martedì 15 dicembre 2015

Sacramento della Riconciliazione e della Comunione nell'anno giubilare

Sacramento della Riconciliazione e della Comunione nel Santo Sacrificio della Messa con gesti di misericordia nell’Anno giubilare

Papa Francesco si attende che “il Giubileo sia esperienza viva della vicinanza del Padre, quasi a voler toccare con mano la sua tenerezza, perché la fede di ogni credente si rinvigorisca e così la testimonianza diventi sempre più efficace ..Desidero che l’indulgenza giubilare sia una genuina
esperienza della misericordia di Dio, la quale a tutti va incontro con il volto del Padre che accoglie e perdona, dimenticando completamente il peccato commesso. Per vivere e ottenere l’indulgenza i fedeli sono chiamati a compiere un breve pellegrinaggio verso la Porta Santa, aperta in ogni Cattedrale o nelle chiese  stabilite dal Vescovo diocesano, e nelle quattro Basiliche Papali a Roma, come segno del desiderio profondo di una vera conversione. Ugualmente dispongo che nei Santuari dove si è aperta la Porta della Misericordia e nelle chiese che tradizionalmente sono identificate come Giubilari si possa ottenere l’indulgenza. E’ importante che questo momento sia unito, anzitutto, al sacramento della Riconciliazione e alla celebrazione della santa Eucaristia con una riflessione sulla misericordia. Sarà necessario accompagnare queste celebrazioni con la professione di fede e con la preghiera per me e per le intenzioni che porto nel cuore per il bene della Chiesa e del mondo intero”. Importante l’atto, passando dalla porta, di un distacco affettivo non solo dal peccato mortale ma anche dalle colpe veniali anche se dopo effettivamente constato che non riesco.
Perdono del peccato, indulgenza per la pena, atteggiamento continuo di misericordia verso tutti, i più bisognosi in particolare, provengono dal vertice della Redenzione che si è compiuto sulla Croce e che incontriamo ogni volta partecipando consapevolmente al santo sacrificio della Messa, sacrificio gradito a Dio unito al Santo sacrificio di Cristo che ci porta alla Verità ed alla vera Vita. La Via della salvezza, del perdono, della liberazione dalla pena, è la Via del Calvario rivissuto esistenzialmente nella Via Crucis sacramentalmente nella Messa. Percorrendo la Via del Calvario nella solidarietà delle opere di misericordia corporali e spirituali con chi soffre si diventa vittime di amore con Gesù.
La Santa Messa –attingo gran parte da Il sacrificio della Messa di Andrea Mandinelli in CulturaCattoilica.it -  è dunque l’offerta del sacrificio della Croce, avvenuto una volta per sempre sul Calvario, reso sacramentalmente, ecclesialmente presente in tutti i luoghi e in tutti i tempi con la Liturgia eucaristica. Chi lo offre? Nostro Signore, morto, risorto e asceso in cielo, volto della misericordia del Padre, non ha esitato e non esita ad offrirGli il sacrificio supremo, quello della sua vita, un sacrificio  consumatosi sul patibolo più infame che la storia abbia conosciuto, in una condizione estremamente infamante  ed umiliante, anticipato nell’ultima Cena istituendo il Rito della celebrazione Eucaristica. Lo ha fatto anche per riconciliare l’umanità peccatrice portando, unito a tutte le sofferenze umane ed inchiodando sulla Croce i peccati di tutti, espiandoli davanti alla divina Giustizia tra pene indicibili e ottenendo ogni grazia e benedizione presso il Padre, essendosi offerto a nome e in rappresentanza dell’intero genere umano per cui il Padre non guarda più quante volte cadiamo ma quante volte, lasciandoci perdonare, ci rialziamo, non ci ama solo quando e perché siamo buoni ma per farci diventarlo, non definisce nessuno dal suo comportamento sbagliato, ma continuamente gli offre la possibilità di convertirsi, di ricominciare fino alla termine di questa vita e con la purificazione anche ultraterrena della pena in purgatorio poiché con la Croce, attualizzata ecclesialmente nella Messa, è per i vivi e per i defunti, come ricorda Paolo nella Prima Lettera ai Corinti. Questo atto avvenuto una volta per sempre, a cui ha partecipato e nella attualizzazione della Messa partecipa come Corredentrice Maria Santissima, unendo le sue sofferenze di Madre della Chiesa. misticamente crocefissa, a quelle del Figlio, ha riacquistato all’umanità intera la grazia perduta da Adamo e da ogni peccatore. Tuttavia, compiuto una volta per sempre il Sacrificio e riacquistata con la nuova creazione dell’incarnazione e della risurrezione la Grazia, mancava, se così si può dire, ancora qualcosa: un mezzo, una mediazione sacerdotale, uno strumento perché gli infiniti meriti acquistati da Gesù, Dio che possiede un volto umano amandoci fino alla fine, potessero raggiungere tutti gli uomini di ogni luogo e di ogni tempo, perché ne potessero beneficiare dei frutti ed usufruire degli effetti di perdono e di purificazione terrena e ultraterrena della pena; un mezzo adatto a far giungere in ogni luogo e tempo i meriti infiniti maturati da Gesù attraverso il suo sacrificio cruento di amore per gli uomini nel loro insieme e per ciascuno in particolare: quale Via sublime e divina della Verità e della Vita è la Santa Messa, almeno di ogni Domenica: piccolo paradiso in terra. E’ momento necessario con il sacramento della Riconciliazione (confessione) della indulgenza giubilare.
