sabato 4 novembre 2017

Domenica XXXI anno A

Accogliamo il Vangelo di questa Domenica non come parola di uomini, ma come è veramente, quale Parola, Verbo del Padre, Persona divina che parla qui e ora, nel tempo come allora

Nella liturgia di questa domenica, l’apostolo Paolo ci invita ad accostare il Vangelo “non come parola di uomini, ma come è veramente, quale Parola di Dio (1 Ts 2,13). In questo modo possiamo accogliere con fede gli ammonimenti che Gesù rivolge alla nostra coscienza, per assumere un comportamento conforme ad essi: è questa la morale, l’etica
cristiana nella quale le norme sono la via per assimilarsi alla Persona del Figlio di Dio che ha assunto un volto umano. Nel brano odierno, Egli rimprovera gli scribi e i farisei, che avevano nella comunità del popolo di Dio un ruolo di maestri, perché la loro condotta pastorale era apertamente in contrasto con l’insegnamento  che proponevano agli altri con rigore come mediatori della Parola di Dio. Gesù, il Verbo di Dio fatto carne, sottolinea che costoro “dicono e non fanno” (Mt 23,3); anzi, “legano fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito” (Mt 23,4). La buona dottrina va sempre accolta, ma rischia di essere smentita da una condotta e da una azione pastorale, educativa incoerente. Per questo Gesù dice: “Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere”  (Mt 23,3). Ci sono momenti storici in cui possono esserci pastori, genitori, responsabili dell’autorità sociale che sono mediazione dell’autorità divina in contrasto tra la dottrina e la prassi educativa. L’atteggiamento di Gesù, dell’Incarnazione del Verbo del Padre per opera dello Spirito Santo, è esattamente l’opposto: Egli pratica per primo il comandamento dell’amore, che insegna a tutti, e può dire, uomo come noi, che esso è un peso leggero e soave perché ci aiuta a portarlo insieme con Lui (Mt 11,29-30) anche con la fedele partecipazione di ogni Domenica alla Santa Messa unita alla carità.
Pensando ai maestri che opprimono la libertà altrui in nome della propria legittima autorità, San Bonaventura indica che l’autentico Maestro cui ogni autorità sacramentale continuamente deve rimandare: “Nessuno può insegnare e nemmeno operare, né raggiungere le verità conoscibili senza che sia presente il Figlio di Dio” nella continuità della sua incarnazione nella Tradizione della Chiesa. “Gesù siede sulla “cattedra” come il Mosè più grande, che estende l’Alleanza a tutti i popoli” (Gesù di Nazareth, p.89). E’ sempre Lui il nostro vero e unico Maestro che scrive dritto anche su eventuali righe storte dei suoi ministri! Siamo, pertanto, chiamati a seguire il Figlio di Dio, il Verbo incarnato, che esprime la verità del suo insegnamento attraverso la fedeltà alla volontà del Padre, attraverso il dono di se stesso. Scrive il beato Antonio Rosmini: “Il primo maestro forma tutti gli altri maestri, come pure forma gli stessi discepoli, perché [sia gli uni che gli altri] esistono soltanto in virtù di quel primo tacito, ma potentissimo magistero” (Idea della Sapienza, 82). Gesù condanna fermamente anche la vanagloria che toglie la libertà, la possibilità di essere amati e di amare, e osserva che operare “per essere ammirati dalla gente” (Mt23,5) pone in balia dell’approvazione umana, insidiando i valori che fondano l’autenticità della persona, della sua stessa autorevolezza.
Il Signore Gesù si è presentato al mondo come servo, spogliando totalmente se stesso e abbassandosi fino a dare sulla croce la più eloquente lezione di umiltà e di amore più alto della sua stessa vita. Dal suo esempio scaturisce la proposta di vita: “Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo” (Mt 23,11), disposto a darvi anche quello che non volete sentire a costo della vita. Invochiamo l’intercessione di Maria Santissima e preghiamo, in particolare, per quanti nella comunità cristiana sono chiamati al ministero dell’insegnamento affinché possano testimoniare con le opere le verità che trasmettono con la parola.

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