Prete da sessanta anni!

Rivivo il gesto dell'imposizione delle mani, con il quale Egli ha preso possesso di me dicendomi: "Tu mi appartieni. Tu stai sotto la protezione delle mie mani. Tu stai sotto la protezione del mio cuore. Tu sei custodito nel cavo delle mie mani e proprio così ti trovi nella vastità del mio amore. Rimani nello spazio delle mie mani fino alla morte e dammi continuamente le tue"


A 86 anni sono qui nella Casa del Clero di Negrar con la fotografia di Mons. Carraro che mi bacia le mani dopo l'ordinazione sessanta anni fa a 26 anni. Le mie mani sono state unte con l'olio che è il segno dello Spirito Santo e della sua forza. Ma perché le mani? La mia mano è strumento del mio agire, è il simbolo della mia capacità di affrontare il mondo, appunto di "prenderlo per mano". Il Signore mi ha imposto le mani e ha voluto le mie mani affinché, nel mondo, diventassero le sue. Ha voluto che non siano più strumento per prendere le cose, le donne, gli uomini, il mondo per me, per ridurlo in mio possesso, ma che invece trasmettano il suo tocco divino fino da esorcista a cacciare i demoni, puntando al servizio del suo amore.

Nel gesto sacramentale dell'imposizione delle mani da parte del Vescovo Carraro ho sentito il Signore stesso ad impormi le mani. Posso dire che questo segno sacramentale riassume il mio intero percorso esistenziale. Rivivo il mio parroco di Cavalcaselle don Armando Scattolini quando a sei anni, servendo il Giovedì Santo, mi fece salire per legare il velo del calice per la particola del venerdì santo. È stato per me un avvenimento e per un anno intero ho atteso di poterlo ripetere e invece ha invitato un altro. Piangente con la mamma: "Chiedi al Signore la vocazione e avrai garantita la possibilità". E per la prima media nel piccolo Seminario di Bussolengo ho sentito la parola del Signore: "Seguimi". Inizialmente l'ho seguito in modo un po' malsicuro, volgendomi indietro e chiedendomi se la strada fosse veramente la mia. A 14 anni la tubercolosi passata in casa e mi spaventai. Forse per me figlio di contadini diventare sacerdote è troppo grande, troppo grande il compito e insufficiente la mia povera persona, così da volermi tirare indietro:" Signore, allontanati da me, ammalato fisicamente e troppo disobbediente". Ma poi Egli, con grande bontà attraverso il padre spirituale don Andrea Veggio, mi ha preso per mano, mi ha tratto a sé e mi ha fatto sentire: "Non temere! Io sono con te, così innamorato della Madonna degli Angeli (santuario di Cavalcaselle). Non ti lascio, tu, però, non lasciare me!" E più di una volta nei dodici anni di seminario mi è accaduta la stessa cosa che a Pietro quando, camminando sulle acque incontro al Signore, improvvisamente si è accorto che l'acqua non lo sosteneva e stava per affondare. E come Pietro nel problema affettivo ho gridato: "Signore, salvami!" Vedendo l'infuriare non favorevole all'amore verginale del celibato sacerdotale, come poter passare le acque rumoreggianti e spumeggianti che già alla fine degli anni cinquanta mettevano alla prova? Ma sempre la Madonna mi ha fatto guardare verso Lui dirigendo in teologia il gregoriano in Cattedrale, animando nell'Azione Cattolica ragazzi e giovani, prefetto nell'assistenza dei seminaristi. Egli di giorno in giorno mi ha afferrato per la mano e mi ha dato di nuovo "peso specifico" della sensibilità affettiva: la leggerezza che deriva dalla fede e che ci attrae verso l'alto anche attraverso l'entusiasmo della teologia. E poi la fraternità in dodici che celebriamo il sessantesimo, dopo l'ultimo anno a San Massimo, nella stessa camera e avendo preparato l'inaugurazione il 6 giugno del 1960 dirigendo a tutto Seminario la Messa di Refice a quattro voci dispari e allestendo con Mons. Turrini il Messia di Haendel. A Castel Vecchio il salmo 18 per la venuta di Guardini.

