lunedì 26 novembre 2018

Testimoniare la fede in una società plurale


Come sarà l'uomo nel terzo millennio e quindi come testimoniare la fede in una società plurale?
Occorre puntare ad una laicità che dia spazio a una forte rilevanza pubblica della fede religiosa in uno Stato costituzionalmente laico: è questa la laicità portata avanti da Benedetto XVI e attualmente adeguata all'attuale urgenza.
Alla luce di Ratisbona il dialogo tra i popoli, tra le religioni, tra le culture e quindi la pace si costruisce sulla base della
razionalità che non si chiude alla dimensione religiosa della verità cioè del proprio e altrui essere dono del Donatore divino, come di tutta il mondo che ci circonda, soprattutto di una fede che non voglia imporsi con altri metodi che non sia l'argomentazione. Ratisbona rimane soprattutto un invito a cattolici che da anni, fin dal Concilio portano avanti l'idea non cattolica invitando la Chiesa a sciogliere il prezioso e provvidenziale connubio fra messaggio cristiano e cultura ellenica cioè la Tradizione dogmatica, dottrinale per accettare la "povertà della sola fede biblica" che renda la Chiesa aperta a tutte le culture e capace di incontrare in modo pacifico le altre religioni, islam compreso: si tratta di rivedere questo percorso, avvallato dall'Onu, che dissolve non solo la ragione ma anche la stessa fede cattolica. Per Benedetto XVI nel XXI secolo è possibile il dialogo con l'Islam dall'identità sociale fortissima solo a partire dalla consapevolezza di una forte identità occidentale, radicata precisamente nell'eredità di Gerusalemme e di Atene cioè nell'incontro avvenuto fin dagli inizi dell'evangelizzazione fra la cristianità dell'Apostolo Andrea e la cultura greca in quel rapporto armonico tra fede e ragione della Tradizione Cattolica nell'interpretazione della Bibbia che può aiutare anche oggi l'Islam, come è avvenuto in altra epoche storiche, come ai tempi di san Tommaso con Averroè e Avicenna.
Anche culturalmente si tratta della tenuta dei valori occidentali. I valori che definiscono l'identità occidentale sono stati in larga misura generati da una fede pienamente accolta, comunitariamente vissuta e pensata, divenuta anche cultura dicibile e accettabile da tutti cioè cattolica. La fede cristiana è stata a lungo il terreno che  ha nutrito  alcuni credenti per tutti com'è la Dottrina sociale non gnostica, non ideologica ma storicamente reale a livello di fraternità ecclesiale. Ora questa matrice si sta erodendo nella coscienza anche di molti cattolici solo fideisticamente biblici, quindi con il rischio della gnosi. Per quanto tempo ancora potremo godere di questa eredità tradizionale, mentre stiamo dissipando fideisticamente ogni giorno di più il capitale che ha alimentato la cultura occidentale anteponendo kantianamente, illuministicamente, modernamente l'ethos, la prassi, la pastorale al logos, alla fede, all'intelligenza della fede per una sua riduzione sentimentale, soggettiva, senza la fatica comune del concetto, dell'intelligenza, del dogma, della dottrina, della tradizione? E oggi quale identità culturale stiamo esibendo, islamico o no, a chi occidentale non è? Per accogliere veramente occorre integrare, ma cosa proponiamo, chiediamo a chi, di altre religioni, chiede di integrarsi con un vero atteggiamento ecumenico? Pur costituzionalmente occidentali, laici, non viviamo più, almeno consapevolmente, sullo stesso fondamento, dentro il comune fondamento logico, quindi dentro lo stesso ethos e rispondiamo in maniera contraria alle domande di fondo della vita. Se è questa l'identità che proponiamo, viviamo un grande  impoverimento. Urge allargare gli spazi della razionalità di un Occidente secolarizzato riaprendola alle grandi questioni del vero e del bene, coniugando tra loro nel paradigma dell'unica verità o intrinseca unità che le tiene intrinsecamente insieme, pur nel pieno rispetto dei loro metodi propri e della loro reciproca autonomia, la teologia, la filosofia e le scienze per essere in grado di dialogare con le culture in cui il senso religioso è ancora presente: cioè tutte, dall'Estremo Oriente all'Islam. E' una possibilità e un compito urgente, necessario che sta davanti a noi, un'avventura affascinante nella quale merita di spendersi, per dare nuovo slancio alla cultura globale del nostro tempo e per restituire in essa alla fede cristiana piena cittadinanza. Ma questo è impossibile con il paradigma della priorità della prassi, di una pastorale non dogmatica, non dottrinale ma solo semplicemente biblica, certamente più accattivante, più facile ma non adeguata, rischiosa nella cultura che oggi predomina in Occidente e che vorrebbe porsi come universale e autosufficiente, generando un nuovo costume di vita.
L'incontro, il dialogo con Israele. Non si può essere cristiani, occidentali se non si è ebrei. Il dialogo interreligioso vero e proprio è praticabile solo con l'ebraismo, perché c'è discendenza spirituale. San Paolo dice che noi, che ebrei non siamo, siamo diventati figli di Abramo. E culturalmente l'Occidente è maturato con Gerusalemme, Atene e Roma.
E con l'induista, il buddista, l'islamico? Con l'Islam possiamo incontrarci negli ambiti del vivere umano, sul tema della ragionevolezza, della concezione della vita, dell'educazione. Ma il rapporto che io cristiano ho con Israele non è equiparabile al rapporto che io cristiano ho con altre religioni.
