Il dogma eucaristico nella modalità liturgica della Consacrazione a monte della modalità della Comunione

La distinzione tra la sostanza (il Corpo di Cristo) e gli accidenti (le specie consacrate) cioè il dogma o verità di fede deve manifestarsi nel modo di fare la Comunione. Nell'Eucarestia, per un miracolo permanente dell'onnipotenza divina, persistono sì le apparenze del pane e del vino, ma esse non sussistono più nelle rispettive sostanze del pane e del vino, bensì in quella del Corpo e Sangue del Figlio di Dio fatto uomo sulla croce; il Sostrato ontologico (subiectum) cui ineriscono non è più quello proprio, bensì un altro (transustanziazione), dal quale sono a tal punto inseparabili che, una volta distrutte le specie, non c'è più il Sacramento. Pertanto il toccare le specie consacrate non significa toccare solo gli accidenti, ma toccare la sostanza del Figlio di Dio, benché quest'ultima non sia visibile in se stessa ma tramite.

Don Gino Oliosi, 23 maggio 2020.

Questo mistero riaffermato nel Concilio di Trento con l'espressione "consostanziale" ritenuto da tutto il Concilio "aptissime" fu valutato in tempi recenti criticamente con i sostitutivi "transignificazione" rimanendo pane, "transfinalizzazione", pane e vino simboli. Paolo VI, pur valutando positivamente anche queste espressioni, ma giudicandole insufficienti. E per comprendere meglio "transostanziazione" ha offerto un'analogia con l'Incarnazione: la vera natura umana comune anche a noi, sussiste unicamente nella Persona del Figlio, alla quale è unita senza confusione, ma anche senza separazione, ragione per cui la Vergine Maria è davvero Madre di Dio (Theotòkos). Da ciò deriva che le stesse qualità (onnipotenza, perfezione, santità ecc.) possono essere attribuite tanto alla natura divina che a quella umana (communicatio idiomatum), le quali sono entrambe oggetto di adorazione. Tutto ciò che, durante la Sua vita terrena è stato fatto a Gesù, in bene o in male, è stato fatto a Dio; i Giudei, per mano dei Romani, non hanno crocifisso gli accidenti, ma Dio stesso, benché nella carne, in quanto quest'ultima appartiene al Verbo e non sussiste se non in Lui.

Analogamente per le specie eucaristiche: in alcuni miracoli eucaristici, anche recenti, la specie del pane consacrato ha mostrato la realtà: tessuto miocardico di un uomo sottoposto a grave violenza. 

Il mistero dell'Ascensione non è un mistero di separazione, ma di presenza più profonda, vera, reale, sostanziale nell'Eucarestia. Il Signore doveva essere elevato al di sopra della terra alla destra del Padre per non essere più limitato dalle condizioni terrestri. Nella sua vita terrena egli, come noi, se era in un posto non era in un altro, se parlava con una persona, non parlava contemporaneamente con un'altra… Dopo la sua glorificazione nell'Ascensione partecipa dell'onnipotenza di Dio, della sua onnipresenza anche nella natura umana crocefissa e risorta e può avere una presenza reale, corporale, sostanziale in tutte le particole e in tutti frammenti, per un contatto personale, intimo con ciascuno di noi dandoci la capacità di amare fino al perdono come Lui. "Io sono con voi tutti i giorni, sono con te soprattutto con la Comunione".

Pastoralmente è un dono l'essenzializzazione della riforma liturgica conciliare. Oggi, però, urge chiedersi le conseguenze del novus ordo riguardo alla tutela del dogma, della consapevolezza di fede della presenza eucaristica. Ci si chiede se i fedeli siano sufficientemente richiamati al senso della presenza reale nella SS. Eucarestia, cuore della fede e del corpo di Cristo che è la Chiesa, e adeguatamente introdotti all'adorazione attraverso la mediazione dei riti rinnovati. Una domanda legittima, soprattutto in considerazione del vasto calo della pietà eucaristica anche nelle sue espressioni cultuali, specialmente della Messa domenicale. Certamente il novus ordo presenta caratteristiche di nobile semplicità e illuminata essenzialità che nella mia esperienza personale di 60 anni di prete sono state meravigliose. Tuttavia le rubriche vigenti sembrano presentare caratteri troppo indefiniti e non sono perciò in grado di guidare con precisione ogni sacerdote nel porre atti rituali completi, degni e uniformi tanto che Benedetto XVI ha sollecitato la riforma della riforma. L'indeterminatezza rubricale, infatti, favorisce una personalizzazione soggettiva pastoralmente troppo difforme da un sacerdote all'altro e una debole manifestazione dei contenuti intrinseci del dogma eucaristico e quindi l'attuale difficoltà in unico modo della comunione. Si tratta di valutare, in particolare, le rubriche relative alla consacrazione ed elevazione e quindi alla comunione del sacerdote e dei fedeli; riflettere sull'esercizio del ministero straordinario della comunione, concesso ai fedeli laici. 