La principale argomentazione di questo contenuto essenziale ed ininterrotto  “fate questo in memoria di me” sulla santa Messa avvenne con il Concilio di Trento di fronte a chi negava che la Messa fosse un vero sacrificio e che nell’Ostia consacrata fosse veramente, realmente e sostanzialmente presente nel darsi sino alla fine il Crocefisso risorto. Il Concilio di Trento insegnò anzitutto che la S. Messa è un sacrificio vero e proprio, nel quale, sotto le apparenze sensibili del pane e del vino, si offre dal sacerdote, convenendo insieme almeno con un fedele, al Padre nello Spirito Santo sull’altare, il Corpo e il Sangue di Cristo con il rito conviviale istituito nell’Ultima Cena anticipando quello che sarebbe avvenuto sulla Croce, quando Gesù costituì gli apostoli sacerdoti e con essi i loro successori e diede loro il potere di offrire questo sacrificio che crea la Chiesa, il suo Corpo mistico. Il Concilio di Trento prosegue qualificando questo Sacrificio come la rinnovazione e la perpetuazione di esso: è un vero e proprio sacrificio propiziatorio incruento e non un semplice sacrificio di lode e di ringraziamento. Questo significa che, sull’altare, dopo le parole della consacrazione viene realmente ad attuarsi il sacrificio compiuto da Gesù sul Golgota, perché vediamo a livello sacramentale il suo Corpo separato dal suo sangue, ovvero nella condizione in cui si trovava quando stava  patendo sulla Croce per noi. E’ propiziatorio, in quanto applica l’altezza, la profondità, la larghezza, l’altezza dell’amore, la lunghezza dell’amore trinitario reso visibile e offerto da Gesù in espiazione dei peccati e della pena ad essi dovuta. La larghezza: non esclude nessuno; la lunghezza: è perseverante e nessuna difficoltà lo vince; l’altezza: si propone un fine altissimo, riportare ogni essere suo dono, in Cristo, figlio e nel Figlio e quindi fratello; la profondità: esso condivide fino in fondo le miserie di ogni uomo. Il Concilio di Trento prosegue affermando che c’è piena identità tra Sacrificio del Golgota e Sacrificio della Santa Messa; cambia solo il modo con cui Gesù si offre. Sulla Croce lo fece in maniera cruenta (con reale spargimento di Sangue) e da Se stesso; nella Santa Messa lo fa in modo incruento (senza spargere sangue), sacrificandosi ed annientandosi misticamente e sacramentalmente, significativamente attraverso la separazione del suo corpo dal sangue riprodotta significativamente nelle Sacre Specie; inoltre si offre non da Se stesso; nella Santa messa lo fa in modo incruento (senza spargere sangue), sacrificandosi e annientandosi misticamente, sacramentalmente, significativamente, attraverso la separazione del suo Corpo dal suo Sangue riprodotta nelle Sacre Specie; inoltre si offre non da se stesso, ma tramite il ministero dei sacerdoti, attraverso i quali Egli continua ecclesialmente ad esercitare il suo Sommo ed eterno sacerdozio a favore dell’umanità e di ogni singolo essere umano. La Chiesa,  essi hanno il potere di applicare  secondo certe intenzioni qui e ora i meriti infiniti del sacrificio della Croce. La Santa messa: piccolo paradiso in terra.