E sul "meticciato"? Oggi è il nodo centrale della convivenza: fino a che punto può e deve spingersi una politica liberale nei confronti delle varie identità, senza che pluralità risulti incompatibile con la pace e l'ordine sociale? Occorre confrontarsi sulla valutazione dei vari tentativi. Il modello assimilazionista francese laicista ha dato una risposta tragicamente insoddisfacente. Il modello marginalizzante non è praticabile, quando i flussi migratori sono molto forti. Il modello inglese dell'autogoverno delle minoranze non porta al superamento dei conflitti ma alla balcanizzazione della vita associata. Resta il modello integrazionista, che, però, richiede di mettere in chiaro alcuni punti occidentali: va rispettato il primato di ogni persona e il valore di ogni vita; va riconosciuta alle culture una loro rilevanza nella sfera pubblica; la neutralità dello Stato non deve essere indifferenza a ospitare qualsiasi concezione di vita; si deve identificare un nucleo di valori non negoziabili come ad esempio: uguale dignità tra uomo e donna; monogamia nel matrimonio; libertà di scegliere la fede ed eventualmente di abbandonarla e va sancita l'indisponibilità dello Stato a tollerare processi di non convergenza su questo zoccolo duro di libertà religiosa.
Occorre che il ministero degli interni se ne occupi anche con la collaborazione della Chiesa. Occorre, qualunque sia il giudizio politico, che con una cultura fondamentalmente relativista e indifferentemente aperta a tutto non si può essere ottimisti, pur evitando ogni aggressività. Nessun organismo può sopravvivere senza un sistema immunitario. Si può essere fiduciosi a patto di recuperare nella gestione pubblica la nostra grande cultura, non relativista ma aperta, inclusiva ma decisa a fronteggiare ciò che la minaccia.
Non credenti che guardano alla Chiesa come nucleo di valori forti. Il fenomeno è presente non solo in Italia e a Verona e il Santo Padre ha recentemente invitato a guardarlo con molta attenzione. Questi uomini hanno il merito di porre alla coscienza di noi credenti alcuni problemi molto importanti, soprattutto in questo momento di emergenza educativa. La rilevanza pubblica della fede cristiana non può più essere affrontata con un concetto di laicità secolarizzante: è ormai divenuta impraticabile l'ipotesi di una società civile e politica completamente secolarizzata a livello globale incapace di vero dialogo tra culture, nelle quali la dimensione religiosa è fortemente presente, oltre a non poter rispondere alle domande fondamentali sul senso e sulla direzione della nostra vita: c'è un grande e inutilmente nascosto bisogno di speranza. E allora si capisce la sintonia sempre più rilevante con il magistero di Benedetto XVI. O la fede cristiana ha qualche cosa da dire ad ogni uomo in carne ed ossa in relazione alle domande di senso della vita, della giustizia o è un fideismo sentimentale vacuo. Soprattutto avanza un'idea e un uso della ragione allargato, non più riducibile laicisticamente a quello strettamente scientifico e funzionalista con le due ali verso la conoscenza della verità: ciò urge anche per credere con la nuova evangelizzazione.
Legge sulle unioni civili. Competenti civilisti affermano che è possibile tutelare i diritti dei componenti delle coppie di fatto con semplici modifiche del codice civile. Questo è stato fatto, senza che implichi un riconoscimento sociale, una sanzione pubblica anticostituzionale dell'unione di fatto. C'è uno stretto legame con l'emergenza educativa per non dare riconoscimento pubblico nell'ordinamento giuridico alla possibile alternativa tra l'accedere ai diritti di chi vive coniugalmente i propri affetti secondo la Costituzione e l'accedere agli stesisi diritti vivendo i propri affetti provvisoriamente. Astenendoci dal dare un giudizio sulle persone e sui legislatori: quale tra queste due scelte promuove il bene comune, promuovendo il bene sociale? Quale rischia di eroderlo? Questo intende Benedetto XVI quando parla di amori fragili.
Come evitare che si sviluppi una nuova forma di matrimonio. Caffarra, negli stili di vita, descrive cinque attitudini che lo Stato può assumere: punizione, tolleranza, ignoranza, rispetto, condivisione ed esclude le prime due cioè punizione e tolleranza: se sono per definizione, costituzionalmente unione di fatto, lo Stato le ignori. Non occorre che le condivida al punto di favorirle. L'alternativa non è tra codice penale e sostegno positivo: in mezzo c'è un'altra possibilità. Si constata che i giovani non si sposano più, perché temono la definitività. Generano meno figli anche con un grosso rischio anche per il futuro d'Italia, perché hanno più paura che speranza. E questo è un grande malessere spirituale e per il bene della convivenza civile occorre pubblicizzare chi ha dato la vita per generarla.
Potranno essere scelti viri "probati" per il ministero sacerdotale? La Chiesa non proibisce, perché non lo può fare, a nessuno di sposarsi. Ma finora ha deciso di amministrare il sacramento dell'ordine solo al battezzato che da Cristo riceve il dono della chiamata a vivere l'eros nella verginità perfetta e perpetua nella fraternità presbiterale. E siccome il sacramento dell'ordine non è necessario per la propria salvezza la Chiesa lo lega al carisma di vivere l'attrattiva erotica nell'amore agapico   della verginità fraterna. Per un vero pastore, sposo dell'amore sponsale di Cristo per la Chiesa, felice nella carità pastorale della fraternità presbiterale, dedito gratuitamente ad ogni persona prediligendo i poveri, i soli, la verginità agapica nel cuore e nel corpo è un grande aiuto. Il celibato è una delle perle della Chiesa latina e anche la Chiesa orientale ordina vescovi solo i vergini. La carità o amore pastorale documenta al centuplo il desiderio che ogni uomo ha del rimando alla paternità e maternità divina. Certo come ogni grande scelta può esaltare l'umanità come la può degradare. Ma questo è il rischio anche del matrimonio. Ma ogni rischio trova nella fede dell'amore misericordioso una recuperabilità.

Nessun commento:

Posta un commento