giovedì 12 settembre 2019

Il modello liberale dopo la cadutadel muro di Berlino

 Il modello liberale dopo la caduta del muro di Berlino sembrava l'approdo definitivo, l'orizzonte ultimo del progresso sociale risultato vincitore. Invece, qualcosa è andato storto e continua a farlo

Lorenzo Bertocchi su il Timone di settembre 2019 N. 187 registra un confronto a tre con il cardinale Gerhard Muller, il professor Marcello Pera e il giornalista Martino Cervo per rispondere alla domanda sul presente e sul futuro sociale, politico ed ecclesiale
"Ci sono due modi di spiegare l'assedio alla democrazia liberale che caratterizza il nostro tempo. Il primo modo punta il dito contro i nemici esterni: orde di barbari illiberali sono assiepati attorno alla cittadella della società e premono per saccheggiare e distruggere mettendo a soqquadro l'ordine
costituito. Un altro modo per spiegare l'assedio è l'osservazione delle contraddizioni interne al liberalismo, il sistema di idee e valori che credevamo definitivo tanto da sembrare la posizione di default dell'umanità, non è sotto pressione per via dei barbari alle porte ma per le sue fragilità, per le sue aporie abilmente nascoste: più di una lotta si tratta di un cedimento".
Questa immagine ci sembra efficace per esprimere la crisi di un modello, quello appunto della democrazia liberale, sia in senso politico che sociale, e l'abbiamo raccolta dalle pagine di un libro scritto dal giornalista Mattia Ferraresi intitolato Il secolo greve. Alle origini del nuovo disordine mondiale (Marsilio, 2017). Questa stessa immagine l'abbiamo poi ritrovata anche all'inizio di un pamphlet pubblicato dal vicedirettore del quotidiano La Stampa, Martino Cervo, immediatamente prima delle elezioni europee del maggio scorso. Perché questa immagine all'inizio di un libro, che si intitola il populismo non esiste?
Martino Cervo: Il lavoro di Ferraresi, e questa immagine in particolare, riflette il tentativo di sviluppare un suo libro precedente, una biografia ragionata di Donald Trump e della sua ascesa. Il punto comune è provare a considerare Trump stesso non come un accidente della storia, ma come sintomo di una trasformazione più grande che sta abitando le nostre società. Ho tentato di ispirarmi a questo tentativo per interpretare il caso italiano: credo che ci stia molto in comune, pur tra tante differenze, tra quanto è accaduto negli Stati Uniti e quello che sta accadendo in Europa e sicuramente è accaduto in Italia, al netto delle sorti del governo Conte. Con le politiche del 2018 assistiamo infatti a uno dei segnali di sovvertimento, o almeno dell'affaticamento di un certo "ordine". A me è sembrato  che la stragrande maggioranza di quelli che fanno il mio lavoro, a prescindere dalle inclinazioni personali o dalla linea dei singoli giornali, sia quasi totalmente schiacciata sul primo dei due approcci  sintetizzati dalla citazione tratta dal libro di Ferraresi: cioè sul pensare che quello che accade oggi a livello politico, e soprattutto pre-politico, sia frutto di un impazzimento dell'elettorato, di un corpo sociale non più in grado di discernere i suoi interessi né di capire quali siano i mezzi con cui difendere i propri ideali. E che quindi si rifugia, magari perché condizionato da imprecisate influenze esterne, in soluzioni a buon mercato ma che appunto distruggono 'ordine costituito'. La seconda chiave di lettura, invece, a me pare più efficace nell'interpretazione di ciò che sta avvenendo. Perché ipotizza, o meglio riconosce, che i cardini del mondo così come lo abbiamo conosciuto (e che tutata la nostra generazione è abituata a dare per scontati, perché è diventata adulta quando il Muro di Berlino era già caduto, e non ha avuto altro orizzonte che non fosse quello delle democrazie liberali) ci siano intrinseche fragilità. Senza tener presente questo "disordine" interno al livello liberale, che sembrava la meta definitiva dell'umanità, non si riesce a comprendere quello che sta avvenendo, anche nelle sue conseguenze politiche. Credo sia utile osservare come il liberalismo – dove per liberalismo intendo una forma politico-sociale che ovviamente ha i suoi corollari in economia, nel diritto e nella filosofia – non sia un dato esterno né neutro, ma il frutto di una precisa concezione dell'uomo, della storia e della società. Considerarlo invece immutabile rende molto difficile criticarlo o vederne le contraddizioni interne: "il populismo non esiste", quindi, perché ciò che intendiamo con il termine altro non è che una manifestazione, spesso scomposta, di tali contraddizioni.
Eminenza, il liberalismo è in crisi?
