Memoria dei 60 anni dal Concilio nel capitolo XIII di Enrico Finotti del suo libro Vaticano II

Verso la "La civiltà dell'amore prevarrà nell'affanno delle implacabili lotte sociali, e darà al mondo la sognata trasfigurazione dell'umanità finalmente cristiana" (Paolo VI)


XIII

Verso la civiltà dell'amore


Il Papa Giovanni XXIII nel discorso di apertura del Concilio Vaticano II, Gaudet Mater Ecclesia, offre una prospettiva positiva nella lettura del momento storico e del futuro:


Nel presente momento storico, la Provvidenza ci sta conducendo ad un nuovo ordine di rapporti umani, che, per opera degli uomini e per lo più al di là della loro stessa aspettativa, si volgono verso il compimento di disegni superiori e inattesi; e tutto, anche le umane avversità, dispone per il maggior bene della Chiesa…

Il Concilio che inizia, sorge nella Chiesa come un giorno foriero di luce splendidissima. È appena l'aurora: ma già il primo annunzio del giorno sorgente di quanta soavità riempie il nostro cuore!


È quella novella Pentecoste che il Papa già aveva invocato nella preghiera in preparazione al Concilio: «Rinnova nella nostra epoca i prodigi come di una novella Pentecoste…».


Anche Paolo VI annunziò in termini positivi il futuro storico, soprattutto quando nell' omelia conclusiva  dell'Anno Santo 1975 parlò della civiltà dell'amore:


La sapienza dell'amore fraterno, la quale ha caratterizzato in virtù ed in opere, che cristiane sono giustamente qualificate, il cammino storico della santa Chiesa, esploderà con novella fecondità, con vittoriosa felicità, con rigenerante socialità…

La civiltà dell'amore prevarrà nell'affanno delle implacabili lotte sociali, e darà al mondo la sognata trasfigurazione dell'umanità finalmente cristiana.


I due grandi Pontefici non annunziarono un così luminoso futuro con sentimenti superficiali e quasi ignari delle dolorose tappe intermedie verso la civiltà dell'amore, che avrebbero potuto temporaneamente arrestare o comunque frenare l'attraente e desiderato orizzonte di pace. Infatti il papa Giovanni XXIII ebbe a considerare tale lotta tra la luce che avanza e le tenebre che ancora la possono insidiare, proprio nel dare l'annunzio del Concilio Vaticano II, quando così si espresse:


è ben naturale che possa annunziarsi e preoccuparci qualche ora di incertezza: e che accada di doversi rivolgere a Lui, diciamo, all'umile Vicario di Cristo, che vi parla, con le parole bibliche di Isaia: «Custos quid de nocte? Custos quid de nocte?» (Is 21, 11). A che ora siamo della notte: a che ora siamo? Il guardiano, il mistico pastore, non potrà egli rispondere: «questa è una schiarita verso il mattino: ma la notte può tornare ancora».


Il papa Paolo VI dovette provare con intensità lancinante quelle tenebre che parvero travolgere i frutti preziosi della novella Pentecoste conciliare, quando, davanti ai nefasti danni di una vasta insubordinazione ecclesiale, pronunziò quelle parole tanto drammatiche:


Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza.


Ma in queste costatazioni realistiche e certamente sofferte, non manca mai quella speranza teologale che ispira i Santi e che non permette alla Chiesa di perdere quella fiducia soprannaturale che Dio sempre le infonde e che sa vedere nello 'scandalo' della Croce il trionfo della Risurrezione.


Basterà fare spazio intorno alla saggezza che per molti segni sembra riprendere quota un po' dappertutto e che non è mai venuta meno in Roma. Soprattutto bisognerà contare sulla grande quantità di clero e di popolo cristiano rimasto fedele alla Tradizione e alla Chiesa. È una massa anonima ma tutt'altro che amorfa. In questi anni si è troppo spesso parlato, discusso, deciso sulla testa di questa gente minuta e semplice, come se non avesse peso e voce: ma essa non è rimasta inattiva. Ha continuato a vivere di fede nel solco della tradizione sempre antica e sempre nuova. Lì è la sede della Chiesa, come patria degli umili e dei poveri che piacciono a Dio. Lì il terreno, anonimo quanto si vuole, dove la semina può ancora discendere come foriera di speranza per il pane di domani.


Ed è così che i Vescovi, radunati nel Sinodo straordinario celebrato a vent'anni dal Concilio Ecumenico Vaticano II (7 dic. 1985), poterono con fiducia e speranza riconoscere:


Per l'umanità c'è una via – e ne vediamo già i segni – che conduce ad una civiltà della condivisione, della solidarietà e dell'amore; ad una civiltà che è la sola degna dell'uomo. Ci proponiamo di lavorare con voi tutti all'attuazione di questa civiltà dell'amore, che è il disegno di Dio per l'umanità, in attesa della venuta del Signore.



1. Due epoche a confronto


La situazione ecclesiale del nostro tempo ci pone davanti ad un interessante confronto con la Chiesa del IV secolo. Sorprende la straordinaria coincidenza del profilo storico che si viene delineando. Non si intende qui esporre un trattato completo ed esauriente, ma solo richiamare brevissimi accenni e tratti essenziali tra questa epoca antica e l'attuale.

La Chiesa del IV-V secolo è quella dei grandi Padri, l'età aurea della patristica, un'epoca d'oro di uomini eccezionali e santi, di vescovi e teologi di altissimo profilo culturale e sociale. Essi hanno dato alla Chiesa di tutti i tempi l'assetto formale nella teologia, nella liturgia e nell'organizzazione pastorale. Contemporanei o comunque prossimi tra loro sono Ambrogio di Milano (339-397), Agostino di Ippona (354-430), Girolamo (347-420), Leone Magno di Roma (406-461), Giovanni Crisostomo di Costantinopoli (345-407), Cirillo di Gerusalemme (313?-387), Ilario di Poitiers (315-367), Atanasio di Alessandria (296-373), Cirillo di Alessandria (380-444), Basilio Magno (330-379), Gregorio Nazianzeno (329-390), Rufino (?-410) e Cromazio di Aquileia, Zeno di Verona (+380), Massimo di Torino (+408), Pier Crisologo di Ravenna, Vigilio di Trento (+400), ecc.

Con la libertà religiosa, assicurata con l'editto di Milano nel 313 dall'imperatore Costantino, la Chiesa esce da tre secoli di persecuzioni e si apre al mondo, che le concede la libertà e la riconosce con tutti i carismi dell'ufficialità. Da una vita interna, spesso purificata dal sangue dei martiri, passa ad un aperto dialogo con la società pubblica. Non trova tuttavia il mondo di allora nel suo assetto migliore, ma nel procinto di una colossale decadenza: il crollo graduale dell'Impero Romano sotto l'incalzare dei 'barbari'. Un vasto fenomeno di trasmigrazione dei popoli investe tutto l'arco dei confini dell'Impero e minaccia la millenaria cultura di Roma. 


Ecco allora davanti alla Chiesa tre compiti di alto profilo:


1. La grande teologia patristica 


La Chiesa si trova a poter parlare alla cultura dell'Occidente e dell'Oriente. Si tratta di far propria la cultura e il linguaggio della società imperiale. Essa non è più nemica, ma è offerta alla sua possibilità di inculturazione. In tal modo nasce la grande teologia patristica, che assume i principi metafisici della Grecia e i sistemi filosofici della cultura classica  con tutto il genio del pensiero greco-romano. Si elabora in tal modo il linguaggio eucologico fondamentale e si forgiano i termini ormai ineliminabili per l'espressione dogmatica di tutti i tempi. Una inculturazione singolare, però, dalla quale la Chiesa delle epoche successive non potrà più prescindere, essendo le categorie del pensiero, elaborate in questa cultura, di carattere perenne e universale, ossia fondamentalmente valide per tutti i tempi e tutte le culture. La sostanza del pensiero greco-romano, non è infatti mera espressione di quell'epoca e di quell' ambiente, bensì è così profonda da toccare il tessuto genetico-sostanziale della strutture-base del pensiero umano in quanto tale. È il genio che Dio ha concesso a quei pensatori, che prepararono con una luce straordinaria e unica il substrato logico e linguistico per esprimere e argomentare con le categorie perenni del pensiero la verità evangelica che stava per venire. Tale 'genio profetico' si manifesta anche in alcune sorprendenti affermazioni di Platone, che possono alludere con una chiarezza del tutto originale all'evento della divina Rivelazione e al mistero di Cristo:

 

L'uomo può non solo conoscere ma incontrare Dio. Cosa impossibile alle sue forze; ma chissà che a Dio non sia possibile?  Chissà che, dopo i doni di questo mondo, non voglia farci il dono di Se stesso? Chissà che almeno non voglia parlaci di persona? Avremmo allora un orientamento sicuro, una solida nave per attraversare il mare della vita e non più la fragile zattera della filosofia (Fedone, 35).


