mercoledì 29 gennaio 2014

Nient'altro che Te, Signore

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San Tommaso ha mostrato che fede e ragione vanno insieme, che quanto appariva   ragione non comprensibile con la fede non era ragione, e quanto appariva fede non era fede, in quanto opposta alla razionalità; così egli ha creato una nuova sintesi, che ha formato la cultura dei secoli seguenti fatta propria dal magistero a servizio della Rivelazione che interpella l’intelligenza, riproposta da Fides etratio

“Oggi vorrei parlare di colui che  la Chiesa chiama il Doctor communiscioè san Tommaso d’Aquino. Il mio venerato Predecessore, il Papa Giovanni Paolo II, nella sua Enciclica
 Fides et ratio ha ricordato che san Tommaso “è stato proposto dalla Chiesa come maestro di pensiero e modello del retto modo di fare teologia” (n. 43). Non sorprende che, dopo sant’Agostino, tra gli scrittori ecclesiastici menzionati nel Catechismo della Chiesa Cattolica, san Tommaso venga citato più di ogni altro, per ben sessantuno volte! Egli è stato chiamato anche il Doctor Angelicusforse per le sue virtù, in particolare per la sublimità del pensiero e la purezza della vita.

Tommaso nacque tra il 1224 e il 1225 nel castello che la sua famiglia, nobile e facoltosa, possedeva a Roccasecca, nei pressi di Aquino, vicino alla celebre abbazia di Montecassino, dove fu inviato dai genitori per ricevere i primi elementi della sua istruzione. Qualche anno dopo si trasferì nella capitale del Regno di Sicilia, Napoli, dove Federico II aveva fondato una prestigiosa Università. In essa veniva insegnato, senza limitazioni vigenti altrove, il pensiero del filosofo greco Aristotele, al quale il giovane Tommaso venne introdotto, e di cui intuì subito il grande valore. Ma soprattutto, in quegli anni a Napoli, nacque la sua vocazione domenicana. Tommaso fu infatti attratto dall’ideale dell’ordine fondato non molti anni prima da san Domenico. Tuttavia, quando rivestì l’abito domenicano, la sua famiglia si oppose a questa scelta, ed egli fu costretto a lasciare il convento e a trascorrere qualche tempo in famiglia.

Nel 1245, ormai maggiorenne, poté riprendere il suo cammino di risposta alla chiamata di Dio. Fu inviato a Parigi per studiare teologia sotto la guida di un altro santo, Alberto Magno. Alberto e Tommaso strinsero una vera e profonda amicizia e impararono a stimarsi e a volersi bene, al punto che Alberto volle che il suo discepolo lo seguisse anche a Colonia, dove egli era stato inviato dai Superiori dell’Ordine a fondare uno studio teologico. Tommaso prese allora contatto con tutte le opere di Aristotele e dei suoi commentatori arabi, che sant’ Alberto illustrava e spiegava.

In quel periodo, la cultura del mondo latino era stata profondamente stimolata dall’incontro con le opere di Aristotele, che erano rimaste ignote per molto tempo. Si trattava di scritti sulla natura della conoscenza, sulle scienze naturali, sulla metafisica, sull’anima e sull’etica, ricchi di informazioni e di intuizioni che apparivano valide e convincenti. Era tutta una visione completa del mondo sviluppata senza e prima di Cristo, con la pura ragione e sembrava imporsi alla ragione come “la” visione stessa; era, quindi, un incredibile fascino per i giovani vedere e conoscere questa filosofia. Molti accolsero con entusiasmo, anzi con entusiasmo acritico, questo enorme bagaglio del sapere antico, che sembrava poter rinnovare vantaggiosamente la cultura, aprire totalmente nuovi orizzonti. Altri, però, temevano che il pensiero pagano di Aristotele fosse in opposizione alla fede cristiana, e si rifiutavano di studiarlo. Si incontrarono due culture: la cultura precristiana di Aristotele, con la sua radicale razionalità, e la classica cultura cristiana. Certi ambienti erano condotti al rifiuto di Aristotele anche dalla presentazione che di tale filosofo era stata fatta dai commentatori arabi Avicenna e Averroè. Infatti, furono essi ad aver trasmesso al mondo latino la filosofia aristotelica. Per esempio, questi commentatori avevano insegnato che gli uomini non dispongono di un’intelligenza personale, ma che vi è un unico intelletto universale, una sostanza spirituale comune a tutti, che opera in tutti come “unica”: quindi una depersonalizzazione dell’uomo (la cosa più anticristiana che ha posto al centro ogni persona che Dio ama fino al perdono!).Un altro punto discutibile veicolato dai commentatori arabi era quello secondo il quale il mondo è eterno come Dio. Si scatenarono comprensibilmente dispute a non finire nel mondo universitario e in quello ecclesiastico. La filosofia aristotelica si andava diffondendo addirittura tra la gente semplice.