Nonostante gli anni oggi anche attraverso il sito mi sento sostenuto, mi sostiene con tante telefonate per fissare sempre di nuovo il mio sguardo su di Lui pregando per i quattro compagni dei dodici già giunti al cielo (Giulio, Alberto, Nello, Luigi), concelebrando con i quattro qui ricoverati nella Casa del Clero (Franco, Giovanni, Angelo e Gino) e i quattro ancora in ministero (Pietro, Mario, Igino, Francesco). FissandoLo a lungo nella cappella, davanti al tabernacolo stendo ancora le mani verso di Lui attraverso di Lei rivivendo i 19 anni di padre spirituale di Renato Baron per la Regina dell'Amore e i quattordici per Wilma per la Madre del lungo cammino.

Quanto è importante lasciare che la sua mano mi prenda anche con l'ernia al disco e altri disturbi di cuore sicuro con Lui di non affondare e servire quella vita che è più forte della morte e l'amore che è più forte di tutte le non piccole difficoltà. La fede in Gesù, Figlio del Padre nello Spirito Santo presente sacramentalmente da risorto. È la presenza, grazie alla quale, sempre di nuovo, come sessant'anni fa, afferro la sua mano, lui prende le mie e mi guida. Mia preghiera preferita è la domanda che la liturgia ci mette sulle labbra prima della Comunione: "…non permettere che sia mai separato da te". Chiedo di non cadere mai fuori della comunione che ho potuto fare in tutti i giorni di questa pandemia, comunione con il suo Corpo, con la persona di Cristo stesso, di non trovarmi mai fuori del mistero eucaristico e della presenza di Maria, soprattutto che Egli non lasci mai la mia mano. Tra gli auguri ho ricevuto quelli di don Evelino con il più gradito rimando alla Beata Benedetta Bianchi Porro.

Ho accompagnato al sacerdozio 30 giovani e più di 40 religiose e sempre con la memoria del Signore che ha posto la sua mano su di me. Il significato di tale gesto, tante volte raccontato, è espresso nelle parole: "Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi" (Gv 15,15). Non vi chiamo più servi, ma amici: in queste parole si potrebbe addirittura vedere l'istituzione del sacerdozio e della vita religiosa. Il Signore ci rende anche esistenzialmente amici: ci affida tutto; ci affida soprattutto sé stesso, così che possiamo parlare con il suo Io -in persona Christi capitis. Che fiducia! Egli si è veramente consegnato nelle nostre mani. I segni essenziali dell'Ordinazione sacerdotale sono in fondo tutti manifestazione di questa parola: l'imposizione delle mani; la consegna del libro – della sua parola che Egli affida a noi; la consegna del calice con il quale ci trasmette il suo mistero più profondo e personale. Di tutto ciò fa parte anche il potere meraviglioso di assolvere: Ci fa partecipare anche alla sua consapevolezza riguardo alla miseria del peccato e a tutta l'oscurità del mondo e ci dà la chiave nelle mani per aprire la porta verso la casa del Padre. Non vi chiamo più servi ma amici. È questo il significato profondo dell'essere sacerdote: diventare amico di Gesù Cristo. Per questa amicizia dobbiamo impegnarci ogni giorno di nuovo. Amicizia significa comunanza nel pensare e nel volere. In questa comunione di pensiero con Gesù dobbiamo anche studiare il dogma, dobbiamo esercitarci, ci dice san Paolo nella Lettera ai Filippesi (2,2-5). E questa comunione di pensiero, un aiuto grande anche alla fraternità sacerdotale, non è una cosa solo intellettuale, ma è comunanza dei sentimenti e del volere e quindi anche dell'agire. Ciò significa che dobbiamo conoscere Gesù in modo sempre più personale, ascoltandolo, vivendo insieme con Lui, trattenendoci presso di Lui inginocchiati davanti al tabernacolo. Ascoltarlo -nella lectio divina, cioè leggendo la Sacra Scrittura in modo non solo accademico, ma spirituale; così impariamo ad incontrare Gesù presente che ci parla. Dobbiamo ragionare e riflettere sulle sue parole e sul suo agire davanti a Lui e con Lui. La lettura quotidiana della Sacra Scrittura è preghiera, deve essere preghiera – ripetutamente – per notti intere - (sto scrivendo e sono le 24,45) si ritirava "sul monte" per pregare da solo con il Padre. Di questo "monte" abbiamo bisogno anche noi: è l'altura interiore che dobbiamo scalare, il monte della preghiera. Solo così si sviluppa l'amicizia. Solo così possiamo svolgere il nostro servizio sacerdotale, solo così possiamo portare la presenza di Cristo e il suo Vangelo agli uomini. Il semplice attivismo, che manifestiamo nel volto anche senza pensarci, può essere persino eroico ma inutile. L'agire esterno, in fin dei conti, resta senza frutto e perde efficacia, se non nasce dalla profonda intima comunione con Cristo. Il tempo che impegniamo per questo è davvero attività pastorale, di un'attività autenticamente pastorale, anche costretti in camera per il corona virus. Il sacerdote deve essere soprattutto un uomo di preghiera. Il mondo nel suo attivismo frenetico perde spesso l'orientamento. Il suo agire e le sue capacità diventano distruttive, se vengono meno le forze della preghiera, dalle quali scaturiscono le acque della vita capaci di fecondare la terra arida.

