III Domenica di Avvento

 

Nella terza delle quattro domeniche di Avvento la Chiesa nel clima liturgico c'invita alla gioia di chi crede e spera nel Paradiso. L'Avvento è un tempo di attesa della venuta del Signore e la Chiesa ci concede oggi di ravvivare la gioia di chi crede, spera e ama certo che nessun gesto di amore andrà perduto.

In effetti tutto l'Avvento è un tempo di gioia, perché in esso si prepara la venuta sacramentale nella Confessione, Comunione e Carità del Salvatore, e preparare la venuta di una persona amata e generosa, è sempre un motivo di gioia. E chi è più amato, più amabile del Signore Gesù che alla morte del corpo la nostra anima si troverà faccia a faccia sola nell'amore con Lui? Chi nella vita è più generoso di lui il cui amore, pentiti nella colpa, è più grande di ogni peccato? Perciò quanto è importante che la gioia di fede e speranza entri a far parte dell'atmosfera spirituale dell'Avvento e che nella terza della quattro domeniche diventi il tema principale della liturgia.

Così le prime due letture c'invitano alla gioia. IL Vangelo invece richiama l'altro aspetto dell'Avvento: quello della conversione e dell'attesa della venuta del Salvatore nella confessione e comunione natalizia, annunciato da Giovanni Battista.

La prima lettura è un invito insistente alla gioia. Il brano inizia con l'espressione: anche nelle tribolazioni, con la fede, la speranza e la carità "Gioisci, figlia di Sion, esulta Israele", che è simile a quella dell'Annunciazione: "Rallegrati, piena di grazia" (Lc 1,28) anche se una spada trafiggerà la tua anima.

Questa somiglianza ci suggerisce di volere in noi, anche provati, la gioia di Maria. Maria è la figlia di Sion che invitata a gioire, a rallegrarsi anche se una spada trafiggerà la sua anima. Perché? Perché viene la salvezza, l'unica salvezza nella storia, viene il Salvatore in vari momenti. Accogliamo anche noi, ravvivando fede, speranza e carità, la gioia di Maria: una gioia di salvezza, una gioia che viene dal perdono, nella confessione natalizia, perdono portato da Gesù, perdono che si estende a tutti i rapporti. Dice il profeta cioè chi, anche in questo momento, fa risuonare Dio che parla: "Il Signore ha revocato la tua condanna. Ha disperso il tuo nemico. Re d'Israele è il Signore in mezzo a te, tu non vedrai più la sventura". Quindi con il perdono nella Confessione natalizia non c'è nessun motivo di sfiducia in vita e in morte del corpo, di scoraggiamento, di tristezza, ma tutto, anche le debolezze, sono motivo di gioia, perché "il Signore tuo Dio sacramentalmente nella tua Chiesa in mezzo a te è un salvatore potente".

Il profeta fa capire che questa gioia è reciproca: noi, pentiti del male commesso, siamo invitati a rallegrarci nel perdono, ma anche il Signore si rallegrerà per la sua relazione sacramentale di perdono con noi: "Esulterà di gioia per te perdonato, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia, come nei giorni festa".

Pertanto oggi, terza delle quattro domeniche, siamo invitati alla gioia, unendoci a Maria e Gesù. Non dobbiamo avere nessun motivo di tristezza anche con mancanze e tribolati, perché con il Signore a Natale viene a portarci la salvezza con la consapevolezza di fiducia e speranza. Per noi battezzati, cristiani, anche le prove della vita in famiglia e nella società diventano occasione di gioia, perfino di beatitudine di morire nel Signore. L'apostolo Pietro scrive: "Nella misura in cui partecipate alle sofferenze non piccole di Cristo, rallegratevi, perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare" (1 Pt 4,13). E nel Vangelo il Signore chiama beati i poveri, gli afflitti, le persone che sono oppresse (Mt 5,1-12).