Gerhard Muller: In un mondo dominato dalla comunicazione globale mi sembra anche difficile capire cosa è dentro o fuori il modello liberale o cosa, invece, rappresenti già una forma di totalitarismo per così dire "aperto", "democratico" e "globale". Noi abbiamo questa visione di vivere ancora all'interno di una democrazia liberale, ma ci confrontiamo con una falsa ideologia che non è nemmeno più liberale. La liberalità viene da Dio, come ha detto san Tommaso: Deus maxime liberalis est. Questa è la fonte della libertà che dona ad ogni uomo la sua più piena dignità cioè la libertà e quindi la capacità di amare, ma oggi abbiamo una sostituzione della cultura cristiana, dei principi e dei valori cristiani (cioè ciò per cui val la pena vivere), con ideologie che non hanno nulla a che vedere con quella trascendenza che dà senso alla vita, al cosmo, alla storia. Possiamo fare l'esempio del così detto genderismo, o di un certo ambientalismo, surrogati della religione dove i problemi si risolvono pragmaticamente, nell'assenza però di una visione, un orizzonte trascendente. Siamo di fronte alla distruzione delle fondamenta della cultura cristiana che esiste insieme con la cultura greco romana in un amalgama che con l'Antico testamento rappresenta un continuum di 4.000 anni. Oggi, a partire dalle istituzioni europee e da alcuni parlamentari di stati europei, assistiamo a un persistente tentativo di volersi allontanare da queste radici culturali e per scristianizzare completamente la vita dei popoli, con un nuovo furore dal sapore giacobino che mira ad eliminare ogni riferimento ad una dimensione trascendente, oggettiva. Così però l'uomo può essere strumentalizzato senza alcun limite, questa è la grande sfida di oggi. Pur troppo non vedo da parte della maggioranza dei responsabili della Chiesa cattolica, che è la base della sintesi di questa cultura, una profonda analisi della situazione, mentre apparentemente si lavora solo per alleanze su posizioni mondane. La Chiesa ha bisogno non solo di pastorale, ma anche di una dimensione intellettuale come dopo la riforma protestante abbiamo assistito a una ri – cattolicizzazione dell'Italia e della Germania del sud, della Francia, ad opera di grandi personaggi e pensatori. Posso fare gli esempi di San Carlo Borromeo e del cardinale Roberto Bellarmino, esempi di intellettualità cristiana cattolica fondamentali per la rivitalizzazione della società.
Quindi sarebbe possibile salvare il liberalismo?
Gerhard Muller: Io credo che un liberalismo autentico, cioè anticomunista, antifascista, anti secolarista, può avere solo un fondamento nella cristianità.
Professor Pera lei nel 2008 scriveva un libro, Perché dobbiamo dirci cristiani, che denunciava già la crisi del modello liberale, indicando proprio nella necessità di un riferimento al cristianesimo la via per uscirne. A che punto è la notte?
Marcello Pera: E' ancora lunga … Voi avete parlato di nemici esterni e interni al modello liberale, vorrei innanzitutto sottolineare che da qualche decennio esternamente abbiamo un elemento in più che fa pressione ed è l'islamismo. Ma i nemici esterni, pur essendo pericolosi, hanno un grande vantaggio perché conoscendoli si possono affrontare. Però dobbiamo certamente convenire che i nemici più insidiosi sono quelli interni al liberalismo occidentale, intrinseci a quella che Popper chiamava società aperta. Una società siffatta può certamente cadere per collasso interno, per una implosione spirituale e morale. Questo io temo che stia accadendo oggi perché il liberalismo ha cambiato dottrina. Ormai i libri di testo fanno già una distinzione tar liberalismo moderno e liberalismo classico, quest'ultimo potrebbe essere rappresentato da John Locke oppure Emmanuele Kant, mentre quello moderno potremmo identificarlo in John Rawls, oppure che inizi già nell'Ottocento con John Stuart Mill. Si tratta di due realtà diverse su di un punto cruciale: il fondamento religioso del liberalismo. (Benedetto XVI in Spe salvi 19 a riguardo del liberalismo classico rappresentato da Kant: "Nel 1795, nello scritto La fine di tutte le cose Kant prende in considerazione la possibilità che, accanto alla fine naturale di tutte le cose, se ne verifichi anche una contro natura, perversa. Scrive al riguardo: 'Se il cristianesimo un giorno dovesse arrivare a non essere più degno di amore […] allora il pensiero dominante degli uomini dovrebbe diventare quello di un rifiuto e di un'opposizione contro di esso; e l'anticristo […] inaugurerebbe il suo, pur breve, regime (fondato presumibilmente sulla paura e sull'egoismo). In seguito,  poiché il cristianesimo, pur essendo stato destinato ad essere a religione universale, di fatto non sarebbe stato aiutato dal destino  a diventarlo, potrebbe verificarsi, sotto l'aspetto morale, la fine (perversa) di tutte le cose"). 
Che cosa si intende oggi per liberale?
