è a disposizione di chiunque voglia prenderne visione e non accontentarsi di dare credito a ciò che dicono i giornali e le televisioni delle grandi reti.


C'è una pandemia? Difficile dirlo, visto che il dottor Anthony Fauci, uno dei massimi registi dell'emergenza sanitaria a livello mondiale, ha espressamente dichiarato che non esiste una definizione scientifica universalmente riconosciuta di questo termine. Comunque, se per pandemia s'intende una sorta di pestilenza capace di mietere milioni di vittime in tutto il mondo, la risposta, certa, netta, incontrovertibile, sulla base delle cifre ufficiali relative alla mortalità complessiva del 2020, è no, assolutamente no. Lo dice l'esperienza e lo dice l'inferenza, anche facendo il confronto con le grandi pestilenze ed epidemie del passato. Pertanto, asserire, come fa la Narrazione Unica, che è in atto una terribile pandemia, e che l'intera popolazione mondiale rischia di morire se non si sottopone velocemente alla vaccinazione, significa esprimere un articolo di fede. Fede nei giornali, fede nelle televisioni, fede negli apparati sanitari pubblici, fede nei governi e nei loro ministri. Curioso: l'uomo moderno che non credere più Dio, che non crede in alcuna verità assoluta e trascendente, che non accetta alcuna idea se non sulla base dell'evidenza, accetta ora la Narrazione Unica sul Covid, con tutto ciò che ne consegue per la sua vita pubblica e privata, sulla base di un atteggiamento fideistico verso la Scienza e verso il Potere: senza informarsi autonomamente, senza verificare le asserzioni dei giornalisti e dei sedicenti esperti, senza fidarsi neppure delle evidenze che dovrebbe suggerirgli il contatto immediato con la realtà. Parlando di inferenze: se questo virus è così terribilmente pericoloso, come mai la Florida, che da settimane ha abolito ogni restrizione sanitaria, non è ora disseminata di cadaveri? Un discorso simile si può fare per il Texas, la Russia, la Svezia; e anche per l'Italia, osservando le folle di decine di migliaia di tifosi che hanno festeggiato la propria squadra del cuore in alcune recenti partite. Dove sono le conseguenze letali?


Hanno senso le misure "sanitarie" prese per contenere il virus: mascherina, distanziamento, chiusura dei locali pubblici, tamponi, interdizione degli spostamenti, coprifuoco? Di nuovo la sola risposta possibile, sulla base dell'evidenza (anche in senso scientifico), è: no, assolutamente no.


Ha senso aver puntato tutto sul vaccino miracoloso, ostacolando le cure tradizionali e imponendo al personale medico dei protocolli assurdi, proibendo le autopsie e consigliando la cremazione dei morti, nelle prime settimane dell'emergenza? No, mille volte no. Qualunque malattia si cura coi farmaci e solo come ultima ratio, quando tutte le terapie si sono rivelate inefficaci, si pensa eventualmente ai vaccini. Anzi a rigore i vaccini non curano affatto e richiederebbero tempi di sperimentazione e campioni di soggetti vaccinati vastissimi, da confrontare con vastissimi campioni di non vaccinati: in pratica, una cosa irrealizzabile. Questo urta contro quanto ci è sempre stato detto a proposito delle grandi epidemia virali del passato, debellate secondo la Narrazione Ufficiale, appunto dai vaccini. Ebbene: ci hanno mentito. La peste, il vaiolo, il colera, sono stati sconfitti dal progressivo miglioramento del quadro igienico-sanitario e dell'alimentazione, non dai vaccini.


Da qualsiasi lato si consideri la cosa, appare evidente che la popolazione mondiale è stata indotta in uno stato d'isterismo mediante l'arma del terrore mediatico. I governanti hanno avuto buon gioco nell'imporre misure restrittive liberticide e irrazionali, prive di qualsiasi fondamento scientifico, perché la maggioranza della gente aveva perso da tempo il gusto e l'abitudine del senso critico, e si era abbandonata nelle braccia confortevoli dei mass-media, accettando da essi qualunque narrazione e uniformandosi ad essi quanto alla propria visione del reale.


Appare perciò evidente che la più grande lezione che dobbiamo imparare da quest'immenso esperimento di manipolazione mentale è l'assoluta necessità di ripristinare gli anticorpi non solo del nostro organismo, ma della nostra mente, per evitare di essere così facilmente suggestionabili da chi possiede sia i mezzi che l'occasione e la volontà di farci credere e subire qualsiasi cosa, a nostro danno, ma teoricamente per il nostro bene. Dobbiamo riscoprire il criterio oggettivo della verità. E, per farlo, dobbiamo tornare ad agganciarci alla realtà, staccandoci dalle agenzie d'indottrinamento mentale: cinema, radio, televisione, giornali, ecc. Tutto ciò che stiamo subendo è un effetto della perdita di contatto con la verità e la realtà. Non si vive impunemente senza verità e fuori della realtà.

Del 29 Maggio 2021

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