sabato 31 luglio 2010

Il dialogo con la Fraternità Sacerdotale San Pio X

Dialogo con i tradizionalisti e con gruppi contigui
Aspetti dell’ecclesiologia cattolica nella recezione del Concilio Vaticano II

Benedetto XVI propone la strada della tensione continua per l’unità senza ledere le legittime diversità: fede e ragione sono le due ali per raggiungere la contemplazione della verità. Mi rifaccio liberamente alla conferenza di mons. Guido Pozzo, Segretario della Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”, fatta ai sacerdoti europei della Fraternità San Pietro il 2 luglio 2010 aWigratzbad.

Premessa
Se si considera la Costituzione Dogmatica sulla Chiesa del Concilio Vaticano II ci si rende conto della grandezza e dell’ampiezza dell’approfondimento del mistero della Chiesa e del suo rinnovamento interiore, dei Padri del Concilio Vaticano II. Aveva ragione Paolo VI di affermare nell’Omelia “Resistite in fide” del 29 giugno 1972: “Da qualche fessura è entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio…Crediamo in qualcosa di

preternaturale venuto ne mondo proprio per turbare, per soffocare i frutti del Concilio ecumenico e per impedire che la Chiesa prorompesse nell’inno di gioia per aver ricevuta in pienezza la coscienza di sé”.
Ecco perché, se si legge o si ascolta molto di ciò che è stato detto da certi teologi, alcuni famosi, altri che seguono una teologia dilettantistica, o da una diffusa pubblicistica cattolica post conciliare, non si può non essere assaliti da una profonda tristezza e non si possono non nutrire serie preoccupazioni. E’ davvero difficile concepire un contrasto maggiore di quello esistente tra i documenti ufficiali del Concilio Vaticano II, del Magistero pontificio posteriore, degli interventi delle Congregazioni per la Dottrina della Fede da una parte, e, dall’altra parte, le tante idee o le affermazioni ambigue, discutibili e spesso contrarie alla retta dottrina come è esposta dal Catechismo e dal suo Compendio e che si sono moltiplicate negli ambienti cattolici e in genere nell’opinione pubblica. Nell’incertezza di questo periodo storico e di questa società, offrire agli uomini la certezza della fede completa della Chiesa è nuova evangelizzazione. La chiarezza e la bellezza della fede cattolica sono ciò che rendono luminosa la vita  dell’uomo anche oggi! Nuova evangelizzazione non per i contenuti che sono perenni, ma perché presentata da testimoni entusiasti ed entusiasmanti.
Evidentemente, se il Santo Padre parla di due interpretazioni o chiavi di lettura divergenti, una della discontinuità o rottura con la Tradizione cattolica, e una del rinnovamento nella continuità, ciò significa che la questione cruciale o il punto veramente determinante all’origine del travaglio, del disorientamento e della confusione che hanno caratterizzato e ancora caratterizzano in parte i nostri tempi non è del Concilio Vaticano II come tale, non è l’insegnamento oggettivo contenuto nei suoi Documenti, ma è l’interpretazione di tale insegnamento. Lo strumento più grande della comunicazione del vero nella vita della Chiesa è la sua stessa continuità dinamica sotto la preminente e decisiva azione guida dello Spirito di Cristo, del Risorto presente nella Sua Chiesa. Si chiama Tradizione. La Tradizione è la coscienza della comunità che vive ora, ricca della memoria di tutta la sua vicenda storica.
L’idea della Tradizione esposta dalla Dei Verbum deriva dall’idea di Rivelazione: tutto ciò che la Chiesa ha ricevuto, essa lo trasmette nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto;  non si tratta dunque soltanto di una ‘tradizione orale’, ma di una tradizione concreta e vivente, che fruttifica durante il tempo, così che conservando la verità rivelata, essa la attualizza secondo i bisogni di ogni epoca. La Tradizione è sempre ricordata prima della Scrittura, per rispettare l’ordine cronologico, dal momento che, all’origine di tutto, c’è questa Tradizione che viene dagli Apostoli, ed è all’interno di una comunità già costituita che i libri santi sono stati composti o ricevuti.