Marcello Pera: Qui vale la distinzione che proprio alcuni liberali facevano tra la libertà "da" e libertà "di". Oggi liberale è colui che si batte contro ogni forma di restrizione o coercizione e quindi a favore di una maggiore libertà "da". Facciamo un esempio concreto: il diritto riconosciuto alla libertà di droga, ma divento schiavo della droga io non sono più libero, anzi sono meno libero. Manca qualcosa. E l'esempio può essere fatto per molti altri casi dei così detti nuovi diritti per cui si battono oggi i liberali.
E' questo l'intrinseco male che attanaglia il liberalismo?
Marcello Pera: Bisogna insistere su di un altro tipo di libertà, quella per cui ci sono dei principi ai quali nessuna volontà che voglia considerarsi libera può sottrarsi. Dal mio punto di vista la formula di Kant rimane comunque valida, sebbene so che il cardinale non sarà perfettamente d'accordo, ma in qualche modo potrebbe andare bene anche per un cristiano: quand'è che la volontà di un individuo è libera? La volontà è libera, insegna Kant, quando la volontà è buona questa è tale quando è sottoposta alla legge morale. Questo senso della libertà il liberalismo moderno lo ha completamente perduto. Questo possiamo dire è il fondamento religioso della libertà: c'è una legge morale, per i cristiani questa legge naturale è anche rivelata da Dio, e tu sei veramente libero se rispetti quella legge morale, se il senso del vivere è quella legge. Non quando si elimina qualche ostacolo esterno. Il liberalismo moderno a differenza di quello classico, ha completamente dimenticato il fondamento religioso della libertà.
E il diritto quindi è anche lui mutilato?
Marcello Pera: Avendo dimenticato questo concetto di libertà, di conseguenza il liberalismo ha dimenticato anche il concetto di diritto naturale. Oggi secondo questo liberalismo i diritti naturali di fatto sono semplicemente dei buoni desideri o cattivi desideri soddisfatti per legge positiva. Ma per il liberale classico non c'entra nulla la legge positiva che soddisfa i desideri degli individui o dei gruppi, non c'entrano nulla i miei desideri soggettivi: ciò che conta, ripeto, è il fondamento religioso per la libertà che io invoco. Qui sta il cedimento del liberalismo rispetto a quello classico, perché è diventato una forma di soddisfazione di desideri o individuali o di gruppo.
Quindi torniamo a quello che diceva poco il cardinale Muller: un autentico liberalismo deve fondarsi sulla cristianità?
Marcello pera: Il libro che ho scritto nel 2008 intendeva proprio questo: se vogliamo dirci liberali dobbiamo dirci cristiani, per non perdere il fondamento religioso della libertà che il liberale desidera non soltanto nella formula libertà "da", ma anche nella formula che riguarda la libertà della libertà interiore (da ogni schiavitù esterna perché in rapporto personale con Dio). Il liberalismo è diventato atomismo, è diventato soggettivismo. Il liberalismo è diventato una disgregazione sociale di fatto, perché quando una società si riduce a una tutela di gruppi e di individui si capisce che la società diventa un aggregato e non una comunità morale come deve essere uno Stato.
Eminenza, ma questa religiosità di cui ha parlato il professore è un tipo di religiosità con cui la chiesa può davvero dialogare, oppure consiste in una forma che in qualche modo contiene già in sé i limiti che portano a questa crisi del liberalismo?
Gerhard Muller: La religiosità di Kant (la "fede ecclesiastica" superata e rimpiazzata dalla "fede religiosa", vale a dire dalla semplice fede razionale) era una riduzione della religione nel senso cristiano, si riferiva appunto solo alla morale. Il cristianesimo, invece, è un rapporto con Dio per mezzo di Gesù Cristo (vivo e operante attraverso il suo corpo visibile che è il noi della Chiesa) e al centro di questo rapporto che rende liberi c'è l'amore fra Dio e noi e di Dio in sé. Questa certo non è una contrapposizione alla morale, ma l'amore (non c'è amore senza libertà, non c'è libertà senza relazione personale con Dio) ne è il fondamento, nel senso che la morale non è in sé solo un formalismo, un'obbedienza kantiana verso un imperativo categorico, ma verso la persona di Dio e quindi verso il noi del prossimo. Ma questa distinzione tra il liberalismo classico e quello moderno ha a che vedere con il pensiero di oggi: oggi si parla di un pensiero debole, mentre noi abbiamo bisogno di un pensiero forte. La volontà è senz'altro una caratteristica essenziale per la morale umana, ma non si può separarla dall'intelletto, dal pensiero. La formula di Kant che il professor Pera ha ricordato possiamo considerala simile, sebbene in forma riduttiva, a quelle di Aristotele e San Tommaso poiché la libera volontà umana non si può ridurre a questo momento formale, dobbiamo chiederci qual è il destino della volontà (che qualifica morale o non morale ogni atto umano): è il bonum, il bene. L'unità di questa filosofia aristotelica tomista sta nella non separazione del bonum et verum, tra bene e verità. E' il  Bene il fine della volontà, un Bene con cui posso addirittura unirmi, non solo una formalistica autodeterminazione, così la volontà viene al suo compimento nell'amore verso una realtà. Aristotele parla di vis unitiva come compimento; mancando questa i liberali moderni alla fine si trovano davanti un senso di vuoto e la mancanza di felicità. Vivere esclusivamente nel rispetto del proprio soggettivismo o per il proprio personale piacere porta a una diffusione della infelicità personale e sociale, lo vediamo in particolare nella crisi drammatica in cui si trova la famiglia, nel grave smarrimento di molti giovani che non sanno per cosa vivere, nella difficoltà di tanti di trovare un senso della vita. Questo liberalismo così detto moderno è autodistruttivo, vediamo nei fatti che non funziona. Non è moderno, ma è antiquato perché salta completamente il fondamento filosofico e religioso ontologico: non c'è n'è una filosofia né una teologia che lo sostanziano.