Tommaso d’Aquino, alla scuola di Alberto Magno, svolse un’operazione di fondamentale importanza per la storia della filosofia e della teologia, direi per la storia della cultura: studiò a fondo Aristotele e i suoi interpreti, procurandosi nuove traduzioni  latine dei testi originali in greco. Così non si appoggiava più solo ai commentatori arabi, ma poteva leggere personalmente i testi originali, e commentò gran parte delle opere aristoteliche, distinguendovi ciò che era valido da ciò che era dubbio o da rifiutare del tutto, mostrando la consonanza con i dati della Rivelazione cristiana e utilizzando largamente e acutamente il pensiero aristotelico nell’esposizione degli scritti teologici che compose. In definitiva, Tommaso d’Aquino mostrò che tra fede cristiana e ragione sussiste una naturale armonia. E questa è stata la grande opera di Tommaso, che in quel momento di scontro tra culture – quel momento nel quale sembrava che la fede dovesse arrendersi davanti alla ragione – ha mostrato che esse vanno insieme, che quanto appariva ragione non compatibile con la fede non era ragione, e quanto appariva fede non era fede, in quanto opposta alla razionalità; così egli ha creato una nuova sintesi, che ha formato la cultura dei secoli seguenti…

La via e l’insegnamento di san Tommaso d’Aquino si potrebbero riassumere in un episodio tramandato dagli antichi biografi. Mentre il Santo, come suo solito, era in preghiera davanti al Crocifisso, al mattino presto nella Cappella di San Nicola, a Napoli, Domenico da Caserta, il sacrestano della chiesa, sentì svolgersi un dialogo. Tommaso, chiedeva preoccupato, se quanto aveva scritto sui misteri della fede cristiana era giusto. E il Crocifisso rispose: “Tu hai parlato bene di me, Tommaso. Quale sarà la tua ricompensa?” E la risposta che Tommaso diede è quella che anche noi, amici e discepoli di Gesù, vorremmo sempre dirgli: “Nient’altro che Te, Signore) (Benedetto XVI, Udienza Generale, 2 giugno 2010).