Pio XII, nell’enciclica Mediator Dei cui si rifà anche la Sacrosanctum Concilium con accentuazioni diverse, riprese e sviluppò questi concetti. Disse che “Il Sacrificio della Croce è perpetuamente ripresentato e rinnovato nel Sacrificio della Messa, con la sola differenza nel modo di offrirsi da parte di Gesù”; che la “separazione violenta del Corpo e del Sangue di Gesù” che avvenne sulla Croce “è rappresentata e compiuta nella separazione sacramentale del pane consacrato dal vino consacrato”. Il Sacrificio dell’altare non è, dunque, un puro e semplice ricordo della passione e morte di Gesù Cristo, ma è un vero e proprio sacrificio, nel quale immolandosi incruentemente, il Sommo Sacerdote fa nella celebrazione eucaristica ciò che fece una volta sulla Croce offrendo al Padre tutto se stesso, vittima graditissima. “Una … e identica è la vittima; egli medesimo, che adesso offre per il ministero dei sacerdoti, si offrì allora sulla Croce; è diverso soltanto il modo di fare l’offerta”. Identico, quindi, è il sacerdote, Gesù Cristo, la cui sacra persona è rappresentata dal suo ministro. Questi, per la consacrazione sacerdotale ricevuta, assomiglia al Sommo sacerdote, ed ha il potere di agire in virtù e nella persona di Cristo stesso; perciò, con la sua azione sacerdotale, in certo modo “presta a Cristo la sua lingua, gli offre la sua mano”.
Parimenti identica è la vittima, cioè il Divino Redentore, secondo la sua umana natura e nella realtà del suo Corpo e del suo Sangue. Differente, però, è il modo col quale Cristo è offerto. Sulla Croce, difatti, Egli offrì a Dio tutto se stesso e le sue sofferenze, e l’immolazione della vittima fu compiuta per mezzo di una morte cruenta liberamente subita; sull’altare, invece, a causa dello stato glorioso della sua umana natura, “la morte non ha più dominio su di Lui” e quindi non è possibile l’effusione del sangue; ma la divina sapienza ha trovato il modo mirabile di rendere manifesto il sacrificio del nostro redentore con segni esteriori che sono simboli di morte. Giacché per mezzo della transustanziazione del pane in corpo e del vino in sangue di Cristo, come si ha realmente presente il suo corpo, così si ha il suo sangue; le specie eucaristiche poi, sotto le quali è presente, simboleggiano la cruenta separazione del corpo e del sangue. Così il memoriale della sua morte reale sul Calvario si ripete in ogni sacrificio dell’altare, perché per mezzo di simboli distinti si significa e si dimostra che Gesù Cristo è in stato di vittima.
Identici i fini, di cui il primo è la glorificazione di Dio. Dalla nascita alla morte, Gesù Cristo fu divorato dallo zelo per la gloria divina, e, dalla Croce, l’offerta del sangue arrivò al cielo in odore di soavità. E perché questo inno non abbia mai a cessare, nel Sacrificio Eucaristico le membra si uniscono al loro Capo divino e con Lui, con gli Angeli e gli Arcangeli, cantano a Dio lodi perenni, dando al Padre onnipotente ogni onore e gloria.
Il secondo fine è il ringraziamento. A questo mirò e questo volle “rendendo grazie”, nell’ultima Cena, e non cessò di farlo sulla Croce, non cessa di farlo nel Sacrificio dell’altare, il cui significato è appunto l’azione di grazie o eucaristia, e ciò perché è “cosa veramente degna e giusta, equa e salutare”.
Il terzo fine è l’espiazione e la propiziazione. Certamente nessuno al di fuori di Cristo poteva dare a Dio Onnipotente adeguata soddisfazione per le colpe del genere umano e liberare dal dominio di Satana; Egli, quindi, volle immolarsi in Croce “propiziazione per i nostri peccati”, e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo”. Sugli altari si offre egualmente ogni girono e in ogni luogo per la nostra redenzione. E questo non soltanto per noi che siamo in questa vita mortale, ma anche “per tutti coloro che riposano in Cristo, che ci hanno preceduto col segno della fede e dormono il sonno della pace”; poiché sia che viviamo, sia che moriamo, ”non ci separiamo dall’unico Cristo”.
