La verginità per il Regno dei cieli e il celibato derivano da una scelta di fede in cui si incontra Cristo nell'intimo più intimo del cuore


Perché gli indios dovrebbero essere considerati diversi dai ragazzi cristiani delle altre parti del mondo? Bisogna rimotivare il significato del celibato cioè educare l'affettività umana per renderla capace di accogliere e corrispondere al carisma del celibato e della castità

Domenico Marafioti S.I., Preside emerito della Pontificia facoltà teologica Italia Meridionale – Napoli in "Il Foglio" martedì 28 gennaio 2020

"Sul Sinodo dell'Amazzonia si sono dette e si possono dire molte cose. Mi sia concesso di fare qualche osservazione e formulare qualche domanda. Nella richiesta/proposta di ordinare sacerdoti uomini sposati non c'è forse implicita una confessione di fallimento e una svalutazione etnica? La Chiesa cattolica confessa sottovoce il proprio fallimento e la propria incapacità di annunciare la verginità cristiana ai popoli dell'Amazzonia. Non è in grado di far capire la bellezza e la superiorità della verginità per il Regno dei cieli, rispetto al matrimonio per la vita di questa terra; e non è in grado di far capire nel modo giusto la scelta di Gesù di non sposarsi e la grazia ricevuta da Maria di essere madre e rimanere sempre vergine.

In tutti i tempi i cristiani che hanno scelto la verginità e il celibato, lo hanno fatto, non per disprezzo del matrimonio, ma per imitare la vita di Gesù e di Maria e per trasmettere il messaggio di fede incluso in questa loro scelta. La Chiesa cattolica oggi non sarebbe capace di annunciare questa parte del Vangelo ai popoli dell'Amazzonia, e gli indios cristiani non sarebbero capaci di sentire nel loro cuore il desiderio di condividere la vita di Gesù fino a questo punto, come tanti altri in tutti i tempi.

Allo stesso modo, non c'è forse una sottile svalutazione antropologica dei popoli dell'Amazzonia? Certo, sono degni di rispetto: hanno le loro tradizioni che vanno conservate, perché li hanno aiutati a vivere in tutti questi secoli; hanno un patrimonio culturale e umano che va conservato, perché se scomparisse l'umanità sarebbe più povera; hanno un sentimento religioso che bisogna aiutare ad espandersi nello spazio della spiritualità cristiana. Ma sono così sensuali, che non sono incapaci di controllare l'attrattiva erotica si devono sposare per incanalare l'erotismo nel matrimonio. In questo senso sarebbe eccessivo proporre ai cristiani dell'Amazzonia, che vogliono farsi preti, il celibato. La Chiesa cattolica ha ricevuto questo carisma come proprio e lo ha diffuso ovunque, ma in Amazzonia loro non sarebbero capaci di capirlo e osservarlo. Non ci sarebbero giovani abbastanza generosi e forti per scegliere di farsi preti nel celibato, né adulti sposati capaci di accettare la continenza e la castità. La scelta della continenza, che nella Chiesa antica facevano gli adulti sposati che venivano ordinati sacerdoti, e che ai nostri tempi ha saputo fare anche Gandhi, non sarebbe alla portata dei cristiani dell'Amazzonia. E allora si consentirebbe loro di continuare la precedente vita coniugale, perché non saprebbero fare altrimenti.

Ahimè!, questa svalutazione antropologica degli indios amazzonici riproduce nel secolo XXI la stessa svalutazione compiuta dai gesuiti nel secolo XVII on gli indios delle Riduzioni del Paraguay. Tutti al tempo dell'illuminismo, hanno inneggiato al "sacro esperimento" compiuto dai gesuiti, che sono stati capaci di organizzare gli indios nelle Riduzioni secondo i criteri della vita civile di quei tempi. Tuttavia in quella straordinaria esperienza, di cui rimangono i resti archeologici, c'era un limite: i capi delle Riduzioni erano tutti europei. Ogni Riduzione era governata da un padre gesuita, religioso celibe, che organizzava i diversi aspetti della vita sociale. Ma i gesuiti provenivano tutti dall'Europa, e non abbiamo indios né gesuiti né sacerdoti diocesani. I gesuiti di quei tempi pensavano che i giovani indios non erano capaci di vivere nella castità, e perciò non hanno osato coltivare le vocazioni alla vita consacrata. Insieme con la fede hanno trasmesso loro tanti valori della civiltà europea (musica, artigianato, anche nozioni militari), ma non hanno fatto conoscere la bellezza dell'amore spirituale, e non hanno saputo educare l'affettività umana per renderla capace di accogliere e corrispondere al carisma del celibato e della castità. Ecco perché nelle Riduzioni non ci sono stati gesuiti e sacerdoti indigeni. Questo limite non fu senza conseguenze al momento della soppressione della Compagnia di Gesù e della distruzione delle Riduzioni, come racconta la storia.

