Verità e fede in Cristo, un legame indissolubile

Fede e verità sono "inseparabili". Con l'Incarnazione sappiamo che la verità coincide con una persona: Gesù, vero Dio e vero uomo. Di qui la specificità del cristianesimo rispetto a tutte le altre religioni. Il rapporto tra fede e ragione. E quello tra verità e carità.

Ermes Dovico in "La Nuova Bussola" – 29 giugno 2024

«Da una parte il cristianesimo è la fede nella pienezza della verità rivelata in Cristo e, quindi, è anche la fede vera». Così dom Giulio Meiattini, monaco benedettino dell'Abbazia della Madonna della Scala a Noci (provincia di Bari), ha riassunto il senso del tema al centro dell'incontro di ieri dei Venerdì della Bussola, dal titolo: "Fede nella verità e verità della fede".

 

Dialogando con Stefano Chiappalone, dom Meiattini ha spiegato innanzitutto il profondo legame tra fede e verità, due realtà «inseparabili», com'è chiaro «se partiamo dal dato neotestamentario e dall'evento fondamentale e fondante del cristianesimo che è l'Incarnazione del Figlio di Dio». In Gesù di Nazareth, infatti, «la verità in senso assoluto appare in prima persona». La verità non è una mera teoria, ma appunto una persona reale. Gesù stesso, nel Vangelo, dice di sé: «Io sono la via, la verità, la vita» (Gv 14,6).

 

Questo rende ragione della specificità del cristianesimo. A differenza che nelle altre religioni e credenze – i cui inizi si devono all'opera di semplici uomini, siano essi considerati profeti (come Maometto) o illuminati (come Buddha) – nel cristianesimo è Dio stesso che si rivela agli uomini nella persona di Gesù, vero Dio e vero uomo. Dom Meiattini ricorda le celebri parole di san Giovanni della Croce, secondo cui Dio, nel suo Figlio incarnato, ha detto «la sua unica e definitiva Parola» una volta per sempre. Quindi, spiega il monaco benedettino, «nella figura di Gesù Cristo noi abbiamo a che fare con un èschaton, cioè con il massimo pensabile e immaginabile della comunicazione della verità di Dio all'uomo. Questa è la differenza radicale, fondamentale, della fede cristiana rispetto a tutte le altre religioni».

 

Ma questa specificità del cristianesimo, il suo presentarsi come l'unica religione vera, suona «un po' urticante per le orecchie contemporanee», come dice Chiappalone. E dom Meiattini individua fondamentalmente due obiezioni che il mondo contemporaneo muove al cristianesimo in quanto si presenta come vero.

 

Da un lato, c'è l'obiezione nel solco della "ragione debole", secondo cui la verità non sarebbe conoscibile e quindi non la si potrebbe nemmeno annunciare. Esisterebbero solo opinioni e interpretazioni. Un modo di vedere, questo, che «si condensa sostanzialmente nel principio di tolleranza». Un principio che è alla base del relativismo odierno e che a prima vista potrebbe sembrare pacifico e giusto, ma che in realtà taccia di intolleranza chi, come il cristiano, parla di verità. È evidente la contraddizione in cui cade il principio di tolleranza, che in fin dei conti si autopresenta come l'unica "verità" accettabile, sfociando – nel concreto – in quella «dittatura del relativismo» di cui parlava efficacemente Benedetto XVI. Dom Meiattini ne spiega il meccanismo di fondo: «La ragione debole, relativista, porta inavvertitamente poi a una società profondamente conflittuale, perché dove non c'è più una dimensione condivisa, una verità su cui tutti convergono, ognuno avanza diritti personali che diventano alla fine conflittuali con i diritti altrui». Esattamente quello che avviene con certe ideologie odierne.

 

 

L'altra obiezione, osserva il religioso, viene da coloro che invece assolutizzano la ragione: in quest'ottica, si sostiene che la fede sia assimilabile al sentimento e non abbia alcun legame con la verità, la quale sarebbe conoscibile solo con metodi scientifici. Anche la corrente della "ragione forte" considera una violenza la pretesa di verità della fede cristiana. Ma nell'escludere questo legame tra Cristo e la verità, finisce per porsi all'origine dei totalitarismi più vari, come si è visto nel XX secolo.

 

Oggi più che mai, quindi, serve riscoprire il retto rapporto tra fede e ragione, evitando così sia l'errore del fideismo (che esclude la ragione) sia quello, opposto, del razionalismo (che esclude la fede). «Questo abbinamento della fede e della ragione è un tratto tipico della tradizione cristiana, sin dai primi secoli», spiega dom Meiattini; il cristianesimo si è sempre lasciato «interrogare dalla ragione filosofica», proprio per rendere ragione degli stessi contenuti di fede.

 

Il tema della verità emerge in tutta la sua importanza pure in rapporto alla carità, sebbene oggi ci sia al riguardo una diffusa confusione anche all'interno del mondo cattolico. Eppure, com'è chiaro che Dio è amore, dovrebbe essere altrettanto chiaro che Dio è verità. «Quindi la quaestio de caritate riconduce sempre alla quaestio de vera caritate», chiarisce il religioso, ricordando anche che le parole dell'inno che cantiamo al Giovedì Santo (ubi caritas est vera, Deus ibi est) si riferiscono esplicitamente alla «vera carità». Dunque, è giustissimo mettere al centro la carità, ma bisogna pur sempre «disambiguare il concetto di carità e dell'amore»: specialmente quest'ultimo termine – amore – oggi «è esposto a una serie di equivoci», che lo rendono un concetto ben lontano dall'agape, ossia l'amore che viene da Dio. L'unico vero.

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