Se un giorno dovesse venire al mondo un uomo veramente giusto, un uomo nel quale la giustizia non è un fatto superficiale che riguarda alcuni strati del suo essere, ma veramente giusto: quale sarebbe la sorte di quest'uomo nel nostro mondo? […] Direte quindi che stando così le cose il giusto verrà flagellato, torturato, gettato in carcere, accecato col ferro rovente ed infine, dopo tutto questo scempio finirà per essere crocifisso (Politeia II, 361e-362a).


Si può capire anche il criterio rinascimentale dell'arte sacra che nella volta della cappella Sistina in Vaticano alterna i Profeti con la Sibille e nelle stanze di Raffaello del palazzo Apostolico raffigura la Disputa del Sacramento e la Scuola filosofica di Atene. Senza entrare nella dibattuta questione dell'origine e interpretazione di taluni Oracoli sibillini in rapporto al Cristo, certamente molte loro espressioni rivelano un misterioso anticipo profetico o comunque, la loro rielaborazione in epoche cristiane successive, afferma la convinzione che anche nella cultura pagana lo Spirito di Dio disponeva gli animi all'accoglienza del Redentore e della sua opera di salvezza.

Non quindi una corruzione del pensiero cristiano ispira tali capolavori, ma una misteriosa connessione tra la sapienza degli antichi popoli pagani e il pensiero del Cristo venturo. La Chiesa, arricchita del migliore patrimonio culturale degli antichi, entra nell'agorà pubblica e spiega col linguaggio, comune a tutto l'Impero, il messaggio evangelico. 


La cultura dell'Europa è nata dall'incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma – dall'incontro tra la fede in Dio di Israele, la ragione filosofica dei Greci e il pensiero giuridico di Roma. Questo triplice incontro forma l'intima identità dell'Europa.



2. La forma classica della liturgia 


Il IV secolo dà corpo ad una vasta e ben codificata opera di strutturazione formale della liturgia cristiana, quale culto ufficiale della Chiesa. Si passa dalla liturgia domestica, fatta in ambienti ristretti, con simboli semplici ed estesa creatività, alla grande forma, quella che si realizza nelle basiliche, sugli altari monumentali, assunti dall'architettura romana. Nascono i riti classici: la Messa stazionale, il Canone Romano, la fissazione dei riti e delle tappe dell'Iniziazione cristiana, le solenni preci sacramentali, l'eucologia classica (es. S. Leone Magno), la definizione formale e pubblica della Liturgia delle Ore, la strutturazione dell'anno liturgico con le sue maggiori feste: Ascensione, Pentecoste, Natale, ecc. Sarà quest'epoca, che donerà alla Chiesa di tutti i tempi le coordinate basilari della liturgia cattolica con tutto il suo spessore teologico, artistico, monumentale, musicale, letterario di cui è rivestita. S. Benedetto darà forma definitiva all'Ufficio Romano e l'Ordine benedettino lo conserverà nei secoli fino a noi. Il papa S. Gregorio Magno concluderà questo prodigioso sviluppo nel VI secolo e riordinerà il tutto, fissando i canoni essenziali dei riti liturgici, che arriveranno sostanzialmente inalterati fino a noi. Anche il graduale passaggio dalla uniformità liturgica alla formazione delle principali famiglie liturgiche intorno agli importanti fulcri patriarcali (Roma, Alessandria, Antiochia, Gerusalemme) è proprio di questa epoca. Ad essa infatti e ai loro Padri fondatori, risalgono le radici dei grandi riti ancor oggi vigenti nella Chiesa.



3.  La novità della vita evangelica 


Di fronte alla decadenza morale del mondo antico e ai vizi del tardo impero, ecco la proposta fresca e nuova dei valori cristiani. La difesa innanzitutto della vita contro l'aborto, l'infanticidio e la lotta contro la violenza negli spettacoli pubblici. La proclamazione della santità, unicità e indissolubilità del matrimonio di fronte allo sfascio del costume pagano. Il valore assoluto e trascendente della persona umana e il riscatto di ogni forma di schiavitù. L'unico Dio trascendente di fronte agli dei pagani e alla divinizzazione dell'Impero. 


Alla grande opera di cristianizzazione della società vengono offerti potenti mezzi di comunicazione, eredità preziosa dell'opera civilizzatrice di Roma. Il Diritto Romano, se prima fu nemico e codificò la persecuzione, ora è amico ed è assunto dalla Chiesa per definire leggi e comportamenti ispirati al Vangelo.


Anche l'universalità della lingua latina diventa una via del tutto efficace di evangelizzazione e di uniformità culturale. Questa azione colossale trova davanti a sé in modo provvidenziale la rete stradale dell'impero romano, che diventa via per gli evangelizzatori, fino ai confini del mondo allora conosciuto. 


In questo vasto quadro positivo di grandi e nuove opportunità offerte alla Chiesa non mancano altri versanti di prova e di combattimento. Infatti, l'Imperatore Costantino si trova a dover gestire una grande crisi interna, quella dell'eresia ariana. Cessate all'esterno le persecuzioni, ecco l'assalto dall'interno dell'eresia. In particolare l'arianesimo si presentava con una vastità ed un radicamento così capillare da portare a una sfiducia nei confronti dei mezzi umani per vincerlo. E così mentre la Chiesa assaporava il frutto glorioso del sangue dei martiri, non desisteva dal combattimento contro quel mysterium iniquitatis che sempre l'accompagna nel suo terreno pellegrinaggio. La luce pasquale della Risurrezione, che con libertà ora annunziava a tutto il mondo, era alimentata dalla partecipazione alla Passione del Signore che l'attrito con l'eresia provocava nelle sue membra.



Osserviamo ora la nostra epoca


La Chiesa, dopo il secolare trionfo medioevale, subisce una graduale e crescente persecuzione che si esprime in successive tappe, dal XIV secolo ad oggi. 

Dopo grandi prove, quali la cattività avignonese (1309-1377 ) e lo scisma d'Occidente (1378-1417), in epoca rinascimentale l'attenzione della cultura e delle arti si rivolge al mondo pagano, accostandosi a secoli di prevalente cultura cristiana. Segue il drammatico scisma protestante (1517) che divide tragicamente la cristianità occidentale. Poi con la nascita in Inghilterra della massoneria internazionale (1717) si prepara l'Illuminismo culturale e la sua espressione più violenta nella Rivoluzione francese, che aliena la cultura dalla fede e sostituisce la dea ragione o l'Ente Supremo al Dio di Gesù Cristo. Il crescente sviluppo scientifico in ogni campo empirico illude l'uomo, che arriva a credere in un progresso infinito della scienza e dell'umanità, si definisce agnostico e pretende di superare definitivamente il retaggio della religione. Successivamente si verifica una universale apostasia dalla Chiesa di molti Stati europei, che si proclamano laici e una collaterale persecuzione al Papa. Napoleone imprigiona e condiziona pesantemente Pio VI, che muore in esilio, e Pio VII. La Chiesa Romana nel Risorgimento viene privata dei territori dello Stato pontificio e della stessa città di Roma: il Papa vive da prigioniero in Vaticano. Infine nel secolo XX grandi dittature atee organizzano una prolungata e raffinata persecuzione alla Chiesa: il nazismo, il comunismo sovietico, la persecuzione messicana, le violenze prima e durante la guerra civile spagnola, la persecuzione in Cina tuttora in atto. Le due grandi guerre dimostrano che calpestare i diritti di Dio ha portato l'umanità a calpestare i diritti e la dignità umana. A tal punto che il Papa Giovanni Paolo II parlerà del secolo XX come il secolo dei martiri ed affermerà che in esso il numero dei martiri per la fede superò quello di tutti i martiri dei secoli cristiani. 

