martedì 25 novembre 2014

l Sinodo Straordinario sulla Famiglia: quali novità

Il Sinodo, di cui ne è stata celebrata la prima fase e che vedrà tra un anno la continuazione nel Sinodo Ordinario e alla fine tutto verrà consegnato nelle mani del Santo Padre e al suo Ministero petrino, può essere considerato sotto molti punti di vista. Ritengo utile considerarne due:
- il primo, il fenomeno Sinodo Straordinario non magisteriale in vista di quello Ordinario del 2015 magisteriale, cioè la manifestazione esterna prodotta da alcuni membri e da parte della stampa, da comunicati,
conferenze stampa, attese o paure infrante che hanno prodotto parecchia confusione e che speriamo risolvibile in quest’anno di preparazione da parte delle Chiese particolari.
- Il secondo aspetto, che più ci interessa, è il Sinodo Straordinario vero, quello dei documenti su “Le sfide sulla famiglia nel contesto dell’Evangelizzazione”, cioè il dato oggettivo nella Relatio Synodi, che salvo i numeri 41 e 55, negli altri 62                                                                                                                                               ha avuto la maggioranza qualificata: è la Chiesa intera chiamata ad una generale consultazione ed ora alla riflessione sulla Relatio Synodi.
Sotto il primo aspetto, cioè il fenomeno Sinodo Straordinario, bisogna rilevare che l’assemblea sinodale, è stata caricata di aspettative fuori della realtà. Alcuni hanno parlato del Sinodo come di una sorta di Concilio Ecumenico III. Altri hanno accostato San Giovanni XXIII e la convocazione del Concilio Ecumenico Vaticano II a papa Francesco e al Sinodo su Matrimonio e Famiglia appena concluso. Ma inevitabilmente tutte queste aspettative si sono presto scontrate con la realtà in tutti gli ambiti cioè con la verità di quello che è un Sinodo, tanto più un Sinodo Straordinario. Si sono rivelate esorbitanti e infondate perché come stabilisce il Codice di diritto canonico e come l’ha istituito il beato Paolo VI a richiesta del Concilio: “Spetta al Sinodo dei vescovi discutere sulle questioni proposte ed esprimere dei voti, non dirimere ed emanare decreti su tali questioni, a meno che in casi determinati il Romano Pontefice, cui spetta in questo caso ratificare le decisioni del Sinodo, non gli abbia concesso potestà deliberativa” (can. 343). Papa Francesco non si è pronunciato sulla separazione rahneriana tra dottrina e prassi pastorale. Questo poi è stato non il Sinodo ordinario, ma Straordinario senza che il Romano Pontefice abbia ratificato, salvo la richiesta di inserire i nn. 41 e 55, che non hanno avuto la maggioranza qualificata: “41. Mentre continua ad annunciare e promuovere il matrimonio cristiano, il Sinodo incoraggia anche il discernimento pastorale delle situazioni di tanti che non vivono più questa realtà. E’ importante entrare in dialogo pastorale con tali persone al fine di evidenziare gli elementi della loro vita che possono condurre a una maggiore apertura al Vangelo del matrimonio nella sua pienezza. I pastori devono identificare elementi che possono favorire  l’evangelizzazione e la crescita umana e spirituale. Una sensibilità nuova della pastorale odierna, consiste nel cogliere gli elementi positivi presenti nei matrimoni civili e, fatte le debite differenze, nelle convivenze. Occorre che nella proposta ecclesiale, pur affermando con chiarezza il messaggio cristiano, indichiamo anche elementi costruttivi in quelle situazioni che non corrispondono ancora o non più ad esso”. “55. Alcune famiglie vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con orientamento omosessuale. Al riguardo ci si è interrogati su quale attenzione pastorale sia opportuna di fronte a questa situazione riferendosi a quanto insegna la Chiesa: “Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia”. Nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali devono essere accolti con rispetto e delicatezza. “A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione”(Congregazione per la Dottrina della fede, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali). Occorre, però, ricordare che l’accoglienza verso le persone con tendenza omosessuale non è una novità del Sinodo ma è sempre stata dentro la consapevolezza che “gli atti omosessuali sono intrinsecamente disordinati”. L’accoglienza è cioè alle persone, con tutto il loro carico di sofferenza e disagio, non agli stili di vita soprattutto conclamati. Gli atti omosessuali, dice ancora il Catechismo, “sono