giovedì 2 novembre 2017

Dottrina e pastorale

Il divenire e la storicità, cioè il tempo anziché lo spazio come luogo teologico, favoriscono oggi la percezione della fede?
Da La porta della fede di Serafino Lanzetta (pp. 89-92)

“E’ indispensabile –Serafino Lanzetta –rinnovare l’annuncio della fede, la stessa catechesi cristiana, sulla base della trasmissione originaria di Gesù Cristo e del suo Vangelo: la trasmissione viva di una Persona e del suo amore. Così
ricordano i Lineamenta per il Sinodo dei Vescovi sulla nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana:
“Parlando di Vangelo, non dobbiamo pensare solo a un libro o ad una dottrina: il Vangelo è molto di più: è una Parola viva ed efficace, che opera ciò che dice. Non è un sistema di articoli di fede e di precetti morali, e ancora meno un programma politico, bensì una persona: Gesù Cristo come Parola definitiva di Dio, fatta uomo” .
Si tratta di trasmettere Cristo, Persona divina e Parola eterna incarnata (nell’uomo Gesù dei  Vangeli e in continuità nel corpo del Risorto cioè nella Chiesa). Non di rado si fa leva esclusivamente sull’esperienza di Cristo e del Vangelo, fino a mettere in discussione la trasmissione della Parola di Cristo (nel dogma o scienza della fede maturata nella Chiesa). Il Vangelo è parola orale e scritta: annuncio, predicazione, catechesi, (preghiera liturgica) e dottrina, distinguendo nella medesima Parola, il Logos di Dio, l’aspetto noetico (concettuale-conoscitivo) e l’aspetto dinamico (esperienziale- pratico). I due aspetti  si implicano a vicenda, al punto che la dinamicità sarebbe vuota senza un contenuto da attualizzare, e il significato della parola realizza per se stesso ciò che esprime. Non c’è una catechesi, ad esempio, che rinunci alle verità di fede, alla trasmissione dei concetti e dei dogmi che quelle verità esprimono per fare spazio solo all’incontro vivo con Cristo, all’esperienza del Risorto. Tempo fa un settimanale cattolico, l’Osservatore Toscano, presentando un nuovo strumento catechetico messo a punto dalla Diocesi di Firenze per rinnovare la catechesi dei ragazzi, titolava proprio così l’iniziativa: “La vecchia “dottrina”? Non basta più”. Certo un titolo giornalistico, ma significativo della mens che si vuole esprimere: l’obiettivo della catechesi non è quello di trasmettere nozioni ma di favorire l’incontro con Gesù. Ci chiediamo: ci potrà essere un Gesù vivo contro o fuori la fede che Lui stesso ha insegnato e che la Chiesa ininterrottamente trasmette? Si postula di fatto una diastasi tra di due aspetti –noetico e dinamico- della medesima fede. Questo ormai lo si predica da tanti anni. Il catechismo nozionale non servirebbe. Bisognerebbe fare spazio più all’incontro, che presto ha significato lasciare la stessa fede nel vago, favorendone un approccio disincarnato rispetto alla Chiesa, qualunquistico, perché privo del fondamento noetico da cui principia l’esperienza: priva della presenza immutabile e sovra  storica del Logos, il quale solo perché eterno (fuori del tempo e dello spazio come risorto) si incarna nel tempo e fa luce in ogni tempo alla nostra fede. La fede fondata solo sulla storicità del nostro incontro con Cristo, senza la precedenza e la fondazione epistemica fornita dal dogma cioè dalla scienza della fede che è maturata e matura nella Chiesa, favorisce certo una trasmissione più consona ai tempi in ragione dei quali si chiede la revisione, ma a lungo andare sempre più storicizzata, in divenire. Il divenire favorirebbe la percezione della fede come “storia della salvezza”, fino al punto di rendere, in alcune teologie, il divenire stesso e la storicità luoghi teologici. Il rischio è di assoggettare il dogma al divenire con un conseguente relativismo. La domanda comunque rimane: come coniugare oggi la fede rivelata con il progresso e le nuove sfide del tempo? I nostri cristiani sono di fronte a un duplice anelito: da un lato la volontà di professare la fede della Chiesa, con lo sforzo di essere buoni cristiani; dall’altro l’impegno nel mondo, un credo nell’umanità, nelle capacità umane e nel desiderio di edificare un futuro migliore. I due aspetti non dovrebbero essere in contrapposizione, nella misura in cui si vince la logica del peccato che separa e si lascia trionfare il Dio  Creatore e Redentore. Non pochi autori però, forse tralasciando la minaccia del peccato, hanno scorto una certa insofferenza della modernità nei confronti della fede e hanno tentato di redimere l’opposizione Dio-mondo proponendo il rinnovamento dell’annuncio di Dio nel mondo, partendo dal mondo, come una sorta di a priori filosofico. In questo approccio che parte dal divenire e dal progresso si è particolarmente distinto Teilhard de Chardin. Questi vede in Cristo risorto il punto omega dell’evoluzione del cosmo, (Cristo è dato come fine e si dimentica che è anzitutto il Principio e l’archetipo), “un Dio del divenire e del trascendente. E’ nel Cristo risorto che si risolve l’apparente opposizione tra fede nel progresso e fede cristiana, tra il “divenire” e il “trascendente”. Teilhard, puntando tutto sulla parusia del Cristo come motore ultimo dell’evoluzione del mondo, capace di coniugare fede e scienza, Dio e il mondo, fornisce anche gli strumenti per impostare la nuova catechesi non più sulla staticità delle persone o dei concetti, su una dottrina astratta o scolastica, ma sulla comunicazione di Gesù stesso (punto trainante dell’evoluzione?). Il gesuita Faricy, suo interprete, scrive:
