sabato 28 gennaio 2017

Domenica IV

Come Mosé per i comandamenti o pilastri nella via  dell’amore Gesù salì sul monte per annunciare la felicità, le beatitudini della Nuova Alleanza o storia di amore di Dio con l’umanità e con ogni uomo 

Come Mosè salì sul monte per accogliere i pilastri della storia d’amore di Dio per l’umanità o Antica Alleanza così nel Vangelo di oggi riviviamo Gesù che sale sulla montagna, si mette a sedere mentre si avvicinano i suoi discepoli e nuovo, definitivo Mosè della Nuova Alleanza, della Nuova Storia di
Amore per l’umanità, non dà nuovi precetti ma ci vuole già beati e mostra la via della felicità anche in tutti i limiti, le difficoltà della vita. Nell’amore paterno,  Dio fa di tutto perché possiamo scoprire la via della vera felicità. Ci ha mandato Gesù, suo Figlio in un volto umano, perché ce la indichi come suo programma evangelico.
Le beatitudini hanno un aspetto sorprendente, anzi sconcertante: Gesù proclama beate quelle persone che il mondo proclamerebbe infelici. Dice: “Beati i poveri … beati gli afflitti … beati quelli che hanno fame e sete di giustizia … beati i perseguitati. Gesù, con il dono dello Spirito in una risposta di amore, ci vuol far comprendere che la vera felicità non si trova dove il mondo la cerca, cioè nella ricchezza, nel potere e nei piaceri idolatrati cioè impuri, ma nella consapevolezza della nostra verità che ci rende liberi cioè del nostro e altrui essere dono del Donatore divino e di tutto il mondo che ci circonda e quindi nel continuo farci dono che ci fa diventare quello che siamo.
Gesù  proclama come prima beatitudine cui convertirsi, cambiando mentalità e vita, quella della povertà in spirito cioè quella relativizzazione di tutti i beni storici per la vita veramente vita che giungerà a compimento nel giorno natalizio al cielo cioè alla vita eterna in Dio nell’anima e nel corpo. Evangelicamente tutti i beni temporali sono beni ma relativi: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è già il regno dei cieli”. Gesù non dice che per essere beati basta avere la povertà materiale. Questa, quando diventa miseria o mancanza del necessario,  diventa un ostacolo alla vera felicità. Gesù ci spinge alla povertà spirituale, cioè alla verità o relatività di tutti i beni temporali, materiali poiché niente alla morte porteremo con noi e quindi distaccati dalla loro ricerca avida cioè schiavizzante. Povero di spirito chi non antepone nessuno e niente a Lui che ci ama fino al perdono. Il regno dei cieli, il regno di Dio non è un al di là immaginario, in un futuro che non arriva ai; il suo regno si fa presente in chi non anteponendo nessuno e niente a Lui si sente amato e ama con il suo amore. L’idolatria o autoreferenza egoistica soccombendo alla tentazione del Maligno è sempre in agguato.
La prima lettura, tratta dal libro del profeta Sofonia, ci parla della ricerca del Signore nella povertà in spirito: “Cercate il Signore voi tutti, poveri della terra, che eseguite i suoi ordini”. Essere poveri è una realtà anteriore ad ogni nostra scelta, occorre cogliersi e accogliersi. Solo questa consapevolezza ci dà la possibilità di perseverare con ogni sobrietà giorno per giorno, senza perdere lo slancio della speranza, in un mondo, in una storia che, per loro natura sono imperfetti, provocano afflizioni. C’è anche l’illusione che per avere successo si debba usare la forza; ma Gesù dice ”Beati i miti, perché erediteranno la terra”. Soltanto la mitezza crea una situazione pacifica che permette di godere insieme i beni che il Signore ci dà. La violenza genera sempre una situazione precaria, di pericolo, che non permette la vera gioia. Lo possiamo constatare nel mondo di oggi, in Occidente che sta diventando la tomba di Dio per il secolarismo: ci sono situazioni di violenza in tutti i campi, anche economico, che si prolungano indefinitamente e che provocano insicurezza, miseria e dolore. È beato chi ha fame di giustizia e santità. Ma la beatitudine che più ci garantisce che Dio possa aiutarci è la volontà di perdonare come Lui ci perdona cioè la misericordia. C’è poi la purezza di cuore che dà la capacità di coglierlo in tutti doni. Beati gli operatori di pace. L’ultima beatitudine, espressa in due modi, è la più sorprendente: chi accetta, non subisce, la persecuzione a causa della giustizia, l’insulto, unito alla passione di Gesù giunge al massimo di un amore generoso. Pietro scrive ai cristiani: “Nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi, perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare” (1 Pt 4,13). E Giacomo: “Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove” (Gc 1,2).
Nelle beatitudini c’è tutta la novità dello spirito cristiano già in questo mondo nell’osservanda della seconda tavola della Legge. Quanto è importante sapere che il Signore, la Madre della perfetta letizia, ci vogliono beati cento volte tanto già in questa vita pur tra le tribolazioni, e ci mostrano la via per trovare la vera felicità dal momento che il paradiso non comincia dopo la morte ma in tutto il cammino della vita.

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