lunedì 23 settembre 2019

Domenica XXVI

Anche il pensiero del giudizio di Dio è utile per risvegliare la nostra generosità. Ma più efficace ancora è la contemplazione dell'amore nella presenza di Gesù, che ci vuole riempire e, tramite noi, trasformare a poco a poco il mondo in cui viviamo
Nel Vangelo di questa domenica (Lc 16,19-31), Gesù narra la parabola dell'uomo ricco e del povero Lazzaro. Il primo vive nel lusso e nell'egoismo, e quando muore, finisce nell'eterna solitudine infernale. Il povero, invece, che in vita si ciba degli avanzi della mensa del ricco, alla sua morte viene
portato dagli angeli nella dimora eterna di Dio e nella comunione fraterna dei santi. "Beati voi poveri – aveva proclamato il Signore ai suoi discepoli – perché vostro è il regno di Dio" (Lc 6,20). Il rapporto del nostro essere dono con il Donatore divino, che è amore, è il fondamento di quella speranza di ogni bene senza più alcun male che è nell'intimo di tutte le creature umane, non un qualsiasi dio, ma quel Dio che ha assunto un volto umano morendo e risorgendo, facendosi presente e operante per tutti e per tutto nel suo corpo che è la Chiesa amandoci sino alla fine: ogni singolo e l'umanità nel suo insieme fraterno. Il suo regno non è un aldilà immaginario, posto in un futuro che non arriva mai; il suo regno si fa già presente là dove Egli è amato e dove il suo amore ci raggiunge fraternamente. Solo la consapevolezza del suo amore ci dà la possibilità di perseverare con ogni sobrietà giorno per giorno, senza idolatrare e vivere egoisticamente nel presente che, per sua natura, è imperfetto. E la certezza del suo amore amando fraternamente, allo stesso tempo, è per noi la garanzia che esiste ciò che solo vagamente intuiamo e, tuttavia nell'intimo aspettiamo: la vita che è "veramente" vita. Ma il messaggio della parabola va oltre: ricorda che, mentre siamo in questo mondo, dobbiamo continuamente ascoltare il Signore che ci parla mediante le Scritture cioè pregare. Se accade che non mi ascolta più nessuno, Dio mi ascolta ancora. Se non posso più parlare con nessuno, più nessuno invocare in tanta indifferenza come Lazzaro, a Dio posso sempre parlare. Se non c'è nessuno disponibile ad aiutarmi, se mi trovo relegato in estrema solitudine fino a vivere delle briciole che cadono dalla mensa di chi sperpera pregando non mi sento mai totalmente solo. Ognuno di noi è creato per una meta, per una realtà grande, Dio stesso, per essere riempito da Lui nella concretezza di gesti fraterni vivendo proteso verso le cose che devono venire. Quando l'anima si stacca dal corpo avvengono per ciascuno la prime due delle quattro realtà definitive (morte, giudizio, paradiso, inferno), e quindi la seconda  cioè il giudizio come per il ricco epulone, senza nome cioè si vede solo, senza alcuna relazione. Gesù descrive questa eterna solitudine in maniera forte. Quando il ricco chiede ad Abramo di avere pietà di lui, di mandare Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e bagnarli la lingua, perché la sofferenza infernale della solitudine lo tortura non è più possibile. In vita non dobbiamo lasciare che si stabilisca una separazione tra noi e i poveri, i nostri fratelli che soffrono e non hanno mezzi necessari per vivere. Non aver cura, anche senza far nulla di male come il ricco epulone, è il peccato di omissione gravissimo: avevo fame, ero solo. La Chiesa fin dalle origini ha sempre avuto questa preoccupazione lasciandosi assimilare a Gesù. Per una felice coincidenza  venerdì 27 abbiamo celebrato la memoria liturgica di san Vincenzo De Paoli, patrono delle organizzazioni caritative cattoliche. Nella Francia del 1600, dopo l'umanesimo rinascimento, egli toccò con mano proprio il forte contrasto tra i più ricchi e i più poveri, oggi tra i sette miliardi e i trecento milioni. Infatti, come sacerdote, ebbe modo di frequentare sia gli ambienti aristocratici, sia le campagne, come pure i bassifondi di Parigi. Spinto non solo dalla filantropia ma dall'amore di Cristo, Vincenzo de Paoli seppe organizzare forme stabili di servizio alle persone emarginate, dando vita alle cosiddette "Charitées", le "Carità", cioè gruppi di donne che mettevano il loro tempo e i loro beni a disposizione degli emarginati. Tra queste volontarie, alcune scelsero di consacrarsi totalmente a Dio nei poveri, e così insieme con santa Luisa di Marillac, san Vincenzo fondò le "Figlie della Carità", prima congregazione femminile a vivere la consacrazione "nel mondo", in mezzo alla gente, con i malati e i bisognosi. Solo l'Amore con la "A" maiuscola, dono di Cristo, e non il semplice nuovo umanesimo dona la vera felicità. Rendiamo lode a Dio, perché il suo amore è più forte del male e della morte; e ringraziamo la Vergine Maria che conduce i giovani, anche attraverso le difficoltà e le sofferenze, a innamorarsi di Gesù e a scoprire la bellezza della libertà senza la quale non è possibile amare.

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