Università d'Estate della Fondazione Lepanto I fondamenti dell'etica

Il Prof. Roberto de Mattei ha proposto un bilancio di questa settima edizione dell’Università d’Estate:” Ciò che muove tutti noi è l’amore per la Verità, che è l’oggetto primo della nostra intelligenza ha detto -. Oggi intorno a noi l’intelligenza di molti è atrofizzata e prevalgono spesso sentimenti e passioni disordinate”.
Mauro Faverzani in “Corrispondenza Romana” 30/7/2020
Non c’è Coronavirus che tenga: anche quest’anno l’Università d’Estate, promossa da Fondazione Lepanto, non solo ha avuto regolarmente luogo nonostante l’emergenza Covid, ma si è rivelata addirittura un grande successo, poiché la formula online, obbligata dalle limitazioni ancora vigenti, ha fatto aumentare significativamente il numero delle iscrizioni, consentendo la partecipazione anche a coloro che magari non ne avrebbero avuto l’opportunità, qualora si fosse svolta in presenza. Circa 500 le persone in collegamento, peraltro da tutto il mondo: Stati Uniti, Germania, Polonia, Lituania, Svizzera, Croazia, Brasile, Colombia, Cile, Portogallo, Tunisia…
Il direttore scientifico dell’Università d’Estate, il prof. Giovanni Turco, ha inquadrato il tema di questa settima edizione ovvero I fondamenti dell’Etica: principii, diagnosi, azione, evidenziando come «il nichilismo contemporaneo abbia la pretesa di giungere, mediante una prassi certamente rivoluzionaria, a identificare essere e nulla, rendendo fluido il reale». In quest’ottica è invece necessario riscoprire «il primato dell’essere e della normatività essenziale, cioè iscritta nella natura delle cose».
Parlando de L’Etica tra Rivoluzione e Controrivoluzione, il prof. Roberto de Mattei, presidente della Fondazione Lepanto, già docente di Storia moderna in varie Università italiane, ha chiarito innanzi tutto cosa si debba intendere col termine etica: essa «ricerca la norma suprema dell’agire umano e rimanda ad una sfera di leggi e di valori, che sono assoluti, in quanto agiscono indipendentemente dalle contingenze storiche, e universali, perché validi per ogni uomo, in ogni luogo ed in ogni tempo». Tali leggi e tali valori confluiscono in quella che «viene definita legge naturale», ch’è poi una legge «razionale, che l’uomo riconosce nel Creato». Essa ha un suo fondamento apodittico, quello cioè «di fare il bene e di evitare il male», il che azzera la teoria, errata, del «male minore». Il fine non giustifica mai i mezzi, se i mezzi sono cattivi ed illeciti.
«Male organizzato» sono, ad esempio, le rivoluzioni. Il prof. Plinio Corrêa de Oliveira ne ha individuato le fasi storiche nell’umanesimo, nella rivoluzione protestante, in quella francese, in quella comunista e poi nella quarta rivoluzione, seguita al maggio del 1968. Alla luce di quelle grandi categorie è possibile anche comprendere la nostra storia nazionale, sin dal suo inizio, nel 1861, quando con Cavour si passò dal trinomio «Dio, Patria, Famiglia», presente nello Statuto albertino, alla formula «Libera Chiesa in libero Stato», che indica un «sostanziale agnosticismo» ed esprime la separazione della politica dalla morale, separazione giunta sino ai giorni nostri.
Della Teorizzazione della dissoluzione: dalla Rivoluzione sessuale alla teoria del genere si è occupato invece José Antonio Ureta, scrittore e giornalista, che, dopo un articolato e puntuale excursus storico, ha evidenziato le conseguenze politiche della «rivoluzione molecolare» tematizzata dal filosofo francese Pierre-Félix Guattari. Tra tali conseguenze, in primo luogo figura l’obiettivo di «fermare il flusso della normalità»; poi quello di «intensificare la protesta», ciò che i gruppi anarchici sono riusciti ad attuare in tutto l’Occidente dopo la morte di George Floyd a Minneapolis; il prossimo passo sarà quello di «annullare la capacità di risposta dello Stato», chiedendo di tagliare i fondi alle forze dell’ordine; infine, l’intento è quello di raggiungere il «livello di saturazione», che consiste nell’istituzione di aree totalmente autogestite dagli anarchici: «È nostro dovere denunciare le ideologie, che hanno preparato questa rivoluzione post-moderna – ha detto Ureta – e combattere con energia la guerra condotta contro la Chiesa Cattolica».