“La formazione religiosa non può permettersi più a lungo di concentrarsi staticamente sui concetti, ma deve essere dinamicamente orientata verso il progresso. Deve insegnare non tanto “che cosa”, ma “come”. …I tentativi catechistici fondati sulla dottrina o sulla vita sono negativi perché puntano più sul contenuto che sullo sviluppo”.
Che cosa succede allora ai concetti dottrinali, e di rimando alle formule dogmatiche che anche nelle espressioni verbali portano una verità di fede:
“I concetti dovrebbero essere usati in modo prammatico, pastorale, cioè come aiuto a realizzare una visione cristiana completa, nella preghiera e nella vita con gli altri”.
Un’eco dell’idea di alcuni periti conciliari di dire in modo pratico, pastorale la fede? Cosa significa pragmatizzare i concetti? Il problema, a mio giudizio, sta nella scissione che in questa visione dal basso si provoca in Cristo stesso, Logos incarnato, tra natura umana e natura divina. Come comunicare Gesù senza comunicare, con il logos umano, l’annuncio del Logos di Dio? Qui si radica, in ultima analisi, la scissione odierna tra fede e annuncio, tra dottrina e prassi cristiana. La prassi ha prevalso sulla fede e sul suo annuncio come fede dall’alto, che prima dell’uomo, prima della storia e che viene da Dio. C’è qui un’incidenza del problema rivelatosi in preparazione del Vaticano II, e soprattutto durante la sua esecuzione, riguardanti gli schemi preparatori, e cioè la richiesta di un metodo più pastorale, e quindi di un approccio più discorsivo della fede? Il rinnovamento nella Chiesa esige sempre unità tra dogma creduto, dogma pregato cioè scienza della fede maturata nella Chiesa e vita cristiana. Bisogna coniugare fede e ragione, fede e dogma, dunque fede e annuncio. Una catechesi su Cristo e sulla fede non può semplicemente abbandonare le formule della fede, il Catechismo come unità dogmatica, morale e spirituale, per fare spazio a un approccio più discorsivo della fede e solo esperienziale di Cristo. In questo modo si finisce col credere purtroppo in un altro Gesù, quello dei nostri desideri, quello che ci insegnerà una verità più consona all’oggi e alle mode del tempo. Se il rinnovamento della catechesi passa solo attraverso una riforma dell’approccio storico, spazio-temporale, al Cristo, non fondato sulla perennità della sua dottrina, ricevuta mediante l’obbedienza alla S. Scrittura e alla Tradizione per mezzo del magistero della Chiesa, questo rinnovamento finirà presto con il provocare un disprezzo per la “vecchia dottrina”. La dottrina stessa entra in crisi, e di rimando la Chiesa, portatrice di quella dottrina di fede. Perciò nei soggetti credenti si verificherà uno smarrimento nella percezione stessa della fede, che in ragione di un approccio più storico potrebbe anche cambiare; in definitiva uno smarrimento della fede, la sua crisi.
Crediamo che una crisi di fede oggi, proveniente dalla crisi della Chiesa, abbia la sua radice nella diastasi tra atto di fede (aspetto soggettivo) e fede professata diacronicamente (aspetto oggettivo). La fides qua non può essere disgiunta dalla fides quae ed entrambe richiedono che si rispetti la regula fidei, il dogma cioè la scienza della fede maturata ed accolta nella Chiesa: il suo riceverla in doveroso ascolto della Chiesa una e ininterrotta, che di quella fede è la Madre e la Maestra. La fede può essere performativa cioè interessarsi della vita solo se ben saldo il suo aspetto antecedente che è quello informativo,  la conoscenza, la scienza dei misteri della fede accolti nella Chiesa cioè il dogma. Bisogna obbedire a Dio che ha assunto un volto umano, che ci ha amato sino alla fine e che Risorto rimane e agisce in continuità attraverso la Chiesa. Così si può ascoltare nuovamente la fede insegnandola agli altri nella carità. Fede e annuncio richiedono un’unità previa che oggi rischia di mancare tra ragione – amore e fede: un retto approccio al mistero  divino-umano di Cristo; una ragione forte, metafisica e non solo fenomenica, meramente esperienziale o psicologica; una fede radicata nella parola eterna di Dio, che nella Rivelazione si abbassa fino a noi e dirige la nostra vita. Prima la fede, prima il Catechismo e poi la sua comprensione”.

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