Ed ecco che la Chiesa Cattolica indice il Concilio Ecumenico Vaticano II. Di sua iniziativa, dopo tante tribolazioni, si apre al mondo per una novella sua evangelizzazione. Non un nuovo Costantino, ma un Papa, Giovanni XXIII, vuole che la dottrina inalterata della Chiesa sia riproposta al mondo odierno con un nuovo linguaggio adatto alla cultura in cui vive. Paolo VI, nella sua enciclica Ecclesiam suam, offre la parola d'ordine, il dialogo, e ne stabilisce i connotati. Nel Concilio, la Chiesa si ritrova mondiale e le culture così diverse dei popoli reclamano una novella evangelizzazione comprensibile ed efficace.

Come nel IV secolo, ancor oggi la Chiesa si apre non ad un mondo pacifico e sicuro, ma ad un'Europa segnata da profondi sintomi di decadenza della cultura cristiana che l'ha formata, e nel vortice di una grandiosa trasmigrazione di popoli, molto simile a quella di allora.

 

Excita, Domine, potentiam tuam et veni – con queste e con simili parole la liturgia della Chiesa prega ripetutamente nei giorni dell'Avvento. Sono invocazioni formulate probabilmente nel periodo del tramonto dell'Impero Romano. Il disfacimento degli ordinamenti portanti del diritto e degli atteggiamenti morali di fondo, che ad essi davano forza, causavano la rottura degli argini che fino a quel momento avevano protetto la convivenza pacifica tra gli uomini. Un mondo stava tramontando. Frequenti cataclismi naturali aumentavano ancora questa esperienza di insicurezza. Non si vedeva alcuna forza che potesse porre un freno a tale declino. Tanto più insistente era l'invocazione della potenza propria di Dio: che Egli venisse e proteggesse gli uomini da tutte queste minacce. 

Excita, Domine, potentiam tuam et veni. Anche oggi abbiamo motivi molteplici per associarci a questa preghiera di Avvento della Chiesa. Il mondo con tutte le sue nuove speranze e possibilità è, al tempo stesso, angustiato dall'impressione che il consenso morale si stia dissolvendo, un consenso senza il quale le strutture giuridiche e politiche non funzionano; di conseguenza, le forze mobilitate per la difesa di tali strutture sembrano essere destinate all'insuccesso.


Si ripropongono in questo contesto le tre grandi sfide che furono tipiche dei Padri della Chiesa del IV secolo:



1. La nuova sintesi teologica  


Giovanni XXIII nell'omelia di inizio del Concilio Vaticano II mise l'accento sul modo nuovo di presentare la dottrina di sempre. Nel documento Lumen gentium si presenta in modo sistematico e propositivo e non apologetico vasta parte del dogma della fede cattolica, fornendo una precisa carta di identità per tutti i credenti. Si intende che tale documento va inserito e integrato con l'intero corpus dottrinale della Tradizione cattolica, di cui il Catechismo della Chiesa Cattolica ci offre una attuale sintesi. Con il successivo documento Gaudium et spes, la Chiesa si volge al mondo considerandone tutte le problematiche emergenti. Vi fu quindi un laborioso lavoro di riflessione teologica e di nuova sintesi in un delicato equilibrio tra tradizione e rinnovamento. Grandi teologi ci sono dati dalla Provvidenza divina, fra tutti spiccano i due beati, l'abate Antonio Rosmini e il cardinale John Henry Newman, coronati da un carisma non inferiore a quello dei grandi Dottori della Chiesa. 


La conferma della fecondità di un simile rapporto (ragione e fede) è offerta dalla vicenda personale di grandi teologi cristiani che segnalarono anche come grandi filosofi, lasciando scritti di così alto valore speculativo, da giustificarne l'affiancamento ai maestri della filosofia antica. Ciò vale sia per i padri della Chiesa, tra i quali bisogna citare almeno i nomi di san Gregorio Nazianzeno e sant'Agostino, sia per i dottori medioevali, tra i quali emerge la grande triade di sant'Anselmo, san Bonaventura e san Tommaso d'Aquino. Il fecondo rapporto tra filosofia e parola di Dio si manifesta anche nella ricerca coraggiosa condotta da pensatori più recenti, tra i quali mi piace menzionare, per l'ambito occidentale, personalità come John Henry Newman, Antonio Rosmini […]. Ovviamente, nel fare riferimento a questi autori, accanto ai quali altri nomi potrebbero essere citati, non intendo avallare ogni aspetto del loro pensiero, ma solo proporre esempi significativi di un cammino di ricerca filosofica che ha tratto considerevoli vantaggi dal confronto con i dati della fede. Una cosa è certa: l'attenzione all'itinerario spirituale di questi maestri non potrà che giovare al progresso nella ricerca della verità e nell'utilizzo a servizio dell'uomo dei risultati conseguiti. C'è da sperare che questa grande tradizione filosofico-teologica trovi oggi e nel futuro i suoi continuatori e i suoi cultori per il bene della Chiesa e dell'umanità.


2. La generale riforma della liturgia 


Dopo il periodo della sua sistemazione classica (IV – VI secolo), nessun altro intervento liturgico ebbe tanta vastità come quello voluto dal Concilio Ecumenico Vaticano II. Un'opera monumentale, plenaria, ponderata, competente, lungimirante, a carattere pastorale, che investe tutti i riti, il lezionario e l'anno liturgico, e che, andando oltre all'epoca medioevale, attinge ancor più largamente alle antiche fonti dei Padri e ripropone oggi quel medesimo genio, che fu proprio nell'epoca della sua originaria elaborazione. È il frutto più eccelso del Concilio e il più influente nel tessuto della vita del popolo di Dio. Come allora la Chiesa dovette vigilare affinché la liturgia, che stava costruendosi, non venisse inquinata da espressioni pagane e indegne, ma esprimesse e trasmettesse con geniale fedeltà il dogma cristiano, così oggi la Chiesa si trova in un travaglio meraviglioso e pericoloso, mirante ad offrire ai contemporanei un monumento liturgico fedele alla Tradizione inalienabile della fede e adatto ad esprimere il culto in spirito e verità nel linguaggio degli uomini d'oggi. Questa sfida ci mette in singolare solidarietà con la Chiesa di Padri e ci spinge a imitare la geniale fecondità di quell'epoca straordinaria. Anche i criteri di una intelligente inculturazione – assunto dal Vaticano II - apre l'unico rito romano al genio dei popoli, in analogia con ciò che avvenne nel IV secolo con il processo di graduale formazione, al contempo coerente e diversificato, della grandi famiglie liturgiche. Infine la rinnovata prospettiva sacramentale rispetto ad una preponderante visione giuridica collega certamente l'attuale rinnovamento liturgico all'epoca dei Padri.



3.La nuova sfida morale dell'annunzio evangelico 


Le minacce alla persona umana e alla sua dignità, l'attentato alla vita nascente (aborto) e a quella in declino (eutanasia), il diniego pratico dei fondamentali diritti umani, la schiavitù nella forma di masse enormi di popoli affamati e di immigrati sfruttati e vilipesi, ripropongono oggi l'urgenza di quell' Evangelium vitae che allora illuminava i popoli per la prima volta. Così lo sfascio della famiglia e il non riconoscimento del matrimonio secondo la legge naturale richiama la situazione del tardo impero, quando la visione cristiana della famiglia e dell'amore dovette risanare le ferite di quella cultura. Certo oggi l'attentato alla vita avviene in modo altamente sofisticato, col contributo dei mezzi scientifici della genetica, ma la sostanza è identica e i valori in questione i medesimi. 