contrari alla legge naturale”, “precludono all’atto sessuale il dono della vita”, “non sono il frutto di una vera complementarietà affettiva e sessuale”, “in nessun caso possono essere approvati” (CCC n.2357). Altro che “elementi di santificazione nelle unioni omosessuali” applicando ciò che nella Familiaris consortio è stato escluso e cioè la gradualità della legge. Tutto in quest’anno va approfondito e valutato soprattutto su questi due punti. Quindi è ambiguo il favore al riconoscimento delle unioni omosessuali pur affermando che non sono parificabili al matrimonio. Purtroppo, come prima dell’Humanae vitae, si attendevano svolte epocali, alcuni giornalisti hanno parlato di una rivoluzione nella pastorale matrimoniale e familiare tra dottrina e pastorale, senza entrare nel merito del dogma, della dottrina, come potesse accadere una separazione tra pastorale e dogma, dottrina. Certo c’è distinzione tra dogma, dottrina e pastorale poiché la dottrina propone la globalità cui tendere, mentre il discernimento pastorale in rapporto ad ogni persona, ad ogni coppia, alle circostanze storiche come mettersi in cammino verso la globalità (la legge della gradualità, non la gradualità della legge come la Familiaris consortio indica), distinzione quindi ma mai la separabilità tra dottrina e pastorale.
Queste attese di separazione tra dottrina e pastorale rimandano alla minoranza conciliare anche attraverso interpretazioni di interviste sia del Papa (l’intervista non è magistero ma opinione che posso contraddire. Per il Gesù di Nazareth Benedetto XVI aveva precisato che non si tratta di magistero e quindi potete contraddirmi) e sia anche di cardinali e vescovi. Durante il Concilio una minoranza rahneriana, proponendo l’idea di “cristianesimo anonimo” puntava ad una nuova ecclesiologia, relativizzando l’appartenenza alla Chiesa strutturalmente gerarchizzata, al patrimonio dogmatico, dottrinale della fede come oggi lo propone il Catechismo, il suo Compendio, con apertura a ciò che emergerebbe, sotto l’Azione dello Spirito, nella prassi delle esigenze pastorali di fronte a nuovi problemi e inedite possibilità con l’occhio  tenuto ai segni dei tempi di tutta l’umanità. Così Rahner, relativizzando l’appartenenza alla Chiesa, relativizzando il dogma, la dottrina per l’Umanesimo globale (maestro di Kung è Rahner), lo aveva proposto nella prima stesura della Costituzione sulla Divina Rivelazione, stesura che è stata bocciata dai Padri conciliari. Quindi “l’indirizzo della teologia di Rahner – J. Ratzinger in  La mia vita (pp. 92 – 93) – era totalmente caratterizzata dalla tradizione della scolastica suareziana e dalla sua nuova versione alla luce dell’idealismo tedesco e di Heidegger. Era una teologia speculativa e filosofica in cui alla fine, la Scrittura e i Padri non avevano poi una parte importante, in cui soprattutto, la dimensione storica era di scarsa importanza. Io, al contrario, proprio per la mia formazione era stato segnato soprattutto dalla Scrittura e dai Padri, da un pensiero essenzialmente storico (…). Ora era chiaro che lo schema di Rahner sulla Costituzione sulla Parola di Dio non poteva essere accolto, ma anche il testo ufficiale andò incontro alla bocciatura con una esigua minoranza di voti. Si dovette quindi procedere al rifacimento del testo. Dopo le complesse discussioni, solo nell’ultima fase dei lavori conciliari si poté arrivare all’approvazione della Costituzione della Parola di Dio, uno dei testi di spicco del Concilio, che peraltro non è stato ancora recepito appieno (…). Il compito di comunicare le reali affermazioni del Concilio alla coscienza ecclesiale e di plasmarla a partire da queste ultime è ancora da realizzare”, anche se oggi abbiamo il Sinodo sulla Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa e l’esortazione post-sinodale Verbum Domini.  Del mio provvidenziale colloquio di due ore nel 1966 a Venegono col prof. Ratzinger ricordo a memoria: La Rivelazione non va compresa come un meteorite caduto nel Libro e compreso solo attraverso l’analisi storico- critica, ma come un avvenimento dello Spirito Santo in continuità ecclesiale dinamica o Tradizione cui rifarsi nella fondamentale, originaria testimonianza biblica con l’aiuto dell’analisi storico-critica ma che, ermeneuticamente, continua dinamicamente o Tradizione, sempre sotto l’azione continua dello Spirito, nella Chiesa con la comprensione dogmatico – liturgica- esistenziale   fino ad oggi sotto la guida del Papa e dei Vescovi uniti a lui.
