Triduo pasquale e Tempo di Pasqua

Triduo pasquale

Distruggete questo tempio e io in tre giorni lo farò risorgere. Egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù (Gv. 2,19-21).

    Alcune indicazioni liturgiche:

1.    La Pasqua è la più grande solennità cristiana e come tale il tempo della sua celebrazione non si riduce a quello della normale domenica (dai primi vespri del sabato alla compieta della domenica), ma si estende per tre giorni completi nei quali si entra già al tramonto del giovedì santo.

2.    I tre giorni del Triduo Pasquale sono:

-       Il venerdì santo

-       Il sabato santo

-       La domenica di pasqua

Essi celebrano le varie fasi del mistero pasquale:

-       La passione e morte del Signore (venerdì)

-       La giacenza nel sepolcro del suo corpo esanime e la discesa della sua anima agli inferi per liberare tutti i Giusti che lo attendevano (sabato)

-       La gloriosa sua risurrezione colta dal sepolcro vuoto e dalle prime apparizioni (domenica).

Come si vede il Triduo non è una preparazione alla Pasqua, ma la celebrazione stessa della pasqua in tre giorni. Un tempo i cristiani si astenevano dal lavoro per l'intero Triduo e in quel caso percepivano chiaramente la solennità triduana della Pasqua. L'odierna caratteristica feriale dei primi due giorni ha tolto ormai da secoli il senso del loro carattere festivo, ritenendoli ormai come giorni feriali, pur nel segno dell'austerità. 

3.    Nel Triduo si entra attraverso un solenne portale che, a guisa dei primi vesperi che iniziano ogni domenica e festa di precetto, introduce nel grande evento liturgico pasquale: è la Messa in cena Domini. Perciò il giovedì santo rappresenta l'ultimo giorno della Quaresima, ma con la solenne Messa serale già si entra a pieno titolo nella celebrazione della Pasqua.

4.    Mentre per assolvere il precetto basta partecipare ad una delle due Messe di Pasqua (quella o quella del giorno), la partecipazione integrale e piena alla liturgia pasquale implica l'intervento ai tre principali riti liturgici del Triduo, che sono:

-       La Messa nella Cena del Signore (alla sera del giovedì);

-       La celebrazione della passione e morte del Signore (all'ora nona del venerdì);

-       La veglia pasquale (nella notte tra il sabato e la domenica).

Questi tre riti costituiscono un unico complesso liturgico, quasi un unico rito. Infatti il congedo non viene dato se non al termine della Veglia pasquale. In qualche modo la Chiesa ritiene che il popolo sia una permanente ideale convocazione: dalla Messa in cena Domini alla veglia pasquale. Conviene allora i cristiani su questa opportunità per dare spessore spirituale e completezza liturgica alla grande solennità della Pasqua.

5.    La Messa in cena Domini si prolunga con la processione di deposizione e l'adorazione notturna (almeno fino a mezzanotte) del santissimo Sacramento, che ricorda la discesa del Signore nel Getzemani insieme agli apostoli e la sua agonia fino all'arresto  verso mezzanotte. L'altare della deposizione, al contempo solenne e austero, attende la sosta orante dei fedeli che vorranno imitare quella veglia che gli apostoli purtroppo non furono in grado di sostenere. La spogliazione degli altari è un rito minore, ma non meno significativo: Gesù è spogliato e vilipeso nelle ore della passione.

6.    Il Venerdì santo si presenta nel segno della massima austerità: chiesa e altari del tutto spogli (niente tovaglie, addobbi, candelabri, lumi e fiori). Questo segno deve dire ai fedeli che lo Sposo è desolato e la sua Chiesa è nel lutto e nel dolore. Oggi non si celebra il Sacrificio incruento dell'altare perché si concentra l'attenzione su quello cruento della croce e la pratica del digiuno corporale vuole attestare che lo Sposo è stato violentemente tolto alla sua Chiesa. La Comunione è la consumazione del sacramento consacrato nella precedente Messa in cena Domini. Il Passio e l'adorazione della croce rappresentano i fulcri liturgici della solenne celebrazione pomeridiana. Il popolo cristiano è invitato a compiere la professione di fede del centurione romano che esclamò: Veramente costui è il Figlio di Dio. Così ogni fedele genuflette e bacia il crocefisso con fede e amore. Le campane silenti fin dalla Messa in Cena Domini rispettano il grande silenzio e la visita personale alla croce nelle ore di questo giorno austero attesta la partecipazione interiore e grata all'opera della redenzione del genere umano.