Molti sacerdoti consacrano l'eucarestia nel contesto di un linguaggio narrativo, senza porre quello stacco rituale, che immette nel diverso modo di pronunziare le parole del Signore che Lui stesso dice nella Consacrazione e che operano ciò che dicono. Paolo VI nella riforma del messale ha voluto che fossero in neretto, staccate. Debole e inesistente è l'inchinarsi e il pronunziare "con somma pietà" le parole dell'Istituzione. Ciò produce nei fedeli l'impressione di un semplice racconto, senza percepire il Mistero che, qui e ora analogamente al compimento nel grembo verginale di Maria, si realizza nell'evento sacramentale della presenza del Signore. L'elevazione delle sacre specie che non sussistono più nelle rispettive sostanze del pane e del vino, bensì in quella del Corpo e Sangue del Figlio di Dio che attualizza in modo non cruento il sacrificio della croce e la presenza sacramentale dei Risorto. La rubrica del Messale Romano (C.E.I. 1970-1975-1983) dice: "Presenta al popolo l'ostia consacrata, la depone sulla patena e genuflette in adorazione" e così per il calice. Tale rubrica è troppo vaga, infatti, nel modo concreto di celebrare si verificano comportamenti abusivi di diverso genere: si eleva l'Ostia e poi il Calice con una sola mano; ad altezze irrisorie e variabili, al livello del petto o al massimo del volto; senza alcuna sosta adorante mentre le specie sono elevate, ma con una subitanea e veloce discesa; si posano poi le specie sulla mensa senza unzione e si genuflette senza sostare in adorazione. Un'elevazione del genere contraddice l'obiettivo del suo ruolo liturgico pastorale. La rubrica dovrebbe essere determinata almeno così: "Eleva l'ostia fin sopra il capo tenendola con le due mani; sosta in contemplazione adorante; depone l'ostia con venerazione sul corporale e genuflette sostando in adorazione". Questa specificazione dovrebbe riguardare diverse altre rubriche del Messale del novus ordo per assicurare che i riti siano compiuti in modo integro, degno e uniforme. I fedeli, infatti hanno il diritto di ricevere una celebrazione integrale dei riti stabiliti dalla Chiesa e non deturpata, ridotta e mutata dall'umore, dai gusti, dalla fretta o dalla 'teologia' del ministro sacro.

Il problema deve riproporsi anche nel rito della comunione. L'abitudinarietà e il grande afflusso di fedeli alla comunione ha portato ad elidere il primo tempo di questo gesto liturgico. Infatti l'esposizione dell'ostia davanti agli occhi del fedele e l'atto adorante che egli deve poter emettere anche a voce con l'amen, è travolto dall'atto del comunicare, diventato meccanico e veloce. Se si aggiunge, poi, che si accede al Sacramento stando in piedi e ricevendolo sulla mano, ci si interroga come possa ancora permanere lo stimolo all'adorazione del Corpo di Cristo, che sempre deve precedere la sua assunzione non di una cosa ma di una Persona. Anche la comunione al Corpo e al Sangue del Signore da parte del sacerdote non deve essere seguita da un immediato passaggio alla funzione del distribuire la comunione ai fedeli, senza alcuna previa sosta adorante.