Perché allora la recezione del Concilio reale che emerge dai documenti, in gran parte della Chiesa, si è svolta e si svolge anche oggi al Sinodo Straordinario in modo così difficile? Uno dei motivi, secondo padre Cornelio Fabro già nel 1971, è che quella minoranza conciliare rahneriana dopo il Concilio è diventata maggioritaria proponendo una interpretazione, una ermeneutica di discontinuità ecclesiologica, non piramidale, ma popolare della Chiesa. “Con ciò, però (Benedetto XVI, Discorso alla Curia, 22 dicembre 2005) si fraintende in radice la natura di un Concilio come tale. In questo modo, esso viene considerato come una specie di Costituente (o nuova ecclesiologia in alternativa a quella di prima del Concilio), che elimina una costituzione vecchia e ne crea una nuova. Ma la Costituzione ha bisogno di un mandante e poi di una conferma da parte del mandante, cioè del popolo al quale la Costituzione deve servire. I Padri non avevano un tale mandato e nessuno lo aveva mai dato loro; nessuno del resto, poteva darlo, perché la Costituzione essenziale della Chiesa viene dal Signore e ci è stata data affinché possiamo raggiungere la vita eterna, e, partendo da questa prospettiva, siamo in grado di illuminare la vita nel tempo stesso”. Papa Francesco nella catechesi o magistero ordinario di mercoledì 5 novembre ci ha offerto la Costituzione, l’ecclesiologia essenziale, perenne: tutti nella Chiesa sono sotto l’azione dello Spirito Santo ma la guida è sempre del Papa con i vescovi uniti a lui. Se il magistero ordinario è la garanzia del declinarsi della comunità in quanto vive, lo strumento più grande della comunicazione del vero nella vita della Chiesa è la sua stessa continuità. Si chiama tradizione. Questa idea di tradizione deriva dall’idea di Rivelazione espressa dalla Dei Verbum: tutto ciò che la Chiesa ha ricevuto, essa lo trasmette nella sua dottrina, nella sua vita, nel suo culto, nei principi non negoziabili; si tratta di una tradizione concreta e vivente, che fruttifica durante il tempo, così che conservando la verità rivelata, essa la attualizza secondo i bisogni di ogni epoca. La Tradizione è sempre ricordata prima della Scrittura, per rispettare l’ordine cronologico, dal momento che, all’origine di tutto per trasmettere il patrimonio di fede e di morale, c’è questa Tradizione che viene dagli Apostoli, ed è all’interno di una comunità già costituita con il Credo apostolico che i libri santi sono stati composti o ricevuti.