Il quarto fine è l’impetrazione. Figlio prodigo, l’uomo ha male speso e dissipato tutti i beni ricevuti dal Padre celeste, perciò è ridotto in somma miseria e squallore; dalla Croce, però, Cristo “avendo a gran voce e con lacrime offerto preghiere e suppliche … è stato esaudito per la sua pietà”, e sugli altari esercita la stessa efficace mediazione affinché siamo colmati d’ogni benedizione e grazia. Si comprende pertanto facilmente perché il Concilio di Trento affermi che col Sacrificio Eucaristico ci viene applicata la salutare virtù della Croce per la remissione dei nostri quotidiani peccati.
Anche i fedeli partecipano attivamente alla Messa. Come? Sempre Pio XII, cui si rifà il Vaticano II: “E’ necessario dunque, Venerabili Fratelli, che tutti i fedeli considerino loro principale dovere e somma dignità partecipare al Sacrificio Eucaristico non con un’assistenza passiva, negligente e distratta, ma con tale impegno e fervore da porsi in intimo contatto col Sommo sacerdote, come dice l’Apostolo: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, offrendo con Lui e per Lui, santificandosi con Lui”.
E’ ben vero che Gesù Cristo è sacerdote, ma non per se stesso, bensì per noi, presentando all’Eterno Padre i voti e in religiosi sensi di tutto il genere umano; Gesù è vittima, ma per noi, sostituendosi all’uomo peccatore; ora il detto dell’Apostolo: “abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” esige da tutti i cristiani di riprodurre in sé lo stesso stato d’animo che aveva il Redentore quando faceva il sacrificio di sé: l’umile sottomissione dello spirito, cioè, l’adorazione, l’onore, la lode e il ringraziamento alla somma Maestà di Dio; richiede, inoltre, di assimilare in se stessi le condizioni di offerta dei sacrifici in purificazione cioè di vittima: l’abnegazione di sé secondo il Vangelo, il volontario e spontaneo esercizio della penitenza. Il dolore e l’espiazione dei propri peccati. Esige di puntare alla mistica morte in Croce per poter dire con San Paolo: “sono conflitto con Cristo in Croce”. E’ necessario, Venerabili Fratelli, spiegare chiaramente al vostro gregge come il fatto che i fedeli prendono parte al Sacrificio Eucaristico non significa tuttavia che essi godano di poteri sacerdotali (…)Ricordiamo solamente che il sacerdote fa le veci del popolo perché rappresenta la persona di Nostro Signore Gesù Cristo in quanto Egli è il capo di tutte le membra ed offrì se stesso per esse: perciò va all’altare come ministro di Cristo, a Lui inferiore, ma superiore al popolo. Il popolo invece, non rappresentando per nessun motivo la persona del Divin Redentore, né essendo mediatore tra sé e Dio, non può in nessun modo godere di poteri sacerdotali.
Tutto ciò consta di fede certa, ma si deve inoltre affermare che anche i fedeli offrono la vittima divina sotto un diverso aspetto. (…) Infatti, non soltanto il sacro ministro, dopo l’offerta del pane e del vino, rivolto al popolo, dice esplicitamente: “Pregate, o fratelli, perché il mio e il vostro Sacrificio sia accetto presso Dio Padre Onnipotente”, ma le preghiere con le quali viene offerta la vittima divina vengono, per lo più dette al plurale, e in esse spesso si indica che anche il popolo prende parte come offerente a questo augusto Sacrificio. Si dice, per esempio: “per i quali noi ti offriamo e ti offrono anch’essi (…) perciò ti preghiamo, o Signore, di accettare placato questa offerta dei tuoi servi di tutta la tua famiglia. (…) Noi tuoi servi, come anche il tuo popolo santo, offriamo alla eccelsa tua Maestà le cose che Tu stesso ci hai donato e date, l’Ostia pura, l’Ostia santa, l’Ostia immacolata”.
Per non far nascere errori pericolosi in questo importantissimo argomento, è necessario precisare con esattezza il significato del termine “offerta”.