Benedetto XVI nel 2012, ricordando la Redemtionis sacramentum del 2004 con "il diritto di ogni fedele di ricevere, a sua scelta, la santa Comunione in bocca" ha fatto di tutto perché possa riceverla in ginocchio e amministrala in bocca mettendo un punto esclamativo…Deve essere chiaro questo: È qualcosa di particolare! Qui c'è Lui, e di fronte a Lui che cadiamo in ginocchio".  E da Papa ha dato sempre la comunione ai fedeli in bocca e inginocchiati. Ma questo suo gesto richiesto dall'Istruzione della Congregazione ha raccolto poche lodi e ha trovato vari imitatori. Purtroppo in quasi tutte le chiese del mondo le balaustre sono state eliminate, viene richiesta la Comunione in piedi, legittima come indulto cioè permessa ma mai obbligata, e si invita insieme alla Comunione nella mano perfino a non inginocchiarsi neppure durante la consacrazione come è apparso in questi giorni. La maggior parte dei liturgisti squalificano l'inginocchiarsi come un gesto devozionale tardivo, inesistente nell'eucarestia delle origini e oggi ecumenicamente importante verso i luterani. Ma Benedetto XVI si è mosso controcorrente. E nel libro intervista "Luce del mondo" si è detto consapevole di dare pastoralmente con ciò "un segno forte" diverso dal momento ariano senza adorazione e con la comunione nelle mani: "Facendo sì che la comunione, per chi lo può, si riceva in ginocchio e la si amministri in bocca, ho voluto dare un segno di profondo rispetto e mettere un punto esclamativo circa la Presenza Reale…Deve essere chiaro questo e consapevole nel momento della Comunione: È qualcosa di particolare! Qui c'è Lui, è di fronte a Lui che cadiamo fisicamente o interiormente in ginocchio". Nell'Omelia del giovedì santo del 2012 è andato alla radice del mettersi in ginocchio, che lungi dall'essere una devozione spuria. È un gesto caratterizzante la preghiera di Gesù e della Chiesa nascente. Ecco le sue parole:

"…Dobbiamo rivolgere la nostra attenzione su ciò che gli evangelisti ci riferiscono riguardo all'atteggiamento di Gesù durante la sua preghiera. Matteo e Marco ci dicono che egli 'cadde faccia a terra ' (Mt 26,39; Mc14,35), assunse quindi l'atteggiamento di totale sottomissione, quale è stato conservato nella liturgia romana del Venerdì Santo. Luca, invece, ci dice che Gesù pregava in ginocchio. Negli Atti degli Apostoli, egli parla della preghiera in ginocchio da parte dei Santi: Stefano durante la lapidazione, Pietro nel contesto della risurrezione di un morto, Paolo sulla via verso il martirio, Così Luca ha tracciato una piccola storia della preghiera in ginocchio nella Chiesa nascente. I cristiani, con il loro inginocchiarsi, entrano nella preghiera di Gesù sul Monte degli Ulivi. Nella minaccia da parte del potere del male, essi, in quanto inginocchiati, sono dritti di fronte al mondo, ma in quanto figli, sono in ginocchio davanti al Padre. Davanti alla gloria di Dio, noi cristiani ci inginocchiamo e riconosciamo la sua divinità, ma esprimiamo in questo gesto anche la nostra fiducia che egli vinca".

Anche l'intervento ormai stabile e diffuso dei ministri straordinari ( cioé in assenza di quelli ordinari) della comunione pone problemi in ordine al senso della sacralità dell'eucarestia. Fedeli, in abito civile senza alcun segno, che si accostano all'altare e distribuiscono dovunque la comunione, a livello dell'incidenza del segno, incrinano la trasparenza sul Mistero – che tende ad essere obliato -e il riconoscimento del SS. Sacramento quale vera, reale e sostanziale, presenza del Signore subisce remore, aprendo insensibilmente la via ad una riduzione simbolica, significativa, finalistica e a un suo accesso superficiale senza discernere il Corpo del Signore. Non si discute certamente sulla dignità e preparazione di tali ministri, ma si pone pastoralmente il problema in ordine all'efficacia pastoralmente psicologica del segno liturgico, che si rivela povero inadeguato rispetto al Mistero posto nelle loro mani non consacrate. La cosa deve essere viepiù considerata nel caso dell'eucarestia, che essi portano nelle case degli infermi. Il clima sacro del rito domestico, ecc.

Se questo insieme di problemi, a riguardo della disciplina attuale in materia, non è affrontato per tempo e con intelligente dibattito, ci potremmo trovare in un tempo non lontano a perdere di fatto nell'espressione liturgica le coordinate essenziali del dogma eucaristico, cuore della Chiesa e di ogni fede cattolica. Si intende che il dogma della fede, anche se fosse ben spiegato nella catechesi ma non convenientemente espresso e celebrato nei riti liturgici, verrebbe compromesso nella sua più ordinaria ed efficace trasmissione.

 

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