Papa Benedetto XVI al Bundestag nel 2011 la poltica senza Dio è una 'banda di briganti'

 

Al parlamento federale tedesco il pontefice denuncia i mali di una società che vuole fare a meno di Dio. Il solo possibile fondamento di una società veramente civile, dice il Santo Padre, è l'apertura alla religione e al diritto naturale. L'alternativa, ribadisce il Papa nella terra del nazismo, è il totalitarismo del potere senza diritto dove trionfa l'ingiustizia.

Papa Benedetto XVI al Bundestag

Fedele allo scopo che aveva indicato nell'intervento televisivo diffuso domenica scorsa, Papa Benedetto XVI nella prima giornata del suo viaggio in Germania, a Berlino, ha proposto un'analisi impietosa dei mali di una società senza Dio e ha indicato nell'apertura alla religione e nel diritto naturale i soli possibili fondamenti di una società veramente civile.

La diagnosi è stata ripetuta fin dalla cerimonia di accoglienza al Castello Bellevue: «Nei confronti della religione - ha detto il Papa - vediamo una crescente indifferenza nella società che, nelle sue decisioni, ritiene la questione della verità piuttosto come un ostacolo, e dà invece la priorità alle considerazioni utilitaristiche». Ma - ha aggiunto subito Benedetto XVI - senza una base comune forte di giustizia politica la società si disfa: «c'è bisogno di una base vincolante per la nostra convivenza, altrimenti ognuno vive solo seguendo il proprio individualismo. La religione è uno di questi fondamenti per una convivenza riuscita. "Come la religione ha bisogno della libertà, così anche la libertà ha bisogno della religione." Queste parole del grande vescovo e riformatore sociale Wilhelm von Ketteler [1811-1877, uno dei maestri della dottrina sociale della Chiesa nel secolo XIX], di cui si celebra quest'anno il secondo centenario della nascita, sono ancora attuali». Infatti, «la libertà ha bisogno di un legame originario ad un'istanza superiore. Il fatto che ci sono valori che non sono assolutamente manipolabili, è la vera garanzia della nostra libertà. Chi si sente obbligato al vero e al bene, subito sarà d'accordo con questo: la libertà si sviluppa solo nella responsabilità di fronte a un bene maggiore».

 

Il riferimento a von Ketteler - il cui pensiero ha anche contribuito alla formulazione, che il Papa ha voluto ricordare, di quel «principio di sussidiarietà [per cui] la società deve dare spazio sufficiente alle strutture più piccole per il loro sviluppo e, allo stesso tempo, deve essere di supporto, in modo che esse, un giorno, possano reggersi anche da sole» - ha introdotto la giornata di Benedetto XVI, che ha avuto al suo centro il discorso al Parlamento federale di Berlino e dunque il riferimento alla politica. Il fondamento della politica e del diritto è stato il tema di questo discorso, senz'altro destinato a prendere posto fra i più importanti del Pontificato.

 

Il Papa ha cominciato «con una piccola narrazione tratta dalla Sacra Scrittura. Nel Primo Libro dei Re si racconta che al giovane re Salomone, in occasione della sua intronizzazione, Dio concesse di avanzare una richiesta. Che cosa chiederà il giovane sovrano in questo momento importante? Successo, ricchezza, una lunga vita, l'eliminazione dei nemici? Nulla di tutto questo egli chiede. Domanda invece: "Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9). Con questo racconto la Bibbia vuole indicarci che cosa, in definitiva, deve essere importante per un politico»: «la volontà di attuare il diritto e l'intelligenza del diritto». Se la politica non è capace di distinguere il bene dal male, «si può aprire la strada alla contraffazione del diritto, alla distruzione della giustizia. "Togli il diritto – e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?" ha sentenziato una volta sant'Agostino [354-430]».

 

Il Pontefice ha utilizzato senza reticenze - in Germania, e a Berlino - l'esempio del nazionalsocialismo per mostrare che una politica che rifiuta di distinguere il bene da male e di fondarsi su un'istanza superiore della giustizia conduce alla catastrofe e all'ignominia. «Noi tedeschi sappiamo per nostra esperienza che queste parole non sono un vuoto spauracchio. Noi abbiamo sperimentato il separarsi del potere dal diritto, il porsi del potere contro il diritto, il suo calpestare il diritto, così che lo Stato era diventato lo strumento per la distruzione del diritto – era diventato una banda di briganti molto ben organizzata, che poteva minacciare il mondo intero e spingerlo sull'orlo del precipizio».