Altri elementi minori accomunano le due epoche:


- Il senso apocalittico che era suscitato dai violenti fatti delle invasioni barbariche e che impressionò menti elevate come Agostino, portava a sentire prossimo l'avvento ultimo del Signore e di fronte allo sfascio delle istituzioni dell'impero a ritenere attuali le visioni profetiche dell'Apocalisse. Così anche la nostra epoca è pervasa non poco da considerazioni e da prospettive apocalittiche dovute alle enormi problematiche che turbano i dotti e i popoli .

L'incontro con gli Ebrei. Nel secolo IV, lontani dalla polemica dei giudaizzanti, tipica dell'era apostolica e subapostolica, i Padri tendono ad un ricupero, nella teologia e nella liturgia, di concetti, figure e riti tolti dall'Antico Testamento. Non che fossero assenti in precedenza  fin dagli inizi del cristianesimo. Infatti, basti pensare al dialogo del Risorto con i discepoli di Emmaus nel quale, cominciando da Mosé e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui (Lc 24, 27); oppure alla teologia e al linguaggio cultuale della Lettera agli Ebrei e, negli Atti degli Apostoli, i discorsi di Pietro (At 2; 3) e di Stefano (At 7), intrisi di riferimenti e analogie con l'Antica Alleanza. Vi è, tuttavia, in questa epoca, una lettura più serena e decantata, e una assunzione più estesa e cordiale della rivelazione antico-testamentaria. Ne sono testimonianza anche le reminiscenza bibliche nelle grandi preci sacramentali e il meraviglioso richiamo ai sacrifici antichi del Canone Romano. Così oggi assistiamo ad una novella accoglienza degli Ebrei come fratelli maggiori, dichiarata in un documento conciliare e sviluppata in tante iniziative di dialogo e di cooperazione.

Il dissenso dal magistero. Come nel IV secolo l'eresia ariana travolse i popoli cristiani dell'Oriente e dell'Occidente, proprio nel contesto del prodigioso risveglio della grande evangelizzazione favorita dalla libertà religiosa, così nella nostra epoca  i frutti del Concilio sono compromessi, e l'universale evangelizzazione delle genti - facilitata dalla globalizzazione -  è insidiata e rallentata dal fenomeno della contestazione, del dissenso e dell'insorgenza a tutto campo di antiche eresie, che già riemersero nel pensiero modernista, condannato dal papa Pio X. In questo marasma dottrinale e disciplinare il Concilio Vaticano II si erge quale potente diga di difesa e di contenimento del depositum fidei, in analogia a quello che fu allora il Concilio di Nicea di fronte all'arianesimo.


Si vede come le coincidenze tra noi e l'epoca patristica siano strette e quasi speculari. Ancor più che alla rete stradale delle comunicazioni imperiali, nel contesto attuale la Chiesa si trova davanti le vie dell'etere, della televisione, e di internet. Sono le vie per l'evangelizzazione mondiale, come allora furono le strade dell'impero romano.


Tutto questo conferma come le due epoche siano quanto mai simili, pur nella irripetibile identità di ogni periodo storico, e possano perciò essere interpretate in modo analogo.

Possiamo allora presumere che, come allora seguì alla dissoluzione dell'Impero Romano il fiorire di una nuova grande civiltà, quella medievale, così l'odierna situazione di incertezza e precarietà possa trovare una risoluzione positiva nell'apertura a quella civiltà dell'amore più volte accennato dai recenti Sommi Pontefici:

 

Beato Pio IX: «Voglia Maria, col suo validissimo patrocinio, far sì che la santa Madre Chiesa cattolica, superata ogni difficoltà e dissipati tutti gli errori, prosperi e fiorisca ogni giorno di più, presso tutte le genti e in tutti i luoghi, e regni da un mare all'altro fino ai confini della terra, e goda di ogni pace, tranquillità e libertà».

Leone XIII: «Noi vediamo laggiù, nel lontano avvenire, un nuovo ordine di cose, e non conosciamo niente di più dolce del contemplare gli innumerevoli benefici che ne saranno il naturale effetto».

Pio XI: «Ci sorregge tuttavia la buona speranza che l'annuale festa di Cristo Re […] spinga la società, come è nel desiderio di tutti, a far ritorno all'amatissimo nostro Salvatore. È dovere dei cattolici l'accelerare e l'affrettare questo ritorno con la loro azione».

Pio XII: «Moltiplicate diletti figli, le avanguardie sante di un esercito eroico la cui azione, se Dio vorrà, può preparare una vittoria e un trionfo oggi difficilmente immaginabili».


In tal senso guardiamo al futuro con una lettura teologica della storia che ci riempie di fede e di attesa positiva per le nuove generazioni. I santi Padri, che tale lettura esprimono in tanti loro scritti, intercedano per noi, perché possiamo esser all'altezza delle nostre responsabilità in questo momento storico così delicato e promettente. 



2.  L'era di Maria santissima


Maria Santissima rappresenta nel concilio di Efeso la massima torre di difesa (Turris aeburnea) dall'eresia cristologica. Con la proclamazione dogmatica del titolo Madre di Dio (Thèotocos) si pone il sigillo alla formulazione precisa del dogma della fede nell'unica persona del Verbo Incarnato, vero Dio e vero uomo, figlio di Maria Vergine:  


Se qualcuno non confessa che l'Emmanuele è Dio nel vero senso della parola, e che perciò la santa Vergine è madre di Dio perché ha generato secondo la carne il Verbo che è da Dio, come è scritto: e il Verbo si fece carne, sia anatema.


Veramente Lei da quel momento sorge terribile come schiere a vessilli spiegati (Ct 6, 10) e contro di Lei sono destinate ad infrangersi tutte le eresie. Maria quindi presiede l'epoca antica e segna l'esordio luminoso della grande cristianità medioevale.  Questo intervento vittorioso è ancor oggi testimoniato dal massimo tempio mariano, la basilica liberiana, che Sisto III, in memoria della solenne definizione efesina, volle erigere e impreziosire con lo splendore dell'arte musiva.

Emerge in modo evidente come l'analogia di questa epoca antica con l'attuale interessi pure la presenza, il ruolo e l'azione della Vergine Maria. I nostri tempi, infatti, rivelano una inequivocabile configurazione mariana. Stiamo vivendo l'epoca di Maria, sia per la proclamazione di importanti dogmi quali l'Immacolata Concezione e l'Assunzione, sia per il vasto e organico intervento magisteriale sulla Santissima Vergine, che ci è stato donato dal Concilio Vaticano II nel capitolo ottavo della Lumen gentium.

La proclamazione, in contesto conciliare, del titolo Mater Ecclesiae e i molteplici e riconosciuti interventi soprannaturali collegati alla apparizioni mariane degli ultimi secoli, assicurano che Maria sta svolgendo un'azione del tutto primaria e straordinaria per preparare un nuovo Avvento del Signore. Tutto questo è largamente testimoniato dall'intuizione dei Santi e da uomini di alto profilo spirituale e squisita sensibilità in ordine alla teologia della storia, come, ad esempio, Dom Prosper Guéranger, che afferma: 


Oggi, proprio perché il male è al suo culmine, perché tutte le verità, i doveri e i diritti sono minacciati da un naufragio universale, abbiamo ragione di credere che Dio e la sua Chiesa trionferanno ancora un'ultima volta. Dobbiamo ammetterlo: c'è motivo di attendersi una grande e solenne vittoria, ed è per questo che ci pare che Nostro Signore ne abbia riservato tutto l'onore a Maria.  […] Quando i tempi saranno venuti, la serena e pacifica Stella del mare, Maria, si leverà su questo mare di tempeste politiche; e le onde tumultuose, stupite di riflettere il suo dolce splendore, ritorneranno calme e sottomesse. Allora un'universale voce di riconoscenza si leverà verso Colei che, ancora una volta, sarà apparsa come segno di pace dopo un nuovo diluvio. 


