domenica 22 febbraio 2015

L'inno all'amore di Dio nell'amore al prossimo sotto la guida tenera e umile della Regina dell'amore

L’inno di san Paolo alla carità nell’essere amati da Dio amando il prossimo e tutto il creato sotto la guida della Regina dell’Amore

Nel Concistoro del 14 febbraio 2015 per la creazione di venti cardinali (due gli italiani: l’Arcivescovo di Agrigento, Francesco Montenegro, e quello di Ancona, Edoardo Menichelli), Papa Francesco ha proposto il magistero sulla “romanità” che deve contraddistinguere ogni porporato nel servizio franco, entusiasta alla Verità cioè a Cristo nella
Carità, dono dello Spirito Santo cioè amare come Dio ci ama.
“Quella cardinalizia è certamente una dignità, ma non è onorifica. Lo dice già il nome –“cardinale” – che evoca il “cardine”; dunque non qualcosa di accessorio, di decorativo, che faccia pensare a una onorificenza, ma un perno, un punto di appoggio e di movimento essenziale per la vita della comunità. Voi siete “cardini” e siete incardinati nella Chiesa di Roma, che “presiede alla comunione universale della carità” (Lumen gentium, 13).
Per Papa Francesco non è un mero simbolo. La fedeltà di ogni cardinale alla Chiesa in quanto vive nella comunicazione del vero e del bene nella vita della Chiesa Cattolica è la sua stessa continuità. Si chiama Tradizione cioè la coscienza incardinata nella comunità di Roma, guidata da 266 Papi, che vive ora, ricca della memoria di tutta la sua vicenda storica presiedendo la comunione universale nella carità: Papa Francesco che abbraccia Benedetto  e con lui tutti i precedenti 255 papi successori di Pietro come Vicari di Cristo.
Nella Chiesa – Papa Francesco ogni presidenza proviene dalla carità, deve esercitarsi nella carità e ha come fine la carità. Anche in questo la Chiesa che è in Roma svolge un ruolo esemplare: come essa presiede nella carità, così ogni Chiesa particolare è chiamata, nel suo ambito, a presiedere nella carità”.
E qui Papa Francesco ha proposto, come suo magistero, un commento dell’inno di San Paolo nella “Prima Lettera ai Corinzi” invitando a leggere il brano sotto la “guida umile e tenera” della Madonna, della Regina dell’Amore. Perché “possa essere la parola – guida per questa celebrazione e per il vostro ministero, in particolare per quelli tra voi che oggi entrano a far parte del Collegio cardinalizio. E ci farà bene lasciarci guidare, io per primo e voi con me, dalle parole ispirate dell’apostolo Paolo, in particolare là dove egli elenca le caratteristiche della carità. Ci aiuti in questo ascolto la nostra Madre Maria. Lei ha dato al mondo Colui che è “la Via migliore di tutte” (1 Cor 12,31): Gesù, Carità incarnata; ci aiuti ad accogliere questa Parola e a camminare sempre su questa Via. Ci aiuti come suo atteggiamento umile e tenero di madre, perché la carità, dono di Dio, cresce dove ci sono umiltà e tenerezza”.
“Anzitutto san Paolo ci dice che la carità è “magnanima” e “benevola”. Quanto più si allarga la responsabilità nel servizio alla Chiesa, tanto più deve allargarsi il cuore, dilatarsi secondo la misura del cuore di Cristo. Magnanimità è, in un certo senso, sinonimo di cattolicità: è saper amare senza confini, ma nello stesso tempo fedeli alle situazioni particolari e con gesti concreti. Amare ciò che è grande senza trascurare ciò che è piccolo; amare le piccole cose nell’orizzonte delle grandi, perché “Non coerceri a maximo, contineri tamen a minimo divinum est”. Saper  amare con gesti benevoli. Benevolenza è l’intenzione ferma e costante di volere il bene sempre e per tutti, anche per quelli che non ci vogliono bene”.
Qui Papa Francesco ritorna, con altre parole, sull’accentuazione pastorale conciliare con cui ha iniziato il suo ministero petrino rifacendosi anche al carisma di Sant’Ignazio. Chi guida come pastore, come educatore alla fede, alla speranza, alla carità deve avere sempre davanti l’orizzonte grande del patrimonio di fede ma per guardare ogni persona in ogni circostanza nella possibilità di mettere in cammino chi è piccolo, il bene per tutti. Mettere in cammino è l’anima della carità pastorale senza lassismi e senza modalità agguerrite per finalità vere.
