domenica 21 febbraio 2010

Compassione

Il sacerdote è uno con “compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore,
essendo rivestito di debolezza” (Eb. 5,2)

La Lettera agli Ebrei fa una sottolineatura della nostra umanità che ci sorprende, perché dice: deve essere uno con “compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essere rivestito di debolezza” (5,2) e poi – molto più forte ancora – “nei giorni della sua vita terrena, egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a Dio che poteva salvarlo da morte e per il pieno abbandono a Lui, venne esaudito” (5,7). Per la Lettera agli Ebrei elemento essenziale del nostro essere uomo è la compassione, è il soffrire con gli altri: questa è la vera umanità. Non è il peccato, perché il peccato non è mai solidarietà, ma è sempre desolidarizzazione, è un prendere la vita per me stesso, invece di donarla.
La vera umanità è partecipare realmente alla sofferenza dell’essere umano, vuol dire essere un uomo di compassione cioè essere nel centro della passione umana, portare realmente con gli altri le loro sofferenze, le tentazioni di questo tempo “Dio dove sei tu in questo mondo?”.


Questa umanità del sacerdote non risponde all’ideale platonico e aristotelico secondo il quale il vero uomo sarebbe colui che vive solo nella contemplazione della verità, e così è beato, felice, perché ha solo amicizia con le cose belle, con la bellezza divina, ma “i lavori li fanno altri”. Questa è una supposizione, mentre qui si suppone che il sacerdote entri come Cristo nella miseria umana, la porti con se, vada alle persone sofferenti, se ne occupi, e non solo esteriormente, ma interiormente prenda su di se, raccolga in se stesso la “passione” del suo tempo, della sua parrocchia, delle persone a lui affidate. Così Cristo ha mostrato il vero umanesimo. Certo il suo cuore è sempre fisso in Dio, vede sempre Dio, intimamente è sempre in colloquio con Lui, ma Egli porta, nello stesso tempo, tutto l’essere, tutta la sofferenza umana entra nella Passione. Parlando, vedendo gli uomini che sono piccoli, senza pastore, Egli soffre con loro e noi sacerdoti non possiamo ritirarci in un Elysium, ma siamo immersi nella passione di questo mondo e dobbiamo, con l’aiuto di Cristo e in comunione con Lui, cercare di trasformarlo, di portarlo verso Dio.


Proprio questo va detto con il seguente testo realmente stimolante “preghiere e suppliche offrì con forti grida e lacrime!” (Eb. 5,7). Questo non è solo un accenno all’ora dell’angoscia sul Monte degli Ulivi ma è un riassunto della vera storia della passione che abbraccia tutta la vita di Gesù. Lacrime: Gesù piangeva davanti alla tomba di Lazzaro, era realmente toccato interiormente dal mistero della morte, dal terrore della morte. Persone perdono il fratello, come in questo caso, la mamma e il figlio, l’amico: tutta la terribilità della morte, che distrugge l’amore, che distrugge le relazioni, che è un segno della nostra finitezza, della nostra povertà. Gesù è messo alla prova e si confronta fin nel profondo della sua anima con questo mistero, con questa tristezza che è la morte, e piange. Piange davanti a Gerusalemme, vedendo la distruzione della bella città a causa della disobbedienza; piange vedendo tutte le distruzioni nella storia del mondo; piange vedendo come gli uomini distruggono se stessi e le loro città nella violenza, nella disobbedienza.


Gesù piange, con forti grida. Sappiamo dai Vangeli che Gesù ha gridato dalla Croce, ha gridato: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15, 34; Mt 27,46), e ha gridato ancora una volta alla fine. E questo grido risponde a una fondamentale dei Salmi: nei momenti terribili della vita umana molti salmi sono un forte grido a Dio: “aiutaci, ascoltaci!”. Proprio oggi, nel breviario, abbiamo pregato in questo senso: dove sei tu Dio? “siamo venduti come pecore da macello” (Sal. 44,12). Un grido dell’umanità sofferente! E Gesù, che è il vero soggetto dei Salmi porta realmente questo grido dell’umanità a Dio, alle orecchie di Dio: “aiutaci e ascoltaci!”.  Egli trasforma tutta la sofferenza umana prendendola in se stesso, in un grido alle orecchie di Dio.


E così vediamo che proprio in questo modo realizza il sacerdozio, la funzione del mediatore, trasportando in se, assumendo in se la sofferenza e la passione del mondo, trasformandola in un grido verso Dio, portandola davanti agli occhi e nelle mani di Dio, e così portandola realmente al monumento della Redenzione” (Benedetto XVI, Lectio Divina con i parroci della diocesi di Roma, 18 febbraio 2010).





Quanto sono lontani alcuni attuali scritti di cristologia che propongono una rottura tra la storicità di Gesù e la professione di fede della Chiesa: si considerano scarsi dati storici degli evangelisti su Gesù stesso. Da questa prospettiva, i Vangeli sarebbero studiati esclusivamente come testimonianza di fede in Gesù, che non direbbero nulla o molto poco su Gesù stesso e che necessitano pertanto di essere reinterpretati. Questo modo di procedere porta a conseguenze difficilmente compatibili con la fede, quali:


-          svuotare di contenuto ontologico la filiazione divina di Gesù;


-          negare che nei Vangeli si affermi la preesistenza del Figlio;

e soprattutto, in opposizione a quanto è stato argomentato da Benedetto XVI, che Gesù non ha vissuto la sua passione e morte come missione redentrice, ma come fallimento.

1 commento:

  1. Diceva Don Barsotti, Cristo è andato sulla Croce colmo di peccati...Già! e se non fosse stato così come avrebbe potuto salvarci? E come potrebbe essere un Sacerdote tale se non è capace di "colmarsi di peccati"? E non è questa la vera dinamica della redenzione: sottrarre l'uomo dal peccato? Non più il solo peccato della carne ma sopratutto da quello dello Spirito che è "disperazione della salvezza eterna"? Solo Dio può fare ciò! Solo Dio poteva morire sulla Croce facendo cos' morire il peccato dell'umanità! Sì! Cristo è ontologicamente Figlio altrimenti non avreebbe potuto donarci la speranza della Vita eterna.
    Complimenti per il sito
    Matteo Dellanoce

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