Ma anche molti altri Santi offrono annunzi profetici, che non possono essere attribuiti semplicemente all'era escatologica finale, ma del tutto attesi negli eventi della fase presente della storia . Essi fanno riflettere.


San Luigi Orione: «Una grande epoca sta per venire! Avremo novos caelos et novam terram! La società restaurata in Cristo ricomparirà più giovane, più brillante, ricomparirà rianimata, rinnovata e guidata dalla Chiesa. Il Cattolicesimo, pieno di divina verità, di carità, di giovinezza, di forza soprannaturale, si leverà nel mondo e si metterà alla testa del secolo rinascente, per condurlo all'onestà, alla fede, alla felicità, alla salvezza».

San Massimiliano Kolbe: «Viviamo in un'epoca che potrebbe essere chiamata l'inizio dell'era dell'Immacolata […] Quando l'Immacolata diventerà la Regina del mondo intero, allora la terra diventerà un paradiso […] La pace e la felicità entreranno nelle famiglie, nelle città, nei villaggi e nelle nazioni dell'intera società umana.


Il Card. Stefano Wyszynski soleva ripetere: «La vittoria, quando avverrà, sarà una vittoria mediante Maria». Il trionfo del Cuore immacolato di Maria, annunziato a Fatima, costituisce la fervida attesa del popolo cristiano e la promessa della SS. Vergine - «Infine, il mio Cuore Immacolato trionferà» - è tema di riflessione, di preghiera e di grande speranza per i pii ed umili di cuore, che invocano con intenso desiderio da Dio la giustizia, la pace e la misericordia per un mondo ormai travolto da tante prove e indicibili sofferenze. È nell'attesa di questa ora di salvezza che la Chiesa invoca Maria come Stella dell'evangelizzazione:


Al mattino della Pentecoste, ella ha presieduto con la sua preghiera all'inizio dell'evangelizzazione sotto l'azione dello Spirito Santo: sia lei la Stella dell'evangelizzazione sempre rinnovata che la Chiesa, docile al mandato del suo Signore, deve promuovere e adempiere, soprattutto in questi empi difficili ma pieni di speranza!

La Madonna ci fornisce un'arma semplice e forte, adatta a tutti, soprattutto a chi è semplice ed umile, il santo Rosario, che ad immagine della fionda di David abbatte il Nemico infernale.



3. L'Ora della Divina Misericordia


Non possiamo escludere a priori che - salvo il dogma della definitiva chiusura della rivelazione pubblica con la morte dell'ultimo apostolo - il Signore stesso e, su suo mandato, la Vergine Maria o gli Angeli o i Santi, possano intervenire nelle vicende della Chiesa e stabilire la nascita di determinate feste che nel piano divino sono giudicate utili per la santità e il progresso spirituale del popolo Dio, oppure per la difesa da pericoli e da castighi che incombono sull'umanità peccatrice. Una simile preclusione offende Dio limitando la sua opera entro confini da noi stabiliti e secondo programmi da noi costruiti, ma non conformi alla sua volontà. Ecco l'origine di feste come il Corpus Domini, il Sacratissimo Cuore di Gesù, la Divina Misericordia. Esse sono accomunate da un intervento soprannaturale che le genera e per volere divino percorrono la loro strada fino ad assurgere al massimo grado liturgico. Coloro che dovessero giudicare tali feste come segni di corruzione liturgica non hanno compreso la libertà divina nelle vicende umane e in particolare nel cammino storico della Chiesa. Sono un dono di Dio, che in modo straordinario e potente interviene per la nostra salvezza in momenti particolarmente dolorosi, pericolosi ed estremi dell'umanità. Mediante tali feste si attualizza la promessa del Signore alla sua Chiesa «Le porte degli inferi non prevarranno contro di essa» (Mt 16, 18). Quando il dogma della fede eucaristica si incrina pericolosamente, ecco il Corpus Domini; quando l'amore del Signore sembra raggelarsi in un rigorismo indebito, ecco il Sacro Cuore; quando l'umanità travolta dalla colpa imbocca la strada della disperazione e tutto sembra irrecuperabile, ecco la Divina Misericordia.

Molti ancora ritengono che queste solennità siano semplici devozioni e che tali debbano rimanere. Di conseguenza se ne proclama la facoltatività e di fatto si emargina il loro contenuto nel silenzio, talvolta irridendo quelli che vi ricorrono e ne zelano la diffusione. Ma non è più così. Dal momento che l'autorità della Chiesa assume nella liturgia una devozione maturata nei secoli e riconosciuta valida fin dalle sue sorgenti, istituendone la festa e approvando i suoi formulari liturgici (Messa e Ufficio), tale devozione cessa di essere tale e diventa atto liturgico, non più facoltativo e privato, ma obbligatorio e ufficiale, ben inserito nell'itinerario della Chiesa universale. È questo il caso recente della Domenica II di Pasqua, chiamata, d'ora in poi, della Divina Misericordia. La Chiesa ora riconosce ufficialmente come l'antichissima liturgia di questa domenica sia intimamente conforme al messaggio della 'divina misericordia' e trovi nel lezionario e nell'eucologia tradizionali un supporto e un commento di alto profilo teologico, che si rivelano sorprendentemente e perfettamente sintonizzati. L'immagine del Gesù Misericordioso rappresenta l'espressione più compiuta ed efficace per introdurre nel mistero, con l'immediatezza dell'arte visiva, anche i fedeli più umili e semplici. Naturalmente le pratiche devozionali connesse rimangono tali, ma non possono essere sottovalutate perché «la vita spirituale non si esaurisce nella partecipazione alla sacra Liturgia» (SC12). Con la Coroncina della Divina Misericordia il Signore ci offre un'arma ancor più breve del Rosario che, con invocazioni efficaci e colme di alto valore teologico, pone l'orante sotto il manto della Divina Misericordia e ottiene da Dio immense grazie.

Anche il dono dell'Indulgenza plenaria nella II Domenica di Pasqua ha carattere ufficiale e produce gli effetti di grazia propri di un intervento pubblico dell'autorità della Chiesa, che i fedeli hanno diritto di conoscere e di poter liberamente ricevere. Non è dunque lecito a nessun sacerdote cattolico ridurre a devozione facoltativa quella che ormai è una solennità pubblica e ufficiale della Chiesa cattolica. La cosa è analoga e comprensibile alla luce del valore ufficiale e pubblico, ormai secolare, sia della solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo,  come quella del Sacratissimo Cuore di Gesù.


Per questo risuona solenne e dolce l'invito del diacono, che annunzia l'Indulgenza plenaria, che come una rigenerazione quasi battesimale risplende nella Domenica della Divina misericordia:


Fratelli carissimi, 
la Chiesa, nostra Madre, mossa dall'amore misericordioso del suo Signore e Redentore, per portare a compimento il frutto del Mistero pasquale con una «totale remissione delle colpe e delle pene» dovute ai nostri peccati, concede, oggi, domenica ottava di Pasqua, l'Indulgenza plenaria nella forma stabilita dalla Chiesa.
«In questo giorno, infatti, sono aperti tutti gli sbocchi attraverso i quali le grazie scorrono verso l'umanità. La divina Misericordia apre a tutti le proprie viscere, riversa un oceano immenso di grazie sulle anime che vorranno avvicinarsi alle sue sorgenti. Nessuno abbia paura, anche se i suoi peccati fossero come lo scarlatto».
Preghiamo quindi Dio, per il Romano Pontefice il papa Benedetto XVI. Il Signore lo conservi e lo custodisca al servizio del popolo santo di Dio e conceda a noi di camminare in comunione con la sua Chiesa, in santità di vita, per raggiungere nella gloria il Signore, risorto dai morti, e «contemplare per tutta l'eternità l'immensità del suo amore e della sua misericordia». A lui onore e gloria nei secoli in eterno. 


La 'sentinella' ha dato l'Annunzio! A ciascuno di noi rispondervi per la nostra eterna salvezza. 



