lunedì 18 marzo 2019

III Domenica di Quaresima

La necessità continua della conversione, ravvivata nel cammino quaresimale, vince il male nella sua radice che è il peccato, anche se non sempre può evitarne le conseguenze in chi non ha peccato perché non si è individui nella solitudine ma persone cioè soggetti in relazione reciproca ad immagine del Dio vivente
Il Vangelo di questa domenica è  preparato dalla prima lettura che ci rivela cosa significa il Dio vivente, il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di relazioni personali, un Dio pieno di bontà, un Dio salvatore, liberatore e non un Dio di
forze cieche, naturali, come certi idoli pagani o astratti in certe conquiste filosofiche che escludono, come Platone e Aristotele, la preghiera con l'Essere. Il Dio vivente è un Dio che vuole stabilire con noi relazioni personali, che sono sorgente di gioia, di pace e di felicità. A Mosè del roveto ardente che brucia e non si consuma il Dio vivente accetta di avere un nome che può essere pronunciato dal suo popolo "io sono colui che sono" che significa "Io sono con voi, sarò con voi"; "Io sono colui che si rende presente per liberarvi". Certo il nome, la natura di Dio non è conoscibile; Dio è misterioso. Ma la formula del Dio vivente rivelata fin da Abramo "e Dio disse ad una persona, ad una famiglia, ad una società" dà ad ogni uomo, persona cioè soggetto in relazione e non solitario individuo, fiducia e speranza, nella preghiera mette in lui dinamismo per raggiungerlo come meta misericordiosa. Ma alla misericordia del Dio vivente i profeti ricordano che deve corrispondere la conversione, il cambiamento di mentalità e comportamento dell'uomo. Se gli uomini si chiudono alla misericordia di Dio egli ne rispetta sempre il  libero arbitrio e non può intervenire in loro favore.
La pagina del Vangelo di Luca, che viene proclamata in questa terza Domenica di Quaresima, riporta il commento di Gesù a due fatti di cronica. Il primo: la rivolta di alcuni Galilei, che era sta repressa da Pilato nel sangue; il secondo: il crollo di una torre a Gerusalemme, che aveva causato diciotto vittime. Due avvenimenti tragici ben diversi: L'uno causato dall'uomo, l'altro accidentale. Secondo la mentalità, la cultura del tempo, la gente era portata a pensare che la disgrazia si fosse abbattuta sulle vittime a motivo di qualche loro grave colpa. Gesù invece dice: Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei?...O che quei diciotto fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme?" (Lc 13,2.4). E in entrambi i casi conclude: "No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo" (13,3.5)).
Ecco, dunque, il punto al quale Gesù vuole portare i suoi ascoltatori: la necessità continua della conversione. Non la propone in termini moralistici, come ideale, bensì realistici, come l'unica risposta adeguata ad accadimenti che mettono in crisi le certezze umane. Di fronte a certe disgrazie – Egli avverte – non serve scaricare la colpa sulle vittime. Vera saggezza è piuttosto lasciarsi interpellare dalle precarietà dell'esistenza umana e assumere un atteggiamento di responsabilità: fate penitenza e migliorare la nostra vita. Questa è sapienza, questa è la risposta più efficace al male, ad ogni livello, interpersonale, sociale e internazionale. Cristo invita a rispondere al male prima di tutto con un serio esame di coscienza e con l'impegno a purificare la propria vita. Altrimenti – dice – periremo, periremo tutti nello stesso modo. In effetti, le persone e le società che vivono senza mai mettersi in discussione hanno come destino fatale la rovina. La conversione, invece, pur non preservando dai problemi e dalle sventure, permette di affrontarli, di viverli in "modo" diverso. Anzitutto aiuta a prevenire il male, disinnescando le sue minacce. E, in ogni caso, permette di vincere il male con il bene, se non sul piano dei fatti – che a volte sono indipendenti dalla nostra volontà – certamente su quello spirituale. In sintesi: la conversione vince il male nella sua radice che è il peccato, anche se non sempre può evitarne le conseguenze.
Preghiamo Maria Santissima dell'Annunciazione, che ci accompagna e ci sostiene nell'itinerario quaresimale, affinché aiuti ogni cristiano a riscoprire la grandezza, direi la bellezza della conversione. Ci aiuti a comprendere che fare penitenza e correggere la propria condotta non è semplice moralismo, ma la via più efficace per cambiare in meglio se stessi e la società. Lo esprime molto bene una felice sentenza: Accendere un fiammifero vale più che maledire l'oscurità.

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