Nella seconda giornata di studi dell’Università d’Estate, ad approfondire Il fondamento metafisico dell’Etica ha provveduto il prof. Umberto Galeazzi, accademico ordinario della Pontificia Accademia di San Tommaso d’Aquino. Quello che, nella Fondazione della metafisica dei costumi, per Kant è il principio della moralità, cioè l’autonomia della ragione, «intesa in senso forte come autolegislazione», per san Tommaso è, al contrario, il principio dell’immoralità. Solo in Dio, infatti, si trova il fine ultimo, conseguibile in modo perfetto «solo raggiungendo il sommo Bene», il «vero nella sua totalità».
Di «valutazione dell’atto morale e deviazioni contemporanee» si è occupato Padre Serafino Lanzetta, docente di Teologia dogmatica presso la Facoltà Teologica di Lugano. L’illustre relatore ha individuato l’esistenza di azioni «intrinsecamente cattive», in quanto per sé stesse ed in sé stesse sempre gravemente illecite come la bestemmia, lo spergiuro, l’adulterio, la contraccezione, nonché tutte le azioni contro la persona umana come l’omicidio, il genocidio, l’aborto, l’eutanasia, il suicidio volontario e via elencando. Inoltre, muovendo dal rifiuto della morale giusnaturalista, consequenzialismo e proporzionalismo rappresentano due chiari esempi di deviazioni contemporanee, poiché tengono conto quasi esclusivamente dell’intenzione, delle circostanze e delle conseguenze di un atto morale, declassando però intenzionalmente l’importanza dell’oggetto del medesimo. Deviante è anche la teoria detta della «libertà fondamentale»: in questa visione, siccome l’uomo è «trascendentalmente aperto a Dio», resterebbe «fondamentalmente orientato sempre a Dio», il che qualificherebbe un’azione semplicemente come opportuna o inopportuna, giusta o sbagliata, ma mai come immorale. Così, però, ha osservato Padre Lanzetta, si potrebbe giustificare qualsiasi azione peccaminosa. Sbagliato è anche il tentativo di leggere Amoris Laetitia come nuovo paradigma, teso, in una visione di «morale della situazione», a sostituire l’amore e la carità alla legge morale naturale, agganciandosi direttamente a Gaudium et Spes, per superare il giusnaturalismo di Humanae Vitae, e far cadere l’oggettività dell’atto morale in sé come inutile o irrilevante. «Possiamo sicuramente accorgerci dei danni che queste teorie nuove hanno procurato e continuano a procurare alla Chiesa – ha concluso Padre Lanzetta – in riferimento ad un lassismo etico-morale, che ormai infesta un po’ tutto il popolo di Dio».
Il dott. Ettore Gotti Tedeschi, economista e banchiere, dal 2009 al 2012 presidente dello Ior, ha messo a fuoco l’«attività economica nel quadro dell’etica»: «L’economia inventa utopie, quando deve prendere decisioni di carattere politico», ha detto, come dimostrano ambientalismo e «malthusianesimo». Se però un’utopia di carattere economico «viene incorporata nel Magistero della Chiesa, essa diventa un’eresia». In tal senso preoccupa l’appuntamento previsto ad Assisi per il prossimo autunno dal titolo «Economy of Francesco», poiché affronta i «problemi economici mai nelle loro cause, bensì soltanto nei loro effetti. Ciò è inquietante, poiché produrrà decisioni ed indicazioni inevitabilmente erronee in campo morale», come dimostra già oggi l’esclusione di fatto della Dottrina Sociale della Chiesa, «resa inapplicabile».
