L'amore del prossimo

Luisella Scrosati, in "La Nuova Bussola" – 8 Maggio 2022

 

Dio è la ragione formale anche dell'amore non direttamente rivolto a Dio. E il prossimo deve essere amato proprio perché il prossimo è in Dio, entra nella carità di Dio. L'uomo non è un mezzo, ma un fine intermedio in quanto è ordinato a Dio. Anche le creature irrazionali possono essere amate, ma come benevolenza per creature amate da Dio. Cosa significa amare i nemici e i peccatori.

 

 

La scorsa lezione abbiamo capito perché non esista un amore di carità al di fuori di Dio: la carità nasce da Dio e ha il suo fine ultimo in Dio. In Dio, però, noi troviamo, per così dire, altro, ovvero troviamo ciò che Dio stesso ama, coloro che Dio stesso ama.

 

- La carità perciò include anche IL PROSSIMO, NOI STESSI ed in un certo modo anche la CREAZIONE NON RAZIONALE.

 

L'AMORE DEL PROSSIMO non è un altro amore, non è un'altra carità rispetto all'amore di Dio: è un unico atto di carità, è un unico amore, l'unica sorgente è Dio ed a Lui tutto torna. San Tommaso spiega che Dio è la ragione formale dell'amore e anche di quell'amore che non è rivolto direttamente a Dio, o meglio che in Dio coinvolge altro da Dio.

 

Cosa significa la RAGIONE FORMALE?

È ciò che dà la forma, ciò che fa sì che qualcosa sia quello che sia. Se non c'è la ragione formale della carità, cioè l'amore verso Dio, la carità verso Dio, vuol dire che quello che noi chiamiamo carità ne è invece una contraffazione.

 

Non può esserci reale amore verso noi stessi e verso il prossimo che non rientri in questo circuito: da Dio-verso Dio.

 

Nell'Articolo 1 della quaestio 25, San Tommaso spiega proprio che la ragione dell'amore del prossimo è Dio.

 

"Infatti ciò che dobbiamo amare nel prossimo è che sia in Dio".

 

Proprio perché il prossimo è in Dio, ovvero entra nella carità di Dio, ecco che il prossimo non solo può, ma deve essere amato.

 

"Perciò noi amiamo con lo stesso amore di carità tutti i nostri prossimi, perché si riferiscono a un unico bene comune che è Dio".

 

Inoltre, "…sarebbe reprensibile uno che amasse il prossimo come fine principale: non già chi ama il prossimo per Dio, come vuole la carità".

 

Dio resta il fine ultimo di ogni atto di carità: questo non significa che l'uomo sia un mezzo, bensì un fine intermedio in quanto è ordinato a Dio.

 

- San Tommaso nell'articolo 3 parla delle CREATURE IRRAZIONALI e spiega che nei loro confronti non si può propriamente parlare di amore di carità, in quanto la carità richiede un'amicizia ed una compartecipazione della beatitudine di Dio e la creatura irrazionale non può essere elevata a tale amicizia.

 

"Tuttavia queste creature possiamo amarle come beni da volere ad altri: poiché la carità ci fa volere che esse si conservino a onore di Dio, e a vantaggio dell'uomo. E in tal senso anche Dio le ama con amore di carità".

 

San Tommaso spiega che proprio per la carità che noi abbiamo verso Dio, e che include anche il prossimo, abbiamo un atteggiamento di benevolenza verso queste creature di Dio, che in qualche modo manifestano la gloria e la bontà di Dio e delle quali Dio si prende cura. Nel libro della Genesi leggiamo che Dio stesso ha benedetto gli animali, dando loro ordine di crescere e di moltiplicarsi.

 

 In secondo luogo queste creature sono legate ad altri uomini ed in questo senso c'è questa benevolenza, questo amore anche verso le creature.

 

Torniamo all'amore del prossimo. San Tommaso si concentra a parlare di una "categoria" particolare di prossimo che sono i peccatori e i nemici. E vi dedica gli articoli 6,7 e 8.

 

- Articolo 6. San Tommaso spiega che I PECCATORI DEVONO ESSERE AMATI per la loro natura, in quanto per essa sono capaci di beatitudine. Attenzione, il termine "capaci" si riferisce alla potenzialità di ricevere da Dio la grazia per questa elevazione e chiamata alla beatitudine. Ma, precisa san Tommaso, essi non devono essere amati per la loro colpa:

 

"...per la colpa, con la quale si oppongono a Dio, tutti i peccatori devono essere odiati, compresi il padre, la madre e i parenti, come dice il Vangelo. Infatti nei peccatori dobbiamo odiare che siano peccatori, e amare il fatto che sono uomini capaci della beatitudine. E questo significa amarli veramente per Dio con amore di carità".