4. La Regalità storica e sociale di Cristo


L'istituzione della solennità liturgica di Cristo Re, che il Papa Pio XI proclamò con l'enciclica Quas primas dell'11 dicembre 1925, annunzia profeticamente non solo la Regalità interiore e mistica di Cristo Signore, ma anche quella esteriore, sociale e pubblica di Cristo, costituito Re per natura e per conquista sui popoli e sugli eventi storici. Tale evento non si può rimandare soltanto al ritorno ultimo ed escatologico del Signore, ma si compie già nel tempo e nel regime storico del mondo presente nel quale il Signore esercita - in diverso grado di visibilità nelle successive epoche - la sua Regalità pubblica di Uomo-Dio. Il mistero è chiaramente affermato da alcune forti espressioni, oggi espunte, degli Inni originali dell'Ufficio della festa di Cristo Re:


Te i governanti delle nazioni esaltino con pubblici onori, te onorino i maestri, i giudici, te esprimano le leggi e le arti. 
Risplendano, a te dedicate e sottomesse, le insegne dei re: sottometti al tuo mite scettro la patria e le dimore dei cittadini. 
A te Gesù sia gloria, che regoli gli scettri del mondo


a te il Padre ha consegnato per diritto lo scettro dei popoli…

A te vogliamo sottostare, che governi tutti nel diritto; beata quella città sottomessa alla tue leggi.


O tre volte beata la società, cui Cristo legittimamente comanda, che segue gli ordini che il cielo ha impartito al mondo! 


Gli Inni richiamano anche il grido ribelle di quella generale apostasia e di quel laicismo imperante, che oggi affligge i popoli:


La folla empia grida: 
Non vogliamo che Cristo regni


Questo rifiuto già il Signore lo predisse quando nella parabola evangelica si afferma: «Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi» (Lc 19, 14). Tale regalità potrà essere audacemente contrastata, ignorata o  reinterpretata, ma ormai non più arrestata nella sua ascesa vittoriosa verso il compimento definitivo e pieno, già realizzato nell'esito glorioso del Mistero pasquale del Signore risorto e asceso al cielo. Infatti la parabola sopra citata si conclude dicendo: «E quei miei nemici che non volevano che diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me» (Lc 19, 27).


La solennità di Cristo Re, considerata nella sua variazione di accenti, tra i testi originari e quelli attuali, è l'icona più eloquente del clima culturale in cui oggi versa la Chiesa e la società. Infatti la contestazione degli anni postconciliari mirò a combattere il frutto più logico della secolare e capillare penetrazione evangelica nell'Europa e nell'occidente: la societas christiana. Si diceva che la società cristiana doveva essere abbattuta, come escrescenza nefasta della Chiesa imperiale post-costantiniana e prodotto spurio della purezza evangelica. Si prospettava un futuro ideale in cui la Chiesa sarebbe stata minoritaria, marginale e del tutto spirituale. Si ravvisava in questa riduzione spiritualista e disincarnata del cristianesimo una imitazione delle origini e una maggiore coerenza con la semplicità e l'umiltà del Vangelo. Non più quindi società cristiana, ossia compenetrata dalla fede e dalla presenza attiva della Chiesa nelle istituzioni pubbliche, nella cultura, nell'educazione, nella famiglia, nella scuola, nel lavoro, nello sport, nel costume, nelle organizzazioni sociali, nelle leggi e nei regimi politici, ecc., ma lievito nella pasta, seme sepolto che marcisce nel terreno, piccolo grano che scompare. La Chiesa e i cristiani sarebbero dovuti ritirarsi nel mondo dell'interiorità ed agire soltanto nell'ambito del privato. Ogni pretesa pubblica ed ogni affermazione istituzionale veniva facilmente accusata di 'trionfalismo'. In tal senso fu promossa una vasta rivisitazione storica delle vicende della Chiesa e dei suoi 'trionfi', interpretati pregiudizialmente come indebite invasioni di campo e illegittime procedure non conformi alla logica del Vangelo ed offensive dei diritti dei popoli che subirono tali condizionamenti ecclesiali. Così il contestatore respirava e manifestava un clima obbligato di autolesionismo e un complesso anti-ecclesiale con uno spiccato senso di disagio nei confronti della sua stessa appartenenza religiosa e di inferiorità verso ogni espressione secolaristica. In altri termini il Vangelo e la Chiesa dovevano rimanere permanentemente 'lievito', mai tracimare dall'essere 'piccolo seme' in modo che né la pasta potesse fermentare, né il seme crescere, fino a diventare un grande albero: ciò avrebbe rappresentato un'intollerabile usurpazione, un'indebita imposizione, una corruzione della stessa logica del Vangelo, come lo furono la societas christiana e la rigogliosa espansione evangelica,  espressioni evidenti del 'trionfalismo' della Chiesa. A questo progetto non tanto i nemici esterni alla Cristianità contribuirono, ma molti dei figli della Chiesa diedero a diverso titolo il loro contributo. Il clero depose l'abito in nome di una empatia col mondo secolarizzato; i religiosi abbandonarono la loro dimensione ascetica e contemplativa per un mero rivolgersi al sociale; i laici furono privati del loro specifico ruolo esterno, primario e universale, di fermento delle realtà temporali e ridotti ad un servizio interno alla Chiesa, importante, ma secondario e proprio di alcuni: la loro clericalizzazione si intrecciò con la laicizzazione del clero; la formazione professionale fu mutuata dalle ideologie ritenute più plausibili rispetto alla dottrina sociale della Chiesa e la stessa teologia si affidò più alle filosofie del mondo che alla metafisica classica; le grandi istituzioni sociali cristiane con la 'scelta religiosa' estinsero alla radice la loro stessa identità abbandonando la missione in nome di un permanente dibattito interno e di un confronto sociale giustificato soltanto nel contesto di un dialogo relativistico; i parlamenti e le leggi dovevano agire fuori da ogni interferenza di fede e di autorità religiosa e il bene e il male essere stabiliti su base democratica; nell'urbanistica le chiese si nascosero, i campanili scomparvero e le campane zittite per non turbare la 'pace' pubblica. 

Ciò che in questi decenni è stato propugnato come ideale da perseguire, oggi, assaporando ormai l'amaro frutto della dissoluzione della Cristianità ancora in fase crescente, fa versare lacrime tardive ed esprimere giudizi sconsolati sugli immensi danni di una cultura che ha programmato e perseguito l'apostasia da Cristo e dalla sua Chiesa. Si levano alti lai e si dipanano sconsolate statistiche di un inarrestabile crollo di una società sgretolata fin dalle sue radici, che in nessun modo ancora si vuole siano cristiane. Si è passati così da un profetismo superficiale e travolgente in nome di un presunto ritorno alle origini evangeliche, ad una  costatazione afflitta e quasi rassegnata al peggio, ossia all'ipotesi di una società post-cristiana nella quale Cristo non ha più niente da dire perché avrebbe finito irrimediabilmente il suo ruolo storico. 

È evidente come in questo quadro la Regalità di Cristo non poteva che essere ripensata e la liturgia tradizionale di Cristo Re rivisitata, depurata dai richiami alla Regalità storica e temporale e risolutamente relegata nell'orizzonte dell'escatologia finale.