7.    Il Sabato santo è il girono del grande silenzio ed è aliturgico. In questo giorno non solo non si celebra il Sacrificio, ma neppure si tengono altri riti solenni. La Chiesa vegli in attesa e in meditazione. L'ufficio divino tuttavia non rimane muto, ma offre nelle ore canoniche testi e canti del tutto eminenti ed eloquenti in ordine al mistero. Soprattutto la presenza discreta e forte di Maria corredentrice santissima oggi domina l'intera giornata e la Chiesa la onora con splendidi pii esercizi, quali ad esempio l'Ora Matris. Un segno originale potrebbe essere pure la velazione dell'altare (cfr. rito ambrosiano), che rappresenta Cristo: spoglio indica la desolazione della sua passione, velato l'austerità della sua sepoltura, addobbato lo splendore della sua risurrezione. In questo giorno nella chiesa non vi è conservato neppure il Santissimo Sacramento, adorato con solennità nel giovedì santo, visitato con austerità nel venerdì santo è atteso con fervore nel sabato santo e, dopo la sua desolante assenza, è ricevuto con novello desiderio nella notte santa.

8.    La Veglia pasquale non deve diventare una celebrazione del sabato sera quasi una messa prefestiva di pasqua. Purtroppo a causa della comodità ciò succede quasi ovunque. Essa deve essere celebrata sul crinale della mezzanotte in modo che si giunga a quell'ora ad annunziare la risurrezione col canto del Gloria completato poi dal giubilo dell'alleluia:il fuoco e il cero pasquale annunziano la luce del risorto che dirada le tenebre del peccato e della morte; l'Exultet proclama al mondo la grande luce della vita oltre la morte che risplende nella notte di pasqua; il Gloria e la Messa in nocte attualizzano l'incontro sacramentale con il risorto; il triplice alleluia ridona all'assemblea della terra il canto dell'assemblea celeste sospeso nella Quaresima; la liturgia battesimale rende i credenti partecipi sacramentalmente della morte e risurrezione del Signore mediante il lavacro mistico; il tabernacolo adorno a festa raccoglie il divin Sacramento  nel quale il Risorto sta in mezzo ai suoi rinnovati nella vita di grazia dalla Confessione pasquale;Il congedo con il duplice alleluia scioglie la sacra convocazione da tre giorni impegnata nel culto divino ed ora sciolta nel gaudio pasquale (Dalla Rivista 2023 1 -anno 16 www.liturgiaculmenetfons.it – pp.4-5. Importante l'introduzione di don Enrico Finotti).         

 

 

Giovedì Santo,

Messa nella Cena del Signore (Gv 13, 1-15)

"Li amò sino alla fine"