L’immolazione incruenta per mezzo della quale, dopo che sono state pronunziate le parole della consacrazione, Cristo è presente sull’altare nello stato di vittima, è compiuta dal solo sacerdote in quanto rappresenta la persona di Cristo e non in quanto rappresenta la persona die fedeli. Ponendo, però, sull’altare la vittima divina, il sacerdote la presenta a Dio Padre come oblazione, come offerta a gloria della Santissima Trinità e per il bene di tutte le anime. A questa oblazione propriamente detta i fedeli partecipano nel modo loro consentito e per un duplice motivo; perché, cioè, essi offrono il sacrificio non soltanto per le mani del sacerdote, ma, in certo modo, anche insieme con lui, e con questa partecipazione anche l’offerta fatta dal popolo si riferisce al culto liturgico.
Partecipare alla Messa per i fedeli significa la partecipazione all’immolazione. Perché abbia il suo pieno effetto occorre la consapevolezza e la volontà di immolare se stessi per amare con il suo amore di vittima. E questa immolazione non si limita al momento liturgico. Il principe degli Apostoli ci dice che per il fatto che siamo edificati come pietre vive su Cristo, possiamo come “sacerdozio santo, offrire vittime spirituali gradite a Dio per Gesù Cristo”; e Paolo Apostolo, poi, senza nessuna distinzione di tempo, esorta i cristiani con le seguenti parole: “Io vi scongiuro, dunque, o fratelli (…) che offrite i vostri corpi come vittima viva, santa, a Dio gradita, come razionale vostro culto”. Ma quando soprattutto i fedeli partecipano all’azione liturgica con tanta pietà, consapevolezza e attenzione da potersi veramente dire di essi dei quali è conosciuta la fede e nota la devozione”, non possono fare a meno che la fede di ognuno di essi operi più alacremente per mezzo della carità, si rinvigorisca e fiammeggi la pietà, e si consacrino tutti quanti alla ricerca della gloria divina, desiderando con ardore di divenire intimamente simili a Gesù Cristo che patì acerbi dolori per amore, offrendosi Sommo Sacerdote e per mezzo di Lui ostia spirituale.
Questo è il cuore della Santa Messa. Pio XII, opponendosi ad alcune teorie che facevano della santa Comunione nello stile conviviale il fine e il centro della Messa, obiettò che “occorre sottolineare che il Sacrificio eucaristico consiste essenzialmente nell’immolazione incruenta della Vittima Divina, mentre la santa Comunione ha per scopo di farci partecipare sacramentalmente al sacrificio” e pertanto non può essere ricevuta se non si hanno le dovute disposizioni ( grazia di Dio, desiderio di ricevere, sapere e pensare chi è Colui che si riceve e osservare il digiuno eucaristico), ribadendo che solo la Comunione del Sacerdote celebrante è indispensabile per la validità del Sacrificio.
Questa è l’unica Via, che ci porta all’Amore. San Pio da Pietralcina (la cui Messa durava oltre due ore e il cui corpo nell’Anno giubilare verrà portato in quaresima nella basilica di san Pietro) rappresenta una testimonianza vivente dell’annuncio dottrinale cattolico sulla Santa messa: egli infatti riviveva durante la Messa l’intera Passione di Gesù (che in essa si attualizza e rinnova). “Padre, ditemi, per amore di Dio, se la corona di spine l’avete per tutto il tempo della Messa”. “Sì, e anche prima e dopo”. ”Quanti peccati espiò Gesù con al corona di spine?”. “Tutti, in particolare o peccati di pensiero”. “A Gesù durante la Passione  strapparono i capelli. Soffrite pure questo, voi?” “Mi scerpano pure le ossa”. “Anche la flagellazione soffrite durante la santa Messa?” “Sì, in modo crescente dalla consacrazione alla comunione”. “Quando subite la morte?” “Nella santa comunione”. “L’Addolorata vi assiste? E’ sempre presente durante il divino sacrificio?”. “Può una Madre disinteressarsi del Figlio? C’è Lei e  c’è tutto il Paradiso”. “Perché avete pianto durante le tre Messe di Natale?” “E me lo domandi pure? Non pensi al tremendo mistero della Messa? Un Dio vittima per la salvezza degli uomini che l’offendono. Non pensi che tutto il Paradiso si riversa sull’Altare? E noi sacerdoti siamo i macellai dell’Agnello di Dio”. “Ditemi come devo assistere alla vostra Messa”. “Compatendo e amando. Assisti come assisteva la Vergine e le pie donne”. “Quanta gloria dà a Dio la santa messa?”. “Infinita gloria!”. Come infiniti sono i benefici che ciascuno di noi può trarne in quest’Anno giubilare straordinario della misericordia per se e per i propri cari defunti.



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