Il cardinale Gerhard Ludwig Muller, tra i più qualificati oppositori alle tesi rahneriane con il criterio “non tocchiamo la dottrina ma modifichiamo la prassi pastorale” di Walter Kasper nel Concistoro dello scorso febbraio e appoggiate dalla gran parte dell’episcopato suo connazionale, ha denunciato pubblicamente – in una intervista a un sito polacco e quindi non come Prefetto della Congregazione della Fede – tutti quei “rappresentanti della Chiesa, vescovi compresi, che si sono lasciati in qualche modo accecare dalla società secolarizzata, da cui sono stati influenzati lontani dalla questione principale o dagli insegnamenti della Chiesa basati sulla Rivelazione”. Punta il dito contro certe teorie su famiglia e coppie omosessuali. Riguardo alla prima questione, Comunione ai divorziati risposati civilmente senza il riconoscimento della nullità del primo matrimonio sacramentale, sostiene che “in molti Paesi le relazioni sono distrutte, e questo si applica anche al modello cristiano di matrimonio e famiglia. La verità sul matrimonio e famiglia è relativizzato”. Si tratta di tendenze che partendo dalla giusta e necessaria preoccupazione pastorale di una maggiore vicinanza a queste situazioni fallimentari in aumento e che “si sono mosse all’interno della Chiesa e fra i vescovi, sui quali si sta cercando di esercitare pressione”. Noi abbiamo Cristo e il Vangelo “l’uomo non separi ciò che Dio ha congiunto”. Questo è il nostro punto di riferimento, il fondamento per il solo e corretto insegnamento della Chiesa". Come san Giovanni XXIII l’11 ottobre 1962 e il beato Paolo VI il 7 dicembre 1965 hanno affermato: “Il Concilio vuole trasmettere pura e integra la dottrina, senza attenuazioni e travisamenti. Certo il nostro dovere non è soltanto di custodire questo tesoro prezioso, come se ci preoccupassimo unicamente dell’antichità, ma di dedicarci con alacre volontà e senza timore a quell’opera, che la nostra età esige di fronte a nuovi problemi e inedite possibilità. (…) E’ necessario che questa dottrina certa e immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che corrisponda alle esigenze del nostro tempo. Una cosa è infatti il deposito della fede, cioè le verità contenute nella nostra veneranda dottrina, e altra cosa il modo migliore con il quale esse sono enunciate, conservando ad esse tuttavia lo stesso senso e la stessa portata”. E’ chiaro che questo impegno avviato, messo in movimento anche con il Sinodo Straordinario (che non è ancora magistero) su matrimonio e famiglia di esprimere in modo nuovo il connubio tra l’indissolubilità del matrimonio e la misericordia verso chi ha fallito, esige una nuova riflessione e un nuovo rapporto vitale verso una nuova parola nel Sinodo ordinario del 2015.
Circa le coppie gay Muller ricorda: “Il catechismo della Chiesa cattolica insegna che le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Papa Francesco dice che non sta cercando di creare qualche nuova dottrina della Chiesa, ma sta cercando di mostrare che nessuno è giudicato dalla Chiesa a causa della propria tendenza omosessuale. Nessuno cerca di discriminare queste persone. Ma bisogna dire con chiarezza che la Chiesa ha giudicato e giudica negativamente gli atti omosessuali, non le persone con questa tendenza”: i matrimoni gay negano l’idea originaria di Dio nella costruzione della famiglia.
Il secondo punto lo prendo dall’intervento del Presidente della CEI, card. Bagnasco: “Da ogni dove è risuonata la bellezza e l’importanza irrinunciabile del Vangelo del Matrimonio e della Famiglia (I primi 22 numeri sono una sintesi meravigliosa di come evangelizzare in modo essenziale matrimonio e famiglia), patrimonio e cellula dell’umanità, costituita da un uomo e una donna nel totale dono di sé; Chiesa domestica, grembo della vita, palestra di umanità e di fede, soggetto portante della vita sociale. Essa è sorgente di futuro. Per questo è irresponsabile indebolire la famiglia, creando nuove figure – seppure con distinguo pretestuosi che hanno l’unico scopo di confondere la gente e di essere una specie di cavallo di troia di classica memoria – per scalzare culturalmente e socialmente il nucleo portante della persona e dell’umano. L’amore non è solo sentimento – è risuonato nell’Aula sinodale – è decisione; i figli non sono oggetti né da produrre né da pretendere o contendere, non sono a servizio dei desideri degli adulti: sono i soggetti più deboli e delicati, hanno diritto a un papà e a una mamma. Il nichilismo, annunciato più di un secolo fa, si aggira in Occidente, fa clima e sottomette le menti: “Manca lo scopo – scriveva Nietzsche -, manca la risposta, tutti i valori si svalutano” (Frammenti postumi 1887 – 88, in Opere, vol. III). A che cosa appigliarsi? Se manca lo scopo ideale, non si può rispondere alla domanda radicale, che, prima o dopo, emerge nel cuore di tutti: “Perché sono al mondo? Che senso ha la mia vita? Che cosa sto facendo?”.
