Papa Francesco, Fatima e la guerra in Ucraina

27 Aprile 2022

 

Dopo aver ricordato che nessuno può cantare vittoria su un cumulo di macerie, papa Francesco ha ribadito che la guerra distrugge sia i vincitori sia i vinti. Sono le posizioni della scuola realista delle relazioni internazionali: la guerra può essere legittima, ma è «una forma di fallimento morale», scrisse ad esempio George Kennan.

 

«Il Papa non è mai stato un pacifista tolstojano. A Lev Tolstoj ha sempre preferito Fëdor Dostoevskij, un autore che mostra l'aspetto tragico della realtà. La mia impressione, però, è che la guerra abbia dissolto definitivamente l'utopia della fratellanza umana, esposta nell'enciclica Fratelli tutti».

 

Vede un cambio di prospettiva?

 

«La guerra è come la morte. È una parte ineliminabile del destino dell'uomo. L'idea di una fraternità universale è assente dal Vangelo e non è un valore cristiano».

 

Ma Cristo ci chiese di amarci gli uni gli altri.

 

«Quello è un invito alla carità soprannaturale, che ha il suo fondamento nella grazia e nella verità. Papa Francesco è stato immerso, direi, in un bagno di tragico realismo. A mio parere, sta vivendo il tramonto del suo Pontificato».

 

Addirittura?

 

«Non mi riferisco alle sue condizioni fisiche, ma al fallimento di un progetto pastorale in cui aveva impegnato tutte le sue energie. Il mancato incontro con il patriarca Kirill è una simbolica espressione di questo fallimento».

 

Spendendosi alacremente per una soluzione diplomatica del conflitto in Ucraina, però, ha mostrato coraggio e autorevolezza. O pensa che la sua sia stata arrendevolezza nei confronti degli invasori?

 

«Il capo della diplomazia vaticana, il cardinale Pietro Parolin, ha affermato che il diritto a difendere il proprio popolo e il proprio Paese comporta talvolta anche il triste ricorso alle armi. Credo che sia questa oggi la posizione del Papa».

 

Dunque, per la Chiesa esistono guerre giuste?

 

«Certamente. Sono le guerre che si affrontano per necessità, affinché Dio ci liberi da uno stato di ingiustizia e ci conservi nella pace. La guerra può essere "giusta" se è giusta la pace a cui tende».

 

Quali sono i criteri indicati dal Magistero?

 

«Una guerra è lecita quando è condotta da una autorità legittima, per difendersi da una aggressione ingiusta e attuale.  Il Catechismo di Giovanni Paolo II, al n. 2309, stabilisce queste condizioni: a) tutti gli altri mezzi per porre fine all'aggressione devono rivelarsi impraticabili o inefficaci; b) l'aggressore non deve essere danneggiato più del necessario; c) la guerra difensiva deve avere probabilità di successo e non mettere in gioco beni superiori a quelli che si vogliono tutelare».

 

La strategia del Papa è conforme al Magistero? O, come insinua qualcuno, è solo figlia del suo istintivo antiamericanismo?

 

«Il Papa, che prima di essere Francesco, fu il militante peronista Jorge Mario Bergoglio, è certamente un avversario dell'impero americano. Ma non vedo traccia di antiamericanismo nella posizione che ha attualmente preso».

 

La sinistra, inclusa quella atlantista, che comunque lo considerava un alleato, pare delusa.

 

«In realtà, l'abbandono di papa Francesco da parte di un certo establishment progressista risale almeno a un anno fa, dopo che il sinodo amazzonico non ha portato i risultati sperati: il superamento del celibato dei preti e il sacerdozio femminile. Forse, troppo frettolosamente la sinistra aveva identificato Bergoglio come il proprio leader mondiale. È un dato di fatto che non abbia realizzato il progetto della sinistra internazionale».

 

A proposito di America: più volte gli Stati Uniti hanno agito in modo di sabotare il dialogo.

 

«In pace, come in guerra, ogni potenza fa i suoi interessi. La guerra in Ucraina è una proxy war, che ricorda quella tra Stati Uniti e Unione Sovietica nella penisola coreana, tra il 1950 e il 1953. Allora i sovietici si servirono degli eserciti della Corea del Nord e della Cina maoista per promuovere la propria volontà di espansione in Asia orientale. Qui invece non è la Russia ad avvalersi della Cina, ma la Cina che cerca di trarre il massimo vantaggio dal conflitto. Ed è la Cina, non la Russia, a mio parere, il reale antagonista della Casa Bianca».

 

Francesco teme che il conflitto regionale in Ucraina sia il proscenio del confronto tra Usa e Russia. È la «terza guerra mondiale a pezzi», di cui il Papa parla dal 2014?

 

«Ciò che sta accadendo realizza esattamente quello scenario. La "globalità" della guerra non sta tanto nell'intensità della lotta, o nel passaggio dalla guerra convenzionale a quella nucleare; sta nella sua estensione mondiale. È infatti probabile che nuovi fronti bellici si aprano nel Caucaso e lungo la linea geopolitica euroasiatica che, dalla Russia, conduce fino alla Cina».

 

E l'Africa? Se mancano pane e materie prime, lì si muore di fame, scoppiano altre guerre e s'innesca l'ennesima bomba migratoria.