 

Nel suo incontro con i rappresentanti della comunità ebraica, Benedetto XVI - oltre a ribadire che il cammino di dialogo fra cattolici ed ebrei, definito nel suo contesto e nei suoi termini dal Concilio Ecumenico Vaticano II, è «irrevocabile» - ha voluto «richiamare alla memoria il pogrom della "notte dei cristalli" dal 9 al 10 novembre 1938. Pochi percepirono tutta la portata di tale atto di umano disprezzo come lo percepì il prevosto del Duomo di Berlino, [il beato] Bernhard Lichtenberg [1875-1943], che, dal pulpito della cattedrale di Sant'Edvige, gridò: "Fuori il Tempio è in fiamme - è anch'esso una casa di Dio"». «Il regime di terrore del nazionalsocialismo - ha commentato il Papa - si fondava su un mito razzista, di cui faceva parte il rifiuto del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, del Dio di Gesù Cristo e delle persone credenti in Lui. L'"onnipotente" Adolf Hitler [1889-1945] era un idolo pagano, che voleva porsi come sostituto del Dio biblico, Creatore e Padre di tutti gli uomini». Le conseguenze di questa idolatria non riguardano solo Hitler, ma la politica e la storia dell'Europa in genere. «Con il rifiuto del rispetto per questo Dio unico si perde sempre anche il rispetto per la dignità dell'uomo. Di che cosa sia capace l'uomo che rifiuta Dio e quale volto possa assumere un popolo nel "no" a tale Dio, l'hanno rivelato le orribili immagini provenienti dai campi di concentramento alla fine della guerra».

 

Tornando al memorabile discorso al Parlamento Federale, il Papa ha ricordato come dopo il nazismo i tedeschi si posero con particolare inquietudine la questione di quali leggi fossero giuste e dovessero essere obbedite. Non basta che una legge sia scritta nei codici - le leggi naziste lo erano - perché possa essere considerata giusta. Ma la questione è viva ancora oggi: «Come riconosciamo che cosa è giusto? Come possiamo distinguere tra il bene e il male, tra il vero diritto e il diritto solo apparente?». Si potrebbe rispondere: è giusta la legge che ha ricevuto i voti della maggioranza dei parlamentari. Ma - non dimenticando che lo stesso Hitler andò originariamente al potere tramite regolari elezioni – Benedetto XVI ribadisce che il voto di una maggioranza in Parlamento non può essere il criterio ultimo che garantisce la giustizia. «In gran parte della materia da regolare giuridicamente, quello della maggioranza può essere un criterio sufficiente. Ma è evidente che nelle questioni fondamentali del diritto, nelle quali è in gioco la dignità dell'uomo e dell'umanità, il principio maggioritario non basta: nel processo di formazione del diritto, ogni persona che ha responsabilità deve cercare lei stessa i criteri del proprio orientamento».

 

Che le leggi di Hitler fossero ingiuste oggi è evidente a molti. «Ma nelle decisioni di un politico democratico, la domanda su che cosa ora corrisponda alla legge della verità, che cosa sia veramente giusto e possa diventare legge non è altrettanto evidente. Ciò che in riferimento alle fondamentali questioni antropologiche sia la cosa giusta e possa diventare diritto vigente, oggi non è affatto evidente di per sé». Un tempo, la risposta prevalente è che giusta era la legge umana che non contraddiceva la legge di Dio. «Nella storia, gli ordinamenti giuridici sono stati quasi sempre motivati in modo religioso: sulla base di un riferimento alla Divinità si decide ciò che tra gli uomini è giusto».

 

Ma attenzione: il cristianesimo non ha mai inteso le legge divina come l'islam intende la shari'a, cioè come un diritto rivelato che il diritto dello Stato deve semplicemente riprodurre. Senza citare per nome l'islam - ma il riferimento implicito è evidente -, il Papa ha ricordato che «contrariamente ad altre grandi religioni, il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto», attingendo alla tradizione filosofica greca e al diritto romano. Da questo incontro – che era già stato al centro del famoso discorso tenuto da Benedetto XVI a Ratisbona il 12 settembre 2006 - «è nata - ha ricordato il Papa – la cultura giuridica occidentale, che è stata ed è tuttora di un'importanza determinante per la cultura giuridica dell'umanità». L'Occidente nasce dalla scelta del cristianesimo di non proporre o imporre un «diritto religioso» ma di mettersi «dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione».

 

Grazie a questa scelta, alla domanda su quale legge sia giusta almeno fino al secolo XX la maggioranza dei giuristi occidentali ha risposto che giusta è la legge conforme al diritto naturale, un diritto che può essere riconosciuto dalla ragione a prescindere dalla fede religiosa di ciascuno. Ma, ha detto il Papa, «nell'ultimo mezzo secolo è avvenuto un drammatico cambiamento della situazione. L'idea del diritto naturale è considerata oggi una dottrina cattolica piuttosto singolare, su cui non varrebbe la pena discutere al di fuori dell'ambito cattolico, così che quasi ci si vergogna di menzionarne anche soltanto il termine». Com'è stato possibile questo? Il Papa ne ha attribuito la responsabilità al positivismo giuridico di cui è stato principale teorico Hans Kelsen (1881-1973), e alla sua «tesi secondo cui tra l'essere e il dover essere ci sarebbe un abisso insormontabile. Dall'essere non potrebbe derivare un dovere, perché si tratterebbe di due ambiti assolutamente diversi».