La professoressa Giorgia Brambilla, docente presso l’Ateneo Pontificio «Regina Apostolorum» e presso la Pontificia Università Lateranense, nel corso del suo intervento dal titolo I fondamenti della bioetica e il valore della vita umana, ha presentato i quattro modelli bioetici tradizionalmente proposti: quello «liberal-radicale, che tende a considerare la libertà alla base dell’etica, partendo dall’inconoscibilità dei valori»; il modello «pragmatico-utilitarista», sorta di soggettivismo che «calcola le conseguenze di un’azione in base al rapporto costo-beneficio» come nel caso del contrattualismo; il modello «sociobiologista», per il quale «la società nella sua evoluzione produce e cambia valori e norme funzionali al suo sviluppo», il che comporta un radicale relativismo etico; ed il modello di una bioetica «personalista», che si rifà alle posizioni di Boezio e di S. Tommaso d’Aquino. Solo il concetto metafisico di persona aiuta a fondare nella sua dignità i criteri-base della morale: «Bisogna superare il riduzionismo del concetto di ragione, verificatosi nell’ambito del razionalismo illuministico e del positivismo scientista», ha detto la professoressa Brambilla, essendo ciò solo «al servizio di fini utilitaristici, di fruizione o di potere».
Il dibattito in corso nelle attuali democrazie liberali pretende che morale e bioetica si accontentino «di una grammatica minima e quindi di un’antropologia debole. Ma una bioetica senza verità è irragionevole e priva di fondamento. Chiunque affermi che ogni essere umano è – per citare i trascendentali di San Tommaso – uno, vero e buono in sé – ha proseguito Brambilla – non potrebbe mai concordare con un sistema come questo». Oggi «la vera sfida della bioetica è quella di educare, che significa aiutare a riconoscere l’oggettività del reale, a partire dall’essere umano».
L’ultima giornata di studi ha visto l’intervento di don Marino Neri, docente di Teologia dogmatica presso l’Istituto di Scienze Religiose Sant’Agostino di Pavia, su Etica e spiritualità: in tal senso ha evidenziato come solo «un’etica oggettiva, perché fondata su principi universali, possa costituire il prodromo all’azione della grazia la quale ci unisce al Creatore e verso di Lui ci fa tendere “fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo”».

Una sintesi di tutti gli interventi sentiti è stata proposta dal prof. Giovanni Turco, docente presso l’Università degli Studi di Udine, che, intervenendo su Etica, diritto, politica: principii e implicazioni, ha specificato come tanto l’etica quanto il diritto e la politica siano connessi alla «questione del fondamento» e rinviino così «al perché fondamentale».
Al termine, il Prof. Roberto de Mattei ha proposto un bilancio di questa settima edizione dell’Università d’Estate: «Ciò che muove tutti noi è l’amore per la Verità, che è l’oggetto primo della nostra intelligenza – ha detto –. Oggi intorno a noi l’intelligenza di molti è atrofizzata e prevalgono spesso sentimenti e passioni disordinati. Una delle cause della crisi nella Chiesa è proprio questa: purtroppo i pastori hanno smesso di studiare e si rivelano inadeguati ad affrontare i complessi problemi contemporanei, proprio perché all’amore della Verità, da cui dovrebbero essere mossi, hanno sostituito una gestione puramente politica delle cose ecclesiastiche. Ma la lezione del Vangelo è un’altra: Nostro Signore ci raccomanda un ideale di perfezione e, per raggiungere questo ideale, è necessario cercare innanzi tutto la Verità, che è in noi, per attingere poi la Verità comune a tutti. Amare il Vero significa amare il Bene e chi ama il Vero e il Bene non può fare a meno di comunicarlo». E sono questi il compito e la consegna affidati a ciascuno dei partecipanti all’Università d’Estate, per aiutarli a combattere ogni giorno con le armi della Fede la propria Buona Battaglia.

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