Che cosa è l'uomo? Un itinerario di antropologia biblica

Papa Francesco ha voluto predicatore degli esercizi alla Curia il gesuita Pietro Bovati da lui molto stimato, che ha curato il documento "Che cosa è l'uomo?". Ha posto al centro della riflessione "l'incontro tra Dio e l'uomo", da Mosè a Gesù, al credente. Il perché del documento lo stesso Bovati lo ha motivato sul penultimo numero della "La Civiltà Cattolica"
Pietro Bovati S.J. in "Settimo Cielo" 06 marzo 2020
Piccola guida alla lettura del racconto della creazione
 Accenniamo a qualche contributo innovativo del documento della Pontificia Commissione Biblica. Ad esempio, vi è un'interpretazione tradizionale di Genesi 2,21-23 che afferma che la donna è stata creata dopo l'uomo (maschio), a partire da una sua "costola". Nel documento si esamina accuratamente la terminologia del narratore biblico (come là dove si critica la traduzione del termine ebraico "sela" con "costola") e si suggerisce una lettura alternativa dell'evento:

"Fino al v. 20 il narratore parla di 'adam' prescindendo da qualsiasi connotazione sessuale; la genericità della presentazione impone di rinunciare a immaginare la precisa configurazione di tale essere, men che meno ricorrendo alla forma mostruosa dell'androgino. Siamo infatti invitati a sottoporci con 'adam' a un'esperienza di non-conoscenza, così da scoprire, per rivelazione, quale sia il meraviglioso prodigio operato da Dio (cfr. Genesi 15,12; Giobbe 33,15). Nessuno di fatto conosce il mistero della propria origine. Questa fase di non-visione è simbolicamente rappresentata dall'atto del Creatore, che 'fece scendere un torpore su 'adam', che si addormentò' (v. 21): il sonno non ha la funzione dell'anestesia totale per permettere un'operazione indolore, ma evoca piuttosto il manifestarsi di un evento inimmaginabile, quello per cui da un solo essere ('adam') Dio ne forma due, uomo ('is') e donna ('issah'). E questo non solo per indicare la loro radicale somiglianza, ma per prospettare che la loro differenza sollecita a scoprire il bene spirituale del (reciproco) riconoscimento, principio di comunione d'amore e appello a diventare 'una sola carne' (v. 24). Non è la solitudine del maschio, ma quella dell'essere umano a essere soccorsa, mediante la creazione di uomo e donna" (n. 153).
Altro esempio. L'aspetto problematico insito nel "divieto" [di mangiare di un albero del giardino] viene accuratamente trattato nel commento esegetico di Genesi 2,16-17, per non favorire l'idea che Dio si opponga, in modo arbitrario, al desiderio umano. In realtà il Creatore manifesta la sua liberalità mettendo a disposizione della creatura "tutti gli alberi del giardino" (Genesi 1,11-12; 2,8-9). E tuttavia:
"Alla totalità dell'offerta è posto un limite: Dio chiede all'uomo di astenersi dal mangiare il frutto di un solo albero, situato accanto all'albero della vita (Genesi 2,9), ma da esso ben distinto. Il divieto è sempre una limitazione posta alla voglia di avere tutto, a quella bramosia (un tempo chiamata 'concupiscenza') che l'uomo sente come una innata pulsione di pienezza. L'acconsentire a una tale bramosia equivale a far sparire idealmente la realtà del donatore; elimina dunque Dio, ma, al tempo stesso, determina pure la fine dell'uomo, che vive perché è dono di Dio. Solo rispettando il comando, che costituisce una sorta di barriera al dispiegarsi univoco della volontà propria, l'uomo riconosce il Creatore, la cui realtà è invisibile, ma la cui presenza è segnalata in particolare dall'albero proibito. Proibito non per gelosia, ma per amore, per salvare l'uomo dalla follia di onnipotenza" (n. 274).
Altro esempio ancora. Il fatto che il serpente si sia indirizzato alla donna invece che all'uomo (come è narrato in Genesi 3) viene interpretato spesso come un'astuzia del tentatore che avrebbe scelto di attaccare la persona più vulnerabile, più facilmente ingannabile. Si può tuttavia ricordare che la figura femminile è nella Bibbia l'immagine privilegiata della sapienza (umana):
"Se si assume questa prospettiva, il confronto di Genesi 3 non avviene tra un essere molto astuto e una sciocca, ma al contrario tra due manifestazioni di sapienza, e la 'tentazione' si innesta proprio sulla qualità alta dell'essere umano, che nel suo desiderio di 'conoscere' rischia di peccare di orgoglio, pretendendo di essere dio, invece di riconoscersi figlio, che riceve tutto dal Creatore e Padre" (n. 298).
Un ultimo esempio. È abituale sentir dire che Dio interviene nel sanzionare il peccato dei progenitori con dei castighi (Genesi 3,16-19); la punizione viene infatti considerata un doveroso atto di giustizia, e ciò risulterebbe un'adeguata lettura del testo biblico. Va però rilevato che la prima decisione del Creatore è la maledizione del serpente, associata alla promessa della vittoria che la stirpe della donna riporterà sulle insidiose minacce del tentatore (Genesi 3,14-15). Di più, le sofferenze che affliggono le potenzialità della donna e dell'uomo sono da considerare come disposizioni sapienziali, volute da Dio perché utili all'essere umano, in quanto favoriscono nella creatura quell'umile disposizione del cuore che è via di vita. […]
Più in generale, sul modo con cui la Scrittura presenta l'intervento di Dio nella storia quando si manifesta il peccato, la modalità del "giudizio", che sfocia nella condanna, non costituisce la forma più veritiera di ristabilimento della giustizia divina. La Scrittura attesta invece piuttosto che il Signore, quale partner dell'alleanza, assume la veste dell'accusatore (nella procedura del "rib") per favorire la conversione del peccatore e su di essa innestare il suo atto di perdono:
"L'evento finale del 'rib' si realizza dunque come un rinnovato incontro tra la volontà benefica del Padre e il consenso libero del figlio, un incontro di verità che fa risaltare l'amore del Signore e la sua potenza salvifica. Tutto il messaggio profetico dell'Antico Testamento è promessa di questo evento, e tutto il Nuovo Testamento è l'attestazione del compimento beatificante di ciò che era stato annunciato come senso della storia, con una manifestazione che non si limita al solo Israele, ma si estende a tutte le genti, radunate sotto il medesimo sigillo della misericordia, in una nuova e perenne alleanza" (n. 333).

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