Sono due i punti fermi per una interpretazione corretta della dottrina conciliare, a confronto con le deviazioni e gli equivoci provocati dall’ermeneutica della discontinuità:
1.      L’unità e l’unicità della Chiesa cattolica
2.      La Chiesa cattolica e le religioni in rapporto alla salvezza
Alla fine occorrerà fare alcune considerazioni sulle cause dell’ermeneutica della discontinuità con la Tradizione, mettendo in risalto la forma mentis che ne sta alla base: al termine del secondo millennio, il cristianesimo si trova, proprio nel luogo della sua originaria diffusione, in Europa, in una crisi profonda, basata sulla crisi della sua pretesa di verità. Questa crisi ha una duplice dimensione:
-         la sfiducia riguardo alla possibilità, per l’uomo, di conoscere la verità su Dio e sulle cose divine
-         e i dubbi che le scienze moderne, naturali e storiche, hanno sollevato riguardo ai contenuti e alle origini del cristianesimo.
Nel paradosso della differenza tra unicità della Chiesa cattolica ed esistenza di elementi realmente ecclesiali al di fuori di questo soggetto, si riflette la contraddizione della divisione e del peccato. Ma tale divisione è qualcosa di totalmente diverso da quella visione relativistica che considera la divisione fra i cristiani non come frattura dolorosa, ma come la manifestazione delle molteplici variazioni dottrinali di uno stesso tema, nel quale tutte le variazioni o divergenze sarebbero in qualche modo giustificate e dovrebbero fra loro riconoscersi e accettarsi come differenze o divergenze. L’idea che ne deriva è che l’ecumenismo dovrebbe consistere nel reciproco e rispettoso riconoscimento delle diversità, e il cristianesimo sarebbe alla fine l’insieme dei frammenti della realtà cristiana. Tale interpretazione del pensiero conciliare è espressione per l’appunto di quella discontinuità o rottura della Tradizione cattolica cioè della dimensione veritativa del cristianesimo e rappresenta una profonda falsificazione del Concilio. L’ecumenismo è ricercare insieme la verità, non rinunciare alla Verità salvifica di Cristo alla ragione del nostro tempo e nella Chiesa cattolica c’è la verità. La strada della ricerca della verità  è percorribile da chiunque anche se non è detto che per tutti l’approdo debba essere lo stesso. Verso le diverse fedi cristiane c’è un approccio libero, senza paletti, aperto verso tutti rispettando la storia di tutti.
Per recuperare una autentica interpretazione del Concilio nella linea di un’evoluzione nella continuità sostanziale con la dottrina tradizionale della Chiesa cioè nella verità e nell’amore, occorre sottolineare che gli elementi di “santificazione e di verità” che le altre Chiese e Comunità cristiane hanno in comune con la Chiesa Cattolica, costituiscono insieme la base per la reciproca comunione ecclesiale e il fondamento che le caratterizza in modo vero, autentico e reale. Sarebbe però necessario aggiungere, per completezza, che quanto esse hanno in proprio, non condiviso dalla Chiesa cattolica e che separa da essa queste comunità, le connota come non Chiesa. Esse quindi sono strumento di salvezza (UR 3) per questa parte che hanno in comune con la Chiesa cattolica e i loro fedeli seguendo questa parte comune possono raggiungere la salvezza; per quella parte invece che è estranea o opposta alla Chiesa cattolica, esse non sono strumenti di salvezza (salvo che si tratti di coscienza invincibilmente erronea (ad esempio il fatto delle ordinazioni di donne al sacerdozio e all’episcopato, o l’ordinazione di persone omosessuali in certe comunità anglicane o vetero cattoliche).
Il Vaticano II insegna che tutti i battezzati in quanto tali sono incorporati a Cristo (UR 3),ma nello stesso tempo dichiara soltanto di una aliqua communio, etsi non perfecta, tra i credenti in Cristo e battezzati non cattolici da una parte e la Chiesa cattolica dall’altra (UR 3).
Il battesimo costituisce il vincolo sacramentale dell’unità dei credenti in Cristo. Tuttavia esso di per sé è soltanto l’inizio e l’esordio, per così dire, perché il battesimo tende intrinsecamente all’acquisto della intera vita in Cristo, del lasciarsi totalmente assimilare a Lui. Pertanto il battesimo è ordinato all’integra professione di fede, all’integrale comunione nell’istituzione della salvezza voluta da Cristo, che è la Chiesa, e infine all’integrale inserzione nella comunione eucaristica (UR 22). E’ evidente quindi che l’appartenenza ecclesiale non si può mantenere piena, vera, se la vita battesimale ha poi un seguito sacramentale e dottrinale oggettivamente difettoso e alterato. La Chiesa è pienamente identificabile soltanto laddove si trovano riuniti gli elementi “sacri necessari e irrinunciabili” che la costituiscono come Chiesa: la successione apostolica (che implica la comunione con il Successore di Pietro), i sacramenti, la sacra Scrittura. Quando qualcuno di questi elementi manca o è difettosamente presente, la realtà ecclesiale risulta alterata in proporzione della manchevolezza riscontrata. In particolare, il termine “Chiesa” può essere legittimamente riferito alle Chiese orientali separate, mentre non lo può essere alle Comunità nate dalla Riforma, poiché in queste ultime l’assenza della successione apostolica, la perdita della maggior parte dei sacramenti, e specialmente dell’Eucaristia, feriscono e indeboliscono una parte sostanziale della loro ecclesialità (Dominus Jesus, 16 e 17).