Non vi chiamo più servi, ma amici. Il nucleo del sacerdozio è l'essere amici di Gesù Cristo. Allora, anche con tanti limiti e debolezze, possiamo parlare veramente in persona Christi, anche se la nostra interiore lontananza da Cristo non può compromettere la validità del Sacramento. Essere amico di Gesù, essere sacerdote significa esse uomo di preghiera. Così lo riconosciamo e usciamo dall'ignoranza dei semplici servi. Così impariamo a vivere, a soffrire e ad agire con Lui e per Lui. L'amicizia con Gesù è per antonomasia sempre amicizia con i suoi. Possiamo essere amici di Gesù soltanto nella comunione con il Cristo intero, con il capo e il corpo; nella vita religiosa della Chiesa animata dal suo Signore. Solo in essa la Sacra Scrittura è, grazie al Signore, Parola viva ed attuale. Senza il vivente soggetto della Chiesa che abbraccia le età, la Bibbia si frantuma in scritti spesso eterogenei al Catechismo, al Compendio e diventa così un libro del passato. Essa è eloquente nel presente soltanto là dove c'è la "Presenza" – là dove Cristo resta in permanenza contemporaneo a noi: nel corpo della sua Chiesa.

Essere sacerdote significa diventare sempre più amico di Gesù Cristo, e questo sempre di più con tutta la nostra esistenza. Il mondo ha bisogno di Dio anche oggi – non di un qualsiasi dio (l'invito a scrivere in minuscolo dio e maiuscolo Uomo), ma del Dio di Gesù Cristo, del Dio che si è fatto carne e sangue, che ci ha amati e ci ma fino a morire per noi, che è risorto e ha creato in sé stesso uno spazio per ogni uomo, per me. Questo Dio deve vivere in noi e noi in Lui. È questa la nostra chiamata sacerdotale: solo così il nostro agire da sacerdoti può portare frutti.

Mi sono rifatto all'Omelia di Benedetto XVI del 13 aprile del2006. Termino con un fatto che mi è successo in questa pandemia. Il giorno dopo l'intervento del Presidente della Cei delle Messe senza il popolo in una intervista a Fede quotidiana mi è stato chiesto un parere. Teologicamente – ho risposto - è inaccettabile la Messa senza, per il popolo. Mi fu rimproverata una ribellione ai vescovi, un'impossibilità di celebrare, uno scandalo da porre fine. Ho osservato che il mio superiore non è la Cei ma il Vescovo diocesano in comunione con il Papa. Il mio intervento è stato di mercoledì, papa Francesco nell'omelia del venerdì: Pane eucaristico e popolo sono essenziali per la Messa. Mi è dispiaciuto essere giudicato come spinta alla ribellione ai vescovi quando per sessant'anni non ho mai disobbedito, anche se a volte unire obbedienza e fedeltà alla Chiesa non è stato facile.

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