    Gesù depone le vesti della sua gloria, si cinge con il "panno" dell'umanità e si fa schiavo. Lava i piedi sporchi dei discepoli e li rende sacramentalmente così capaci di accedere al convito divino in grazia di Dio al quale Egli li invita. Al posto delle purificazioni cultuali ed esterne, che purificano l'uomo ritualmente, lasciandolo tuttavia così com'è nell'anima, subentra il bagno nuovo che ricrea: Egli ci rende puri medinate la sua parola ed il suo amore più grande di ogni peccato, mediante il dono di sé stesso. "Voi siete già mondi per la parola che vi ho annunziato", dirà ai discepoli nel discorso sulla vite (Gv 15,3). Sempre di nuovo nel sacramento della confessione ci lava con la sua parola: "e io ti assolvo dai tuoi peccati…". Sì, se accogliamo le parole di Gesù, che agisce attraverso il sacerdote, e le accogliamo in atteggiamento di meditazione, di preghiera e di fede, esse sviluppano in noi la loro forza purificatrice soprattutto nella Confessione pasquale. Giorno dopo giorno siamo come ricoperti di sporcizia multiforme ma che giudicano le persone senza vedere la coscienza che solo Dio conosce, quante parole vuote, pregiudizi, sapienza ridotta e alterata; una molteplice semi falsità o falsità aperta s'infiltra continuamente nel nostro intimo. Tutto ciò offusca e contamina la nostra anima, ci minaccia con l'incapacità di amare nella verità con il rischio infernale. Se accogliamo le parole di Gesù con la lettura della Scrittura e lo facciamo con il cuore attento, esse si rivelano veri lavaggi nella Confessione pasquale, purificazioni dell'anima, dell'uomo interiore per il paradiso di ogni bene senza più alcun male con il morire. La lavanda che Gesù dona ai suoi discepoli è anzitutto semplicemente azione sua divino-umana – il dono della purezza, della "capacità per Dio  amore nella giustizia offerto loro. Ma il dono diventa poi un modello, il compito di fare la stessa cosa gli uni per gli altri, non giudicando mai le persone, pur giudicando le parole e i fatti. I Padri hanno qualificato questa duplicità di aspetti della lavanda dei piedi con le parole sacramentum ed exemplum. Sacramentum significa in questo contesto non uno dei sette sacramenti, ma il mistero di Cristo nel suo insieme, dall'incarnazione fino alla croce e alla presenza da risorto nella liturgia, culmine e fonte della sua azione: questo insieme diventa la forza risanatrice e santificatrice, la forza trasformatrice per gli uomini, diventa la nostra trasformazione in una nuova forma di essere, nella apertura per Dio comunque ridotti e nella comunione con Lui. Ma questo nuovo essere che Egli, senza nostro merito, semplicemente ci offre deve poi trasformarsi in noi nella dinamica di una nuova vita. L'insieme di dono ed esempio, che troviamo nella liturgia della lavanda dei piedi, è caratteristico per la natura del cristianesimo in genere. Il cristianesimo, in rapporto al moralismo, è di più e una cosa diversa. All'inizio non sta il nostro fare, la nostra capacità morale. Cristianesimo è anzitutto dono: Dio si dona a noi – non dà qualcosa, ma sé stesso. E questo avviene non solo all'inizio, nel momento della nostra conversione. Egli resta continuamente Colui che dona nella Confessione. Sempre di nuovo ci offre i suoi doni. Sempre ci precede. Per questo l'atto centrale dell'essere e divenire cristiani è l'Eucarestia: la gratitudine per essere stati gratificati nel Battesimo e nella Confessione, la gioia per la vita nuova che Egli ci dà se ci apriamo a Lui convertendoci.

 

Venerdì Santo

Celebrazione della Passione del Signore

(Gv 18,1-19,42)

     Che cosa rimane ora davanti ai nostri occhi? Rimane un Crocefisso: una Croce innalzata sul Golgota, una Croce che sembra segnare la sconfitta definitiva di Colui che aveva portato la luce del perdono e della vita a chi era immerso nel buio del peccato e della morte, di Colui che aveva parlato della forza del perdono e della misericordia, che aveva invitato a creder nell'amore infinito di Dio, sempre più grande di ogni peccato, per ogni persona umana. Disprezzato e reietto dagli uomini, davanti a noi sta "l'uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia" (Is 53,3). Ma guardiamo bene quell'uomo crocifisso tra la terra e il Cielo, contempliamolo con uno sguardo più profondo, e scopriremo che la Croce non è il segno della vittoria della morte, del peccato, della cattiveria, del male ma è il segno luminoso  dell'amore, anzi della vastità dell'amore di Dio, di ciò che non avremmo mai potuto chiedere, immaginare o sperare: Dio si è piegato su di noi, si è abbassato fino a giungere nell'angolo più buio della nostra vita per tenderci la mano e tirarci a sé, portarci fino a Lui: Signore, ricordati di me peccatore…Oggi stesso in Paradiso. La Croce, quindi, ci parla dell'amore supremo di Dio e ci invita a rinnovare, oggi, la nostra fede nella potenza di questo amore nella Confessione pasquale, a credere che in ogni situazione della nostra vita, della storia oggi così drammatica nel rischio della terza guerra mondiale atomica, Dio se glielo permettiamo con la preghiera nel libero arbitrio è capace di vincere la morte, il peccato, il male, e di donarci già una vita nuova, anticipo da risorta. Nella morte in croce del Figlio di Dio, c'è il germe di una nuova speranza di vita, come il chicco che muore dentro la terra. Risuona l'invito che Dio ci rivolge attraverso le parole di Sant'Agostino alla nostra volontà: "Abbiate fede! Voi verrete da me e gusterete i beni della mia mensa, com'è vero che io non ho ricusato di assaporare i mali della mensa vostra … Vi ho promesso il perdono e quindi la mia vita…Come anticipo vi ho elargito la mia morte, quasi a dirvi: Ecco, io vi invito a partecipare della mia vita… È una vita dove nessuno finisce con il morire, una vita veramente beata, che offro un cibo incorruttibile, un cibo eucaristico che ristora e mai viene meno. La meta a cui vi invito, ecco… è l'amicizia con il Padre e lo Spirito Santo, è la cena eterna con ogni bene senza più alcun male, è la comunione con me….è partecipare della mia vita da risorto" (Discorso 231,5). Fissiamo il nostro sguardo su Gesù Crocefisso e chiediamo nella preghiera: illumina, Signore, il nostro cuore, perché possiamo seguirti sul cammino della Croce, fa morire in noi l'"uomo vecchio", legato all'egoismo, al male, al peccato, all'illusione che tutto finisca in polvere mantenuta in casa o dispersa nel cosmo, rendici con l'aiuto dell'Addolorata, "uomini nuovi", uomini e donne santi, trasformati e animati dal tuo amore.