La Chiesa cattolica ha in sé tutta la verità, poiché è il Corpo e la Sposa di Cristo. Tuttavia non la comprende tutta pienamente. Perché ha bisogno di essere guidata dallo Spirito “alla verità tutta intera” (Gv 16,13). Altro è l’essere, altra la conoscenza piena dell’essere. Perciò la ricerca e la conoscenza progredisce e si sviluppa. Anche i membri della Chiesa cattolica non sempre vivono all’altezza della sua verità e dignità. Perciò la Chiesa cattolica può crescere nella sua comprensione della verità, nel senso di appropriarsi consapevolmente di ciò che ontologicamente ed esistenzialmente essa è già. In questo contesto si capisce l’utilità e la necessità del dialogo ecumenico, per recuperare ciò che eventualmente sia stato emarginato o trascurato in determinate epoche storiche e integrare nella sintesi dell’esistenza cristiana nozioni in parte dimenticate. Il dialogo con i non cattolici non è mai sterile né formale, nel presupposto però che la Chiesa è consapevole di avere nel suo Signore la pienezza della verità e dei mezzi salvifici.
Le suddette puntualizzazioni dottrinale consentono di sviluppare una teologia in piena continuità con la Tradizione e nello stesso tempo in linea con l’orientamento e l’approfondimento voluto dal Concilio Vaticano II e dal Magistero successivo fino ad oggi.

La Chiesa cattolica e le religioni in rapporto alla salvezza
E’ normale che, in un mondo che cresce sempre più assieme fino a produrre un villaggio globale, anche le religioni si incontrino. Così oggi la coesistenza delle religioni diverse caratterizza sempre più la quotidianità degli uomini. Ciò conduce non solo ad un avvicinamento esteriore di seguaci di religioni diverse, ma contribuisce ad uno sviluppo di interessi verso sistemi di religioni fino ad oggi sconosciute. Nell’Occidente prevale sempre più nella coscienza collettiva la tendenza dell’uomo moderno a coltivare la tolleranza e la liberalità, abbandonando sempre più la pretesa del Cristianesimo ad essere la “vera” religione, inscindibilmente la religione del Logos e dell’Amore. La cosi detta pretesa di assolutezza del cristianesimo, tradotta nella formula tradizionale dell’unica Chiesa in cui soltanto vi è la salvezza, incontra oggi tra i cattolici e gli evangelici incomprensione e rifiuto. Alla formula classica “extra Ecclesia nulla salus”, ossi si sostituisce spesso la formula “extra ecclesia multa salus”.
Le conseguenze di questo relativismo religioso non sono soltanto di ordine teoretico, ma hanno riflessi devastanti di ordine pastorale. E’ sempre più diffusa l’idea che la missione cristiana non deve più perseguire il fine della conversione delle genti al Cristianesimo, ma la missione si limita ad essere o pura testimonianza della propria fede o impegno nella solidarietà e nell’amore fraterno per la realizzazione della pace tra i popoli e della giustizia sociale.
In tale contesto si può osservare una deficienza fondamentale, cioè la perdita della questione della verità. L’ondata di illuminismo e laicismo punta in Occidente a porsi come universale e autosufficiente, per cui sarebbe razionalmente valido soltanto ciò che è sperimentabile e calcolabile, mentre sul piano della prassi la libertà individuale viene eretta a valore fondamentale al quale tutti gli altri dovrebbero sottostare. Così Dio rimane escluso dalla cultura e dalla vita pubblica, e la fede in Lui diventa più difficile, anche perché viviamo in un mondo che si presenta quasi sempre come opera nostra, nel quale, per così dire, Dio non compare più direttamente, sembra divenire superfluo ed estraneo. In stretto rapporto con tutto questo, ha luogo una radicale riduzione dell’uomo, considerato un semplice prodotto della natura, come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale. Tutto viene confinato nel relativismo e nell’utilitarismo. Questo tipo di cultura rappresenta un taglio radicale e profondo non solo con il cristianesimo ma più in generale con le tradizioni religiose  e morali dell’umanità.