 

Intendiamoci, ha detto il Papa: la nozione positivista della natura e della ragione, «che comprende la natura in modo puramente funzionale, così come le scienze naturali la spiegano» e afferma che «ciò che non è verificabile o falsificabile non rientra nell'ambito della ragione nel senso stretto» ha contribuito al progresso delle scienze e delle tecniche. In questo senso il Papa ha detto, aprendo un dialogo con chi ha una certa visione della scienza, che «il concetto positivista di natura e ragione, la visione positivista del mondo è nel suo insieme una parte grandiosa della conoscenza umana e della capacità umana». Ma è una visione che ha un problema: implica che «l'ethos e la religione devono essere assegnati all'ambito del soggettivo e cadono fuori dall'ambito della ragione nel senso stretto della parola. Dove vige il dominio esclusivo della ragione positivista - e ciò è in gran parte il caso nella nostra coscienza pubblica - le fonti classiche di conoscenza dell'ethos e del diritto sono messe fuori gioco. Questa è una situazione drammatica che interessa tutti e su cui è necessaria una discussione pubblica». Per quanto abbia contribuito allo sviluppo scientifico, quella positivista «nel suo insieme non è una cultura che corrisponda e sia sufficiente all'essere uomini in tutta la sua ampiezza. Dove la ragione positivista si ritiene come la sola cultura sufficiente, relegando tutte le altre realtà culturali allo stato di sottoculture, essa riduce l'uomo, anzi, minaccia la sua umanità. Lo dico proprio in vista dell'Europa, in cui vasti ambienti cercano di riconoscere solo il positivismo come cultura comune e come fondamento comune per la formazione del diritto, mentre tutte le altre convinzioni e gli altri valori della nostra cultura vengono ridotti allo stato di una sottocultura».

 

Ma questa ragione positivista «assomiglia agli edifici di cemento armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce da soli e non vogliamo più ricevere ambedue le cose dal mondo vasto di Dio». Dobbiamo invece, ha spiegato il Pontefice, «tornare a spalancare le finestre». Consapevole di avventurarsi su un terreno molto polemico in Germania, Benedetto XVI ha affermato che «la comparsa del movimento ecologico nella politica tedesca a partire dagli anni Settanta, pur non avendo forse spalancato finestre, tuttavia è stata e rimane un grido che anela all'aria fresca, un grido che non si può ignorare né accantonare, perché vi si intravede troppa irrazionalità». Con tutti i suoi limiti, l'ecologismo tanto popolare in Germania è di per sé un'ammissione che – al di là del formalismo del positivismo giuridico – esiste una realtà, una natura di cui le leggi devono tenere conto, mostrandosi come leggi ingiuste se non lo fanno.

 

Ma quando si parla di ecologia occorre subito «affrontare con forza ancora un punto che oggi come ieri viene largamente trascurato: esiste anche un'ecologia dell'uomo. Anche l'uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L'uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L'uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli ascolta la natura, la rispetta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana». Anche l'uomo ha una natura, su cui si fonda il diritto naturale, e anche la legge che non rispetta la natura dell'uomo è ingiusta.

 

Citando ancora «il grande teorico del positivismo giuridico», il Papa ha ricordato che «Kelsen, all'età di 84 anni - nel 1965 - abbandonò il dualismo di essere e dover essere. Aveva detto che le norme possono derivare solo dalla volontà. Di conseguenza, la natura potrebbe racchiudere in sé delle norme solo se una volontà avesse messo in essa queste norme. Ciò, d'altra parte, presupporrebbe un Dio creatore, la cui volontà si è inserita nella natura. "Discutere sulla verità di questa fede è una cosa assolutamente vana", egli nota a proposito Lo è veramente? - vorrei domandare. È veramente privo di senso riflettere se la ragione oggettiva che si manifesta nella natura non presupponga una Ragione creativa, un Creator Spiritus?».

