lunedì 9 luglio 2012

Unità tra Sacra Scrittura, Sacra Tradizione e Magistero della Chiesa


Il ruolo del magistero della Chiesa e il suo provvidenziale esercizio per l’integrità della fede del popolo di Dio

“Il Vescovo di Roma siede sulla sua Cattedra per dare testimonianza di Cristo. Così la Cattedra è il simbolo della potestas docendiquella potestà di insegnamento che è essenziale del mandato di legare e sciogliere conferito a Pietro e, dopo di lui, ai Dodici. Nella Chiesa la Sacra Scrittura, la cui comprensione cresce sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, e il ministero dell’interpretazione autentica, conferito agli apostoli, appartengono l’una all’altro in modo indissolubile. Dove la Sacra Scrittura viene staccata dalla voce vivente della Chiesa, cade in preda alle dispute degli esperti. Certamente,
tutto ciò che essi hanno da dirci è importante e prezioso; il lavoro dei sapienti ci è di notevole aiuto per poter comprendere quel processo vivente con cui è cresciuta la Scrittura e capire così la sua ricchezza storica. Ma la scienza da sola non può fornirci una interpretazione definitiva e vincolante; non è in grado di darci nell’interpretazione, quella certezza con cui possiamo vivere e per cui possiamo anche morire. Per questo occorre un mandato più grande, che non può scaturire dalle sole capacità umane.Per questo occorre la voce della Chiesa viva, di quella Chiesa affidata a Pietro e al collegio degli apostoli fino alla fine dei tempi” (Bnedetto XVI, Omelia di insediamento sulla Cattedra romana,8 maggio 2005).
“Nell’opinione pubblica prevale, per questa realtà ‘gerarchia’, l’elemento di subordinazione e l’elemento giuridico; perciò a molti l’idea di gerarchia appare in contrasto con la flessibilità e la vitalità del senso pastorale anche contraria all’umiltà del Vangelo. Ma questo è un male inteso senso della gerarchia, storicamente anche causato da abusi di autorità e di carrierismo, che sono appunto abusi e non derivano dall’essere stesso della realtà ‘gerarchia’. L’opinione comune è che ‘ gerarchia’ sia sempre qualcosa di legato al dominio e così non corrispondente al vero senso della Chiesa, dell’unità nell’amore di Cristo. Ma come ho detto, questa è una interpretazione sbagliata, che ha origine in abusi della storia, ma non risponde al vero significato di quello che è la gerarchia (…). E anche il Papa – punto di riferimento di tutti gli altri Pastori e della comunione della Chiesa – non può fare quello che vuole; al contrario, il Papa è custode dell’obbedienza a Cristo e alla sua Chiesa. Gerarchia implica quindi un triplice legame: quello, innanzitutto con Cristo e l’ordine dato dal Signore alla sua Chiesa; poi il legame con gli altri Pastori nell’unica comunione della Chiesa, e, infine, il legame con i fedeli affidati al singolo, nell’ordine della Chiesa” (Benedetto XVI, Udienza Generale, 26 maggio 2010).
“Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza; il pastore ha bisogno del bastone contro le bestie selvatiche che vogliono irrompere tra il gregge; contro i briganti che cercano il loro bottino. Accanto al bastone c’è il vincastro che dona sostegno e aiuta ad attraversare passaggi difficili. Ambedue le cose rientrano  anche nel ministero della Chiesa, nel ministero del sacerdote. Anche la Chiesa deve usare il bastone del pastore, il bastone col quale protegge la fede contro i falsificatori, contro gli orientamenti che sono, in realtà, disorientamenti. Proprio l’uso del bastone può essere un servizio di amore. Oggi vediamo che non si tratta di amore, quando si tollerano comportamenti indegni della vita sacerdotale. Come pure non si tratta diamore se si lascia proliferare l’eresia, il travisamento e il disfacimento della fede, come se noi inventassimo la fede. Come se non più dono di Dio, la perla preziosa che non ci lasciamo strappare via. Al tempo stesso, però, il bastone deve sempre di nuovo diventare il vincastro del pastore – vincastro che aiuti gli uomini a poter camminare su sentieri difficili e a seguire il Signore…
Il Signore ci ha dato la Chiesa come soggetto vivo, con la struttura dei Vescovi in comunione con il Papa, e questa grande realtà dei Vescovi del mondo in comunione con il Papa ci garantisce la testimonianza della verità permanente. Abbiamo fiducia in questo Magistero permanente della comunione dei Vescovi con il Papa, che ci rappresenta la presenza della Parola…
Il criterio della fede è il criterio con il quale vedere anche i teologi e le teologie. Papa Giovanni Paolo II ci ha donato  un criterio assolutamente sicuro nel Catechismo della Chiesa Cattolica: qui vediamo la sintesi della nostra fede, e questo Catechismo è veramente il criterio per vedere dove va  una teologia accettabile  o non accettabile. Quindi raccomando la lettura, lo studio di questo testo, e così possiamo andare avanti con una teologia critica nel senso positivo, cioè critica contro le tendenze della moda e aperta alle vere novità, alla profondità inesauribile della Parola di Dio, che si rivela in tutti i tempi, anche nel nostro tempo” (Benedetto XVI, Omelia nella solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, 12 giugno 2010).

Si è diffuso un concetto riduttivo di ‘popolo di Dio’, desunto superficialmente dal fatto che nellaLumen gentium il capitolo sul popolo di Dio (LG II) sia antecedente a quello sulla  sacra gerarchia (LG III), portando a una indebita contrapposizione tra ‘base’ e gerarchia, aprendo la strada non più a una ecclesiologia piramidale, gerarchia ma a una visione della Chiesa a carattere democratico, screditando l’autorità e il magistero. Si è aggiunta anche un’erronea comprensione del concetto dicomunione, che spogliato di dimensioni essenziali, quali quella sacramentale, interiore, trascendente e gerarchica, viene ridotto a rapporto soltanto orizzontale, pienamente egualitario.
Nell’architettura conciliare della Liturgia, fonte e culmine di tutta la vita della Chiesa, la comunione è dono dell’incontro comunitario con il Risorto e della Adorazione. E la Liturgia non è solo celebrazione ma è coessenziale l’adorazione e quindi il rapporto con Dio per cui nulla si preponga al rapporto con Lui nell’obbedienza. Nella storia del dopo Concilio la Costituzione sulla liturgia non fu certamente compresa a partire da questo fondamentale primato dell’adorazione coessenziale con la celebrazione. Nel frattempo sembra che alcuni esperti   di liturgia, occupati in riflessioni sempre più precipitose sul modo in cui si possa dare alla liturgia una forma sempre più attraente, comunicativa, coinvolgendo attivamente sempre più se stessi, abbandonando sempre più l’adorazione.

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