Venendo a mancare la domanda sulle verità, cioè sulla vera religione, l’essenza della religione non si differenzia più dalla sua mistificazione, cioè la fede non riesce a distinguersi più dalla superstizione, l’esperienza autentica religiosa non si distingue più dall’illusione, la mistica non si distingue più dal falso misticismo. Infine, senza la pretesa di verità, anche l’apprezzamento per ciò che è giusto e valido nelle diverse religioni, diventa contraddittorio, perché manca il criterio di verità per constatare ciò che di vero e di buono c’è in ogni religione. Con quetso relativismo non si è più in grado di instaurare un vero dialogo con le altre culture, nelle quali al dimensione religiosa è fortemente presente, oltre a non poter rispondere alle domande fondamentali sul senso e la direzione della nostra vita. Perciò questa cultura è contrassegnata da una profonda carenza, ma anche da un grande e inutilmente nascosto bisogno di speranza. Mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene di Dio è il compito prioritario e comune di tutte le religioni, e su questo cammino tutte le confessioni cristiane sono chiamate a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia e aiuta a trovare la via verso il futuro.
E’ quindi necessario e urgente oggi richiamare i punti fermi della dottrina cattolica sul rapporto tra Chiesa e religioni in ordine alla questione della verità, di Dio e della salvezza, salvaguardando l’identità profonda della missione cristiana di evangelizzazione. Presentiamo una sintesi dell’insegnamento del Magistero al riguardo, che mette in luce come anche su questo aspetto esiste una continuità sostanziale di pensiero cattolico, pur nella ricchezza delle sottolineature e delle prospettive emergenti nel Concilio Vaticano II e nel più recente Magistero pontificio.
1.        Il mandato missionario. Cristo ha inviato i suoi Apostoli perché “nel Suo Nome” siano predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati (Lc 24,47). “Ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28,19). La missione di battezzare, dunque la missione sacramentale, è implicita nella missione di evangelizzare, poiché il sacramento è preparato dalla Parola di Dio e della fede, la quale è consenso a questa Parola (CCC 1122).
2.        Origine e scopo della missione cristiana. Il mandato missionario del Signore ha la sua ultima origine nell’amore eterno della Santissima Trinità e il fine ultimo della missione altro non è che di rendere partecipi gli uomini della comunione che esiste tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo (CCC 850).
3.        Salvezza e Verità. “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi e arrivino alla conoscenza della verità” ( 1Tm  2,4). Ciò significa che “Dio vuole la salvezza di tutti attraverso la conoscenza della verità. La salvezza si trova nella verità” (Dominus Jesus, 22). “La certezza della volontà salvifica universale di Dio non allenta, ma aumenta il dovere e l’urgenza del’annuncio della salvezza e della conversione al Signore Gesù Cristo” (ibidem)
4.        La vera religione. Il Concilio Vaticano II “professa che lo stesso Dio ha fatto conoscere al genere umano la via, attraverso la quale gli uomini, servendolo, possono in Cristo trovare salvezza e divenire beati. Questa unica vera religione crediamo che sussista nella Chiesa cattolica e apostolica, alla quale il Signore ha affidato la missione di comunicarla a tutti gli uomini” (Dignitatis humanae, 1).
5.        Missione ad gentes e dialogo interreligioso. Il dialogo interreligioso fa parte della missione evangelizzatrice  della Chiesa. “Inteso come metodo e come mezzo per una conoscenza e un arricchimento reciproco, esso non soltanto non si contrappone alla missio ad gentes, anzi ha speciali legami con essa e ne è una espressione” (Redemptoris missio, 55).” Il dialogo non dispensa dall’evangelizzazione” (obidem) né può sostituirla, ma accompagna la missio ad gentes” (Dominus Jesus 2). “I credenti possono trarre profitto per se stessi da questo dialogo, imparando a conoscere meglio “tutto ciò che di verità e di grazia era già riscontrabile, per una presenza nascosta di Dio, in mezzo alle genti” (Ad Gentes, 9). Se infatti essi annunciano la Buona Novella a coloro che la ignorano, e per consolidare, completare ed elevare la verità e il bene che Dio ha diffuso tra gli uomini e i popoli, e per purificarci dall’errore e dal male “per la gloria di Dio, la confusione del demonio e la felicità dell’uomo” (ibidem) (CCC 855).
