Italiani impauriti, pronti alla seconda ondata. Ma, numeri alla mano, le restrizioni sono abnormi

"Italiani impauriti, pronti alla seconda ondata: otto su dieci favorevoli all'obbligo della mascherina ovunque". Questo il titolo con il quale il Censis presenta i risultati di un'indagine su come è cambiato il lavoro sul Covi-19. Segue una lettera di Alessandro Martinetti che offre punti di riflessione. Qui nella Casa di riposo di Negrar è giunta la proibizione anche della visita di mezzora alla settimana di un familiare.

Aldo Maria Valli in "Duc in altum" 16 ottobre2020  

O mascherina o multa, anche sul lavoro: gli italiani dicono sì. Gli italiani d'accordo con l'obbligo della mascherina da indossare ovunque sono l'80% del totale (il dato sale all'86% tra le donne). Più favorevoli al Centro (85,6%) e al Sud (83,1%), meno al Nord-Ovest (78%) e al Nord-Est (71,6%). In particolare, tre lavoratori su quattro vogliono mascherine obbligatorie ovunque, anche in azienda, pena un'ammenda per i contravventori. Più favorevoli sono i dirigenti (84,2%) e i laureati (80,7%).


Questi sono alcuni dei risultati dell'instant report Censis-Eudaimon «Lavorare durante e dopo il Covid-19: perché è importante il welfare aziendale», realizzato dal Censis in collaborazione con Eudaimon (www.eudaimon.it), leader nei servizi per il welfare aziendale, con il contributo di Credem, Edison e Michelin.


Pronti alla seconda ondata


L'83,7% degli italiani è pronto ad affrontare l'emergenza sanitaria e le restrizioni a cui da tempo si preparavano. Per il 66,1% la propria Regione è pronta (il dato aumenta all'83,2% nel Nord-Est e scende al 65,1% nel Sud e nelle isole, al 64,4% nel Centro, al 56,4% nel Nord-Ovest). Per il 55,1% il Governo è pronto (il 54,1% tra i giovani, il 62,8% tra gli anziani). E per il 63,1% dei lavoratori è pronta la propria azienda (il 70,9% tra i dirigenti, il 62,8% tra gli impiegati, il 68,5% tra gli operai). Paura sì, ma stavolta niente «effetto sorpresa» dal virus. Alla seconda ondata gli italiani si sono preparati psicologicamente e materialmente, anche dentro le aziende.


Ma non è più il lavoro di prima del Covid-19


È già chiaro che a causa dell'emergenza sanitaria il lavoro è cambiato per sempre. Lo pensa quasi la metà degli occupati (il 45,9%), in particolare i millennial (57,3%) e gli operai (52%). Secondo il 44,3% sono aumentati la fatica e lo stress. L'autonomia negli impegni e negli orari di lavoro è rimasta però la stessa secondo la maggioranza (63,7%), mentre è peggiorata solo per il 18,2% (al contrario, è aumentata per il 18%). Ma per il 25,3% degli occupati adesso è più complicato conciliare lavoro, famiglia e tempo libero (per il 54,6% la conciliazione è rimasta complicata come prima, solo per il 20,1% è migliorata).


Molto meglio lavorare da casa


Il 24,4% degli occupati ha sperimentato forme di lavoro da remoto: il 34,8% tra i dirigenti, il 27,2% tra gli impiegati, solo l'11,3% tra gli operai. La conciliazione di lavoro, vita familiare e tempo libero è migliorata molto di più per gli smart worker che per i lavoratori costretti alla presenza fisica: il 41,6% dei primi contro solo il 13,1% dei secondi. In particolare, per il 44% di chi lavora a distanza è migliorata la gestione dei figli: una percentuale che crolla al 15,1% tra chi non lavora da remoto. Rispetto al periodo pre-Covid, per il 24% degli smart worker è migliorato in generale il proprio lavoro, ma la pensa così solo il 7,6% di chi non lavora da remoto.


Lavorare insieme, nonostante le condizioni diversificate


Per il 46,1% dei lavoratori (il 59,5% dei dirigenti, il 44,8% degli impiegati, il 45,7% degli operai) l'emergenza sanitaria ha complicato ulteriormente la vita familiare e ha differenziato profondamente le condizioni di lavoro nelle aziende. Ecco la sfida che il Covid-19 ha lanciato alle aziende: riuscire a far cooperare persone con situazioni di lavoro e di vita personale diversissime tra loro. Il valore aumentato del welfare aziendale emergerà da questa sfida: garantire servizi adeguati a condizioni personali e lavorative molto diverse, intercettando i bisogni di ciascuno e fornendogli i servizi necessari. Riducendo così lo stress e le tensioni, e migliorando la qualità della vita di tutti.


Fonte: Censis


***


Caro dottor Valli, il regime autoritario sotto mentite spoglie democratiche che martoria a proprio piacimento l'Italia s'è inventato – come ampiamento previsto – la "seconda ondata" del Covid, ottimo pretesto per martoriare vieppiù gli italiani (i quali, peraltro, come rane bollite, paiono non essersi ancora accorti della calamitosa truffa perpetrata a loro costernazione).


Tra chi presenta un tampone positivo, il 50-60% è totalmente asintomatico, cioè non è malato, non ha il Covid (ma il regime s'è inventato la malattia dell'asintomaticità, ignota ai manuali di medicina). Il 35-40% è paucisintomatico, cioè ha pochi sintomi, niente più di una blanda sindrome similinfluenzale. Solo il 5% circa ha sintomi più rilevanti, ma il regime pare ignorare che oggi il Covid, numericamente quasi estinto, si cura benissimo (idrossiclorochina, corticosteroidi, eparina, plasmaferesi).


Si consideri inoltre che dei debolmente positivi (cioè circa il 95% dei positivi al tampone) solo il 3% circa trasmette il contagio.


Numeri alla mano, dovrebbe essere evidente che le restrizioni di regime (che preludono a un nuovo lockdown natalizio) sono follemente abnormi rispetto alla reale entità della minaccia in essere, e che il Covid oggi è nient'altro che un comodo pretesto per perpetuare una spietata politica del terrore a desolazione morale e materiale del Paese.


Anziché procedere con un altro lockdown, il regime dovrebbe applicare le elementari regole della profilassi medica, cioè limitarsi a riguardare con debite cautele le persone a rischio, ossia gli anziani immunodepressi e con gravi patologie pregresse o in atto, le sole per le quali il Covid possa presentare ancora rilevanza clinica.

Alessandro Martinetti


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