Domenica di Pasqua

Nella risurrezione del Signore

Veglia Pasquale nella Notte Santa

Anno A (Mt 28,1-10)

"È risorto e vi precede in Galilea": tomba vuota e apparizioni

       Nella Chiesa  nascente è successo qualcosa   di storicamente inaudito: al posto del settimo giorno, subentra il primo giorno di un'era nuova. Come giorno dell'assemblea liturgica, culmine e fonte di tutto, esso è il giorno dell'incontro con Dio medinate Gesù Cristo, il qua0le nel primo giorno, la Domenica, ha incontrato i suoi, è apparso a loro come Risorto dopo che essi avevano trovato vuoto il sepolcro: quindi il Verbo Incarnato Via da Dio a noi e Via da noi a Dio cioè Verità e Vita. La struttura della settimana è ora capovolta. Essa non più diretta verso il settimo giorno, per partecipare in esso al riposo di Dio. Essa inizia con il primo giorno come giorno dell'incontro con il Risorto. Questo incontro avviene sempre nuovamente nella celebrazione dell'Eucarestia, in cui il Signore entra di nuovo in mezzo ai suoi e si dona a loro, si lascia, per così dire, toccare da loro, si mette a tavola con loro. Questo cambiamento è un fatto straordinario, se si considera che il Sabato, il settimo giorno come giorno dell'incontro con Dio, è profondamente radicato nell'Antico testamento Antica Storia di Amore. Se teniamo presente quanto il corso del lavoro verso il giorno del riposo corrisponda anche ad una logica naturale, la drammaticità di tale svolta diventa ancora più evidente. Questo processo rivoluzionario che si è verificato subito dopo all'inizio dello sviluppo della Chiesa, è spiegabile soltanto col fatto che in tale giorno era successo qualcosa di inaudito. Il primo giorno della settimana era il terzo giorno dopo la morte di Gesù. Era il giorno in cui Egli si era mostrato ai suoi come il Risorto. Questo incontro, infatti, aveva in sé qualcosa di sconvolgente. Il mondo era cambiato. Colui che era morto viveva di una vita, che non era più minacciata da alcuna morte, con ogni bene senza più alcun male. Si era inaugurata una nuova forma di vita, una nuova dimensione della creazione, una speranza meravigliosa. Il primo giorno, secondo il racconto della Genesi, è il giorno in cui prende inizio la creazione. Ora esso era diventato in un modo nuovo il giorno della creazione, era diventato il giorno della nuova creazione. Noi celebriamo il primo giorno. Con ciò celebriamo la paternità, la filiazione, lo spirito di Dio, il Creatore, e la sua creazione. Sì, credo in Dio, Creatore del cielo e della terra. E celebriamo il Dio che si è fatto uomo, ha patito, è morto nella natura umana ed è stato sepolto ed è risorto. Celebriamo la vittoria definitiva del Creatore di uomini liberi e della sua creazione. Celebriamo questo giorno perché ora, grazie al Risorto, vale in modo definitivo che la ragione è più forte dell'irrazionalità, la verità più forte della menzogna, l'amore più forte della morte. Celebriamo il primo giorno, perché sappiamo che la linea oscura che attraversa la creazione non rimane per sempre. Lo celebriamo, perché sappiamo che ora vale definitivamente ciò che è detto alla fine del racconto della creazione:"Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona"(Gen 1,31). E la prima creatura viva e operante con Lui è l'Assunta, la sua e nostra madre.

