martedì 22 settembre 2009

Vescovo e sacerdoti

Per il Vescovo è paterna responsabilità custodire e promuovere l’identità sacerdotale

“Nell’Esortazione postsinodale Pastores gregis, il mio venerato predecessore Giovanni Paolo II ebbe ad osservare che il gesto del sacerdote, quando pone le proprie mani nelle mani del Vescovo nel giorno dell’ordinazione presbiterale, impegna entrambi: il sacerdote e il Vescovo. Il novello presbitero sceglie di affidarsi al Vescovo e, a parte sua, il Vescovo si impegna a custodire queste mani (n. 47). A ben vedere questa reciprocità è un compito solenne che si configura per il Vescovo come paterna responsabilità nel custodire e promuovere l’identità sacerdotale dei presbiteri affidati alle proprie cure pastorali, un’identità che vediamo oggi purtroppo messa a dura prova dalla crescente secolarizzazione. Il Vescovo dunque – prosegue la Pastores gregis“cercherà sempre di agire coi suoi sacerdoti come padre e fratello che li ama, li accoglie, li corregge, li conforta, ne ricerca la collaborazione e, per quanto possibile, si adopera per il benessere umano, spirituale, ministeriale ed economico” (n. 47).

In modo speciale, il Vescovo è chiamato ad alimentare nei sacerdoti la vita, per favorire i essi l’armonia tra la preghiera e l’apostolato, guardando all’esempio di Gesù e degli Apostoli, che Egli chiamò innanzitutto perché “stessero con Lui” (Mc 3,14).

Condizione indispensabile perché produca frutti di bene è infatti che il sacerdote resti unito al Signore; sta qui il segreto della fecondità del suo ministero: soltanto se incorporato a Cristo, vera Vite, porta frutto. La missione di un presbitero e, a maggior ragione quella di un Vescovo, comporta oggi una mole di lavoro che tende ad assorbirlo continuamente e totalmente. Le difficoltà aumentano e le incombenze vanno moltiplicandosi, anche perché si è posti di fronte a realtà nuove ed accresciute esigenze pastorali. Tuttavia, l’attenzione ai problemi di ogni giorno e le iniziative tese a condurre gli uomini sulla via di Dio non devono mai distrarci dall’unione intima e personale con Cristo. L’essere a disposizione della gente non deve diminuire o offuscare la nostra disponibilità verso il Signore. Il tempo che il sacerdote e il Vescovo consacrano a Dio nella preghiera è sempre meglio impiegato, perché la preghiera è l’anima dell’attività pastorale, la “linfa” che ad essa infonde forza, è il sostegno nei momenti di incertezza e di scoraggiamento e la sorgente inesauribile di fervore missionario e di amore fraterno verso tutti” (Benedetto XVI, Partecipanti all’incontro pe ri nuovi Vescovi, 21 settembre 2009).

Come sacerdoti siamo sempre consapevoli e certi della nostra identità se constatiamo un continuo incremento della nostra persona. L’alternativa a questo continuo incremento del proprio io è il ritrovarsi vecchi e vuoti, anche solo dopo qualche anno di ordinazione. Questo è quello che ci giochiamo se al centro della vita sacerdotale non c’è l’Eucaristia cioè l’incontro quotidiano con Lui crocefisso risorto, consapevoli del gesto reale con cui Dio che possiede un volto umano, che ci ha amato sino alla fine, singolarmente e come umanità, si rende presente, con cui io sono coinvolto personalmente con Lui attraverso questa fede professata, celebrata, vissuta che esalta la mia capacità conoscitiva personale, adegua l’acume del mio sguardo umano su chi ho davanti: la grazia è una Presenza, è questa contemporaneità di Cristo che mi assimila a Lui, mi fa amare con il suo amore tutti e tutto. La celebrazione eucaristica illumina tutta la giornata pastorale, imprimendo la sua grazia e il suo influsso spirituale sui momenti tristi e gioiosi, agitati e riposanti, di azione e contemplazione. Un modo privilegiato di prolungare nella giornata la misteriosa azione santificante dell’Eucaristia è la attenta, gioiosa preghiera della Liturgia delle Ore, come pure l’adorazione eucaristica, la lectio divina e l’innamorata preghiera contemplativa del Rosario. Così rimane vivo il desiderio continuo della verità del proprio e altrui essere dono del Donatore divino e la disponibilità all’amore gratuito: amici dell’intelligenza e dei poveri.

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