Mi pare chiaro che una libertà che si basa su un pensiero debole, non ontologico, produca quel vuoto che avete evidenziato, sebbene da punti di vista diversi. Questo è evidente nel dibattito politico dove, quando si affrontano temi bioetici, penso all'aborto e l'eutanasia, e si tira in ballo la verità il livello del dibattito si svuota.
Martino Cervo: Mi pare che lo "svuotamento" della verità cioè della religione in questo senso si riverberi chiaramente anche nella formulazione delle offerte politiche, e nel pensiero che le genera. Rispetto a questa situazione mi chiedo: se davvero, come è parso dire il cardinale, mancano alla Chiesa personalità che, come dopo la riforma protestante, sappiano riprendere il filo di una originalità culturale, a cosa è dovuto? Cioè: qual è la ragione per cui oggi si fatica a rintracciare uomini e donne di questo tipo? Come nascono? E' un fattore deciso dalla Provvidenza, che a un certo punto fa sorgere dei santi, oppure c'è un lavoro che può essere fatto per favorire, in qualche modo, questo?
Gerhard Muller: Ci sono molti ministri della scuola che sembrano impegnati a tagliare dall'insegnamento ciò che ha a che vedere con la storia: la vita, si dice, comincia con l'oggi. Sembra quasi che ci vergogniamo del nostro passato con i suoi limiti e della nostra cultura. Sembra esserci una rincorsa ad organizzare tutta la umanità ex novo compresa la Chiesa, in modo astorico, afilosofico, ateologico. Pur troppo anche nella Chiesa sembra che si fatichi a svolgere n'azione di catechesi, di mistagogia, di introduzione nella sostanza del cristianesimo, restano spesso solo dei riti esterni come cerimonie emozionali. Molta gente viene in piazza san Pietro per vedere il Papa, ma quanti sanno che il papa è successore di Pietro, che è vissuto qui a Roma ed è morto martire per testimoniare Gesù Cristo il Signore vivo e operante attraverso il suo corpo visibile che è la Chiesa attraverso il suo Vicario? Ci sono anche alcune personalità della Chiesa che pensano che tutto sia in funzione di una decisione quasi positivistica, gnostica, non riconoscendo che la missione della Chiesa di Roma è fondata in perennità sul martirio, sulla testimonianza di Pietro. Ad esempio, il vescovo argentino Manuel Fernandez alcuni anni fa dichiarò al Corriere della sera che si può anche spostare la Santa sede da Roma come principio gnostico di unità universale della Chiesa in un'altra città, questa è tipicamente una decisione di stampo gnostico, positivistico. La radice martiriologica della Chiesa romana è anche alla base dell'Europa cristiana, insieme alla continuità della tradizione apostolica e ai grandi padri e dottori della Chiesa come Sant'Agostino, San Tommaso e tutti gli altri fino all'ultimo secolo. Ma dove è rispettata davvero questa grande tradizione importante come la Bibbia?  In alcuni casi questi autori fondamentali nemmeno vengono letti come si deve nei seminari e nella facoltà di teologia. Conosco personalmente alcuni vescovi e anche un cardinale di una grande capitale europea che dicono di non voler mandare nessuno a Roma per il dottorato, perché non hanno bisogno di sacerdoti dotti come se la pastorale fosse tutto nell'evangelizzazione: è sufficiente che sappiano leggere la messa e facciano pastorale. Ma se uno vuole essere servitore della Parola, del Logos, come può predicare se non è adeguatamente formato? Questa situazione a mio parere si può cambiare con una riforma autentica degli studi prima di qualsiasi altra riforma che riguardi l'organizzazione. Solo così si può pensare di dare una risposta alle grandi sfide del nostro tempo di cui stiamo parlando. La formazione iniziale e permanente è il punto debole della Chiesa, manca la sufficiente capacità di capire ciò che accade nel mondo di oggi per poter davvero penetrare la realtà del nostro tempo e dare un contributo originale e missionario ai grandi dibattiti che riguardano l'umano.