6.        Quanto al rapporto tra Cristianesimo, ebraismo e Islam, il Concilio non afferma affatto la teoria, che purtroppo si sta diffondendo nella coscienza dei fedeli, secondo la quale le tre religioni monoteiste (ebraismo, islamismo e cristianesimo) sono come dei rami di una stessa Rivelazione divina. La stima verso le religioni monoteiste non diminuisce e non limita in alcun modo il compito missionario della Chiesa: “La Chiesa annuncia ed è tenuta ad annunciare necessariamente che Cristo è la via, la verità e la vita” (Gv 14,6) in cui gli uomini trovano la pienezza della vita religiosa” (Nostra Aetate, 2).
7.        Il legame della Chiesa con le altre religioni non cristiane. “La Chiesa riconosce nelle altre religioni la ricerca, ancora “nelle ombre e nelle immagini” (LG 16) di “un Dio ignoto”, ma vicino, “poiché è Lui che dà a tutti la vita e respiro ad ogni vita”. Pertanto la Chiesa considera “tutto ciò che di buono e di vero” si trova nelle religioni “come una preparazione al Vangelo, e come dato da Colui che illumina ogni uomo affinché abbia finalmente la vita” (ibidem) (CCC 843). “Ma nel loro comportamento religioso, gli uomini mostrano anche limiti ed errori che sfigurano l’immagine di Dio” (CCC 844): “molto spesso gli uomini, ingannati dal Maligno, hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e hanno scambiato la verità divina con la menzogna, servendo la creatura piuttosto che il Creatore oppure vivendo e morendo senza Dio in questo mondo, sono esposti alla disperazione finale” (LG 16).
8.        La Chiesa sacramento universale di salvezza. La salvezza viene da Cristo per mezzo della Chiesa che è il suo Corpo (CCC 846). “Deve essere fermamente creduto che “la Chiesa pellegrina è necessaria alla salvezza. Infatti solo Cristo è mediatore e la via della salvezza; egli si rende presente a noi nel suo Corpo che è la Chiesa” LG 14; Dominus Jesus 20). La Chiesa è sacramento universale di salvezza” (LG 48) perché sempre unita in modo misterioso a subordinato a Gesù Cristo Salvatore, Suo Capo, nel disegno di Dio ha un’imprescindibile relazione con la salvezza di ogni uomo.
9.        Valore e funzione delle religioni in ordine alla salvezza. “Secondo al dottrina cattolica si deve ritenere che “quanto lo Spirito opera nel cuore degli uomini e nella storia dei popoli, nelle culture e nelle religioni, assume un ruolo di preparazione evangelica” (Redemptoris missio 29). E’ dunque legittimo sostenere che lo Spirito Santo opera la salvezza nei non cristiani anche mediante quegli elementi di verità e di bontà presenti nelle varie religioni, ma è del tutto erroneo e contrario alla dottrina cattolica “ritenere queste religioni, considerate come tali, vie di salvezza, anche perché in esse sono presenti lacune, insufficienze ed errori, che riguardano le verità fondamentali su Dio, l’uomo e il mondo”. (C.D.C, 8).
Riassumendo risulta chiaro che l’autentico annuncio della Chiesa in relazione alla sua pretesa di assolutezza, di verità non è sostanzialmente cambiato dopo l’insegnamento del Vaticano II. Esso esplicita alcuni motivi che completano tale insegnamento, evitando un contesto polemico e bellicoso, e riportando in equilibrio gli elementi dottrinali considerati nella loro integrità e totalità.

Conclusione
Che cosa ci sta all’origine dell’interpretazione della discontinuità o della rottura con la Tradizione?
Sta ciò che possiamo chiamare l’ideologia conciliare, o più esattamente para – conciliare, che si è impadronita del Concilio fin dal principio, sovrapponendosi a esso. Con questa espressione, non si intende qualcosa che riguarda i testi del Concilio, né tanto meno l’intenzione dei soggetti ma il quadro di interpretazione globale in cui il Concilio fu collocato e che agì come una specie di condizionamento interiore nella lettura successiva dei fatti e dei documenti, come si era espresso già Paolo VI il 29 giugno del 1972: “Crediamo in qualcosa di preternaturale venuto nel mondo proprio per turbare, per soffocare i frutti del Concilio ecumenico e per impedire che  la Chiesa prorompesse nell’inno di gioia per aver ricevuto in pienezza la coscienza di sé”. Il Concilio non è affatto l’ideologia paraconciliare, ma nella storia della vicenda ecclesiale e nei mezzi di comunicazione di massa ha operato in larga parte la mistificazione del Concilio, cioè appunto l’ideologia paraconciliare. Perché tutte le conseguenze dell’ideologia paraconciliare venissero manifestate come evento storico, si dovette verificare la rivoluzione del ’68, che assume come principio la rottura con il passato e il mutamento radicale della storia. Nell’ideologia paraconciliare il ’68 significa una nuova figura di Chiesa in rottura con il passato, anche se le radici di questa rottura erano già da qualche tempo presenti in certi ambienti cattolici.