Potrebbe essere, questo fantasma nichilista un pungolo salutare per concentrare attenzione, sprigionare energie nuove, non essere dispersivi? ( E io aggiungo la bellezza dei primi 22 numeri della  Relazione  finale del Sinodo, che alla luce del magistero di san Giovanni Paolo II nelle catechesi dal 1979 al 1982 Uomo donna lo creò offrono i contenuti di una antropologia adeguata che sono così necessari per evangelizzare il matrimonio e la famiglia oggi).
La nostra ammirazione e la nostra gratitudine vanno alla moltitudine di famiglie – nella fedeltà dei giorni e degli anni – con la grazia del sacramento e la fatica quotidiana custodiscono e fanno crescere la loro “comunità di vita e d’amore” (Messaggio finale del Sinodo). Abbiamo sentito anche l’eco delle famiglie fragili e ferite: “La Chiesa, in quanto maestra e madre premurosa, pur riconoscendo che per i battezzati non vi è altro vincolo nuziale che quello sacramentale, e che ogni rottura di esso è contro la volontà di Dio, è anche consapevole della fragilità di molti suoi figli che faticano nel cammino della fede” (Relatio Synodi, n. 24). Anche a loro, e alla prassi sacramentale dei divorziati e risposati, Il Sinodo ha pensato con quella cura pastorale che vuole rispecchiare l’esempio di Cristo.
Concorde è risuonata la necessità di una Educazione affettiva incisiva, come di una preparazione al matrimonio più adeguata che aiuti innanzitutto a riscoprire la fede: da tutte le parti del mondo è giunta una testimonianza di sostegno alle famiglie attraverso gruppi di preghiera e di scambio, di reti nazionali e internazionali che chiedono che la famiglia sia riconosciuta come interlocutore sociale autorevole. Interlocutore che nessuno deve scavalcare. Una società che ascolta la realtà familiare, tra l’altro, ha stabilità e futuro. Ovunque, le difficoltà economiche – a volte al limite della miseria – incidono, infatti, sulla tenuta del nucleo familiare. Anche per questo i Padri hanno richiamato con forza la necessità di ulteriori sforzi perché la piaga della povertà venga superata e sia stabilmente rimossa.
Lo Spirito Santo, costantemente invocato, ha ispirato quel clima di franchezza e di umiltà che il Santo Padre ha fin dall’inizio raccomandato. Il Sinodo è stato così un’esperienza di comunione e di collegialità, nella rinnovata coscienza che “nonostante i tanti segnali di crisi dell’istituto familiare nei vari contesti del ‘villaggio globale’, il Desiderio di famiglia resta vivo, in specie tra i giovani, e motiva la Chiesa, esperta in umanità e fedele alla sua missione, ad annunciare senza sosta e con convinzione profonda il ‘Vangelo della famiglia’ che le è stato affidato con la rivelazione dell’amore di Dio in Gesù Cristo, ininterrottamente insegnato dai padri e dai Maestri della spiritualità e dal magistero della Chiesa” (Relatio Synodi, n. 2).
La conclusione del Sinodo ha felicemente coinciso con la beatificazione di Paolo VI, la cui figura di “grande timoniere” non cessa di affascinare e di suscitare gratitudine, specialmente per la Chiesa italiana, che dal grande Pastore di origine bresciana ebbe impulso e sostegno, in particolare per la costituzione della Conferenza Episcopale italiana”.
Sul blog della rivista cattolica francese L’”Homme Nouveau” viene pubblicata la risposta che la Congregazione della Fede ha inviato, lo scorso 22 ottobre 2014 a un prete francese. Firmata dal Segretario della Congregazione, mons. Luis Ladaria, SJ, questa risposta riguarda per noi tutti un tema di grande attualità: un confessore può dare l’assoluzione a un penitente che essendo sposato religiosamente, ha contratto una seconda unione civile senza la verifica di nullità del matrimonio?