Professor Pera, torniamo alle insidie intrinseche del liberalismo. Oltre alla perdita del "fondamento religioso, ontologico", nel suo parere ce ne sono altre?
Marcello pera: Un altro punto di crisi riguarda la questione del rapporto tra diritti e doveri. Se oggi si domanda perché l'uomo ha dei diritti la risposta di solito è quella per cui l'uomo in quanto uomo è dotato di ragione e volontà, per ciò ha diritto di essere rispettato. Quindi i diritti sono un dato originario come se l'uomo non fosse un essere dono del Donatore divino. Ma data questa risposta non si comprende poi da dove nascano i doveri. La formula classica del rapporto tra diritti e doveri, che di nuovo è una formula cristiana, anche molti cristiani oggi l'hanno dimenticata, è la priorità nella verità dell'essere dono del Donatore divino del dovere sui diritti: è in quanto io ho il dovere di rispettare il mio Donatore divino, il Creatore, che si è rivelato nel volto umano di Gesù e mi ha salvato che devo riconoscere al mio fratello, pure dono come me, il suo diritto. Dal rispetto dovuto al Creatore, al Donatore divino del mio e altrui essere dono, come di tutto il mondo che mi circonda, deriva il fatto dell'uguaglianza, della libertà, della fraternità naturale per cui non posso mai utilizzare il fratello come mezzo, ma sempre devo considerarlo come fine cioè persona. Quindi dal dovere nasce il diritto. Ecco quindi un altro elemento della crisi del liberalismo e cioè aver invertito la relazione tra doveri e diritti assolutizzando l'individuo al punto che, come dicevo prima, oggi un diritto di fatto è un desiderio o individuale o di gruppo soddisfatto per legge di maggioranza. Così i diritti si conquistano con il potere, indipendentemente dalla famiglia, dallo stato, dal bene comune: ci sono, li posseggo sugli altri. Nella formula del liberalismo classico nella moralità kantiana dell'imperativo categorico, non quello odierno, c'è ancora questa priorità cristiana del dovere sul diritto, altrimenti se io non riconosco la verità del mio e altrui essere dono del Creatore e Salvatore, io non posso chiedere, pretendere per legge a te di rispettare il mio diritto. Quindi, oltre ad aver perso il fondamento religioso, cristianamente religioso della libertà, oggi si sta perdendo  il fondamento religioso, anche costituzionale, della relazione tra diritti e doveri.
Negli "appunti" pubblicati recentemente da Benedetto XVI c'è proprio il riferimento a Dio creatore come cardine del buon convivere. E lo stesso Joseph Ratzinger, anche da cardinale, ha spesso parlato dell'importante riconoscimento razionale dell'esistenza di Dio, della verità del Donatore divino del proprio e altrui essere dono come di tutto il cosmo che ci circonda. Oggi però questo sembra essere un argomento dimenticato anche nella Chiesa, nella teologia, nell'evangelizzare, nella pastorale.
Gerhard Muller: Purtroppo è così, oggi per molti la fede è solo un atto emotivo e sentimentale e non è più necessario trovare degli argomenti per l'esistenza di Dio, per l'apertura razionale al mistero nella sua Rivelazione storica. Ma nel cristianesimo, come insegna san Paolo, la fede è un atto ragionevole pur aiutato dalla emotività e dal sentimento e la razionalità come senso religioso naturale ne è parte essenziale e non solo esterna, biblica. La nostra   fede nel Logos, pertanto pur mistero oltre il cammino argomentativo della ragione mai contro la ragione. E' un avvenimento la certezza di fede incontrando Gesù, il Signore, il vivente nella Chiesa, ma dobbiamo comprenderla logicamente secondo la legge della non contraddittorietà del Logos che viene dallo stesso Dio che, appunto, è Logos. E' necessaria la chiarezza di argomenti per la nostra certezza di fede. La presentazione di una morale categorica senza il riferimento al Dio vivente di Gesù Cristo, l'autonomia della morale, l'abbiamo vista nella storia, ad esempio con la rivoluzione francese o la rivoluzione bolscevica è un fallimento della concezione umana. Ma in questi casi dove si è parlato dei diritti umani, come oggi accade anche in molte delle così dette democrazie liberali secolarizzate senza alcun spazio pubblico al Trascendente, lo si è fatto parlando di una illimitata libertà all'individuo e nello stesso momento però si sono  fatte, e si fanno, leggi che proibiscono la libera opinione. Un paradosso rivelatore. Ad esempio oggi si fanno leggi che ti impongono di dire che l'omosessualità non è una condizione reversibile e chi lo fa viene punito. In questo, come in altri esempi, ci sono gli estremi per fare un parallelo tra questo liberalismo e una forma di totalitarismo "morbido" mai esistita prima d'ora. Tutto questo passa anche da una forma di controllo sempre più sottile che passa in particolare dai dati presenti nelle comunicazioni digitali. C'è una chiara ambivalenza tra l'estrema libertà proclamata e l'estremo controllo.