Tale quadro di interpretazione, che si sovrappone in modo estrinseco al Concilio, si può caratterizzare principalmente da questi tre fattori:
1)         il primo fattore è la rinuncia all’anathema, cioè alla netta contrapposizione tra ortodossia ed eresia. In nome della cosi detta “ pastoralità ” del Concilio, si fa passare l’idea che la Chiesa rinuncia alla condanna dell’errore, alla definizione dell’ortodossia in contrapposizione all’eresia. Si contrappone la condanna degli errori e l’anathema pronunciato dalla Chiesa in passato su tutto ciò che è incompatibile con la verità cristiana al carattere pastorale dell’insegnamento del Concilio, che ormai  non intenderebbe più condannare o censurare, ma soltanto esortare, illustrare o testimoniare. In realtà non c’è nessuna contraddizione tra la ferma condanna e confutazione degli errori in campo dottrinale e morale e l’atteggiamento di amore verso chi cade nell’errore e di rispetto della dignità personale. Anzi, proprio anche il cristiano ha un grande rispetto per ogni persona umana, si impegna oltre ogni limite per liberarla dall’errore e dalle false interpretazioni della realtà religiosa e morale. L’adesione alla persona di Gesù Figlio di Dio, alla sua Parola e al suo mistero di salvezza, esige una risposta di fede semplice e chiara, quale è quella che si trova nei simboli e nella regula fidei. La proclamazione della verità della fede implica sempre anche la confutazione dell’errore e la censura delle posizioni ambigue e pericolose che diffondono incertezza e confusione nei fedeli. Sarebbe quindi sbagliato e infondato ritenere che dopo Il Concilio Vaticano II il pronunciamento dogmatico e censorio del Magistero debba essere abbandonato o escluso, così come sarebbe altrettanto sbagliato ritenere che l’indole espositiva e pastorale dei Documenti del Concilio Vaticano II non implichi anche una dottrina che esige il livello di assenso da parte dei fedeli secondo il diverso grado o autorità delle dottrine proposte.
2)         Il secondo fattore è la traduzione del pensiero cattolico nelle categorie della modernità. L’apertura della Chiesa alle istanze e alle esigenze poste dalla modernità (vedi Gaudium et spes) viene interpretata dalla ideologia para  - conciliare come necessità di una conciliazione tra Cristianesimo e pensiero filosofico e ideologico culturale moderno. Si tratta di un’operazione teologica e intellettuale che ripropone nella sostanza l’idea del modernismo, condannato all’inizio del Novecento da San Pio X. La teologia neo – modernista e secolarista ha cercato l’incontro con il mondo moderno proprio alla vigilia della dissoluzione del “moderno”. Con il crollo del cosidetto “socialismo reale” nel 1989 sono crollati quei miti della modernità e della irreversibilità della storia che rappresentavano i postulati del sociologismo e del secolarismo. Al paradigma della modernità succede infatti oggi quello post – moderno, del “caos”  o della “complessità secolaristica”, il cui fondamento è il relativismo radicale con l’esclusione di ogni principio morale che sia valido e vincolante per se stesso. Nell’Omelia dell’allora cardinale Joseph Ratzinger, prima di essere stato eletto Papa, in occasione della celebrazione liturgica “Pro eligendo pontifice” (18.o4.2005), viene focalizzato il centro della questione: “Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero…La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde, gettata da un estremo all’altro dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo, dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via. Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non conosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”Di fronte a questo processo occorre innanzitutto recuperare il senso metafisico della realtà (Fide set ratio di Papa Giovanni Paolo II) ed una visione dell’uomo e della società fondata su valori assoluti, metafisici e permanenti. Questa visione metafisica non può prescindere da una riflessione sul ruolo nella storia della Grazia, cioè del Soprannaturale, di cui la Chiesa, Corpo Mistico di Cristo, è depositaria. La riconquista del senso metafisico con il lumen rationis deve essere parallela a quella del senso soprannaturale con il lumen fidei. Questa cultura post – moderna che considera l’uomo un semplice prodotto della natura, come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale, capovolgendo il punto di partenza della cultura moderna che era una rivendicazione della centralità dell’uomo e della sua libertà, è contrassegnata da una profonda carenza, ma anche da un grande e inutilmente nascosto bisogno di speranza. Al contrario l’ideologia para – conciliare ritiene che il messaggio cristiano deve essere secolarizzato e reinterpretato secondo le categorie della cultura moderna extra e antiecclesiale, compromettendone l’integrità, magari col pretesto di un “opportuno adattamento” ai tempi. Il risultato è la secolarizzazione della religione e la mondanizzazione della fede. Uno degli strumenti per mondanizzare la Religione è costituito dalla pretesa di modernizzarla adeguandola allo spirito moderno, come se esistesse ancora il punto di partenza della modernità cioè la centralità di ogni uomo e la sua libertà. Questa pretesa ha portato a un disorientamento nei fedeli privandoli della certezza della fede completa della Chiesa, soprattutto della speranza della vita veramente vita, della vita eterna, come fine prioritario di ogni esistenza umana.
