Le tre religioni monoteiste pur nella diversita ci mettono la firma L'eutanasia va vietata

Il 28 ottobre è stata presentata in Vaticano da parte di ebrei, cristiani e musulmani la Dichiarazione congiunta delle religioni monoteiste abramitiche sulla problematica della fine vita.
Il documento è stato proposto dal rabbino Avraham Steinberg, vicepresidente del Consiglio nazionale israeliano di bioetica, a papa Francesco che l'ha affidata alla Pontificia accademia per la vita. La stesura quindi è stata realizzata da un gruppo congiunto interreligioso, formato da ebrei, musulmani, ortodossi e cattolici e coordinato dalla Pontificia accademia. L'elemento comune è il monoteismo abramitico, distinto dal compimento cristologico trinitario per ortodossi e cattolici.
Ho attinto da L.Ber. in La Verità del 29 ottobre 2019. "È netto il "no" all'eutanasia e al suicidio medicalmente assistito, che "sono moralmente e intrinsecamente sbagliati e
dovrebbero essere vietati senza eccezioni". Rilevante anche il passaggio in cui "categoricamente" si rifiuta "qualsiasi pressione e azione sui pazienti per indurli a metter fine alla propria vita". Quindi la Dichiarazione fa riferimento all'obiezione di coscienza per gli operatori sanitari nel caso debbano compiere "atti che contrastano i valori etici di una persona". E "ciò rimane valido anche se tali atti sono stati dichiarati legali a livello locale o da categorie di persone. Le credenze personali sulla vita e sulla morte rientrano sicuramente nella categoria dell'obiezione di coscienza che dovrebbe essere universalmente rispettata".
Considerazioni importanti, specie se si considera che non vengono affermate solo in senso confessionale, ma con una rilevanza di carattere morale che ha un suo fondamento razionale e laico. Ecco perché nel dibattito politico e pubblico il ruolo delle religioni non può essere relegato nel recinto del discorso religioso, ma deve essere considerato anche da chi non ha appartenenze di fede. In realtà, un certo laicismo non accetta il dialogo, come si è visto soprattutto in Occidente di fronte all'avanzare di una legislazione sempre più spinta in termini di nuovi diritti.
La Dichiarazione si esprime anche sulla promozione delle cure palliative "ovunque e per ciascuno", rientrando questo in una delle più antiche missioni della medicina, quella di "prendersi cura del malato anche quando non esiste una cura". È questo a cui sono chiamati i medici e gli operatori, mentre "le questioni attinenti alla durata e al significato della vita umana non dovrebbero essere dominio del personale sanitario". "Dal punto di vista sociale", è un'altra delle conclusioni, "dobbiamo impegnarci affinché il desiderio dei pazienti di non essere un peso non ispiri loro la sensazione di essere inutili e la conseguente incoscienza del valore e della dignità della loro vita, che merita di essere curata e sostenuta fino alla sua fine naturale". In questo caso è rilevante l'impegno delle comunità religiose al conforto e  soccorso "alla famiglia e ai cari dei pazienti che muoiono", soprattutto in un contesto di solitudine sempre più pervasivo e di strutture sanitarie che finiscono per ridurre la persona al suo aspetto sanitario.
Il testo della Dichiarazione, pur con alcune possibili ambiguità, va apprezzato e deve essere necessariamente inquadrato in quella modalità di dialogo interreligioso che è stata indicata più volte da Benedetto XVI. Il terreno del dialogo non è la religione in sé, ma la cultura che è frutto della tradizione religiosa, cioè fondato su valori, perché solo questi sono universali e comuni a tutti gli esseri umani. E su questo terreno che si può cercare una comune via per la giustizia e la pace, senza mettere tra parentesi la ricerca della verità. Altrimenti qualsiasi laicismo avrà sempre modo di mettere in cassetto dichiarazioni come quella presentata il 28 ottobre 2019, relegandola nell'ambito dell'espressione confessionale personale".


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