Se Dio creatore, donatore di ogni essere dono cioè la verità naturale, come stiamo dicendo, è il riferimento minimo a cui tornare per salvare la vivibilità delle nostre società, mi pare però che nel dibattito pubblico e politico di spazio per Dio ce ne sia ben poco. A quale Dio si fa riferimento? 
Martino Cervo: Prima ancora che un problema di citazione, il riferimento a Dio sorge considerando la natura dell'uomo, che inevitabilmente è costituita dal suo aprirsi al mistero storico del farsi creatura del Creatore. Questo mi sembra un dato laico cioè razionale accessibile, comprensibile da tutti: poi è chiaro che all'origine del cristianesimo c'è una pretesa unica, e cioè che ciò che chiamiamo Dio, questo anelito al senso naturale della vita e delle cose, si sia incarnato in un uomo, in un punto preciso del tempo e dello spazio. Questo evento unico ha generato tutto ciò che sappiamo, in particolare in Europa, e che Muller e Pera hanno autorevolmente descritto. Mi colpisce che la censura del dato storico e culturale del cristianesimo nel dibattito pubblico vada di pari passo con la censura di questa necessità naturale di apertura al mistero soprannaturale propria dell'esperienza umana. Con il risultato che nella mentalità comune, ormai sembra trovare spazio solo l'uomo a una dimensione, quella terrena. Però anch'essa soffre sotto i colpi di una forza per cui l'apparente massimo di libertà coincide con un controllo e una omologazione che non hanno mai avuto gli  strumenti che ha oggi. Questo a mio parere non è casuale: non credo che sia l'avanzamento tecnologico in sé a produrre questi strumenti, quanto piuttosto il contrario. La pressione di queste idee in un certo senso "produce" strumenti tecnologici che hanno certamente motivazioni legate al funzionamento economico delle nostre società, ma portano con sé questa concezione ridotta dell'uomo. La trascendenza non è una giustapposizione esterna all'uomo, ma gli appartiene in quanto uomo. Questo dato purtroppo non viene riconosciuto nemmeno in moltissimi percorsi educativi in cui sono inseriti oggi i giovani.
Mi pare che questo panorama sia corretto, ma la chiesa cattolica che, come insegna il Vaticano II, è quella in cui sussiste la vera chiesa di Cristo, del Figlio di Dio tra noi, non ha qualcosa da dire al proposito?
Gerhard Muller: Nella fede noi crediamo solo nel Dio che è Gesù Cristo, non esiste un Dio qualsiasi. In teologia fondamentale possiamo studiare il concetto di Dio presente in altre confessioni religiose, ma non esiste nulla al pari del Dio che ha assunto un volto umano e vivo si fa presente nella storia per accompagnare ogni uomo nella storia e nel cammino della vita. Il concetto cristiano del Dio personale che si rivela fin da Abramo "E Dio disse…" è unico. Mai nella storia riscontriamo una società pluralistica in campo religioso come noi la vediamo oggi, nel passato vi era sempre una omogeneità tra società e religione di quella società. Solo la Chiesa cattolica devo dire che ha storicamente questa esperienza di vivere come parte di minoranza in molte realtà sociali e politiche, ma sempre in società in cui vi era una omogeneità tra ideologia  politica e religione. Oggi soprattutto in Occidente e in Europa in particolare, il fondamento sociale è il secolarismo, che rappresenta una sostituzione della forza unitiva della religione. Abbiamo avuto nazionalsocialismo, fascismo e comunismo che sono stati una falsa religione per unificare il pensiero sociale, questo vale anche oggi in alcuni Stati come ad esempio Cina o Nord Corea, ma questo non lo possiamo accettare perché oscura la libertà delle persone e tutto è occupato dallo Stato. Ma quando non c'è questa apertura alla trascendenza cos'è alla fine che domina tutto? E' solo il potere e la violenza più del più forte. Io penso che queste società alla fine sono destinate alla autodistruzione, perché negano appunto il fondamento della trascendenza perlomeno del diritto naturale come, invece, facevano l'etica di Aristotele o di Cicerone. Oggi che cosa unifica la società per il bene comune? Il piacere e il benessere personale non possono svolgere questo compito, non possono essere dei fini sufficienti per impostare una convivenza vivibile e rispettosa della dignità della persona. L'uomo non vive solo di pane, ma anche della Parola, del Logos: non si può distruggere totalmente la natura umana intellettiva fino a fare dell'uomo solo un consumatore.