 

«Senz'altro. La dimensione militare rischia di congiungersi con quella della scarsità di cibo più che in passato».

 

In un'intervista al quotidiano argentino La Nación, Bergoglio ha replicato a chi gli rinfacciava di non aver mai condannato Vladimir Putin: «Un Papa non nomina mai un capo di Stato».

 

«Francesco ha ragione. Pio XI e Pio XII condannarono il nazismo e il comunismo, ma non nominarono mai direttamente Adolf Hitler e Iosif Stalin. Il Papa però ha esplicitamente condannato l'aggressione subita dal popolo ucraino e nessuno ignora l'autore dell'aggressione. E ha baciato la bandiera ucraina, mi sembra, non quella russa…».

 

Poi, se l'obiettivo è arrivare a una trattativa, non giova dare del «maiale» al presidente russo, come ha fatto Luigi Di Maio. No?

 

«Esternazioni come quella del ministro Di Maio sono improprie per un uomo politico e dimostrano una certa immaturità. Definire Putin un criminale, o un pazzo, significa credere che l'invasione dell'Ucraina sia frutto di una deformazione mentale».

 

Non lo è?

 

«La guerra di Putin è una scelta razionale che va inquadrata in una vasta geofilosofia della storia. Il progetto di Putin non è solo quello di conquistare il Donbass o l'Ucraina del Sud, ma di opporre all'Occidente, che considera intrinsecamente corrotto, la sua visione poststalinista della "Terza Roma". Bisognerebbe leggere Aleksandr Dugin e Ivan Ilyn per comprenderlo».

 

È stato giusto far percorrere la XIII stazione della Via crucis del Venerdì santo a una donna russa e a una ucraina?

 

«Non ci ho visto nulla di scandaloso. Oltretutto la stazione si è svolta in silenzio. Nessuna parola inopportuna è stata pronunciata».

 

Nell'Est, non tutta la Chiesa cattolica ha apprezzato. Qui in Occidente, c'è consenso unanime attorno alla condotta di Francesco?

 

«Ci sono sicuramente linee di faglia, che però nascono anche da una difficoltà di comprendere l'azione del Pontefice. Ci sono anche tentativi di strumentalizzazione».

 

Che ne pensa, ad esempio, del fatto che l'ambasciatore ucraino presso la Santa Sede abbia provato a mettere il cappello sulla rinuncia del Papa all'incontro con Kirill?

 

«Andrii Yurash, il nuovo ambasciatore dell'Ucraina presso la Santa Sede, di religione ortodossa, è un professore universitario, esperto di rapporti tra Stato e Chiesa, che svolge egregiamente la sua missione, facendo, come è ovvio gli interessi del suo Paese. Il Papa e la diplomazia vaticana dovrebbero avere una visione universale e trascendente delle vicende politiche del nostro tempo».

 

Qui invece voliamo bassi: ci sono concessioni territoriali e politiche a Putin che per la Santa Sede sarebbe moralmente lecito avallare?

 

«Non credo che spetti alla Santa Sede entrare in questi dettagli. Ciò che la Chiesa ha il dovere di ricordare sono i criteri di giustizia e carità su cui dovrebbero fondarsi i rapporti tra gli uomini in pace e in guerra. Oggi le leggi della convivenza civile, sia in pace che in guerra, vengono violate. Come si può meravigliare dei massacri ai danni popolazione ucraina chi avalla il massacro sistematico di quell'omicidio di Stato che è l'aborto?».

 

Ci sono state altre gravissime crisi internazionali in cui il Papato ha offerto un contributo decisivo all'allontanamento di pericolose escalation: basti pensare ai missili di Cuba. Francesco è chiamato a un'impresa simile?

 

«Benedetto XV si impegnò intensamente sul piano diplomatico per porre fine alla Prima guerra mondiale, che definì una "inutile strage". Purtroppo senza successo. È giusto che la Chiesa cerchi di offrire il suo contributo alla pace attraverso la via diplomatica. Ma più importante ancora è che, attraverso il suo Magistero, indiche le condizioni per costruire una vera pace».

 

Che può passare anche dalla consacrazione di Russia e Ucraina al Cuore Immacolato di Maria?

 

«Ricordo che la Madonna chiese a Fatima la consacrazione della Russia al suo Cuore Immacolato. Questa consacrazione, per oltre un secolo, è stata disattesa».

 

Sì?

 

«Francesco sembrava il Papa meno adeguato a compiere questo atto, anche perché non lo fece quando si recò a Fatima il 12 e 13 maggio 2017, ma il 25 marzo ha inaspettatamente esaudito la richiesta del messaggio di Fatima».

 

Che significato ha questo gesto?

 

«Ha una grande portata storica e conferma che l'ora del compimento della profezia di Fatima si avvicina».

 

Si spieghi.

 

«A causa dell'impenitenza dell'umanità, la Madonna annuncia a Fatima che "diverse nazioni saranno annientate": una terribile predizione, sia pure condizionata, perché la conversione potrebbe evitare questo castigo. Ma ciò che non è condizionato, ed è irreversibile, è la promessa di Maria».

 

Cioè?

 

«Il trionfo finale del Cuore Immacolato. Questa promessa deve riempire di speranza il cuore di ogni cattolico».

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