Di conseguenza l’apostolo dice che “la carità “non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia di orgoglio”. Questo è davvero un miracolo della carità, perché noi esseri umani – tutti, e in ogni età della vita – siamo inclinati all’invidia e all’orgoglio dalla nostra natura ferita dal peccato. E ancora le dignità ecclesiastiche non sono immuni da questa tentazione. Ma proprio per questo, cari Fratelli, può risaltare ancora di più in noi la forza divina della carità, che trasforma il cuore, così che non sei più tu che vivi, ma Cristo vive in te. E Gesù è tutto amore”.
Inoltre, “la carità “non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse”. Questi due tratti rivelano che chi vive nella carità è de-centrato da sé. Chi è auto – centrato manca inevitabilmente di rispetto, e spesso se ne accorge, perché il “rispetto” è proprio la capacità di tenere conto dell’altro, di tenere conto della sua dignità, della sua condizione, dei suoi bisogni. Chi è auto – centrato cerca inevitabilmente il proprio interesse, e gli sembra che questo sia normale, quasi doveroso. Tale “interesse” può anche essere ammantato di nobili sentimenti, ma sotto sotto è sempre il “proprio interesse”. Invece la carità ti de – centra e ti pone nel vero centro che è solo Cristo. Allora sì, può essere una persona rispettosa e attenta al bene degli altri”.
“La carità, dice Paolo, “non si adira, non tiene conto del male ricevuto”. Al pastore che vive a contatto con la gente non mancano le occasioni di arrabbiarsi. E forse ancora di più rischiamo di adirarci nei rapporti tra noi  confratelli, perché in effetti noi siamo meno scusabili. Anche in questo è la carità, e solo la carità, che ci libera. Ci libera dal pericolo di reagire impulsivamente, di dire e fare cose sbagliate; e soprattutto ci libera dal rischio mortale dell’ira trattenuta, “covata” dentro, che ti porta a tenere conto dei mali che ricevi. No. Questo non è accettabile nell’uomo di Chiesa. Se pure si può scusare un’arrabbiatura momentanea e subito sbollita, non altrettanto per il rancore. Dio ce ne scampi e liberi!”.
“La carità – aggiunge Paolo –“non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità”. Chi è chiamato nella Chiesa al servizio del governo deve avere un forte senso della giustizia, così che qualunque ingiustizia gli risulti inaccettabile, anche se potesse essere vantaggiosa per lui o per la Chiesa. E nello stesso tempo “si rallegra della verità”: che bella questa espressione! L’uomo di Dio è uno che è affascinato dalla verità e che la trova pienamente nella Parola e nella Carne di Gesù Cristo. Lui è la sorgente inesauribile della nostra gioia”.
Per chi governa qualunque ingiustizia, fosse pure dell’opinione prevalente, maggioritaria, è inaccettabile anche se vantaggiosa per la Chiesa: è un’affermazione che toglie ogni ideologia del maggioritario democratico.
Infine, la carità “tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”. Qui c’è, in quattro parole, un programma di vita spirituale e pastorale. L’amore di Cristo, riversato nei nostri cuori dallo Spirito Santo, ci permette di vivere così, di essere così: persone capaci di perdonare sempre; di dare sempre fiducia, perché piene di fede in Dio; capaci di infondere sempre speranza, perché piene di speranza in Dio; persone che sanno sopportare con pazienza ogni situazione e ogni fratello e sorella, in unione con Gesù, che ha sopportato con amore il peso di tutti i nostri peccati.
Cari Fratelli, tutto questo non viene da noi, ma da Dio. Dio è amore e compie tutto questo, se siamo docili all’azione del suo Santo Spirito. Ecco allora come dobbiamo essere: incardinati e docili. Più veniamo incardinati nella Chiesa che è in Roma e più dobbiamo diventare docili allo Spirito, perché la carità possa dare forma e senso a tutto ciò che siamo e che facciamo. Incardinati nella Chiesa che presiede nella carità, docili allo Spirito santo che riversa nei nostri cuori l’amore di Dio (Rm 5,5). Così sia” (Papa Francesco, Omelia con i nuovi Cardinali, 15 febbraio 2015).


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