3)         Il terzo fattore è l’interpretazione dell’aggiornamento voluto dal Concilio Vaticano II. Con il termine “aggiornamento”, Papa Giovanni XXIII volle indicare il compito prioritario del Concilio Vaticano II. Questo termine nel pensiero del Papa e del Concilio non esprimeva però ciò che invece è accaduto in suo nome nella recezione ideologica del dopo Concilio. “Aggiornamento” nel significato papale e conciliare voleva esprimere la intenzione pastorale della Chiesa di trovare i modi più adeguati e opportuni per condurre la coscienza civile del mondo attuale a riconoscere la verità perenne del messaggio salvifico di Cristo e della dottrina della Chiesa. Amore per la verità e zelo missionario per la salvezza degli uomini sono alla base i principi dell’azione di “aggiornamento” voluto dal Concilio Vaticano II e dal Magistero pontificio successivo. Invece dall’ideologia para – conciliare, diffusa soprattutto dai gruppi intellettualistici cattolici neomodernisti e dai centri massmediatici del potere mondano secolari secolaristico, il termine “aggiornamento” venne inteso e proposto come il rovesciamento della Chiesa di fronte al mondo moderno, dall’antagonismo alla recettività. La Modernità ideologica – che certamente non deve essere confusa con la rivendicazione della centralità dell’uomo e della sua libertà, con al legittima e positiva autonomia della scienza, della politica, delle arti, del progresso tecnico – si è posta come principio il rifiuto di Dio dalla cultura  e dalla vita pubblica, soprattutto di quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati sino alla fine, ogni singolo e l’umanità nel suo insieme, il Dio della Rivelazione cristiana e della grazia, di tutte le luci sorte lungo la storia della fede. Essa non è neutrale di fronte alla fede. Ciò che fece pensare ad una conciliazione della Chiesa con il mondo moderno portò così paradossalmente a dimenticare che lo spirito anticristiano e antiumano del mondo attuale continua ad operare nella storia e nella cultura. La situazione postconciliare venne così descritta da Paolo VI nel 1972: “Da qualche fessura è entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio: c’è il dubbio, l’incertezza, la problematica, l’inquietudine. E’ entrato il dubbio nelle nostre coscienze ed è entrato per  finestre  che invece dovevano essere aperte alla luce. Anche nella Chiesa regna questo stato di incertezza. Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. E’ venuta invece una giornata di nuvole, di tempeste, di buio, di ricerca, di incertezza. Come è avvenuto questo? Vi confidiamo un nostro pensiero, c’è stato l’intervento di un potere avverso: il suo nome è il diavolo, questo misterioso essere a cui si fa allusione nella lettera di san Pietro”.  Purtroppo gli effetti di quanto individuato da Paolo VI non sono scomparsi. Un pensiero estraneo è entrato nel mondo cattolico, gettando scompiglio, seducendo molti animi e disorientando i fedeli. Vi è uno “spirito di autodemolizione” che pervade il modernismo, che si è impadronito, tra l’altro, di gran parte della pubblicistica cattolica. Questo pensiero estraneo alla dottrina cattolica si può constatare ad esempio sotto due aspetti:
-         un primo aspetto è la visione sociologica della fede, cioè una interpretazione che assume il sociale come chiave di valutazione della religione, e che ha comportato una falsificazione del concetto di chiesa secondo un modello democratico. Se si osservano le discussioni attuali sulla disciplina, sul diritto, sul modo di celebrare la liturgia, non si può evitare di registrare che questa falsa comprensione della Chiesa è diventata diffusa tra i laici e i teologi secondo lo slogan: Noi siamo il popolo, noi siamo Chiesa. Il Concilio in realtà non offre alcun fondamento a questa interpretazione, poiché l’immagine del popolo di Dio riferita alla Chiesa è sempre legata alla concezione della Chiesa come Mistero, come comunità sacramentale del corpo di Cristo, composto di un popolo che ha un capo e da un organismo sacramentale composto di membra gerarchicamente ordinate. La Chiesa non può quindi diventare una democrazia, in cui il potere e la sovranità derivano dal popolo, poiché la Chiesa è una realtà che proviene da Dio ed è fondata da Gesù Cristo. Essa è intermediata dalla vita divina, della salvezza e della verità, e dipende dalla sovranità di Dio, che è una sovranità di grazia e di amore. La Chiesa è allo stesso tempo dono di grazia e struttura istituzionale, perché così ha voluto il suo Fondatore, chiamando gli apostoli, “Gesù ne istituì dodici” (Mc 3,13).