Teologia e filosofia scientificamente formano  una peculiare copia, con la loro inquietudine per la verità, nella quale nessuna delle due può essere distaccata totalmente dall’altra e, tuttavia, ciascuna deve conservare il proprio compito e la propria identità. E’ merito storico di san Tommaso d’Aquino – di fronte alla differente risposta dei Padri a causa del loro contesto storico – di aver messo in luce l’autonomia della filosofia e con essa il diritto e la responsabilità propri della ragione che s’interroga in base alle sue forze. Differenziandosi dalle filosofie neoplatoniche, in cui religione e filosofia erano inseparabilmente intrecciate, i padri avevano presentato la fede cristiana come la vera filosofia, sottolineando che anche questa fede corrisponde alle esigenze della ragione in ricerca della verità; che la fede è il “sì” alla verità, rispetto alle religioni mitiche diventate semplice consuetudine. Ma poi, al momento della nascita dell’Università, in Occidente non esistevano più quelle religioni, ma solo il cristianesimo, e così bisognava sottolineare in modo nuovo la responsabilità propria della ragione, che non viene assorbita dalla fede. Tommaso si trovò ad agire in un momento privilegiato: per la prima volta gli scritti filosofici di Aristotele erano accessibili nella loro integralità; erano presenti le filosofie ebraiche ed arabe, come specifiche appropriazioni e prosecuzioni della filosofia greca. Così il cristianesimo, in un nuovo dialogo con la ragione degli altri, che veniva incontrando, dovette lottare per la propria ragionevolezza. La Facoltà di filosofia fino al quel momento era stata solo propedeutica alla teologia, divenne ora una Facoltà vera e propria, un patner autonomo della teologia e della fede in questa riflessa. “Io – Benedetto XVI nell’Allocuzione all’Università degli Studi La Sapienza – direi che l’idea di san Tommaso circa il rapporto tra filosofia e teologia potrebbe essere espressa nella formula trovata dal Concilio di Calcedonia per la cristologia: filosofia e teologia devono rapportarsi tra loro “senza confusione e senza separazione”. “Senza confusione” vuol dire che ognuna delle due deve conservare la propria identità. La filosofia deve rimanere veramente una ricerca della ragione nella propria libertà e nella propria responsabilità; deve vedere i suoi limiti e proprio così anche la sua grandezza e vastità. La teologia deve continuare ad attingere ad un tesoro di conoscenza che non ha inventato essa stessa, che sempre la supera e che, non essendo mai totalmente esauribile mediante la riflessione, proprio per questo avvia sempre di nuovo il pensiero. Insieme al “senza confusione” vige anche il “senza separazione”: la filosofia non ricomincia ogni volta dal punto zero del soggetto pensante in modo isolato, ma sta nel grande dialogo della sapienza storica, che essa criticamente e insieme docilmente sempre di nuovo accoglie e sviluppa; ma non deve neppure chiudersi davanti a ciò che le religioni ed in particolare la fede cristiana hanno ricevuto e donato all’umanità come indicazione del cammino. Varie cose dette da teologi nel corso della storia o anche tradotte nella pratica dalle autorità ecclesiali, sono state dimostrate false dalla storia e oggi ci confondono. Ma allo stesso tempo è vero che la storia dei santi, la storia dell’umanesimo cresciuto sulla base della fede cristiana dimostra la verità di questa fede nel suo nucleo essenziale, rendendola con ciò anche un’istanza per la ragione pubblica. Certo, molto di ciò che dicono la teologia e la fede può essere fatto proprio soltanto all’interno della fede e quindi non può presentarsi come esigenza per coloro ai quali questa fede rimane inaccessibile. E’ vero, però, al contempo che il messaggio delle fede cristiana…è una forza purificatrice per la ragione stessa, che aiuta ad essere più se stessa. Il messaggio cristiano, in base alla sua origine, dovrebbe essere sempre un incoraggiamento verso la verità e così una forza contro la pressione del potere e degli interessi…Oggi esiste il pericolo che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo; che la teologia col suo messaggio rivolto alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un gruppo più o meno grande. Se però la ragione – sollecita della sua presunta purezza – diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio della,verità e così non diventa più grande, ma più piccola. Applicato alla nostra cultura europea ciò significa: se essa vuole solo auto costruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al momento la convince e – preoccupata della sua laicità – si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frattura”E Benedetto XVI a Verona nel 2006: “Come ho scritto nell’Enciclica Deus caritas est, all’inizio dell’essere cristiano – e quindi all’origine della nostra testimonianza di credenti – non c’è una decisione etica o una grande idea, ma l’incontro con