giovedì 27 agosto 2009

L'uomo e l'ambiente naturale

La natura non è né un tabù intoccabile, né si può abusarne

“Il tema dello sviluppo è oggi fortemente collegato anche ai doveri che nascono dal rapporto dell’uomo con l’ambiente naturale. Questo è stato donato da Dio a tutti, e il suo uso rappresenta per noi una responsabilità verso i poveri, verso le generazioni future e l’umanità intera. Se la natura, e per primo l’essere umano, vengono considerati come frutto del caso o del determinismo evolutivo, la consapevolezza della responsabilità si attenua nelle coscienze. Nella natura il credente riconosce il meraviglioso risultato dell’intervento creativo di Dio, che l’uomo può responsabilmente utilizzare per soddisfare i suoi legittimi bisogni – materiali e immateriali –nel rispetto degli intrinseci equilibri del creato stesso. Se tale visione viene meno, l’uomo finisce o per considerare la natura un tabù intoccabile o , al contrario, per abusarne. Ambedue questi atteggiamenti non sono conformi alla visione cristiana della natura, frutto della creazione di Dio” (Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 48).

La natura è espressione di un disegno di amore e di verità. Essa ci precede e ci è donata da Dio come ambiente di vita. Ci parla del Creatore (Rm 1,20) e del suo amore per l’umanità, E’ destinata ad essere “ricapitolata” in Cristo alla fine dei tempi (Ef 1,9 – 10; Col 1,19 – 20). Anch’essa, quindi, è una “vocazione” cioè dono prezioso del Creatore, il quale ne ha disegnato gli ordinamenti intrinseci, dandoci i segnali orientativi a cui attenerci come amministratori della sua creazione. La natura è a nostra disposizione non come “un mucchio di rifiuti sparsi a caso” (Eraclito), bensì come un dono del Creatore che ne ha disegnato gli ordinamenti intrinseci cioè una “vocazione” affinché l’uomo ne tragga gli orientamenti doverosi per “custodirla e coltivarla” (Gn 2,15). Ma bisogna anche sottolineare che è contrario al vero sviluppo come “vocazione” considerare la natura più importante della stessa persona umana. Questa posizione induce ad atteggiamenti neopagani o di nuovo panteismo: dalla sola natura, intesa in senso puramente naturalistico, non può derivare la salvezza dell’uomo. Peraltro bisogna anche rifiutare la posizione contraria, che mira alla completa tecnicizzazione, perché l’ambiente naturale non è solo materia di cui disporre a nostro piacimento, ma opera continua del Creatore, recante in sé una “grammatica” che indica finalità e criteri per un utilizzo sapiente, non strumentale e arbitrario. Oggi molti danni allo sviluppo provengono proprio da queste concezioni distorte.

Ridurre completamente la natura ad un insieme di dati di fatto finisce per essere fonte di violenza nei confronti dell’ambiente e addirittura per motivare azioni irrispettose verso la natura dell’uomo. Questa, in quanto costituita non solo di materia ma anche di spirito e, come tale, essendo ricca di significati e di fini trascendenti da raggiungere, ha un carattere normativo anche per la cultura. L’uomo interpreta e modella l’ambiente naturale mediante la cultura, la quale a sua volta orienta mediante la libertà responsabile, attenta ai dettami della legge morale. I progetti per uno sviluppo umano integrale non possono pertanto ignorare le generazioni successive, ma devono essere improntati a solidarietà e a giustizia intergenerazionali, tenendo conto di molteplici ambiti: l’ecologico, il giuridico, l’economico, il politico, il culturale.

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