-         Un secondo aspetto è l’ideologia del dialogo. Secondo il Concilio e la Lettera Enciclica di Paolo VI Ecclesiam suam, il dialogo è un importante e irrinunciabile mezzo per il colloquio della Chiesa con gli uomini del proprio tempo. Dio che è amore non costringe perché un rapporto costretto non è un rapporto di amore, ma propone attraverso lo strumento del dialogo, attende una risposta libera cioè di amore. Ma l’ideologia  paraconciliare trasforma il dialogo da strumento a scopo e fine primario dell’azione pastorale della Chiesa, svuotando sempre più di senso e oscurando l’urgenza e l’appello alla conversione a Cristo e all’appartenenza alla Sua Chiesa offrendo la certezza della fede completa, la chiarezza e la bellezza della fede cattolica: sono ciò che rendono luminosa la vita dell’uomo anche oggi! Contro tali deviazioni, occorre ritrovare e recuperare il fondamento spirituale e culturale della civiltà cristiana cioè la fede in Dio, trascendente e creatore, provvidente e giudice che rende giusti chi si riconosce peccatore, il cui Unigenito Figlio si è incarnato, è morto e risuscitato, è sempre presente per la redenzione del mondo ed effonde la grazia dello Spirito santo per la remissione dei peccati e per rendere gli uomini partecipi della sua natura divina, del dono del suo amore fino al perdono. La Chiesa, Corpo di Cristo, istituzione divino – umana, è il sacramento universale della salvezza e l’unità degli uomini, di cui essa è segno e strumento, è nel senso di unire gli uomini a Cristo mediante il suo Corpo, l’organismo sociale della Chiesa non dissimile dalla natura umana assunta dal Verbo. L’unità di tutto il genere umano, di cui parla LG 1, non deve essere intesa quindi nel senso di raggiungerla con la concordia e la riunificazione delle varie idee o religioni o valori in “un regno comune o convergente”, ma essa si ottiene riconducendo tutti all’unica Verità, di cui la Chiesa cattolica è depositaria per affidamento di Dio stesso. Nessuna armonizzazione delle dottrine “varie e peregrine”, ma annuncio integro del patrimonio della verità cristiana, nel rispetto della libertà di coscienza, e valorizzando i raggi di verità sparsi nell’universo delle tradizioni culturali e delle religioni del mondo, opponendosi nello stesso tempo alle visioni che non coincidono e non sono compatibili con la Verità, che è quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati sino alla fine: ogni singolo e l’umanità nel suo insieme.
Occorre ritornare spesso alle categorie  interpretative suggerite da Benedetto XVI nel 20015 nel Discorso alla Curia Romana. Esse non fanno riferimento al consueto e obsoleto schema ternario: conservatori, progressisti, moderati, ma ci appoggiamo su un binario squisitamente teologico: due ermeneutiche, quella della rottura e quella della riforma nella continuità dinamica. Occorre imboccare quest’ultimo indirizzo nell’affrontare i punti controversi, liberando, per così dire, Il Concilio dal para – concilio che  si è mescolato ad esso, e conservando il principio dell’integrità della dottrina cattolica e della piena fedeltà al deposito della fede trasmessa dalla Tradizione e interpretato dal magistero della Chiesa come è presentato dal Catechismo e il suo Compendio.

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