Se col nuovo ordinamento dell'anno liturgico la solennità di Cristo Re conclude egregiamente l'intero anno liturgico, mettendo in luce l'avvento ultimo del Signore, tuttavia non si deve perdere quella prospettiva di regno sociale e storico che Cristo dovrà esercitare ancora visibilmente prima del suo avvento escatologico. In tal senso la disposizione del Santo Padre di non archiviare la forma extra ordinaria del rito Romano permette un rinnovato confronto per giungere ad un prezioso arricchimento liturgico e teologico che ridona alla solennità di Cristo Re quella densità storica e pubblica dell'evento, che potrebbe essere ridotta - nella sua attuale configurazione - al solo aspetto escatologico. Qui si vede concretamente come un procedimento intelligente di riforma della riforma potrebbe costituire, anche per altre feste, un'assunzione più ricca e completa della tradizione liturgica del rito Romano. Sarebbe cosa opportuna quindi integrare gli Inni liturgici dell'Ufficio della solennità di Cristo Re con quelle espressioni, sopra riportate, che furono forse indebitamente tolte nella stesura dei nuovi testi innici. Un tale recupero unirebbe dovutamente all'acquisito carattere escatologico quello originale della regalità temporale, pubblica e sociale di Cristo, che non può assolutamente essere taciuta e disattesa. Si intende che tale regalità storica e il concetto correlato di societas christiana debbono essere configurate nell'orizzonte dottrinale espresso dall'attuale magistero della Chiesa, come è esposto nel Decreto conciliare Dignitatis humanae. La legittima laicità dello Stato, che fugge sia dalla teocrazia come dalla statolatria laicista, si unisce alla libertà di coscienza di ogni persona, che mai si deve separare dal grave dovere morale di ricercare la verità e di aderirvi con assenso personale appena viene conosciuta.

Ed è verso questa regalità storica che il papa Giovanni Paolo II volle indirizzare la Chiesa e richiamare l'attenzione di tutto il mondo nell'omelia di inizio del suo ministero petrino:


Spalancate le porte a Cristo! Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la Sua potestà! Aiutate il Papa e tutti quanti vogliono servire Cristo e, con la potestà di Cristo, servire l'uomo e l'umanità intera! Non abbiate paura! Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo! Alla Sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa cosa è dentro l'uomo. Solo Lui lo sa! Oggi così spesso l'uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete a Cristo di parlare all'uomo. Solo Lui ha parole di vita, sì, di vita eterna!


Il meraviglioso programma di Instaurare omnia in Christo, già annunziato da san Pio X, è stato potentemente impostato nel pontificato del beato Giovanni Paolo II, come ben si esprime nell'omelia della beatificazione Benedetto XVI:


[Giovanni Paolo II] ha aperto a Cristo la società, la cultura, i sistemi politici ed economici, invertendo con la forza di un gigante - forza che gli veniva da Dio - una tendenza che poteva sembrare irreversibile. Con la sua testimonianza di fede, di amore e di coraggio apostolico, accompagnata da una grande carica umana, questo esemplare figlio della Nazione polacca ha aiutato i cristiani di tutto il mondo a non avere paura di dirsi cristiani, di appartenere alla Chiesa, di parlare del Vangelo. In una parola: ci ha aiutato a non avere paura della verità, perché la verità è garanzia di libertà. Ancora più in sintesi: ci ha ridato la forza di credere in Cristo, perché Cristo è Redemptor hominis, Redentore dell'uomo: il tema della sua prima Enciclica e il filo conduttore di tutte le altre.


Ma è ragionevole attendere un trionfo storico di Cristo in mezzo al cumulo enorme delle contrarietà che stanno travolgendo e innervando dall'interno la Chiesa e i popoli? Come è possibile prospettare e attendersi una tale regalità in una cultura ormai globale impostata sulla divaricazione dal problema di Dio, sull'esclusiva efficacia del visibile e delle scienze tecniche e sull'impossibilità e il non senso, dichiarati a livello di principio, della metafisica, unita al collasso della ragione quale facoltà capace di cogliere la verità? Come si potrà far fronte non tanto a singoli pensatori e a contenute scuole filosofiche, ma alla massa dei popoli imbevuti acriticamente e quotidianamente  del pensiero relativista, sincretista e nichilista, assunto spontaneamente e per contatto vitale dal costume e dall'opinione dominante? Soprattutto come uscire da quella crisi così profonda che pervade lo stesso tessuto sacro all'interno della Chiesa e che nei cristiani a diversi gradi da essa separati trova un'esposizione ancor più cruda ai venti mutevoli del pensiero del tempo?

Impossibile agli uomini, ma  a Dio tutto è possibile (Mt 19, 26). Ecco la risposta della fede, la sicurezza del credente, la forza della Parola infallibile di Dio, la saldezza della roccia infendibile di Cristo! Con questa fede noi gettiamo le reti, oggi, nel nostro mondo, nella tempesta che è in corso, sfidando tutte le leggi e obbedendo con umiltà e fermezza al comando del Signore: Perché avete paura, uomini di poca fede? (Mt 8, 26). Abbiate fiducia; io ho vinto il mondo (Gv 16, 33). E consolati dall'apostolo Giovanni crediamo incrollabili, che questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede (1 Gv 5, 4). Solleviamo perciò lo sguardo supplice alla Croce, che sta salda nello sconvolgimento degli eventi e dei secoli: Stat Crux dum volvitur orbis!  


Osserviamo il creato: il sole risplende sul globo terrestre sempre, senza interruzione illumina la terra e le assicura calore e vita. Niente può sfuggire alla sua sovrana maestà, neppure per un istante. La notte è un breve episodio, che annunzia sempre di nuovo lo splendore del giorno. Le nubi che, pur oscure e tenebrose coprono nei giorni di pioggia sono di un momento. Scatenano una grande tempesta e tuonano con assordante rumore, travolgono con la forza dei venti e minacciano con l'impetuosa grandine, ma poi diradano improvvisamente come brina al sole e lo splendore dell'astro, sempre sovrano, rasserena l'immenso cielo azzurro, torna a illuminare la dimora degli uomini e lo spettacolo del giardino terrestre si riposa e canta nel tepore di un giorno stupendo.

Ecco in questa similitudine il contenuto della Parola di Dio e la certezza della nostra santa fede. Cristo Risorto, sole di giustizia (Ml 3, 20), ormai risplende sovrano alla destra del Padre e illumina con i suoi raggi benefici l'intero universo e la totalità dei secoli. Ogni uomo che viene in questo mondo vive sotto il mirabile influsso di Cristo, sole che sorge (Lc 1, 78), «orgoglio dei cieli […] spettacolo di gloria […] meraviglia dell'opera dell'Altissimo» (Sr 43, 1-2). Tutto da Lui riceve calore e vita, i secoli che lo precedettero e quelli che lo seguiranno fino al termine della storia. «Lui da a tutti la vita e il respiro e ogni cosa […] In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17, 25. 28). Noi però, piccoli e fragili, siamo sovrastati e oppressi a ritmi talvolta stressanti dal cumulo delle fosche nubi del male, che velano e nascondono momentaneamente, ma pesantemente la signoria sovrana e universale di Cristo, sole perenne senza tramonto. Le tentazioni e le prove ci assediano e ci rincorrono come la regolare evoluzione del globo terrestre, che ci fa attraversare le tenebre notturne. Tuttavia, come il sole che risplende è il fatto permanente che domina sublime nelle altezze sideree dei cieli e le nubi che passano sono, invece, l'episodio fragile ed evanescente che transita all'infimo livello sopra il suolo terrestre, così il Regno di Cristo si innalza sovrano, maestoso, forte, inattaccabile ed eterno, mentre ogni espressione del male svanisce in un momento e si consuma nei livelli bassi e radenti la terra poco sopra il nostro piccolo mondo. Cristo e il suo Regno glorioso sono la sostanza; il male con la sua astenia strutturale ed endemica è l'inconsistenza e la precarietà. Verrà tuttavia il tempo in cui «col soffio della sua bocca» (2 Ts 2, 8) il Kyrios estinguerà in modo improvviso e totale e per sempre ogni nube e ogni tenebra. Allora non vi sarà più la notte, né i giorni di caligine e di oscurità, ma il giorno eterno sfavillante di luce immortale, senza più alcuna ombra. Allora Cristo Gesù, il Signore del tempo e del mondo sarà tutto in tutti. È quel giorno ottavo, già incombente e pronto ad irrompere sopra le nubi del peccato, che la Chiesa attende nella gioia e nell'esultanza dello Spirito. Tutto questo ci dona lo sguardo della fede. Questa è la vista interiore dei Santi, che pur camminando sotto le coltri minacciose dell'impero ormai definitivamente sconfitto del Maligno, già fissano lo sguardo nella realtà eterna, che sta sopra e già avvolge da ogni parte l'intera creazione e il flusso del tempo e il corso dei secoli, sovrana e operante, e che attende solo il momento beato della sua piena e incontrastata manifestazione. Qui sta il fondamento inconcusso dell'ottimismo cristiano, nonostante ogni avversità e persecuzione. Qui vi è la pazienza dei Santi, che si alimenta con la vista soprannaturale dell'anima, che già gode, sotto il velo della fede, l'oggetto della visione dei Beati nel cielo. In questa prospettiva nell'attesa della parusia finale la misericordia divina saprà donare all'umanità ancora splendide giornate di sole che dovranno tonificare il cammino della Chiesa fino ai confini della terra, quando a tutte le genti sarà annunziato il Vangelo della salvezza e tutti i popoli avranno conosciuto l'unico vero Dio e Colui che è stato mandato come unico Salvatore del mondo. In tal senso possiamo ritenere appropriate le espressioni di S. Agostino che vede il cammino della Chiesa tra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio


