domenica 21 febbraio 2010

Il sacerdote come Cristo

Il sacerdote come Cristo è chiamato ad entrare nella miseria umana, a prendere su di se le sofferenze delle persone affidate a lui

Non essendoci un testo ufficiale ci riferiamo all’Osservatore Romano e ad altre fonti per riferire sull’incontro del Vescovo di Roma Benedetto XVI con i suoi parroci per una Lectio Divina dai brani tratti dai capitoli 5, 7 e 8 della Lettera agli Ebrei, dove si parla di Cristo sommo sacerdote, per trattare l’identikit e la missione del prete.
Per essere realmente un uomo di Dio, il sacerdote “deve conoscere Dio da vicino”, vivendo in comunione con Cristo, cioè con quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati fino alla fine: ogni singolo e l’umanità nel suo insieme. Benedetto XVI ha invitato i sacerdoti ad essere così mediatori, cioè a veicolare Dio all’uomo e l’uomo a Dio nella redenzione.
Certamente il prete è “uomo di Dio”: “il nostro essere, la nostra vita, il nostro cuore deve essere fissato in Dio in questo punto dal quale non usciamo e che si realizza, si rafforza giorno per giorno anche con brevi preghiere nelle quali ci ricolleghiamo con Dio e diventiamo più uomini di Dio che vivono nella comunione di Dio e possono così parlare di Dio e guidare a Dio”.
Ma il sacerdote come Cristo, ha detto il papa, è chiamato anche ad entrare nella miseria umana, a prendere su di se le sofferenze delle persone affidate a lui. Ma “uomo in tutti i sensi”, chiamato dunque a coltivare intelligenza, sentimenti, affetti secondo la volontà del Creatore. L’aggettivo “umano” non va inteso come qualcosa che, secondo la mentalità comune, include e quasi giustifica l’arrendevolezza rispetto al peccato. “Non si dica più ha mentito, è umano; ha rubato è umano. Questo non è il vero essere umano. Essere umani vuol dire essere generosi, volere la giustizia, la prudenza, la saggezza cioè essere immagine di Dio, perché il peccato non è mai solidarietà, è sempre assenza di solidarizzazione. Sappiamo che l’essere umano è ferito dal peccato, ma con l’aiuto di Cristo esce da questo oscuramento della propria natura. Umano è essere generoso, umano è essere buono, vivere la propria umanità, il vero umanesimo, avere formazione delle virtù umane, sviluppare la sua intelligenza, i suoi affetti uscendo, con l’aiuto di Cristo da questo oscuramento della nostra natura, è un processo di vita che deve cominciare nell’educazione al sacerdozio ma che deve realizzarsi e continuare in tutta la nostra vita”.
“Certo il suo cuore è sempre fissato in Dio e vede sempre Dio, intimamente è sempre in colloquio  con Dio, ma porta nello stesso tempo tutto l’essere, tutta la sofferenza umana entra nella passione, parlando, vedendo gli uomini che sono piccoli senza pastore”. La conseguenza sul piano pratico è che il presbitero non può vivere in una sorta di distacco platonico dalle cose del mondo, ma deve prendere su di se quotidianamente la sofferenza del suo tempo, della sua parrocchia, delle persone affidate a lui con quella capacità di commuoversi che ebbe Gesù in vita e che gli permise di portare il suo grido ci compassione “fino alle orecchie di Dio”.
Noi sacerdoti non possiamo ritirarci in un esilio, ma siamo immersi nella passione di questo mondo e dobbiamo con l’aiuto di Cristo, in comunione continua con Cristo, cercare di trasformarlo, di portarlo verso Dio”.
Il sacerdote fa sua ogni sofferenza umana come la vediamo nelle lacrime di Cristo, nell’angoscia al Getsemani, nel grido sulla croce. Tutta questa sofferenza non è però un qualcosa che è “accanto alla sua grande missione”. In realtà, proprio così Cristo “offre il sacrificio, fa il sacerdote: diciamo giustamente che Gesù non ha offerto a Dio qualcosa, ma ha offerto se e questo offrire se si realizza proprio in questa compassione che trasforma in preghiera e grido al Padre la sofferenza del mondo”. In questo senso, ha proseguito il papa, “tutta la nostra compassione e la sofferenza di questo mondo così lontano da Dio, è atto sacerdotale”, “è offrire”. Quindi, ha messo l’accento sulla conformità con la volontà di Dio. Un’obbedienza che unica rende liberi perché rappresenta “la verità del nostro essere è la vera libertà”: “Gesù, portando l’uomo, l’essere uomo, in se e con se nella conformità di Dio, nella perfetta obbedienza e cioè nella perfetta conformazione tra le due volontà, ci ha redento e la redenzione ha sempre questo processo del portare la volontà umana nella comunione con la volontà divina”.
Certo, riconosce Benedetto XVI, l’obbedienza “è una parola che non piace a noi nel nostro tempo”. Ci appare “come una alienazione, come un atteggiamento servile. Invece della parola obbedienza, vogliamo come parola chiave antropologica libertà. Ma considerando da vicino questo problema, vediamo che queste due cose vanno insieme”. Dio, che è amore pur onnipotente non può costringere un essere creato libero perché un rapporto costretto non è più conforme alla sua natura e quindi la volontà di Dio “non è una volontà tirannica, ma è proprio il luogo dove troviamo la nostra vera identità. Preghiamo realmente il Signore, perché ci aiuti a vedere intimamente che questa è la libertà e di entrare così con gioia in questa obbedienza e di raccogliere l’essere umano e portarlo - con il nostro esempio, con la nostra umiltà, con la nostra preghiera, con la nostra azione pastorale – nella comunione con Dio”.
Naturalmente, però, l’accento sulla vicinanza all’uomo non deve far dimenticare quello che è il centro della vita sacerdotale e cioè l’Eucaristia. Nel Corpo di Gesù, cioè la Chiesa, spiega il pontefice, il Padre ha creato la sua tenda nel mondo, la sua nuova Gerusalemme, divina e insieme umana. In sostanza l’Eucaristia rappresenta perciò “la pace di Dio con l’uomo”. Di qui l’appello ai preti perché siano fedeli ministri di questo sacramento fondamentale con la Penitenza anche nella loro vita.
Nella sua Lectio, il papa ha offerto le sue riflessioni anche sulla figura sacerdotale di Melchisedech. Con lui ha osservato, un pagano entra nell’Antico Testamento. Una “figura misteriosa in cui appare la vera venerazione di Dio”. Anche il paganesimo, dunque “è in via verso Cristo”: “questo vuol dire che Cristo è la novità assoluta di Dio e nello stesso tempo è presente in tutta la storia, e attraverso la storia, va incontro a Cristo, non solo la storia del popolo eletto che è la vera preparazione voluta da Dio, nella quale si rivela il mistero di Cristo ma anche dal paganesimo si prepara il mistero di Cristo, vanno le vie verso Cristo e porta in se tutto”.

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