la Persona di Gesù Cristo, ‘che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva’ (n. 1). La fecondità di questo incontro si manifesta, in maniera peculiare e creativa, anche nell’attuale contesto umano e culturale, anzitutto in rapporto alle ragione che ha dato vita alle scienze moderne e alle relative tecnologie. Una caratteristica fondamentale di queste ultime è infatti l’impiego sistematico degli strumenti della matematica per poter operare con la natura e mettere al nostro servizio le sue immense energie. La matematica come tale è una creazione della nostra intelligenza: la corrispondenza tra le sue strutture e le strutture dell’universo – che è il presupposto di tutti i moderni sviluppi scientifici e tecnologici, già espressamente formulato da Galileo Galilei con la celebra affermazione che il libro della natura è scritto in linguaggio matematico – suscita la nostra ammirazione e pone una grande domanda. Implica infatti che l’universo stesso sia strutturato in maniera intelligente, in modo che esista una corrispondenza profonda tra la nostra ragione soggettiva e la ragione oggettiva nella natura. Diventa allora inevitabile chiedersi se non debba esservi un’unica intelligenza originaria, che sia la comune fonte dell’una e dell’altra. Così proprio la riflessione sullo sviluppo delle scienze ci riporta verso il Logos creatore. Viene capovolta la tendenza a dare il primato all’irrazionale, al caso e alla necessità, a ricondurre ad esso anche la nostra intelligenza e la nostra libertà. Su queste basi diventa anche di nuovo possibile allargare gli spazi della nostra razionalità,riaprirla alle grandi questioni del vero e del bene, coniugare tra loro la teologia, la filosofia e le scienze, nel pieno rispetto dei loro metodi propri e della loro reciproca autonomia, ma anche nella consapevolezza dell’intrinseca unità che le tiene insieme. E’ questo un compito che sta davanti a noi, un’avventura affascinante nella quale merita spendersi, per dare nuovo slancio alla cultura del nostro tempo e per restituire in essa alla fede cristiana piena corrispondenza”E’ un dono per la nuova evangelizzazione che il magistero dell’annunzio normativo di Papa Francesco goda di uno spazio mediatico imprevedibile. Ma occorre preoccuparsi, nell’attuale spaccatura tra Vangelo e cultura, tra fede e ragione, rendere ragione della nostra fede pur nella fatica del pensare.  Si tratta di mantenere desta in tutti, anche nei credenti, la sensibilità per la verità; invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro.
J. Ratzinger ha sempre puntato alla “verità salvifica di Gesù Cristo alla ragione del nostro tempo”, e fin dalla sua prima prolusione accademica, nel 1959 all’Università di Bonn, intitolata “Il Dio della fede e il Dio dei filosofi”, pur affermando che la fede non è anzitutto “una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona mettendo la Liturgiail Sacramento al primo posto, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”, è altrettanto vero che l’opzione  è per il logos, e non per il mito e ciò ha caratterizzato l’evangelizzazione  fin dall’inizio. L’affermazione “In principio era il Logos”, con cui inizia il prologo del Vangelo di Giovanni, costituisce ”la parola conclusiva del concetto biblico di Dio, la parola in cui tutte le vie spesso faticose e tortuose della fede biblica raggiungono la loro meta, trovano la loro sintesi” (Discorso di Regensburg).
L’incontro tra il messaggio biblico e il pensiero filosofico greco non è stato soltanto un semplice caso, come l’incontro tra fede giudaica e filosofia greca dell’Antico Testamento dei “Settanta”, che è più di una semplice traduzione ma un passo della storia della rivelazione,  la concretizzazione storica del rapporto intrinseco tra rivelazione e razionalità che ha nei dogmi il suo punto culminante. E proprio questo è anche uno dei motivi fondamentali della forza di penetrazione del cristianesimo nel mondo ellenistico – romano.
Ma questa è una metà del discorso: l’altra metà è costituita dalla novità radicale riguardo al tema centrale della religione cristiana, che è chiaramente il Dio unico nella sua comunione trinitaria di amore, e la centralità di ogni individuo come persona umana nel suo essere dono unico e irripetibile. Dio è nettamente distinto dalla natura, dal mondo che Egli ha liberamente creato nel tempo: solo così la “fisica” e la “metafisica” giungono a una chiara distinzione l’una dall’altra.
E soprattutto questo Dio non è solo l’Essere tutto in atto da cui l’esistere proviene, non è una realtà a noi inaccessibile, che noi non possiamo incontrare e a cui inutile rivolgersi nella preghiera, come ritenevano i filosofi.