Mi chiedo se oggi, dopo che è stato scientificamente provato che il genoma umano è lo stesso ovunque in tutti i popoli, si possa dire che gli indios dell'Amazzonia siano geneticamente diversi dai popoli indoeuropei; e se i ragazzi italiani, francesi o spagnoli, che si vogliono fare preti, davvero devono fare meno sforzi di quanti ne dovrebbero fare quelli amazzonici per osservare la castità e il celibato. In realtà, giustamente, la sessualità umana funziona allo stesso modo in tutte le latitudini e in tutti i tempi. Perciò, celibi si diventa, non si nasce. Lo sanno bene gli educatori dei seminari che debbono dedicare tempo, energie e impegno per proporre e far capire il senso spirituale della castità ai ragazzi che sentono la vocazione al sacerdozio, ma provengono dalla società erotizzata dei nostri giorni. Proprio perché la sessualità è la stessa ovunque, ogni cultura presenta le sue difficoltà alla proposta della castità; ma in ogni cultura la fede inserisce le motivazioni evangeliche per controllare gli impulsi erotici e imparare ad amare in modo spirituale con l'aiuto della grazia. In questo senso non so se i ragazzi indios dell'Amazzonia o dell'Oceania debbano essere considerati tanto diversi dai ragazzi cristiani delle alter parti del mondo; o se invece anch'essi hanno tanta generosità nel cuore e tante risorse interiori che, opportunamente aiutati dal punto di vista umano e cristiano, sarebbero capaci di amare e servire Cristo e la Chiesa nel celibato, come hanno fatto tutti i sacerdoti dai primi tempi fino a oggi, tra miserie e splendori.

Non si può negare infatti che tutto ciò che la Chiesa cattolica latina ha fatto in duemila anni di storia, lo ha fatto proponendo e difendendo ovunque il celibato ecclesiastico, considerato sia come "dono" fatto ai singoli, sia come carisma proprio della Chiesa cattolica romana. Non si tratta quindi solo di una "veneranda tradizione", né solo di una legge ecclesiastica, ma proprio di un "dono prezioso dato da Dio alla sua Chiesa", come ha riconosciuto esplicitamente il Sinodo del 1990, riproposto da Giovanni Paolo II in Pastores dabo vobis, n. 29. Un dono che non va trascurato, ma utilizzato. Perciò la Chiesa lo ha sempre accolto con riconoscenza, custodito con cura, e trasmesso con amore in mezzo alle difficoltà dei tempi.

Certo, il celibato ecclesiastico non è un dogma di fede. Bisogna però aggiungere che è una delle cose più belle e importanti della Chiesa cattolica.

Neppure andare a Messa la domenica è un dogma, ma nessuno pensa di cambiare questo precetto della Chiesa, né di minimizzare il suo valore. Tutte e due sono aspetti strutturali della vita concreta della Chiesa nella sua storia. Si tratta piuttosto di rimotivare nel nostro tempo il significato teologico, spirituale e apostolico di questa scelta. E per farlo, non mancano né le ricerche né le persone adatte.

La sessualità tocca la sfera più intima della persona. La verginità per il regno dei cieli e il celibato derivano, non dalla scelta individuale del "single" che non si sposa, né da considerazioni sociologiche occasionali, ma da una scelta di fede in cui si incontra Cristo nell'intimo più intimo del cuore. E noi sappiamo che il cuore è capace di controllare il sesso. È importante che la Chiesa cattolica continui ad aiutare tutti a conoscere e amare Gesù per la vita e per la morte. Così avrà sacerdoti generosi e liberi, non solo per risolvere i suoi problemi interni, ma soprattutto per annunciare il Vangelo ai popoli che ancora non lo conoscono e farlo ricordare   a quelli che lo hanno dimenticato".


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