È però anche necessario non sottovalutare la portata e la forza nefasta del Male. Anche se vinto e transitorio e votato alle catene eterne, esso ho un potere sinistro sugli uomini che devono ancora camminare sotto il suo regime in questo mondo votato alla morte. Sappiamo bene quanto influsso abbiano sulla nostra salute e sul nostro equilibrio i giorni tenebrosi e le notti interminabili. Si sa come quei popoli che vivono in zone estreme del globo, dove la luce solare è breve e debole, siano esposti maggiormente a depressione e abbattimento con gli effetti collaterali ben noti. Così il dover camminare nel mondo del peccato e nell'ombra di morte segna l'uomo nella profondità dell'anima: la sua fede vacilla, langue e talvolta collassa. Di conseguenza il suo stile di  vita si abitua al peccato e le sue facoltà spirituali sono debilitate nell'assuefazione al costume depravato. Succede così che come la persona depressa quando ritorna il sole ne prova fastidio e chiude le imposte e non esce di casa, perché intimamente avversa al suo splendore, così l'uomo che nel cammino terreno si adegua sotto la caligine del peccato e preferisce la notte al giorno, non sopporterà la luce di Cristo al suo apparire, si sentirà su un'altra lunghezza d'onda e potrà compromettere la sua stessa eterna salvezza. Ecco perché la fede, se da un lato ci sostiene con l'ottimismo della risurrezione e del Regno di Cristo, dall'altro ci allerta continuamente sull'insidia del peccato e l'azione del Maligno e la Madre Chiesa ci munisce delle difese dei Sacramenti per non perdere nel breve episodio dell'impero delle tenebre la stabile roccia della gloria immortale ed eterna. L'equilibrio tra la gioia e la penitenza, tra la contemplazione e il combattimento ascetico e spirituale, tra la vigilanza e il riposo nello spirito deve ispirare e accompagnare ogni seria formazione cristiana senza mai elidere, finché durerà il tempo presente, uno o l'altro di questi stati che insieme concorrono alla salvezza dell'anima e al conseguimento della gloria immortale. Certo sempre ci consola l'assicurazione che Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d'uscita e la forza per sopportarla (1 Cor 10, 13). 


L'immagine della luce solare che illumina e riscalda ci richiama ancora altri aspetti di vita spirituale. La luce dell'unico sole suscita una mirabile varietà di forme di vita che rendono splendida la scena del mondo: ogni fiore ed ogni pianta producono frutti diversi e complementari che nel loro insieme costituiscono il concerto infinito e il ventaglio variopinto della vita che ci circonda. Così la luce del Signore risorto e glorioso suscita ogni genere di santità e una gamma incalcolabile di manifestazioni meravigliose dell'unica vita di grazia che sgorga da Lui e dalla potenza dello Spirito Santo. E come la più o meno intensa esposizione ai raggi solari segna un diverso sviluppo delle energie vitali nelle creature, così l'apertura interiore a Cristo determina un grado più o meno profondo di santità e di vita soprannaturale nel cuore dell'uomo. Questa azione irradiante e sovrana del Kyrios è permanente, eterna, infinita e domina con signoria universale e profondità abissale l'universo, il tempo e la storia: nulla sfugge alla sua insondabile presenza e inafferrabile potenza di grazia.


Gesù parte benedicendo. Benedicendo se ne va e nella benedizione Egli rimane. Le sue mani restano stese su questo mondo. Le mani benedicenti di Cristo sono come un tetto che ci protegge. Ma sono al contempo un gesto di apertura che squarcia il mondo affinché i cielo penetri in esso e possa diventarvi una presenza. Nel gesto delle mani benedicenti si esprime il rapporto duraturo di Gesù con i suoi discepoli, con il mondo. Nell'andarsene Egli viene per sollevarci al di sopra di noi stessi ed aprire stessi ed aprire il mondo a Dio. Per questo i discepoli poterono gioire, quando da Betania tornarono a casa. Nella fede sappiamo che Gesù, benedicendo, tiene le sue mani stese su di noi. È questa la ragione permanente della gioia cristiana.


Infine, la diversa posizione dell'asse terrestre rispetto al sole segna le stagioni, in quanto l'azione benefica della luce, incidendo in diverso grado sul creato produce gli effetti differenti tipici della primavera, dell'estate, dell'autunno e dell'inverno, così anche le successive epoche storiche, a seconda della loro esposizione alla luce del Signore immortale e glorioso, si configurano in tal modo che alcune presentano l'irrompente vitalità della primavera, altre il fulgore luminoso dell'estate, altre ancora la nobile maturità dell'autunno, altre, infine, il rigore e l'oscurità dell'inverno. Tutto dipende dal rapporto diverso col Cristo, Sole di giustizia, come in natura tutto avviene in rapporto al sole, re degli astri. Non ci spaventi allora questa alternanza 'stagionale' dei secoli della storia cristiana, ma, come nel freddo inverno matura una nuova primavera, così nell'epoca della crisi e quando non si vedono vie di uscita e prospettive di futuro, nascono le basi di una nuova evangelizzazione. La stagione invernale del resto porta con sé opportunità speciali: è il tempo della riflessione e della difesa. La brevità del giorno e la lunghezza della notte inducono a pensare, frenano i ritmi eccessivi della vita e il rigore del clima ci spinge a coprirci per difendere il nostro corpo dal gelo. Così nei secoli in cui la fede sembra attraversare un tempo come l'inverno, i cristiani maturano una riflessione più profonda sul dogma e sui fondamenti stessi della loro speranza, in modo da disporsi con una superiore maturità ad affrontare un tempo nuovo in cui l'annunzio sarà rigoglioso. Analogamente la riscoperta di una sana apologetica offre i mezzi adatti per una difesa ancor più approfondita e meditata della fede che i popoli attendono quando giungerà quella novella primavera dello spirito che il Signore donerà al mondo nella sua Provvidenza sapiente e insondabile. 

A conclusione della sua Storia dei Papi Ludwig von Pastor, scrive:


  La rupe di Pietro supera le tempeste di tutti i secoli. Il fatto più grande, più inconcepibile nella storia della Chiesa di Cristo è che le età della sua più profonda umiliazione sono al tempo stesso quelle della sua più grande energia e forza invincibile, che morte e tomba sono per essa non segni della fine, ma simboli della resurrezione, che le catacombe dell'età primitiva come le persecuzioni anticristiane di quella contemporanea non possono riuscire per essa che a titolo di gloria. […] Cristo, infatti, cammina tuttora con Pietro sulle onde oscillanti e quindi vale anche per i successori di questo la parola: «Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam, et portae inferi non praevalebunt adversum eam». 



* * *


Attendiamo, dunque, con sicura speranza il trionfo di quei due Cuori – il Sacro Cuore di Gesù e il Cuore immacolato di Maria - che, quasi a guisa dei due olivi e delle due lampade dell'Apocalisse (11, 4), sono sorti sull'orizzonte del mondo per accendere una luce serena sullo scenario buio della storia umana, che aspetta il luminoso mattino di una novella civiltà dell'amore.


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