Al contrario il Dio biblico ama ogni uomo e per questo entra continuamente in modo sacramentale nella storia, dà vita ad una autentica storia d’amore con Israele, sponsalmente suo popolo per rivelarsi alle genti, e poi, in Gesù Cristo, il Dio che possiede un volto umano, dilata questa storia di amore e di salvezza  all’intera umanità, la conduce all’estremo, al punto di “rivolgersi contro se stesso”, nella croce del proprio Figlio, nel lasciarsi uccidere per liberarci dal peccato e dalla morte, senza soccombere con la risurrezione sua e nostra, chiamando ogni uomo a quell’unione di amore con Lui che culmina nell’Eucaristia e nel realismo della Sua Parola attraverso la testimonianza biblica e di tutti i Suoi gesti sacramentali.
In questo modo il Dio che è l’Essere e il Verbo, è anche identicamente l’Agape, l’Amore originario e la misura dell’amore autentico, che proprio per amore ha creato liberamente l’universo e l’uomo.
Più precisamente, questo amore è del tutto interessato, libero e gratuito. Dio infatti crea liberamente dal nulla ( solo con la libertà della creazione diventa piena e definitiva la distinzione tra Dio e il mondo, tra la fisica e la metafisica) e liberamente, per la sua misericordia senza limiti fino non guardare quante volte ogni uomo cade ma quante volte si rialza con il suo perdono, salva l’umanità peccatrice.
Così la fede biblica riconcilia tra di loro quelle due dimensioni della religione che prima erano separate una dall’altra, cioè il Dio eterno di cui parlavano i filosofi nelle ricerca del vero, del bene, di Dio e il bisogno di liberazione, di salvezza che ogni uomo porta dentro di sé e che le religioni pagane tentavano in qualche modo di soddisfare mediante il mito.
Il Dio della fede cristiana è dunque l’Essere Assoluto, tutto in Atto cui rimanda ciò che viene all’esistenza, il Dio della metafisica cioè cogliendo l’invisibile nel visibile, ma è anche identicamente il Dio che interviene nella storia, il Dio unico nella sua comunione trinitaria che entra nella storia fino a possedere un volto umano nel Figlio incarnato rivelando contemporaneamente chi è Dio, Padre di tutti e chi è ogni uomo del suo amore, che ci ha amato sino alla fine, ogni persona e l’umanità nel suo insieme, più intimo a ciascuno di noi che non noi a noi stessi, ponendo non la polis come nella cultura greco – romana e ogni rigurgito nazionalista, classista al centro ma ogni persona con cui tratta Dio liberamente, sempre fine e mai riduttivamente mezzo per altri o per altro. E’ questa la grande  e continua rivoluzione cristiana. E’ questa l’unica risposta alla questione del Dio della fede e del Dio dei filosofi ( J. Ratzinger, Fede Verità Tolleranza. Il cristianesimo e le religioni del mondo, pp. 180 – 182).
La Nuova Evangelizzazione, in Europa e in tutto l’Occidente, avviene di fronte alla drammatica frattura  fra Vangelo e cultura, in un mondo che si presenta quasi sempre come opera nostra, nel quale per così dire, Dio non compare più direttamente, sembra divenire superfluo ed estraneo, con una radicale riduzione dell’uomo, considerato un semplice prodotto della natura, come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale, riducendo l’etica entro i confini del relativismo e dell’utilitarismo, con l’esclusione di ogni principio morale che sia valido e vincolante per se stesso. Questa cultura, però, è contrassegnata da una profonda carenza, ma anche da un grande e inutilmente nascosto bisogno di speranza che la capacità carismatica di Papa Francesco, proveniente dall’esperienza pastorale latino americana, sembra captare in questo momento con grande successo mediatico. Ma sarebbe terribile per tutto l’Occidente esaltarlo in discontinuità con Papa Benedetto XVI nella sua azione sulla Verità salvifica di Gesù Cristo alla ragione del nostro tempo nel momento in cui il cristianesimo si trova, proprio nel luogo della sua originaria diffusione, in Europa, nel mondo Occidentale, in una crisi profonda,basata sulla crisi della sua pretesa verità. Questa crisi ha una duplice dimensione:
- la sfiducia riguardo alla possibilità stessa, per l’uomo, di conoscere la verità sul vero, sul buono, su Dio,  sulle utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e quindi percepire in Gesù Cristo la Luce che illumina ed aiuta a trovare la via verso il futuro;
- e i dubbi che le scienze moderne, naturali e storiche, hanno sollevato riguardo ai contenuti e alle origini del cristianesimo.
Ha un taglio diverso questa crisi più culturale, antropologica in Europa, nell’Occidente e più sociale nell’America Latina. Papa Francesco è più segnato dalle esigenze pastorali latino americane, Benedetto XVI da quelle occidentali: non è facile capirsi. Occorre, soprattutto nei media cattolici, anche dialetticamente integrarle, non contrapporle nell’unica Chiesa in questo momento di globalizzazione che può divenire provvidenziale di fronte però al rischio che la cultura che predomina in Occidente e che vorrebbe porsi come universale e autosufficiente generi con la potenza mediatica una nuova ondata di illuminismo e laicismo, soprattutto un nuovo costume di vita.

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