Martino Cervo: Eminenza, a suo parere una fase come quella che lei ha descritto, in cui l'apertura umana alla trascendenza viene negata dalle stesse istituzioni, è paradossalmente un momento privilegiato per riproporre la "convenienza" e la bellezza del fatto cristiano, oppure prevalgono una difficoltà e una inquietudine che incidono anche dal punto di vista della Chiesa e dei cristiani?
Gerhard Muller: Sarebbe davvero una grande chance, ma non riesco a scorgere una volontà di coglierla fino in fondo. La Chiesa tedesca ad esempio ha avviato un processo sinodale con scelte che si orientano contro il celibato sacerdotale e altre che vorrebbero avvicinarsi alla gente su tematiche di morale sessuale, a me pare che questi siano falsi compromessi che non possono permettere di fare un autentico rinnovamento che sappia andare alle radici, alle fonti e riproporre in tutta la sua forza la fede cattolica.
Marcello Pera: Io sono  d'accordo con quello che diceva ora il cardinale circa il fatto che queste società secolarizzate o decristianizzate sono destinate all'autodistruzione negando fondamenti che le possono tenere coese. Vorrei però richiamare l'attenzione sull'aiuto che purtroppo, a mio parere, il cristianesimo oggi sta dando a questo processo di secolarizzazione. Perché se c'è stato  un fenomeno di decristianizzazione della cultura liberale, mi pare si debba dire che ce n'è anche uno di liberalizzazione del cristianesimo. La diagnosi che io faccio di questo fenomeno è che anche il cattolicesimo ha ceduto al liberalismo nel senso deteriore del termine, e non penso sia una questione legata a un papato specifico. Penso che occorra riflettere sul così detto "aggiornamento" che è stata la parola d'ordine del Concilio Vaticano II, necessario, si è detto, per portare il messaggio cristiano ai tempi moderni. Ma qualcosa è andato perduto anche per l'assorbimento di un linguaggio estraneo che ha portato un po' di contaminazione. Vari segni io vedo di questo cedimento, il primo è quello di aver sposato completamente e in pieno la cultura dei diritti, senza aver dato una interpretazione in modo significativamente difforme  dalla cultura laica. Un altro cedimento lo riconosco nella interpretazione di una formula divenuta di moda nella chiesa, quella dei "segni dei tempi" per cui, si è detto, nel nostro tempo ci sono segni (democrazia, rispetto dei diritti, della libertà, ecc.) che ci fanno intravvedere una maggiore vicinanza al regno di Dio. Mi pare di capire che così si riconosce che ci sono dei tempi del progresso della storia che sono  più vicini al regno di Dio, tempi del progresso che sono caratterizzati appunto delle istituzioni liberali. A mio parere questa è una trasformazione indebita della lettura della storia propria del cristianesimo. Mi pare che un altro segno di cedimento del cattolicesimo nei confronti del liberalismo sia da rintracciare nel concetto di dialogo così come insistentemente predicato negli ultimi 50 anni. O il dialogo è un pour parler, oppure presuppone che gli interlocutori abbiano una loro verità da cui partire, quale sia la verità non è noto, e allora dialogando cercano di trovarla. Questo tipo di dialogo non è tolleranza, una qualche forma di rispetto o un conversare educato. Infine un ultimo segno di cedimento che mi pare dirimente: qual è la missione del cristiano? E' una religione della salvezza temporale e soprattutto escatologica o della libertà/liberazione dell'uomo? La mia impressione è che progressivamente la chiesa intenda sempre più la sua missione come quella di una liberazione dell'uomo in questo mondo e sempre meno della salvezza dell'uomo in senso escatologico. Così però si corre il rischio di legare la chiesa a movimenti di liberazione secolari, concentrati nella rimozione egli ostacoli alla libertà, e porre in grave rischio il concetto di missione cristiana che viene ad essere storicizzato e relativizzato. E infine lo si politicizza in senso stretto.
Eminenza, pensa anche lei che in qualche modo il liberalismo abbia, come diceva il professor Pera, contaminato la Chiesa?