Nella seconda lettura, Paolo, dal carcere, invita i Filippesi, i suoi "cari" Filippesi, a rallegrarsi nel Signore: "Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi". Perché bisogna rallegrarsi in queste situazioni drammatiche? Perché "il Signore è vicino!" (Fil 4,7). Tra non molti giorni, sabato 25 dicembre, celebreremo il Natale, la festa della venuta sacramentale di nostro Signore, che 2021 anni fa si è fatto bambino e nostro fratello per stare sacramentalmente sempre con noi. Dobbiamo rallegrarci per questa sua vicinanza in vita, in morte, oggi da risorto.

Non c'è nessuna circostanza, eccetto il peccato, che ci possa allontanare da Lui. Solo il peccato non perdonato è un momento terribile di separazione, che noi stessi con il nostro libero-arbitrio imponiamo a Lui; altrimenti, egli ci è sempre vicino. E anche quando abbiamo peccato, egli continua a esserci vicino con la sua misericordia, con la sua disponibilità a perdonare: ma guai a noi col peccato mortale non confessarci, coi peccati veniali con l'atto penitenziale all'inizio della messa non lasciarci perdonare.

Perciò, dice Paolo, tranne che nel peccato mortale non dobbiamo angustiarci per nulla, ma possiamo sempre esporre al Signore le nostre richieste, le nostre necessità, le nostre preoccupazioni, "con preghiere e suppliche". La consapevolezza di questo è un grande motivo di gioia: sapere che è sempre possibile pregare Il Signore; sapere che egli non respinge mai le nostre preghiere.

E l'Apostolo aggiunge: "con ringraziamenti". Chi accoglie i doni di Dio in modo egoistico, non trova la vera gioia. Ma chi trae occasione dei doni ricevuti ogni giorno da Dio per amarlo con sincera gratitudine e per comunicare agli altri il suo amore, la sua riconoscenza, questi è veramente pieno di gioia anche tribolato. Pace e gioia vanno insieme e il vangelo di oggi c'invia a proseguire nel cammino di preparazione al Natale. "Che cosa dobbiamo fare?" (Lc 3,10.12.14). Cose semplici. La prima risposta è rivolta alla folla in generale. Il Battista dice: "Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto" (v.11). Qui possiamo vedere un criterio di giustizia, animato dalla carità. La giustizia chiede di superare lo squilibrio tra chi ha il superfluo e chi manca del necessario; la carità spinge ad essere attento all'altro e ad andare incontro al bisogno soprattutto se abbiamo più del necessario. Invece di trovare giustificazioni per difendere i propri interessi. Giustizia e carità non si oppongono, ma sono entrambe necessarie e si completano a vicenda. "L'amore sarà sempre necessario, anche nella società più giusta", perché "sempre ci saranno situazioni di necessità materiale nelle quali è indispensabile un aiuto nella linea di un concreto amore per il prossimo" (Deus caritas est, 28).

E poi vediamo la seconda risposta, che è diretta ad alcuni "pubblicani", cioè esattori delle tasse per contro dei Romani. Già per questo i pubblicani erano disprezzati, e anche perché spesso approfittavano della loro posizione per rubare. Ad essi il Battista non dice di cambiare mestiere, ma di non esigere nulla di più di quanto è stato fissato (v.13). Il profeta, a nome di Dio, non chiede gesti eccezionali, ma anzitutto il compimento del proprio dovere.

Il primo passo verso la vita eterna è sempre l'osservanza dei comandamenti; in questo caso il settimo: "Non rubare" (Es 20,15).

La terza risposta riguarda i soldati, un'altra categoria dotata di un certo potere, e quindi tentati di abusarne. Ai soldati Giovanni dice: "Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe" (v. 14). Anche qui, la conversione comincia dall'onestà e dal rispetto degli altri: un'indicazione che vale per tutti, soprattutto per chi ha maggiori responsabilità.

Colpisce la grande concretezza delle parole di Giovanni: dal momento che Dio ci giudicherà secondo le nostre opere, è lì, nei comportamenti, che bisogna di mostrare di seguire la sua volontà. E proprio per questo le indicazioni del Battista sono sempre attuali: anche nel nostro mondo così complesso, le cose andrebbero molto meglio se ciascuno osservasse queste regole di condotta con gioia. Che la Madre della gioia e della pace ci aiuti.

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