La domanda posta dal sacerdote francese è cruciale per il nostro ministero attuale, basti pensare alla discussione che ha animato il recente Sinodo Straordinario sull’accesso al sacramento dell’eucarestia da parte dei divorziati risposati. Il sacramento della penitenza precede quello dell’eucarestia, a meno che non si voglia derubricare il peccato dalla dottrina cattolica. Ecco la risposta della Congregazione della Fede:
“Non possiamo escludere a priori i fedeli divorziati risposati da un cammino penitenziale che porti alla riconciliazione sacramentale con Dio e quindi alla comunione eucaristica. Il Papa Giovanni Paolo II nella sua Esortazione Familiaris Consortio (n. 84) ha considerato questa possibilità e ne ha precisato le condizioni: “La riconciliazione nel sacramento della penitenza – che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico – può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti a una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta in concreto che quando l’uomo e la donna, per seri motivi – quali ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione, “assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi” (Benedetto XVI, Sacramentum  caritatis, n. 29).
Il cammino penitenziale da intraprendere deve considerare i seguenti elementi:
1) Verificare la validità del matrimonio religioso nel rispetto della verità, evitando di dare l’impressione di una forma di “divorzio cattolico”;
2) Vedere, eventualmente se le persone con l’aiuto della grazia possono separarsi dai loro nuovi partner e riconciliarsi con quelli da cui si sono separati;
3) Invitare le persone divorziate risposate, che per gravi motivi (per esempio i bambini) non possono separarsi dai loro congiunti, a vivere come “fratello e sorella”. Si tratta di tentare e ritentare e di fronte alla caduta, chiedere perdono e ricominciare.
In ogni caso l’assoluzione può essere concessa solo se c’è la certezza di una vera contrizione, vale a dire “il dolore interiore e la riprovazione del peccato che è stato commesso, con la risoluzione di non peccare più” (Concilio di Trento. Dottrina sul Sacramento della Penitenza, c.4). In questa linea non si può assolvere validamente un divorziato risposato che non prenda la risoluzione di “non peccare più” e quindi di astenersi dagli atti propri dei coniugi, facendo in questo senso tutto quello che è in suo potere”. Non dimentichiamo che la morale cristiana è una tensione, un vero tentare e ritentare con fiducia e speranza con la fede che Lui porterà a compimento, non noi.  
La Congregazione per la Dottrina della Fede ha risposto il 22 OTTOBRE 2014
 «Non possiamo escludere a priori i fedeli divorziati risposati dalla confessione penitenziale che porterebbe alla riconciliazione sacramentale con Dio e quindi alla comunione eucaristica. Papa Giovanni Paolo II nella sua Esortazione Apostolica Familiaris Consortio (n. 84), ha ritenuto questa possibilità e ne ha precisato le condizioni: "La riconciliazione attraverso il sacramento della penitenza - aprendo la strada al sacramento eucaristico - può essere concessa solo a coloro che si sono pentiti di aver violato il segno dell'Alleanza e della fedeltà a Cristo, e sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l'indissolubilità del matrimonio. Ciò implica effettivamente che quando un uomo e una donna non possono, per gravi motivi - per esempio, l'educazione dei figli - rispettare l'obbligo della separazione, essi allora  si devono  impegnare a vivere in piena continenza,  vale a dire, ad astenersi dagli atti propri dei coniugi" (si veda anche Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, n. 29). Il confessore serio deve considerare quanto segue: 

1 - Controllare la validità del matrimonio religioso secondo la verità, evitando di dare l'impressione di una forma di "divorzio cattolico".

2 - Vedere se eventualmente le persone, con l'aiuto della grazia, possono separarsi con il loro nuovo compagno e riconciliarsi con coloro da cui si sono separati. 

3 - Invitare i divorziati risposati, che per motivi gravi (ad esempio i bambini) non possono essere separati dai loro nuovi coniugi, a vivere come "fratello e sorella". In ogni caso, l'assoluzione può essere concessa solo se c'è la certezza di un autentico pentimento, vale a dire "di dolore interiore e della riprovazione del peccato, che è stato commesso e il proposito di non peccare più "(Concilio di Trento, Dottrina sul sacramento della Penitenza, v. 4). In questa linea, non si può assolvere validamente un divorziato  risposato che non prenda una ferma decisione di non "peccare più" e di astenersi quindi dagli atti propri dei coniugi e di fare tutto quanto sia in suo potere a tal scopo." 
      
Luis F. Ladaria, SJ, Arcivescovo titolare di Thibica, Segretario.

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