Gerhard Muller: Prima dell'Illuminismo europeo si diceva che avremmo superato la morte, la sofferenza, il peccato, per mezzo dei sacramenti della grazia o gesti di Gesù Cristo vivo, operante nella e attraverso la Chiesa. Con l'illuminismo comincia un cammino di idee per cui invece di utilizzare questi strumenti dobbiamo operare un progresso materiale per mezzo della scienza e della tecnica e così perfezionare non solo le condizioni di vita materiale, ma perfezionare l'uomo con una nuova antropologia e questo è il suo fine. Si è andati alla ricerca di un perfezionamento intramondano che è culminato nel XIX secolo con le grandi ideologie progressiste e poi la cultura liberale imperniata sull'autoperfezionamento dell'umanità. Tutti hanno sostenuto di non aver bisogno della religione nella prospettiva solo immanente della vita, religione troppo antiquata e medioevale. In questo contesto la Chiesa era sempre considerata di essere contro il progresso, il marxismo in particolare ha avversato la trascendenza in modo aperto e programmatico come religione dell'immanenza. Il comunismo ha chiuso il cielo sottolineando che c'è solo una responsabilità per la terra; penso che alcuni teologi hanno voluto fare una sintesi con queste istanze, ma non si può fare una sintesi con tutto. Si può fare come ha fatto san Tommaso con l'aristotelismo, cioè senza fare confusioni di nessun tipo, ma incorporando e modificando in chiave cristiana ciò che si poteva. Certo, anche noi cristiani abbiamo delle responsabilità per quanto attiene alla cultura, all'arte, all'educazione, alla medicina, per migliorare le condizioni umane, ma non possiamo dire che questo è un avvicinamento al regno di Dio in senso progressista e storicista perché a livello morale resta sempre questa struttura dialettica tra il bene e il male. L'uomo, per così dire, non si migliora moralmente e religiosamente quando ha migliori condizioni di benessere economico, perché anche chi vive nel lusso può essere un uomo cattivo e viceversa. Qui in questa terra resta sempre una chiesa militante che deve fare la sua lotta della fede e alla fine resta sempre solo Dio, unico Salvatore. L'uomo non può salvarsi da sé L'uomo può cooperare con Dio a livello della natura, della società dell'educazione, ma alla fine è solo Dio che salva l'uomo che si lascia salvare con il perdono, con la misericordia. La chiesa deve sempre richiamare questa sua missione fondamentale di ricordare all'uomo la salvezza che viene da Dio in Gesù Cristo, vivo e operante sacramentalmente attraverso il suo corpo visibile che è la Chiesa, il sacramento dell'Eucaristia, i Sacramenti: questa è la sua stessa ragione d'essere. E' molto comodo dire che siamo tutti insieme cercando la verità, ma questo   può andare bene per un talk show. Nel Medioevo quando la teologia cominciava a diventare una scienza secondo il modello di Aristotele si facevano le così dette disputatio in cui si cercavano risposte e non opinioni tra le altre. La chiesa ha per mandato divino questa missione di portare la verità, se accettiamo che Cristo è il Vivente, il Maestro e la chiesa deve ammaestrare il mondo. La verità non è un prodotto del nostro pensiero, ma un dono di Dio.
C'è una formula che appare come un ossimoro e che rappresenta questi nostri tempi: "unità nella diversità". A vostro parere è la felice sintesi di un traguardo raggiunto, oppure è la più piena espressione del declino?
Marcello Pera: L'ossimoro di per sé mi pare abbastanza neutro, piuttosto è l'uso che se ne fa. Se unità nella molteplicità vuol dire che io debbo condividere e accettare tutte le molteplicità con lo stesso diritto o dignità, ecco che quell'ossimoro mi pare diventi qualcosa di più pericoloso e rischioso. Diventa un cedimento al relativismo. Se, invece, vuol dire che riconosco che c'è una molteplicità ma io devo ridurlo ad unum, allora l'ossimoro diventa un impegno. Oggi mi pare che quell'ossimoro sia stilizzato in una maniera molto cedevole.
Martino Cervo: Il cardinale Ratzinger, in un famoso dialogo con Jurgen    Habermas ("Etica, ragione e stato liberale", Morcelliana 2004), si chiedeva – semplifico molto – quali fossero le possibilità di costruire un'etica universale all'interno di società    costruite sui principi del pluralismo. Ratzinger diceva che il tentativo è razionale e desiderabile, ma si domandava: tutto ciò, nell'esito pratico, che idea dell'uomo sottenderebbe? L'inizio della risposta è che questo sforzo porterebbe ad una società in cui ci si sottomette al più forte, dove anche il diritto diventa la legittimazione di un rapporto di forza. Tutto questo accade se c'è un'idea di uomo che non è un fine ma un mezzo. Per questo è molto pertinente l'osservazione del professor Pera, secondo cui l'ossimoro "unità nella diversità" in sé è neutro, ma diventa segno di un declino quando lo si utilizza come formula di indifferentismo. Nel concreto mi pare di poter dire, per riprendere ancora Ratzinger, che l'antidoto primo nei confronti di questo declino sia riconoscere all'uomo la sua più completa e totale dignità   di  fine in sé, che non può prescindere da una sua apertura alla trascendenza nella verità del proprio e altrui essere dono, come di tutto il mondo che lo circonda.
Gerhard Muller: Tutti gli uomini sono diversi, ma l'unità è nella Verità e nel Bene. Solo così ci può essere unità.

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