 

DOMENICA DI PASQUA NELLA RISURREZIONE DEL SIGNORE – Messa del giorno (Gv 20,1-9) "Egli doveva risuscitare dai morti"

 

    La morte e risurrezione del Verbo di Dio incarnato è un evento di amore insuperabile, è la vittoria dell'Amore che ci ha liberati dalla schiavitù del peccato e della morte, provocati dal negativo uso del libero arbitrio, datoci per amare a somiglianza di Dio che è amore. Ha cambiato il corso della storia, infondendo un indelebile e rinnovato senso e valore della vita di ogni uomo. Grazie alla morte e risurrezione di Cristo, pure noi quest'oggi con la Confessione e Comunione pasquale risorgiamo, come nel Battesimo, a vita nuova, ed unendo  la nostra alla sua voce proclamiamo di voler restare per sempre con Dio, Padre nostro infinitamente buono e misericordioso in privato e in pubblico. Entriamo così nella profondità del mistero pasquale con tutti i segni di gioia dei cinquanta giorni liturgici fino all'Ascensione e Pentecoste.

   L'evento sorprendente della risurrezione di Gesù è essenzialmente un evento di amore, che accolto liberamente con fede, è più grande di ogni peccato personale e male storico: amore del Padre che consegna attraverso la morte e risurrezione del Figlio per la salvezza di ogni persona e del mondo; amore del Figlio che liberamente si abbandona al volere del Padre per tutti noi, come sentiamo nella Confessione: "Dio Padre, che ha riconciliato a sé il mondo nella morte e risurrezione del Figlio e ha effuso lo Spirito santo per la remissione dei peccati, ti conceda attraverso il Ministero della Chiesa il perdono e la pace. E io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo"; amore dello Spirito che risuscita Gesù dai morti nel suo corpo trasfigurato. Ed ancora da ravvivare nella coscienza: amore del Padre che "riabbraccia" il Figlio avvolgendolo nella sua gloria; amore del Figlio che con la forza dello Spirito ritorna al Padre rivestito per sempre, senza più limiti di spazio e tempo, rivestito della nostra umanità trasfigurata, come avverrà alla fine dei tempi per i salvati.

   Dall'odierna solennità liturgica, che ci fa rivivere l'esperienza assoluta e singolare della risurrezione di Gesù "è tanto il bene che mi aspetto, che ogni pena mi diventa diletto", ci viene dunque un invito a vivere rifiutando sempre l'odio e l'egoismo e a seguire docilmente le orme dell'Agnello pasquale immolato per la nostra salvezza, e imitare il Redentore "mite e umile di cuore", che è "ristoro per le nostre anime" (Mt 11,29), anime che non muoiono. 

   Che nessuno chiuda il cuore all'onnipotenza di questo amore che redime! Speranza vera e necessaria per ogni essere umano! Oggi, come fece per quaranta giorni con i suoi discepoli in Galilea prima di tornare al Padre nell'Ascensione, Gesù invia anche noi  dappertutto come testimoni della sua speranza e ci rassicura: Io sono con voi sempre, tutti i giorni anche dimenticato, fino alla fine del mondo (Mt 28,20). Fissando lo sguardo dell'animo nelle piaghe gloriose del suo corpo trasfigurato, possiamo capire il senso e il valore di ogni sofferenza, possiamo lenire il senso e il valore della sofferenza anche più terribile, possiamo lenire  le tante ferite che continuano a insanguinare  l'umanità anche ai nostri giorni con il pericolo della guerra atomica.

   Nelle sue piaghe gloriose riconosciamo i segni indelebile della misericordia di Dio in ogni confessione pasquale di cui parla il profeta: Egli è colui che risana le ferite dei cuori spezzati, che difende i deboli e proclama la libertà degli schiavi, che consola tutti gli afflitti e dispensa olio di letizia invece dell'abito da lutto, un canto di lode invece di un cuore sempre mesto (Is 61,1.2.3). Se con umile confidenza ci accostiamo a Lui, incontriamo nel suo sguardo la risposta all'anelito più profondo del nostro cuore: conoscere sempre più Dio e stringere con Lui una relazione vitale con la Messa almeno di ogni Domenica, che colmi del suo stesso amore la nostra esistenza e le nostre relazioni interpersonali soprattutto familiari e sociali. Per questo l'umanità ha bisogno di Cristo, della Sua e nostra mamma asssunta: in Lui, nostra unica speranza, "noi siamo stati salvati" (Rm 8,24).  

 

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