 

Inoltre San Tommaso aggiunge:

 

"Dobbiamo amare con la carità i peccatori, non già volendo quello che essi vogliono, o godendo delle cose di cui essi godono; ma per far loro volere quello che noi vogliamo, e godere delle cose di cui godiamo noi. Di qui le parole di Geremia: "Essi si volgeranno a te, ma tu non dovrai volgerti a loro".

 

San Tommaso evidentemente parla qui di ciò che "noi vogliamo", non per un capriccio, ma secondo la Volontà di Dio. Questo è un aspetto molto importante da sottolineare oggi, tempo in cui si rischia che l'amore per i peccatori diventi una connivenza con il loro peccato, un godere di ciò che essi godono. È questo un disordine doppiamente pericoloso perché rischia di far porta a far mancare l'obiettivo della beatitudine eterna sia a chi è nel peccato, sia a chi gli si accosta e poi finisce per andarci a braccetto...

 

San Tommaso spiega anche come alcuni passi difficili delle Sacre Scritture, in particolare dei Salmi, devono essere intesi secondo questa prospettiva di cui si sta parlando.

 

Per esempio. Salmo 118: "Ho in odio gli iniqui". Sembrerebbe una contraddizione: non si devono forse amare di carità i peccatori?

 

Sempre nell'Articolo 6 san Tommaso scioglie l'apparente contraddizione, introducendo il concetto di odio perfetto:

 

"Il profeta odiava i peccatori in quanto peccatori, odiando la loro iniquità, che è il loro male. E questo è l'odio perfetto di cui egli parla: "Con odio perfetto io li odierò". Ora, odiare il male di uno e amarne il bene hanno lo stesso movente. Perciò quest'odio perfetto appartiene alla carità".

 

- Nell'Articolo 8 si parla invece dell'AMORE VERSO I NEMICI. Anche in questo caso san Tommaso distingue: la carità non ci porta ad amare i nemici in quanto nemici, cioè in quanto ci fanno del male, perché questo andrebbe contro l'amore verso noi stessi. Ma ci porta ad amarli in Dio e per Dio:

 

"Infatti, siccome la carità ci porta ad amare il prossimo per il Signore, quanto più uno ama Dio, tanto più mostra di amare il prossimo, a dispetto di qualsiasi inimicizia. Come se uno, amando molto un amico, per amore di lui ne amasse i figliuoli, anche se suoi nemici".

 

- In ultimo san Tommaso parla anche dell'AMORE A NOI STESSI E AL NOSTRO CORPO. Articoli 4 e 5.

 

Articolo 4. L'amore con cui uno ama se stesso è la forma e la radice dell'amicizia. Noi abbiamo amore e amicizia nei confronti degli altri in quanto ci comportiamo con loro come con noi stessi. L'amore verso il prossimo ha come fondamento l'amore verso noi stessi; diversamente chi ha in odio se stesso non riesce ad amare realmente e autenticamente il prossimo. In quanto amore di carità che punta a Dio, san Tommaso dice:

 

"Possiamo parlare della carità sotto l'aspetto della sua propria natura, cioè in quanto amicizia dell'uomo con Dio principalmente, e quindi con gli esseri che a lui appartengono. E tra questi c'è anche l'uomo stesso che ama. Ecco quindi che tra le cose che uno ama con amore di carità, perché attinenti a Dio, c'è anche se stesso".

 

Nessuno ama veramente se stesso se si pone contro Dio. L'amore verso se stessi è incompatibile contro qualunque cosa, fosse anche la più piacevole e desiderata, che ci pone contro Dio. Attenzione perciò alle contraffazioni della carità verso il prossimo e verso se stessi.

 

- L'Articolo 5 tratta infine dell'AMORE PER IL PROPRIO CORPO; qui si affronta la polemica contro i manichei dei tempi di sant'Agostino, ma anche contro i manichei di ogni epoca (nel Medioevo, la pericolosa eresia catara). Per codesti la corporeità era un male.

 

San Tommaso invece spiega che il nostro corpo viene da Dio ed è legato alla nostra personalità e usato al servizio di Dio:

 

"Perciò dobbiamo amare anche il nostro corpo con quell'amore di carità col quale amiamo Dio. - Invece nel nostro corpo non dobbiamo amare la contaminazione della colpa e il guasto della pena, ma anelare piuttosto col desiderio della carità alla loro eliminazione".

 

E ancora:

 

"Ecco perché dal godimento dell'anima ridonda sul corpo una certa beatitudine, e cioè "la sanità e il vigore dell'incorruzione", come si esprime S. Agostino. E poiché il corpo è partecipe in qualche modo della beatitudine, può essere amato con amore di carità".

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