 

Un non credente potrebbe rispondere che sì, parlare di Dio è privo di senso. Ma anche lui, ha affermato Benedetto XVI, dovrebbe prendere in esame «il patrimonio culturale dell'Europa. Sulla base della convinzione circa l'esistenza di un Dio creatore sono state sviluppate l'idea dei diritti umani, l'idea dell'uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza dell'inviolabilità della dignità umana in ogni singola persona e la consapevolezza della responsabilità degli uomini per il loro agire. Queste conoscenze della ragione costituiscono la nostra memoria culturale. Ignorarla o considerarla come mero passato sarebbe un'amputazione della nostra cultura nel suo insieme e la priverebbe della sua interezza». «La cultura dell'Europa – ha aggiunto il Papa tornando a una sorta di sintesi del discorso di Ratisbona del 2006 – è nata dall'incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma – dall'incontro tra la fede in Dio di Israele, la ragione filosofica dei Greci e il pensiero giuridico di Roma. Questo triplice incontro forma l'intima identità dell'Europa».

 

Ma che ne è dei cattolici? Nella Messa all'Olympiastadion di Berlino il Pontefice si è mostrato consapevole del fatto che molti, anziché testimoniare per la Chiesa di fronte al relativismo, la contestano o in vari modi la feriscono dall'interno. «Nella parabola della vite – ha rilevato il Papa –, Gesù non dice: "Voi siete la vite", ma: "Io sono la vite, voi i tralci" (Gv 15,5)». Questa è la vera natura della Chiesa. «Alcuni guardano la Chiesa fermandosi al suo aspetto esteriore. Allora la Chiesa appare solo come una delle tante organizzazioni in una società democratica, secondo le cui norme e leggi, poi, deve essere giudicata e trattata anche una figura così difficile da comprendere come la "Chiesa"».

 

Se qualcuno considera la Chiesa un'organizzazione puramente umana, una qualunque associazione, allora «l'esperienza dolorosa che nella Chiesa ci sono pesci buoni e cattivi, grano e zizzania» rischia d'indurre ad abbandonarla. È un tema che, con riferimento allo scandalo dei preti pedofili, Benedetto XVI aveva anticipato ai giornalisti nel volo aereo verso Berlino. Parlando dei tedeschi che a causa dello scandalo hanno lasciato la Chiesa Cattolica il Papa ha detto: «Posso capire che in vista di tali informazioni, soprattutto se sono vicini a persone proprie, uno dice: questa non è più la mia Chiesa». Ma di questi abbandoni «generalmente le motivazioni sono molteplici nel contesto della secolarizzazione della nostra società. Penso che di solito queste uscite sono l'ultimo passo in una lunga catena di allontanamento dalla Chiesa. Mi sembra importante in questo contesto domandarsi "perché sono nella Chiesa". Sono nella Chiesa come in una associazione sportiva, in una associazione culturale, dove ho i miei interessi e se non trovano più risposta esco, o essere Chiesa è una cosa più profonda? Io direi che sarebbe più importante conoscere che essere nella Chiesa non è essere in qualche associazione ma essere nella rete del Signore, nella quale tira pesci buoni e cattivi, dalle acque della morte alla terra della vita. Può darsi che in questa rete sono proprio accanto a pesci cattivi e sento questo, ma rimane vero che non ci sono per questi o questi altri ma ci sono perché è la rete del Signore, ed è una cosa diversa da tutte le altre associazioni umane, una che tocca tutto il fondamento del mio essere».

 

È perché non si comprende questo - ha aggiunto il Papa nell'omelia all'Olympiastadion - che, anche al di là del caso specifico della pedofilia, «insoddisfazione e malcontento vanno diffondendosi, se non si vedono realizzate le proprie idee superficiali ed erronee di "Chiesa" e i propri "sogni di Chiesa"». S'insegue il tempo presente, senza accorgersi che è un «tempo di inquietudine e di qualunquismo, in cui così tanta gente perde l'orientamento e il sostegno; in cui la fedeltà dell'amore nel matrimonio e nell'amicizia è diventata così fragile e di breve durata».

 

Ai cattolici il Papa è venuto a ricordare che «rimanere in Cristo significa […] rimanere anche nella Chiesa». «La Chiesa come "la pienezza e il completamento del Redentore" ([venerabile] Pio XII [1876-1958], Mystici corporis, AAS 35 [1943] p. 230: "plenitudo et complementum Redemptoris") è per noi pegno della vita divina e mediatrice dei frutti di cui parla la parabola della vite. La Chiesa è il dono più bello di Dio. Pertanto, dice anche S. Agostino: "Ognuno possiede lo Spirito Santo nella misura in cui ama la Chiesa di Cristo" (In Ioan. Ev. tract. 32, 8 [PL 35, 1646])». Il Papa è venuto in Germania a ricordare che «Dio non vuole ciò che è arido, morto, artificiale, che alla fine è gettato via, ma vuole le cose feconde e vive, la vita in abbondanza». Ma questo annuncio può essere efficace solo se è proclamato «con la Chiesa e nella Chiesa».

 

 

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